ricordo (italian)
Ricordo ancora cosa significa tenere in mano un fucile, la sensazione di essere immortale e di poter dominare il mondo, ricordo il calore del legno ormai ruvido che si fonde al freddo del ferro della canna. Ricordo cosa significa puntarlo al petto di una persona e sparare, tirare il grilletto e udire quel frastuono assordante entrarti nella testa esattamente nel momento in cui la tua pallottola entra nel petto del tuo nemico. Ricordo cosa significa vedere l’istante in cui la vita abbandona il corpo di un uomo, vedere i suoi occhi spalancarsi e il suo corpo accasciarsi al suolo a pochi metri da te.
Era un nemico, un maledetto nazista ma pur sempre un uomo. Ricordo la sensazione di vuoto, il silenzio che arriva improvviso, l’odore di polvere da sparo che si unisce all’odore del sangue che esce dal suo petto, le mani che ti tremano, il vomito che ti sale in gola e le lacrime che cercano di scendere dai tuoi occhi; il suo corpo per terra davanti a te tra le foglie, anche lui con in mano il suo fucile, sono solo stato più veloce e più fortunato. Soli in mezzo a questo bosco, forse anche lui in ricognizione come me, anche lui più o meno della mia stessa età, solo dalla parte sbagliata. All’inizio pensavo anche io come tanti che Mussolini fosse una brava persona, finalmente qualcuno che promette di fare qualcosa per la povera gente, di dare a tutti un lavoro, una casa e un’istruzione, poi ho capito, mi ci sono trovato faccia a faccia con il fascismo, quello vero. Ho perso il mio miglior amico portato non so dove in un campo di “lavoro” solo perché di religione ebraica, l’arroganza e la prepotenza, ho visto persone prese a randellate per non aver rispettato il coprifuoco, qualche randellata è arrivata anche a me per aver protestato quando mi sono venuti a svuotare casa in cerca di non so cosa e aver preso a sberle mia madre perché non aveva preparato loro il pranzo.
Così ho deciso di imbracciare quel fucile, un vecchio fucile da caccia che aveva mio padre. Non avevo mai sparato, feci un po’ di pratica nel bosco sparando contro i tronchi degli alberi, poi decisi di andare oltre al bosco dove c’era il rifugio di coloro che volevano liberare l’Italia.
È stato facile per me unirmi ai partigiani, vengo da un piccolo paese di montagna, è lì che si preparano la maggior parte delle azioni che vengono fatte anche verso la pianura. Da subito erano un po’ diffidenti, non mi conoscevano, non c’era nessuno del paese, dimostrai loro che sapevo sparare, che ero motivato e che non avevo paura, dopo pochi giorni di addestramento se cosi si può chiamare fui arruolato.
La prima missione fu far saltare un ponte dove avrebbe dovuto passare un convoglio nazista, riempirono il mio zaino di esplosivo e ci mettemmo in marcia, avevo una paura fottuta, era molto pesante e pericoloso ma non lo davo a vedere, non avevo mai maneggiato dell’esplosivo e pensavo potesse esplodere da un momento all’altro, non sapevo che serviva il detonatore e tutto il resto. Arrivati sul posto cominciammo a piazzare la dinamite, io seguivo alla lettera tutto ciò che mi veniva detto, quando verso l’alba sentimmo arrivare i camion facemmo saltare il ponte, il frastuono e la luce si percepirono a chilometri di distanza, il ponte crollò davanti ai nostri occhi e con lui finì nel torrente anche il primo dei due camion tedeschi pieno di munizioni, da li iniziò uno scontro a fuoco con gli occupanti del secondo camion, c’erano pallottole che sfrecciavano ovunque, loro avevano una mitraglia e noi solo dei fucili, mi urlavano di stare giù con la testa, di non sparare a caso ma di prendere la mira, “ma come faccio se devo tenere giù la testa?” chiedevo e non avevo risposte, avevo molta paura, era la mia prima volta. Vincemmo noi per superiorità numerica, loro erano soltanto in quattro mentre noi in dieci, quello fu il mio primo contatto con la morte, un contatto a distanza, quando spari a un uomo da trenta metri e insieme a te stanno sparando altre nove persone non sai se è stato il tuo proiettile a colpire il nemico o quello di un tuo compagno ma soprattutto non vedi il suo volto.
Adesso è tutto diverso, siamo solo lui e io, in silenzio lo osservo mentre esala il suo ultimo respiro, non so se c’è un’anima dentro al nostro corpo e se esiste un dio da qualche parte che può venire a prenderla, non so se i nazisti hanno un’anima.
Continuo a osservarlo, gli devo prendere il fucile, le munizioni e se sono ancora buoni gli scarponi, così sono gli ordini, lascerò il suo corpo qua nel bosco in balia di qualche cinghiale, lupo o cornacchia che banchetterà in suo onore, non è un pensiero umano ma la guerra è anche questo. Tornerò dai miei compagni per raccontare quanto è successo; dire loro che i tedeschi non sono lontani e di prepararsi a una nuova battaglia perché quando il soldato non tornerà al suo comando i nazisti ci verranno a cercare.