un tedesco di nome corrado (italian)
Al me Cantaun, il mio Cantone.
Dove abito, una piccola corte con alcune cascine appena fuori dal paese.
Per arrivarci c’è da fare una stradina stretta stretta, con gli alberi che quasi intrecciano i rami fino a coprire il cielo e, sull’angolo, una madonnina in terracotta che il camion dei tedeschi sfiora sempre quando fa la curva.
Però non l’hanno mai toccata col fianco sporgente del cassone, mai nemmeno scalfita, Kurt dice che se fan del male alla “Nostra Signora”, come la chiama lui, la sfortuna li colpisce e di questi tempi è meglio avere la sorte dalla parte giusta!
È proprio lui che guida il camion, non ho mai visto un altro al volante. Secondo me ci sta lui perché a far quella curva è l’unico capace.
Ogni volta che arrivano io gli corro incontro, ed è sempre festa, Kurt mi adora, ma il primo giorno che son venuti, l’ottobre scorso, mica era uguale.
Avevamo tutti paura e mia mamma mi ha subito preso per mano e portato a casa, che non si sa mai con quelli lì.
Io son furba e anche se ho solo nove anni certe cose le so, che quell’estate avevo visto uscire dal fienile la mattina presto degli uomini che non conoscevo con un carretto e un mulo.
Li chiamano partigiani, non bisogna mai parlare di loro, mai, soprattutto coi tedeschi e con gli sconosciuti.
La notte prima del loro arrivo le ho sentite le voci, che facevo finta di dormire, e anche se stavano zitti e c’era solo il canto della civetta quando son partiti, ho capito che avevano preso delle cose da là dentro, cose pesanti e che dovevano stare sotto la paglia, che il carro cigolava e alla mattina ho visto il fieno sparpagliato. Che poi han fatto giusto in tempo a pulire un po’ quel sapello lo zio di Teresa e la Martina che sono arrivati i tedeschi, con due cavalli che andavano lenti lenti dietro al camion di Kurt.
Da quel giorno i cavalli è stato lì che li han tenuti, fin quando non se ne sono andati.
Kurt parla un po’ italiano, mi ha detto che viene da una montagna che è dopo l’Italia, io non sono mai andata via dal Cantone e per me l’Italia sono questi campi con le viti e il grano che i grandi devono tagliare e dare subito ai padroni.
Un giorno è passato di qui un signore tutto vestito di nero, un fascista importante mi ha detto la mamma, con gli stivali lucidi e la barba scura.
Veniva a salutare Valentini, che è il più ricco del Cantone, anche se a me Valentini non mi sembrava molto contento di vederlo. L’ho sentito parlare, io ero poco lontana che giocavo e l’ascoltavo benissimo, persino quando la gente sussurra all’orecchio nelle altre stanze le sento, però facevo fatica a capire quello che quel signore così serio diceva.
Mia mamma dice che era di Napoli, e dice che i napoletani parlano un italiano diverso!
Kurt invece quando parla italiano mi fa ridere, lo capisco sempre, anche se a volte sembra un po’ tonto quando dice certe parole.
Io glie ne insegno ogni giorno qualcuna nuova, a scorer bein n’al noster dialet!
Per esempio oggi gli ho detto come si dice arzintèla, quella che lui chiama aidacsè, che rideva dopo aver sentito dire mia mamma di fer acsè mentre ci spiegava con le dita come si chiude un caplet, un cappelletto, che poi io non ne ho mai mangiato uno in vita mia e lei ci spiegava tutto dicendo che un giorno quando la guerra sarà finita li faremo tutti insieme nell’aia per festeggiare, con anche Corrado, come la mamma chiama Kurt.
Fatto sta che lui rideva perché mi spiegava che aidacsè, o idacsè, che non ho ben capito, da lui è quella piccola bestiolina verde scuro con la codina e le zampine che d’estate si scalda al sole tutta timida e sempre impaurita. L’arzintèla, appunto!
La Teresa è proprio una bella ragazza, ha compiuto ventitré anni, e la mamma dice che ormai è da matrimonio!
L’ho vista ieri prima del tramonto alla festa come guardava Kurt, e come lui guardava lei!
Son piccola io e a me i maschi non fan proprio effetto, ma ho capito che da grande ti vengono a piacere, soprattutto se son biondi e con quel visino così simpatico con le guance tutte rosa come un maialino che ancora sta attaccato alla mamma scrofa, la nimela, com’as dis!
Sto parlando di Kurt, che c’ha la faccia proprio da tedesco, però la sua è dolce, non è cattiva e col ghigno arrogante di quasi tutti gli altri tedeschi.
Che poi ieri mica erano così arrabbiati e cattivi mentre ballavano e bevevano il nostro lambrusco, che la signora Iotti, la Gisella, tiene ben nascosto con le damigiane in un nascondiglio in mezzo alle frasche giù in Secchia.
Ormai vengono ogni settimana a stare un po’ insieme a noi, qui al Cantone ci sono tre, quattro ragazze da marito, poi ci siamo noi ragazzini e si fa proprio una bella combriccola, ci raccontiamo barzellette che Kurt traduce per tutti, o ci prova, e poi c’è la fisarmonica di uno di loro, Franz, che l’è propria brev cun al valser!
Secondo me un po’ ci han preso a voler bene e noi stiam bene con loro e anche i grandi col tempo ci han dato confidenza. Anche perché dal camion ogni tanto salta fuori qualcosa da mangiare, che incò l’è propria ’na gran cosa, loro al comando a Salvaterra ci hanno ogni ben di dio!
E quando gli manca qualcosa loro poi non è che ci mettono tanto, eh! Si prendon su e vanno a chiedere in giro.
E se vogliono delle uova, tutta la gallina o il pollaio non fa mica differenza, gli dai quel che domandano, senza tante storie, se non vuoi guai!
Fortuna che qui al Cantone c’è Kurt, che quando impara al comando che a ghè da tôr un quèl lui ci vien subito ad avvertire e chiedere da chi andare, che lui sa che qui si è poveretti e per noi anche un litro di latte in meno è una sciagura.
Allora, è sempre meglio prendere da chi più ne ha!
Che poi son quelli ricchi, almeno confronto a noi.
Una volta dovevan portare al comando due prosciutti entro sera, e l’era an bel problema.
Noialtri ci avevamo nascosto in Secchia un mezzo maiale già bel che fatto salame, ma non volevamo mica darglielo!
Kurt era davvero dispiaciuto: “Skusa skusa, io so che voi avere poco, ma noi dovere portare a capitano. Lui stasera grande cena con sua moglie e grossi ufficiali da Modena, e molto arrabbiato se noi non trova!”
Il nonno parlava con Lumin, la guardia comunale e con don Bruno, che Lumin era andato a chiamare, e poi son venuti da Kurt che era nell’aia con noi bambini: “Non ti preoccupare, Corrado, siediti e beviti qualche bicchiere del nostro vino. Entro sera avrai i tó persot”!
Dopo due ore son tornati con una gran cesta legata sulla bicicletta di Lumin, l’hanno aperta in casa mia, c’eran tre prosciutti interi!
“Corrado, ecco i tuoi due per il capitano, quest’altro ce lo teniamo qui in Cantone per la festa di San Giuseppe, a m’arcmand, te non dire niente ai tuoi capi, lo sai che sarai invitato coi tuoi compagni!”
Che poi io non ho mai saputo dov’erano andati a trovarli quei tre prosciutti, che mia mamma l’ho sentita parlarci col nonno, lui che gli diceva: “Té, mia preocuperert, che di parsot lilò agh n’ha per tot i tedesch da ché al Po!”
Stamattina è arrivata Emma che piangeva e urlava al me fradel, al me fradel!
Un rastrellamento a San Donnino, han preso dieci persone.
In mezzo c’è anche suo fratello Fabio, che c’ha sedici anni e i capelli color carbone.
Ci hanno detto che sono tanto in pericolo, io non so bene, la mamma dice che possono mandarli in guerra, oppure, che se pensano sono banditi, che loro chiamano così quelli che li combattono, è anche peggio e invece che dargli un fucile da sparare agli americani gli sparano loro.
O fan meglio e li appendono al ponte della Veggia a testa in giù, come quella volta col nonno che siam tornate da Sassuolo con la neve e per la via Emilia li abbiamo visti, quei due poveretti tutti stenchi e coi geloni che pendevano dalle braghe, con mia mamma che mi urla guarder mia che t’al sògni pô!
Eran lì da un po’, che erano bianchi di neve e sembravano burattini a testa in giù.
Quando è arrivato Kurt, che per fortuna è passato al pomeriggio che era già qualche giorno che non si vedeva, glielo abbiamo detto, “Corrado, han preso Fabio, il fratello dell’Emma, hai capito! Aiutaci, ti prego, sai che è solo un ragazzo… Era a San Donnino a prendere dell’olio, mica fa la guerra lui!”
Kurt ha abbracciato Emma e la sua mamma, poi ci ha detto di montare con lui sul camion.
La sera son tornate ma senza di Fabio, però eran già un po’ più tranquille, mio nonno spiegava che gliel’avevan detto: “Corrado è stato ben bravo… Ci ha parlato tanto col suo comandante e ci diceva in tedesco quello che le donne gli dicevano a lui in italiano, poi ci ha spiegato che il suo capitano ha capito e che sa che al Cantaun siam brava gente e che domani lo lasciava andare.”
E così è stato, e da quella volta nessuno di noi ha mai più avuto il coraggio di andare nei campi fino a San Donnino e tra i capelli color del carbone di Fabio è saltata fuori una macchia bianca, proprio sulla nuca, che la sua mamma la chiama il “bacio della Madonna”, che poi non so cosa c’entra lei che è stato Kurt a salvarlo e al massimo lui ci sta attento a non romperla quando ci passa di fianco col camion, alla “Nostra Signora”, che è solo una figura di pietra pitturata.
Tutte le sere dopo il tramonto, il coprifuoco arriva anche al Cantone.
E c’è da tener spenta ogni luce, il lume di candela lo si tiene solo con le tende ben tirate, che c’è Pippo che gira.
Pippo è il nome che han dato a un piccolo aereo che vola di notte e il nonno dice che se vede una luce la punta e ci mitraglia o tira una bomba.
Soprattutto nelle notti senza nuvole, magari quando la luna fa tanta luce, c’è davvero da stare attenti perché lui non va solo sopra le città ma gira anche qui in campagna.
Ogni tanto mentre dormo lo sento arrivare, son sicura che non sogno, è Pippo davvero: prima un ronzio come di una mosca che arriva poi un rumore di motore che passa e si allontana.
Io mi immagino sempre questo Pippo che guida seduto col casco e la giacca di pelle e la sciarpa, che una volta ce li avevano fatte vedere, delle fotografie di quelli che guidano gli aerei, che si chiaman aviatori e son tutti vestiti come in montagna anche d’estate perché lassù in cielo fa sempre freddo.
Pippo passa e poi si allontana sempre verso Reggio, tranne una volta il mese scorso, che Pippo ha girato avant’indrée per un bel po’ e io mi son proprio svegliata e la mamma è venuta ad abbracciarmi perché si son sentiti degli spari mica tanto lontani e poi dei botti secchi.
Era la stalla dei Martelli, verso Rubiera, che è gente che sta bene e ci avevano la mucca gravida che quella notte ha fatto i vitellini, c’era il dottore degli animali venuto da Arceto e anche un altro di Corticella amico del nonno che fa partorire cavalli e vacche e avevan dovuto far luce dentro che bisognava vederci per farli nascere, che la mucca faceva tanta fatica e stava male, e Pippo dall’alto ha visto la luce dal tetto e ha sparato.
Il nonno mi ha detto la verità su Pippo, a ghé da ster ateinti!
Si son salvati i cristiani ma la stalla è bruciata coi vitellini e la mamma.
E loro han dovuto aspettare che Pippo andava via prima di correre a spegnere tutto e cercare almeno di tener buona la carne, di quei poveri animali.
Che poi io son piccola e questa guerra non l’ho capita proprio bene, perché se i tedeschi son cattivi e c’è da star attenti, i fascisti uguale che în di cancher, dei partigiani neanche parlare che si finisce male, anche se la mamma mi ha detto che loro son bravi e combattono per farci tornare liberi dai tedeschi, gli americani combattono anche loro contro i tedeschi e i fascisti, no?
E allora perché ci sparano?
Cosa abbiamo fatto noi che non spariamo a nessuno, siam bravi con tutti e vogliam solo che si finisca con i morti e con la cattiveria?
Io ce lo chiedo a Kurt quando mi fa giocare mettendomi sulle spalle e facendo il cavallo che salta: “Tu che sei un soldato hai mai sparato a qualcuno?”
Lui mi guarda sempre con quei suoi occhi grandi che hanno il colore del cielo e ride e mi dice: “Io no soldato, io cavallo molto buono e non faccio male a nessuno, tu dare me tanto fieno e io porto te fino a Modena!”
Che bello quando si allungan le giornate, qui al Cantone si gioca nell’aia e si corre per la campagna, si fa il nascondino e la mosca cieca e Kurt ci fa ascoltare ogni tanto anche la radio.
Questa scatola di ferro e legno manda le voci e le canzoni e mia mamma dice che ce l’avevano anche qui al Cantone prima della guerra ma che adesso è pericoloso averla perché serve ai partigiani e se ce la trovano pensano che noi stiamo con loro. Quella di Kurt è con la tracolla, e lui la tiene sul sedile del camion.
Dice che ci sono “stazioni”, lui dice in tedesco “radiozenda”, ma non sono mica come la stazione dei treni giù a Dinazzano, sono voci diverse che tu incontri girando una grossa manopola.
Oggi Kurt è preoccupato, col nonno dice che “fronte molto vicino’, sulle montagne laggiù e “anke pianura dopo Bologna’.
Io le vedo le montagne, nei giorni di sereno sembra di toccarle, sono dietro le colline di Casalgrande.
Chissà come fanno i soldati ad arrampicarsi su tutti quei monti, che quello alto alto c’ha ancora la neve!
“Kurt, un giorno, quando sarò più grande, mi ci porti a Bologna? Dicono che è una città così grande che non riesci ad attraversarla in un pomeriggio e che ha tanti portici con dentro le botteghe con le caramelle, buone come quella che ci hai portato una volta tu, anzi di più! Più gute!”
Kurt sorride, ma i suoi occhi non sono allegri come al solito, sembra aver dei pensieri.
Io sono solo una bambina ma, come vi ho già detto, mica son scema, secondo me ha paura che deve sparare ai soldati che arrivano e magari son questi che sparano a lui per primi e lo uccidono.
Il fronte è quel posto dove i soldati nemici si incontrano coi fucili e le bombe che si tirano con la mano, come noi facciamo in Secchia coi sassi, e ci si spara finché uno solo resta in piedi e allora ha vinto.
Ma poi se questo va avanti c’è sempre un nuovo fronte con nuovi soldati ad aspettarlo. E bisogna vedere poi se vince ancora!
Li ho sentiti i grandi bisbigliare, che i partigiani vengono di notte a Sassuolo e Casalgrande e raccontano che sulle montagne ci sono già gli inglesi, scendono dal cielo con il paracadute che si apre e si gonfia e ti fa scendere lento lento fino a terra, se non vai a finire sugli alberi, allora devi cercare di non restare lì a penzolare che magari poi cadi e se sei su un albero alto rischi di pigliare una botta in testa e la guerra la finisci lì.
Se arrivano questi inglesi, con tutto che han dovuto scendere dal cielo, evitare gli alberi e i fascisti che gli sparano e non parlano italiano e neanche tedesco, Kurt come fa a spiegare che lui è buono e, diversamente degli altri tedeschi, lui non vuole sparare a nessuno?
Perché Kurt secondo me è troppo buono, anche mia mamma lo dice sempre, “l’è un soldè ma an g’ha mia voja ed fer la guèra”, poi in questi mesi è proprio diventato uno del Cantone!
Le cannonate le abbiam sentite fin qua!
A Sassuolo sono arrivati degli aerei, ben più grossi di Pippo, e han tirato giù il ponte!
Li ho visti far la curva sul fiume, quanto eran grossi!
E poi si son sentiti spari, mi ha detto la mamma che erano dei fascisti in paese e sembra li abbiano uccisi ma il nonno dice che è morto anche un partigiano…
Noi siam state chiuse in casa da ieri, che non si sa mai.
E ho avuto paura, non che ci sparavano a noi ma che ci cadeva una bomba, che t’ammazza anche quando non salta in aria, come è successo alla povera Paolina, una nostra cugina, che l’anno passato a Reggio han bombardato la stazione e lei che ci abitava vicino nella sua casetta gli è caduta sopra il tetto una bomba enorme, mica era esplosa, ma ha sfondato il solaio e poi il soffitto e anche il tavolo dove si era messa sotto, un gran tavolo in noce che gli aveva fatto il fratello del nonno che è falegname per il matrimonio, e non è bastato a salvarla che la bomba ha schiacciato lei e anche il suo cagnolino, puvrein, ci han trovato solo la coda e un santino con il bambin Gesù, che penso teneva in mano la Paolina, mia di certo al cân…
“Té, Corrado, preocuperert menga adèsa, a ghè Lumin c’agh peinsa lô.”
A noi bimbi del Cantone, ci han radunato tutti e con le facce serie han detto di non dire niente ma proprio niente di Corrado, con nessuno!
E se qualcuno ci chiede qualcosa bisogna dire solo che è il cugino dell’Oriele, che è stato in Germania tanti anni a lavorare ed è tornato da lei al Cantone l’inverno scorso, che, poverino, ha un grave problema agli occhi che lì in Germania non poteva più star a lavorare e che neanche per soldato poteva servire e, siccome non ci vede, cammina poco e per questo non s’è mai visto ‘fóra dal cantaun’.
E se un quelchidoun al dîs c’al pêr un tedesch bisogna dire che anche la nonna dell’Oriele, Eva, ‘l’era mèza tedesca’, che la famiglia l’a gniva da Bolzano, o un di qué post là, in do parlen propria tedesch!
“Tsee com’un fiol per me, Corrado. Ci hai sempre aiutato e noi ora aiuteremo te.”
Ho sentito bene il nonno dire queste cose, era commosso mentre abbracciava Kurt.
Ci ho giocato assieme fino a poco fa, scherzava e faceva finta di spararci e invece dalle tasche tirava fuori e ci lanciava le caramelle, tante tante che non le avevamo mai contate così e che poi ci siamo divise da bravi compagni.
Ha baciato in fronte la Teresa dopo avergli regalato una rosa, che non so bene dove l’ha catèda in avril e se ne è andato in bicicletta che il camion diceva che era già partito per il nord. L’ho capito che non era tranquillo.
E infatti poi qualche giorno dopo sono iniziati gli spari e i bombardamenti, e da allora non l’ho visto più.
Oggi è un giorno stupendo, il più bel giorno che ricordo: la guèra l’è finida!
Ci hanno detto che i fascisti sono tutti morti o arrestati e che i tedeschi se ne sono andati oltre il Po.
Son passati anche dal Cantone, eran tre giovani, una ragazza in bici e due giovani che ci avevano le barbette ed erano vestiti che sembravan cacciatori, avevano il fucile e al collo portavano tutti un fazzoletto rosso.
Han detto che andavano verso Rubiera, sulla via Emilia, a sfilare davanti ai carri armati americani che da Modena facevan la strada verso Reggio.
Io volevo andare a vedere, mi han detto che anche gli americani regalano caramelle e pure la cioccolata, che solo una volta Kurt era riuscito a portarci.
“No, che non ci andiamo, che non si sa mai cosa può succedere, meglio star qui al Cantone che siam più sicuri.”
E io ho proprio domandato alla mamma: “E Corrado dov’è finito? Lo sai, te? Dimmelo se è morto, se sai che gli han sparato! O è scappato con gli altri verso nord?”
Me medra allora mi ha preso per mano e mi ha fatto tornare in casa: “ormai sei grande e so che sei brava, te lo dico, ma è un segreto… Sai che dovete rispondere, se qualcuno chiede di Corrado, che è il cugino dell’Oriele, no? Bein, è nascosto da lei, in casa. Da quando hanno iniziato a sparare nei dintorni. Al comando a Salvaterra i tedeschi si son presi su e in scapèe in fretta e furia ma lui è riuscito a tornar qui e da allora è chiuso in casa. Lumin è stato tanto coraggioso, che non è mica una cosa da poco e facile e ti possono anche mettere in prigione, o magari se un partigiano pensa che tu l’hai fatto perché sei fascista te spèra seinsa tant complimeint, fatto sta che gli ha fatto in comune una carta falsa, dove si dice che si chiama Corrado Brachetti, nato qui il 7 maggio e che è invalido. Ma tu non dire nulla con nessuno, eh! Meno se ne parla meglio è! Per un po’ di tempo non è mica il caso di andare a trovarlo, poi con an po’ d’chelma ci andremo”. Questo l’è propria il più bel giorno della mia vita, è finita la guerra, e abbiamo salvato Kurt!
Son venuti stamattina, c’era Lumin, tutto serio con la divisa da guardia, assieme a due ragazzi giovani, senza più i fucili ma sempre col fazzoletto rosso al collo, e poi un signore ben vestito coi capelli bianchi.
Mio nonno si è tolto la berretta per salutarlo, se l’era rimessa in testa dopo che era tornato da Rubiera quando eran passati gli americani e ci aveva messo dentro due pezzi enormi di cioccolata che degli uomini neri gli han gettato da sopra il carro armato.
Da allora c’era andato anche a letto con còla so brèta.
Tutti loro son rimasti a parlare fitto appena oltre la stradina con gli alberi che si legano coi rami, appena dentro al Cantone, con l’odore dell’erba di maggio che si mischia a quello del sisso sparpagliato per i campi.
Io rincorrevo una gallina e li ascoltavo, che come ho detto c’ho l’orecchio che ci sente benissimo, poi nessuno mi considerava. “Quindi, come ci ha già riferito la qui presente guardia del comune, voi non avete alcuna notizia di tedeschi disertori? Sappiamo che qui tenevano dei cavalli e il fieno per il loro bestiame e che spesso venivano dal comando dei soldati a controllare. E ci è stato anche segnalato che, in occasione del rastrellamento di San Donnino di questo inverno, un giovane tedesco ha fatto uscire il Fabio Campedelli, di anni sedici, che era stato arrestato perché sprovvisto di documenti mentre andava per la via. Sicuramente un tedesco buono se si è prodigato per lui. Vero?”
“Signor capitano, qui al Cantone ne son passati di tedeschi, sempre a comandarci e cattivi. Forse qualcuno meno degli altri e ci ricordiamo di quel tedesco che ha accompagnato le donne al comando, perché, pensi che fortuna, proprio quel giorno era arrivato qui per il fieno, e parlava un po’ italiano, allora gli abbiamo chiesto se aiutava l’Emma e sua madre a parlarci, con quelli che avevano arrestato il loro ragazzino. Ma poi non l’abbiamo più visto da queste parti, son passati mesi ormai, chissà in duv’él adèsa.”
“Chissà dove se n’è andato, eh, ragazzi?” il signore coi capelli bianchi si è rivolto ai due partigiani, poi, salutando, ha aggiunto: “Con tutta questa cattiveria speriamo che questo tedesco sia ancora vivo, che almeno l’erba buona non venga strappata insieme a quella cattiva, soprattutto quando in giro ce n’è così poca… Stia bene, signor Pilati, e ci saluti tutta la brava gente del Cantone, ci ha dato tanti bravi uomini in questi anni difficili!”
Stavano parlando proprio di Kurt e mio nonno dopo averli salutati mi ha stretto l’occhio e sorriso, è stata la prima e unica volta in vita mia che l’ho visto guardarmi come si guarda a un altro adulto, quando ci si intende su una questione importante.
E altro che se lo era questa, altro che!
I caplet, i cappelletti, son più buoni d’inverno, col brodo caldo che ti gusta quando scende nella pancia e fuori si gela.
Così dice mia mamma, io non lo so perché è la prima volta che li mangio, ma a guardare Kurt sembra proprio che sian buoni anche adesso che siamo in agosto, ne ha mangiati due piatti pieni, dopo aver bevuto tutto il brodo, come gli ha detto di fare il nonno, ci ha poi versato dentro il vino e così se li è finiti, leccando il piatto alla ricerca delle piccole crostine del grana che galleggiavano. Quanto è dimagrito Kurt in questi mesi!
Del resto qui al Cantone as fa fadiga a ingrasèr, col poco che ci è rimasto.
Però oggi si festeggia, son tornati Elio e Tonino, che non si sapeva niente di loro da tanto e ci han raccontato ch’eran rimasti coi partigiani a combattere su in un posto che si chiama Friuli. Quante storie ci si racconta e Fabio gli spiega di Corrado, il “tedesco che l’ha salvato” e loro si scambiano i bicchierini di grappa con questo ragazzo dal cognome italiano ma che san benissimo che italiano lo è solo per quella carta che si tiene sempre in tasca e che Lumin una sera s’è fatto fare in comune di nascosto da qualcuno che non ci ha mai voluto dire chi fosse, che lui non è mica tanto bravo a scrivere in italiano e quindi l’hanno aiutato sicuramente.
Kurt dopo il terzo grappino, davanti a tutti, ha chiesto a Teresa se voleva sposarlo e tutti giù a ridere.
Mica l’han preso sul serio e Teresa anche, ma l’ho vista che le ha fatto piacere, è diventata tutta rossa e mica perché aveva caldo a ridere con la pancia piena di cappelletti!
È stato il primo giorno di scuola, oggi, ed è un ottobre bello, bellissimo, con ancora le foglie sugli alberi che ci salutano mosse da un tiepido venticello.
Siam venuti in paese tutti assieme, le mamme e i papà del Cantone ad accompagnare noi studenti, che è stato il mio primo giorno di scuola per la mia quinta elementare, ma soprattutto è stato il primo giorno di scuola in tempo di pace e tutti han voluto venire.
Kurt era qui con noi, l’era con nuetèr, ci teneva.
Mi ha portato la cartella in spalla e, quando abbiam sentito la campanella e c’è stato da entrare tutte quante in classe, mi ha dato un grande abbraccio, messo la cartella sulle spalle e detto solo: “Buona vita, mia piccola Nilde.”
Lì per lì non ci ho fatto caso e non riesco proprio a ricordare la sua faccia in quel momento, perché son corsa dentro senza voltarmi.
Poi all’intervallo mi è salito come un calore, un sentimento, com’as dîs, quando tra le pagine del quaderno ho trovato la sua caramella, una di quelle tedesche che ci dava al Cantone quando era ancora soldato.
Ce l’avrà messa dentro mentre mi portava la cartella.
Era insieme a un piccolo bigliettino dove lui ci ha scritto “Per tuo viaggio in Bologna, sono con te con mio cuore, auf wiedersehen, meine dame.”
Ora son tornata a casa e la mamma e il nonno me l’han detto, se n’è andato stamattina.
“Devo andare, è ora. Tanti mesi e mia madre non conosce mia fine e pensa sono morto. Parto ma io torno, non preoccupatevi. Tornerò. Perché io sono diventato vostro figlio e questo è anche mio Cantone.”
Buon viaggio, Kurt, e buona fortuna.
Sei un ciuffo di erba buona e i tuoi prati ti chiamano per tornare a essere verdi e felici come lo sono i nostri da quando aprile è passato.