Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

una cena da re (italian)

Save as PDF
Correggio era finalmente libera.
Gli ultimi tedeschi se n’erano andati il giorno prima e Matteo, coi suoi uomini, non aveva incontrato resistenza, anzi, non avevano proprio incontrato anima viva attraversando la campagna dopo Budrio, da dove ancora doveva muovere il Diavolo col grosso del battaglione.
I fascisti più importanti, i “caporioni” neri, se n’erano già andati dalla città dopo esser passati dalla banca, sperando di potersi pagare con le banconote sonanti la loro salvezza.
Sicuramente non erano scappati i pesci piccoli, molti di loro non avrebbero saputo dove andare, ch’era più il rischio di lasciarci subito la pelle in quei frangenti, e molti speravano che nascondendosi l’avrebbero scampata, una volta finita la buriana.
Altri, come già successo in diversi paesi, stavano aspettando l’arrivo dei vincitori con la bandiera bianca alzata e la stanchezza di chi sa di aver perso tutto, ma almeno non la vita.
E poi c’eran rimasti i fanatici, quelli sì che erano ancora pericolosi, disposti a tutto per la follia del loro credo nichilista o per la consapevolezza che, per quello che avevano combinato, non l’avrebbero fatta franca.
Fu proprio girato l’angolo, mentre correva gridando “Viva l’Italia libera” col suo fucile alzato come una bandiera, che Fausto rischiò di esser colpito.
Erano in due sulla torre campanaria, dalla loro posizione potevano facilmente prendere di mira chi arrivava da sotto, di sicuro la mira ce l’avevano buona e anche buone ragioni per continuare a provare ad ammazzare la brava gente.
Fausto, dietro a un portone, stava controllando il buco nella giacca, la pallottola era passata proprio sotto il braccio levato, colpendolo solo di striscio, e tra il crepitio di altri proiettili chiamò i suoi compagni, “m’è andata bene, è solo un graffio!”, almeno così parve di udire a Matteo, schiacciato contro la parete oltre l’angolo, che appena faceva per sporgersi un pezzo di muro a non più di mezzo metro da lui si sbriciolava per i proiettili dall’alto.
Dovettero aggirare tutta la chiesa passando da dietro per prenderli, che, come bestie in trappola, avevano occhi solo per la preda e non gl’importava più nulla se non di uccidere di più.
I quattro partigiani con Matteo in testa salirono la scaletta che portava in cima al campanile pronti con le bombe a mano, ma non ce ne fu bisogno, anche perché sarebbe stato davvero troppo rischioso.
Trovarono le corde che penzolavano dall’alto, erano proprio sotto al piano dei fascisti.
Al centro del soffitto c’era un ampio buco che portava alle campane.
Mentre i cecchini sparavano, che da giù avevano l’ordine di farli ben continuare a colpire, Matteo e i suoi, con le orecchie più o meno protette da degli stracci, con forza tirarono le corde e un frastuono pazzesco assordò il giorno per un momento.
Sufficiente per distrarre i due della Brigata Nera e coglierli di sorpresa.
Assordati e coi mitra puntati in faccia, alzarono le mani, alla fine non era il caso di fare davvero gli eroi.
Fu così che Correggio fu svegliata quella mattina di fine aprile e si scoprì finalmente libera, anche da quei due diavoli assassini.
A Matteo fischiarono le orecchie per tutta la giornata.
In comune aspettavano da qualche ora l’arrivo del Diavolo.
C’era già Matteo, che aveva girato per Correggio su di una macchina con l’altoparlante che invitava tutti i fascisti a deporre le armi, e c’erano il commissario prefettizio Scaltriti e il tenente Venturi, maestro d’oboe di Reggio Emilia, che era stato a Durazzo prima dell’otto settembre e che si era ritrovato a fare l’ufficiale della Repubblica Sociale senza grande convinzione.
Era rimasto solo lui di ufficiali qui nella cittadina e in cuor suo confidava che non l’avrebbero trattato male, si sapeva che era sempre stato corretto e mai aveva partecipato o ordinato cose brutte contro il popolo e i “banditi”: lui era un musicista e invece che la rivoltella aveva sempre fatto cantare solo il suo strumento.
Germano Nicolini, il comandante Diavolo, rispose al suo saluto militare sotto al portico davanti all’ingresso del municipio.
“Buongiorno signori,” disse il Diavolo, “come comandante della piazza di Correggio vi informo che siete agli arresti e sotto la giurisdizione alleata. Vi tradurremo al carcere in attesa di nuovi ordini, sappiate che la vostra incolumità di prigionieri è sotto la mia responsabilità e mi assicurerò che non vi sia torto un capello.”
Al Dievel parlava con fermezza e con tono fiero, era un uomo che già nel suo aspetto incuteva autorità e suscitava fascino, alto, bruno e con lo sguardo temerario.
Aveva ventisette anni, ma la sua esperienza di combattente e di comandante era piuttosto consolidata, dopo le battaglie di Fabbrico e Fosdondo e mesi e mesi di guerriglia.
“Matteo, occupati tu di accompagnarli, io aspetto la telefonata del capitano, mi raccomando di farli arrivare interi che ho già visto gente che ha voglia di menar le mani qui in giro.”
Il capitano alleato era americano e si chiamava Jenette, era stato nominato governatore della zona a nord di Reggio.
Apparteneva all’ormai mitica Quinta Armata americana del generale Clark, che, assieme all’Ottava Armata britannica, nel corso dell’ultimo durissimo mese di guerra aveva sbaragliato le divisioni tedesche in Romagna e poi a Bologna.
Si raccontava di un milione di tedeschi uccisi o catturati.
E i superstiti delle fila erano ora braccati oltre il Po, dove non riuscivano ad assestarsi con sufficienti linee difensive.
Per l’americano c’era ben poco da soffermarsi in quel di Correggio, le sue volpi germaniche stavano scappando tra i campi più a nord della pianura Padana.
La voce al telefono era di un soldato che traduceva in perfetto italiano quello che l’ufficiale diceva al suo fianco ma le linee telefoniche erano state ripristinate in una qualche maniera e la voce gracchiava, come se provenisse da un altro mondo.
“Comandante Diavolo, mi fido di voi, i miei superiori mi hanno ben parlato della vostra persona e di come i vostri uomini del Terzo Battaglione SAP della Brigata Fratelli Manfredi si siano distinti sia in battaglia che nella rigorosa condotta militare da voi impartita. Vi lascio il compito di mantenere l’ordine in città fino a che non arriverà la polizia militare. Credo sarà questione di una settimana o poco più. Vi raccomando soprattutto i prigionieri che so avete in buon numero, ai quali deve essere assicurata la giusta custodia fino all’esito del processo che, nel rispetto delle nostre leggi democratiche, verrà poi istituito!”
Tra i fascisti da portare in cella spiccava il nome di una importante camicia nera di Correggio, rampollo di una ricca famiglia di proprietari terrieri e allevatori e rinomato assassino e torturatore. Appena i tedeschi se n’erano andati era sparito dalla circolazione, anche i suoi sottoposti non l’avevano più visto, ma era giunta proprio quel mattino una soffiata che lo dava nascosto nella sua fattoria.
E in effetti là lo trovarono.
Matteo tra sé e sé aveva pensato a quanto sarebbe stato bello se non si fosse arreso e avesse provato a sparare quando lo avevano sorpreso nella stalla, nascosto sotto il pastone e la merda dei maiali.
Era stato il fattore a indicare ai partigiani il nascondiglio del padrone, senza esitare un secondo. Evidentemente non correva buon sangue tra loro.
Matteo, alla vista così ridicola e grottesca del gerarca tutto sporco di sisso e paglia, pensò per un attimo che fosse davvero curioso che la vera natura di quella deplorevole e orrenda persona si stesse palesando in quegli attimi concitati e che l’abito più che mai in quel caso stesse “rappresentando il monaco”!
Decise in quel momento di rifiutare al fascista la possibilità di cambiarsi, “per presentarsi con un aspetto degno della mia persona”, come, ancora con tracotanza nonostante la situazione, ebbe a chiedere questi.
Tutti lo avrebbero dovuto vedere per quello che effettivamente era: un maiale fascista.
Con le mani legate dietro la schiena lo caricarono sul carretto e si avviarono, fucili a tracolla e pistole in bella vista, verso la città.
C’era una calma irreale nelle campagne, gli echi degli spari si erano ormai sopiti e il silenzio dominava l’orizzonte: nessuno parlava, anche perché le bocche dei partigiani erano ben coperte, assieme ai nasi, dai loro fazzoletti rossi, che a star vicino al maiale in camicia nera c’era davvero da vomitare per l’odore!
Alle porte di Correggio incontrarono per la strada un signore distinto, con una vistosa coccarda con la falce e il martello appuntata su di una giacca un po’ troppo pesante per quella rossa primavera.
Era disarmato e al suo cenno, forse per la sua età, forse per la sua austera compostezza, Matteo e i suoi fermarono il ronzino che faticosamente li conduceva, era l’unico cavallo che avevano trovato dal fascista ma bastava a evitargli il ritorno a piedi di fianco ai fossi.
“Onore a voi, miei cari ragazzi! Siete la linfa vitale della nostra Rivoluzione, e io, da anziano comunista che ne ha patite tante da questi bastardi, m’inchino a voi e vi ringrazio con tutto il cuore… La notizia dell’arresto di questo schifoso camerata, che sento puzzare della stessa morte che ha sadicamente imposto a tanti bravi giovani ribelli, è già arrivata qui a Correggio. E vi vorrei invitare a pensare che sarebbe buona cosa e giusta per il nostro popolo, che ha così sofferto a causa sua, che costui venisse subito destinato a una pena esemplare, proprio ora, che tanti partigiani e parenti di assassinati lo vorrebbero vedere penzolare da un lampione o magari dalla finestra del municipio: lo stanno aspettando sul corso, già con le corde.”
Matteo aveva ordini precisi e irrevocabili dal Diavolo, mai e poi mai avrebbe fatto di testa sua.
“Signore, noi abbiamo consegne diverse dal nostro comandante, il prigioniero è sotto la nostra custodia e lo porteremo in cella in attesa del processo e dica pure a chi lo vuol bel che impiccato che quelli del Terzo Manfredi oggi non hanno certo intenzione di stare a ordini diversi.”
L’anziano comunista sorrise senza dir niente, si levò il cappello in segno di saluto e poi, girandosi, proruppe in dialetto: “Cancher d’un fasesta, a t’va bein che adèsa as pól mia tucherert, ma an s’ra mia seimper festa!”
Davanti al carcere si era radunata una discreta folla.
Dalla finestra, senza farsi vedere, il Diavolo osservava quelle persone: alcune parlottavano tra loro, altre urlavano il nome di qualche fascista arrestato e assieme a esso insulti e offese, certi erano evidentemente partigiani e ancora non avevano consegnato le armi.
Probabilmente di un diverso battaglione, o forse gappisti, perché nessuno sapeva riconoscerli.
Due di essi il Diavolo però sì, che li conosceva già prima dell’otto settembre, erano di Fabbrico come lui e delle gran teste calde.
“Matteo, stiamo attenti, soprattutto a quei due di fianco al chiosco sulla sinistra, che son due che c’hanno il sangue alla testa con facilità e non vorrei facessero sciocchezze, che girano ancora le armi qui. Per ora non facciamoci vedere, ma la situazione non mi piace per niente.”
All’improvviso le grida rauche di una donna scossero la folla e interruppero persino la conversazione tra il Diavolo e i suoi.
Erano parole urlate con un misto di rabbia e disperazione all’indirizzo del gerarca, una madre a cui lui aveva ammazzato i due figli.
Erano grida che facevano venire i brividi, non sembravano umane, l’ululato feroce di una lupa assetata di vendetta.
Al Dievel abbassò la testa. “Povera donna, quel terribile dolore noi non lo possiamo comprendere fino in fondo, siamo uomini e ancora senza figli ma capiamo benissimo tutta la rabbia di questa gente e la voglia di vendetta dei nostri compagni, che stringono il fucile e vorrebbero continuare a usarlo per ‘finir del tutto la questione’. Si può ben comprendere l’odio dei famigliari di chi non c’è più a causa loro ma non dobbiamo cedere al cieco furore, siamo tutti quanti dinanzi a una nuova alba, per la quale abbiamo lottato, combattuto e ci siam sacrificati. E se crediamo in un mondo diverso, be’, allora dobbiamo esserne sin d’ora più che mai degni e non abbandonarci al rancore personale. Solo così la sete di vendetta diventa sete di giustizia, la giustizia democratica degli uomini liberi e uguali!”
Matteo guardò il suo comandante senza proferir parola, in quel momento gli sguardi eran tutto, pensò che il Diavolo parlava davvero bene, riusciva a dire proprio quello che tutti loro sentivano nel cuore ma che a parole non era facile da tirar fuori. Sarebbe proprio stato un bravo sindaco se avesse voluto farlo, lui l’avrebbe votato di sicuro.
La mattina dopo davanti all’ingresso delle carceri comparve una mitragliatrice piazzata su di un’auto scoperta, con due uomini del Manfredi a tenerla.
Nottetempo si era deciso di dare un chiaro segnale a chi magari avesse avuto voglia di combinare qualche stupidata.
I due di Fabbrico eran stati gli ultimi ad andarsene già a notte fonda e come ultimo saluto avevano gettato una bottiglia contro il portone, urlando il nome del gerarca e augurandogli diverse sventure in dialetto.
Una volta libera la strada, il Diavolo aveva dato l’ordine, “che non si sa mai”.
Montata la postazione con la mitraglia, tutto il distaccamento era rimasto a dormire dentro il fabbricato, aggiustati alla male peggio per terra, come tante volte durante i duri mesi della Resistenza.
Verso mezzogiorno si presentarono diversi uomini armati, con in testa due persone.
Una era l’anziano comunista incontrato da Matteo durante il trasferimento del gerarca e l’altra era Rabitti, il Lupo, un commissario politico di cui Matteo aveva sentito vagamente parlare, un partigiano più alto in grado del Diavolo, arrivato apposta con la protervia delle sue tre stellette sul cappello.
I due vollero parlare da soli con il comandante.
“Dunque, Nicolini, che la guerra è finita e ci si può ben chiamare ora col nostro nome, noi siam qui per la questione delle camicie nere.”
Era Rabitti a parlare, con voce sicura ed eloquio arrogante.
“Sappiamo bene che, come già successo in quelle zone dove gli Alleati sono arrivati prima dell’inverno, questi criminali verranno giudicati dai tribunali in modo vergognosamente parziale, spesso una vera e propria offesa alla memoria di tanti nostri martiri periti a causa loro. E voi sapete altrettanto bene, mio caro Nicolini, che gli uomini che avete in custodia verranno presi in consegna dagli americani nei prossimi giorni.”
Il Diavolo ascoltava in silenzio, appoggiato di schiena al muro, con un sopracciglio leggermente inarcato, lisciandosi i folti baffi neri con un gesto nervoso della mano.
“Ecco, comandante, siamo a chiederle quindi di consegnarci immediatamente i sette fascisti della GNR che stanno qui.”
Il Diavolo scosse la testa serrando il mento in su, “Voi non avete un regolare mandato di trasferimento, non se ne parla proprio, queste persone sono sotto la mia responsabilità e qui rimarranno.”
Il Lupo sembrava particolarmente arrabbiato, non era evidentemente abituato a sentirsi contraddetto. “Nicolini, non farmi perdere la pazienza, consegnami queste merde fasciste e facciamola finita.”
Nel frattempo i partigiani entrati coi due avevano già preso i prigionieri dalle celle e li avrebbero portati via se Matteo e gli altri non si fossero frapposti, con lo sguardo deciso di chi prende ordini solo dal proprio comandante.
Il Lupo alzò la voce, di modo che tutti potessero sentirlo.
“Nicolini, è un ordine il mio, dacci i prigionieri e basta, se non vuoi che ci siano problemi per te… Cosa sei diventato, un amico dei fascisti?”
Il Diavolo girò le spalle ai due e fece gesto di riportare i repubblichini nelle celle, e alla svelta.
“Gli unici che adesso escono di qui siete voi e i vostri uomini, comandante Rabitti, che non son certo disposto a fare le cose in maniera sbagliata. Io e i miei compagni rispondiamo solo al capitano Jenette e senza un suo ordine scritto di qui non si muove nessuno!”
Da dietro al portone che si richiudeva alle spalle del gruppetto che nervosamente aveva imboccato l’uscita, gettando occhiatacce ai due sappisti appoggiati alla mitragliatrice, Matteo sentì distintamente la frase “Nicolini, vedrai che un colpo ci sarà anche per te”.
La guerra era finita, ma già si capiva che non lo erano le preoccupazioni e i casini, che, chi più chi meno, ce li si portava ancora sulle spalle, come malvagi demoni cresciuti nelle centinaia di giorni bui di violenza, di lutto e patimento.
L’indomani venne permesso alla moglie del gerarca di portargli degli abiti puliti.
Fu allora che questi, forse sentendosi meno porco, più che sporco, di prima ritrovò il coraggio di parlare.
“Voi quindi pensate di aver vinto, vero?”
Matteo stava sulla porta della cella, aveva controllato personalmente nelle tasche delle braghe e della giacca e dentro alle scarpe se ci fosse qualcosa, un coltellino, un rasoio, un oggetto che potesse venire usato per scappare e ora guardava l’uomo in mutande, che non gli avrebbe mai e poi mai dato la soddisfazione di vestirsi senza occhi che lo dileggiassero.
E in effetti lo guardava nient’altro che come si potrebbe guardare un verme, tra il disgusto e il distacco emotivo riservato a una specie animale alquanto distante nella scala evolutiva.
Men che meno avrebbe voluto prestare attenzione alle parole del fascista.
“E, ditemi, cosa mai avete vinto? Cosa avete conquistato? Cosa mai avrete domani per la vostra vittoria?”
Matteo non poté non soffermarsi sulla parola “vittoria”.
Quanto l’aveva sognata.
Quanti mesi di lotta, di sofferenze, di rischi e morte per arrivare a vincere.
Quanti compagni perduti per strada.
E quante volte, per andare avanti, aveva pensato a questi giorni, quando finalmente si sarebbe urlato al cielo quella parola, che sottolineava di certo la libertà, finalmente, del popolo e del Paese.
Libertà dalla dittatura, dai nazisti e forse dai padroni, come dicevano i commissari politici.
Su questo punto lui non era davvero sicuro che ci si sarebbe arrivati, che mica tutti erano comunisti come lui, lo sapeva che c’era anche chi combatteva il fascismo ma non credeva affatto alla rivoluzione proletaria.
Ma almeno un futuro di democrazia avrebbe permesso a tutti di “dire la propria” e anche i contadini e gli operai avrebbero avuto in Parlamento chi faceva davvero i loro interessi!
Matteo ne era certo.
Ecco, per lui questo era “la vittoria”, esser liberi, poter votare e pretendere un lavoro dignitoso, non più schiavi di gente come quel verme in mutande.
E gli bastava, eccome.
“Domani e domani l’altro e tra un mese e un anno, non cambierà niente per voi. È solo illusione! Il mondo non cambierà mai e sai perché?”
Il gerarca si era infilato le braghe e stava allacciandosi la camicia e, mentre riguadagnava quella che nella sua testa rappresentava “la dignità”, aveva recuperato anche la sua superiorità e per questo dal “voi” ora era passato al “tu”.
Matteo ascoltava in silenzio sulla soglia.
“Sai cos’è che non cambia mai e mai farà cambiare il mondo? Il fatto che ci sarà sempre chi è ricco e chi è povero! Non penserai davvero che farete la rivoluzione, eh? I grandi capi, che ora saranno in Svizzera col culo al calduccio, come quegli altri, il re e Badoglio, che lo hanno già messo da tempo grazie agli americani, si son presi i soldi, e le banche mica poi li daranno certo ai pezzenti, domani! Credi che ve li regaleranno il trattore e le bestie? Credi che in America e in Inghilterra ai contadini ce li danno perché son belli? Qui i russi mica sono arrivati, stai tranquillo, allora!”
Il tono era tornato decisamente arrogante, benché parlasse senza alzare la voce, che non si voleva far sentire da nessun altro e questa era l’unica sua occasione.
“Allora, ascoltami, ragazzo, hai la possibilità di vincere, ma vincere davvero. Ti farò diventare ricco, che essere ricchi è la vera vittoria. Io ho i soldi e la terra e le bestie. La mia famiglia ne ha che ne ha. Basta che mi fai scappare, stanotte, con la scusa di accompagnarmi in bagno, usciamo assieme, te sei armato, mica poi posso farti niente. Ti assicuro che, una volta a casa, ti do quel che vuoi, la mia famiglia saprà esserti riconoscente e te farai una vita da ricco. Tra qualche giorno arrivano gli americani e vi mandano tutti via, chissà a chi gl’importerà di te poi!”
Con quell’ultima frase si era zittito e guardava spavaldo negli occhi il giovane partigiano.
Forse interpretava il suo silenzio per disponibilità, o quantomeno interesse, del resto era abituato a prendere i poveracci con il denaro, solo in questo modo era riuscito in passato a scoprire case di latitanza e fregare dei partigiani grazie alle soffiate.
Matteo sostenne lo sguardo del gerarca, lo guardava fisso senza parlare.
I suoi occhi saettavano nella penombra della piccola stanza, lampi di odio e disprezzo che, per un attimo, gli fecero girare la testa.
In quell’eterno istante gli passò davanti, come in una girandola impazzita, la faccia di suo padre schiaffeggiato per la strada dalle camicie nere, il sorriso del suo amico Sante, nome di battaglia “Dario”, arrestato, torturato, assassinato e lasciato per la strada di Reggio per due giorni e il ricordo ancora così vivo, di nemmeno due settimane prima: il gesto eroico del compagno Pippo, che li copriva a Fosdondo nel ripiegamento e, finite le munizioni e le bombe, mentre le Brigate Nere gli si avventavano contro, urlava “vigliacchi bastardi” e finiva crivellato come un san Sebastiano offerto al piombo nemico.
Matteo sentiva il cuore in gola e si scoprì ad aver puntato la rivoltella dritto sulla fronte del fascista, bianco come un cencio.
Lentamente ritirò il braccio e rimise l’arma nel cinturone, poi sputò per terra e se ne andò, ancora in silenzio, chiudendosi la porta alle spalle col catenaccio.
Il sudore gl’imperlava il collo, manco fosse già estate.
Una volta uscito, ad alta voce chiamò uno dei suoi uomini: “Resta qui fuori a controllare questo schifoso, che ha appena cercato di corrompermi. Per nessuna ragione deve uscire da questa stanza fino a nuovo ordine e per i suoi ‘bisogni’ questa notte si arrangerà con i secchi che gli ho lasciato.”
Il capitano Jenette fece il saluto militare al comandante Diavolo, dopo aver passato in rassegna tutto il battaglione.
Era una luminosa giornata di maggio e per le strade di Correggio si sentiva volare il profumo di una bellissima stagione di libertà, dopo tanti anni di guerra e sofferenza.
Libertà e riscatto sociale, uguaglianza e ritrovata dignità, a comporre un magnifico presagio che si dipingeva sui sorrisi felici delle donne, nelle risate dei bambini che si rincorrevano spensierati, nei baci senza più timore degli innamorati e negli abbracci commossi degli anziani.
Le armi erano state consegnate, i compagni di lotta si salutarono, per sempre fratelli, e chi da solo, chi in piccoli gruppetti, presero la via di casa.
Matteo strinse a sé forte il Diavolo, che poi rientrò nel palazzo con gli americani: era stato nominato ufficiale addetto ai rapporti tra il governatorato e le nuove autorità dei comuni della bassa reggiana, il suo impegno continuava.
Una bella ragazza con gli occhi verdi e un vestitino giallo a fiori aspettava su di una panchina.
Matteo la raggiunse e le diede due baci sulle guance: si erano ritrovati alla sfilata dei partigiani lungo il corso per la Liberazione, prima dell’otto settembre si erano un po’ frequentati poi, con la chiamata alle armi dei repubblichini e la scelta di darsi alla clandestinità e alla lotta partigiana, Matteo non l’aveva più vista.
I due iniziarono a chiacchierare e a ridere, avviandosi verso il caffè del centro, che aveva appena riaperto, volevano brindare assieme al loro nuovo futuro di bellissime promesse da inseguire, finalmente liberi, giovani e invincibili.
Lo sfarzo di villa Bisi e il lignaggio degli invitati non mettevano molto a loro agio quelli del Terzo Manfredi.
Il comandante Diavolo era seduto di fianco al governatore Jenette, dall’altro lato c’era la “Signora poetessa”, come Germano Nicolini aveva definito coi compagni una anziana nobildonna che, avendo saputo delle eroiche imprese partigiane del Diavolo, gli aveva dedicato una poesia.
Al posto d’onore sedeva nientemeno che Umberto di Savoia, Luogotenente Generale del Regno d’Italia, amico del padrone di casa e di passaggio per salutare le nuove autorità emiliane.
Era stato il governatore americano a volere il Diavolo tra gli alti ufficiali americani e inglesi e il Diavolo aveva risposto che, “abituato a prendere il caffè coi compagni partigiani”, sarebbe venuto solo se fosse stato invitato tutto il Battaglione.
E così era stato, che il futuro re, avendo letto la poesia su questi “clandestini della pianura e della notte”, aveva voluto conoscerli bene e sapere tutto di quella loro vita partigiana.
La camicia della festa stava larga a Matteo, tutti quei mesi di lotta e le privazioni gli avevano fatto perdere chili, ora non sapeva bene quali forchette usare per tutte quelle portate che mai si sarebbe sognato anche solo di guardare, i mesi addietro.
Un paio di suoi compagni erano talmente emozionati che balbettavano ai camerieri, tutti agghindati e coi guanti bianchi.
Quello al suo fianco per poco non sputò il bicchiere di Chianti d’annata che gli era stato servito, abituato al leggero sapore del lambrusco del fattore: “Pipein, te non sei mica abituato, eh, a questi vini nobili? Devi assaggiare piano piano, assaporalo con un pezzo di questo filetto al pepe verde che si scioglie in bocca e scende giù come una carezza di fata!”
Nessuno dei due aveva mai mangiato il filetto in vita sua e chissà quando sarebbero tornati a mangiarlo.
Fu davvero una cena da re, e col re, proprio da raccontare un giorno ai nipoti.