Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

renzo e lucia (italian)

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È l’inverno più freddo da quando se ne ha memoria, lo ripetono anche in paese i vecchi mentre portano con le povere carriole un po’ di legna a casa, trascinando e bestemmiando nella neve alta che blocca gli stradelli.
Lievito, il comandante, dice che è un freddo che “ammazza i maiali” e c’è proprio da credergli in questa notte che ha salutato il 1944.
Il piccolo gruppo di partigiani ha condiviso una grossa pentola di polenta e due galline, portate su da Lucia già spennate, regalo del prete del paese, di quei preti non certo fascisti e che hanno a cuore i “giovani ribelli”: lui ha già festeggiato la fine dell’anno con una preghiera e accendendo una candela sotto al crocifisso perché la guerra finisca presto e con la vittoria.
In questi ultimi giorni i tedeschi e i repubblichini non si son fatti vedere a queste altitudini, le poche pattuglie si sono attestate più a valle, lungo il fiume e alla vecchia centrale, e le staffette non hanno riferito di gran movimenti.
Walter porge la sigaretta a Renzo. “Te lo ripeto, che va bene esser timidi ma poi basta! Gli piaci, Renzo, te gli piaci! Non vedi come ti guarda, con gli occhi dolci e quel sorriso che hanno le ragazze quando il cuore batte forte?”
Renzo aspira e poi con lo sguardo sembra voler scappare verso le stelle perse nella notte di ghiaccio, che pare averle congelate come ha fatto con le cime degli abeti che proteggono il rifugio partigiano.
“Proprio non ti capisco, è una bella ragazza e sa il fatto suo, cosa aspetti mai? Cos’è, non ti piacciono le femmine?”
Renzo si volta e butta il mozzicone ormai spento verso l’amico, “Ma va’ a cagare, Walter! Possibile che per te il mondo gira solo attorno alle donne? Guarda che c’è altro, sai? Non siamo forse qua a farci spaccare le ossa dal freddo e a rischiare la vita per degli ideali? Ideali, amico mio! Cosa ti interessa se lei mi guarda o se io la guardo… Non son cose con cui tu devi aver a che fare!”
Walter guarda l’altro che si allontana. “Sì, sì, io non devo interessarmi, lo so, lo so, ma da amico mi preoccupo per te! Mica ti devo proteggere solo dalle pallottole dei fascisti, caro Renzo! Ti serve anche uno che ti faccia capire queste cose, che sei, per così dire, un timidone! Se non ne approfitti stanotte quando mai riuscirai a farlo? Che poi, magari, questo nuovo anno mica ci durerà per tutti noi, non si sa mai che possiam fare la fine dei poveri nostri compagni caduti il mese scorso! E allora, caro il mio Renzo, approfitta dei suoi baci, porcocane! E smettila di pensare sempre a questo e a quello, che la vita è anche amore, che cavolo!”
Lontano, attraverso il monte, tra il silenzio fatto di brividi e ghiaccio, arriva il verso di un gufo.
“L’amore è rimasto solo agli uccelli,” pensa Renzo. Questa giornata lo sta lasciando con una strana sensazione di inquietudine, come se i giorni che lo aspettano non gli sembrino così capaci di accogliere e di non tradire le promesse di quest’anno di lotta e sofferenza.
“Non c’è posto per rincorrere l’amore in questo mondo di violenza e terrore.”
È un pensiero triste, ma a Renzo non fa paura averlo, è uno sprone per continuare a combattere, purtroppo a uccidere, anche, come è successo a novembre. Un’esperienza orribile, che segna per sempre chi ha un cuore.
Ogni tanto gli capita di pensarci a quel tedesco, la camionetta uscita di strada dopo che Lievito aveva tirato la bomba sul cofano, sbucando dal bosco. Il soldato era vivo e gli correva incontro, forse era scampato solo lui e Renzo, che era rimasto dietro sul sentiero, si era ritrovato da solo a fronteggiarlo e aveva lo Sten inceppato.
Il tedesco urlava, non aveva fucile e nemmeno pistola ma un coltello sì, Renzo se lo ricorda bene: il viso impazzito, la lama che lo punta e il ringhio di un lupo che carica.
Fu un attimo, non fece in tempo nemmeno a fiatare che l’avversario gli si era buttato addosso, lui che si scosta e che lo colpisce con la baionetta a chiodo innestata sulla canna del mitra. Una, due volte e poi ancora e ancora, in una sequenza di urla e sangue e furore omicida.
Lo aveva scosso Walter che era ancora sul corpo senza vita del soldato, con la baionetta spezzata dalla forza dei colpi, gli occhi chiusi e un cupo ronzio che mischiava pianto e respiro a uscirgli dalle narici e dalla bocca.
Solo così si potrà poi un giorno arrivare anche all’amore, conquistando la libertà, combattendo e sopraffacendo questi cani bastardi che hanno voluto la violenza e che non capiscono altra lingua se non quella della morte.
Con questa consapevolezza Renzo combatte la sua guerra partigiana.
“Si vis pacem, para bellum.” Lo ricordava scritto sul quadernetto dei Balilla, questa è la lezione che lui e i suoi compagni hanno giocoforza imparato.
Lucia è bella, è tutto ciò che ha sempre sognato, fin da quando, ragazzino, rincorreva i baci dei protagonisti dei film americani, prima che con la “battaglia autarchica” venissero proibiti.
Quante volte si era immaginato in bianco e nero, con quelle romantiche musichette per pianoforte e violino, a tenere la mano a una leggiadra ragazza, accarezzarle i capelli dai lunghi boccoli e poi chinarsi sulla sua bocca fremente di passione?
Il primo giorno che vide Lucia, l’estate scorsa, lei indossava un vestitino a fiori ed era tutta accaldata, con le guance rosse e un velo di sudore che le imperlava il viso, aveva camminato tutto il giorno dalla pianura ma il suo odore era buono, profumava di pesca e gioventù!
Renzo la pensò subito protagonista del suo film d’amore personale.
E proprio per questo si è sempre poi ben guardato dal darle troppa confidenza, a viaggiare con la fantasia si rischia di perdere contatto con la realtà e magari finire male sotto il piombo nemico.
“Ciao Renzo, che fai ancora qui, solo e al freddo?”
Lucia! È proprio lei, un bel sorriso e i denti bianchi che, nel buio rischiarato dallo spicchio di luna e dalla neve, sbucano come perle preziose.
“Don Bruno oltre alle galline mi ha lasciato una bella fetta di torta di mele, m’ha detto ‘questa te la do per te, te la mangi poi con chi ti fa piacere’ e a me piacerebbe proprio farlo con te, Renzo.”
Tutti i buoni propositi da combattente vengono spazzati via in un instante, Renzo balbetta qualcosa che Lucia sembra non ascoltare mentre replica divertita: “Su, brontolone, domani ci sveglieremo presto, ci sarà da andare di pattuglia ma adesso pensiamo a festeggiare, senti che profumo, non so te, ma sarà da più di un anno che io non mangio un dolce!”
I due giovani si accovacciano sulla paglia del fienile, le coperte spesse a coprire le gambe e custodire un po’ di tepore.
“Guarda che mica ti mangio, eh? Stammi vicino che sennò qui si congela, tieni, senti che buona!”
Lucia chiude gli occhi mentre in due bocconi finisce il regalo del prete. “Mi ricordo da piccola quando me la faceva mia nonna, quanto tempo è passato…”
“Il prossimo Natale te la farai fare ancora da lei e finalmente lo festeggerai da libera e in pace, quest’anno che arriva sarà quello della vittoria!” Renzo assapora la torta e in quello stesso momento ricorda la voce della sua, di nonna, che, con quel poco di zucchero, mele e farina che si poteva permettere, gliela aveva fatta una volta che lui era bambino, con anche delle arance, i portogalli come li chiamava in dialetto.
Fu la prima volta che la sua famiglia li assaggiava. Era stato un Natale di almeno dieci anni prima e si ricorda bene che per lui fu un evento eccezionale, i suoi genitori erano mezzadri e il padrone gli aveva fatto dono di quei frutti che arrivavano dalla Sicilia.
“Ti piace la torta, Renzino? Mangia anche un pezzetto di arancio, senti quanto è buono! L’ha regalato a tuo padre il signor Ripamonti, lui sì che è un padrone così bravo e gentile!”
Il papà di Renzo era sempre stato di idee socialiste e mal digeriva la deferenza che sua madre, come tutti i contadini del paese, aveva per i ricchi proprietari delle terre che loro lavoravano, spezzandosi la schiena dall’alba al calar del sole per un tetto e lo stretto necessario per andare avanti.
“Mamma, sai che gentilezza il Ripamonti! Mentre scaricavamo il cesto dal mulo son cadute tre arance e lui, senza neppure girarsi, mi ha detto di raccoglierle e ‘portatele via tu, quelle, che almeno fai vedere ai tuoi figli quanto i Ripamonti possono permettersi, anche i frutti della lontana Sicilia!’ Bastardo, che non perde occasione per umiliare la povera gente come noi!”
“Chissà adesso dove sarà papà!” pensa a voce alta Renzo.
Lucia gli stringe la mano. Con quei suoi occhioni grandi e lucidi per il freddo lo fissa dolcemente, in silenzio, e poi si allunga in un bacio.
Il ragazzo resta come impietrito, non ha mai ricevuto un bacio di questi in vita sua.
“Sei proprio un timidone, aveva ragione Walter!”
Renzo pensa che domani attaccherà al muro Walter, che deve proprio imparare a farsi gli affari suoi.
“Mi piaci anche per questo.” Lucia gli stringe il collo e lo bacia ancora e ancora.
Renzo pensa che Lucia ha delle labbra morbide e carnose e che è proprio bella.
“Lucia…”
Gli esce solo il suo nome, mentre pensa che magari non è bravo a baciare e lei se ne accorgerà.
“Mmm, Renzo, appoggia una mano qui, lasciati andare.”
Renzo smette di pensare.
Lucia ha la testa appoggiata sul petto di Renzo, ascolta il suo cuore che batte. Abbracciati sotto le coperte tra il pagliericcio, i corpi a cercare di scambiarsi calore e parole.
“Tu come te lo immagini il futuro?”
“Vinceremo, questi bastardi hanno i mesi contati!”
“Non mettevo in dubbio la vittoria, Renzo. Intendo dire, una volta finita la guerra, dopo la vittoria, come te la immagini la vita da persone finalmente libere?”
Renzo insegue con lo sguardo il movimento dell’esile fiammella della candela che hanno acceso.
“Be’, sicuro avremo la possibilità di vivere meglio che sotto Mussolini! Questo è certo, ma non mi faccio troppe illusioni sul mio futuro…”
Lucia alza la testa e lo guarda dritto negli occhi.
“Cosa vuoi dire? Non credi in un futuro di pace e libertà per tutti?”
Renzo sogghigna. “Certo che ci credo, per cosa combattiamo sennò? Ma questo non vuol dire che mi aspetti chissà cosa dalla mia vita. Poveretti siamo e poveretti resteremo, anche se con più dignità. Cosa pensi, che una volta finita la guerra i ricchi smetteranno di fare i ricchi e ci regaleranno terra e denaro?”
Lucia scuote il capo mentre gioca con un ciuffo di capelli dietro la nuca di Renzo.
“Tu sai fare discorsi da persona istruita, Renzo. Si vede che tuo papà ti ha cresciuto bene!”
“A dir la verità ho la quinta elementare, Lucia. Ma mica sono stupido, le cose si vedono, al di là delle illusioni. Anche tra noi partigiani, lo sai che mica tutti pensano a fare la rivoluzione. Ci sono tanti che credono nel comunismo e nel socialismo, ma ci sono anche i cattolici, che son timorati di Dio ed è già tanto che combattono con noi, e poi molti nostri comandanti sono di buona e ricca famiglia. E loro conteranno di più! Quando avremo vinto e i fascisti saranno finalmente tutti uccisi o in prigione, faremo festa, questo è certo. Poi però ognuno tornerà al suo e vedrai che le cose poi verranno difficili da cambiare. Un figlio di contadino o un figlio di operaio resteranno sempre quello. Il figlio del dottore studierà da dottore e poi lo diventerà. Io, stai pur sicura che il dottore non lo farò, sono buono solo a lavorare la terra, come mio padre e il padre di mio padre!”
“Vabbè esser timido e brontolone, Renzo, ma anche così ‘pessimo’, come si dice, no, dai! Il futuro sarà pieno di possibilità e anche la povera gente avrà in politica chi fa il loro interesse e allora poi usciranno leggi che aiutano i meno fortunati. Magari, chissà, anche i nostri figli potranno studiare da dottori, come ci racconta il commissario Guido che fanno in Russia!”
“‘Pessimista’, non ‘pessimo’, si dice così, Lucia, di chi bada al sodo e non c’ha fronzoli per la testa! E io non mi ci metto a farmi chissà che sogni. Mi basta pensare che un domani potremo avere più diritti, questo sì. Come dice mio padre, avere un sindacato che ci difende, magari un giorno anche arrivare a guadagnare quel che basta per comprarci un po’ di terra e lavorare per noi stessi. Unirci in cooperative, dove siam tutti padroni, tutti uguali. Ecco, già questo per me sarebbe sufficiente.”
“Magari, Renzo, potresti tornare a studiare! La testa ce l’hai, ti ascolto sempre quando chiacchieri e, lasciatelo dire, sei proprio intelligente. Meriteresti di poter diventare dottore o professore!”
“Macché dottore, macché professore! La mia famiglia avrà bisogno di braccia per ripartire, altro che! Ma non vedi quanta miseria? Già prima della guerra si faticava, poi questi anni ci hanno dato il colpo finale. Io ho deciso di salire sui monti e rifiutare la chiamata dei repubblichini quando ho visto mia mamma piangere perché non c’era abbastanza latte per i miei fratellini e per il vitello! E per fortuna che mio padre ha potuto restare a casa, che aveva già fatto la guerra in Somalia e se n’è tornato con un male all’intestino che l’han riformato!”
“Vabbè, pensi al lavoro, alla tua famiglia e al pane che si dovrà portare a casa, questo è giusto. Ma non credi che la lotta, che la nostra lotta, debba contare anche per tutti noi come popolo? Io ci penso, Renzo. E ci credo quando Guido dice che domani anche noi donne potremo dire la nostra, votare e partecipare alle decisioni come voi uomini, mica solo tra le mura di casa, ma anche dove si fanno le leggi e si discute del mondo! E allora sì che saremo tutte e tutti uguali!”
Renzo si scopre a guardarla sorridendo, per la prima volta da molto tempo un sorriso non amaro, ma dolce e amorevole, come quello che i protagonisti dei film d’amore riservano alla loro bella nel culmine della storia di passione.
“Non ti sapevo così decisa, Lucia. C’hai delle belle idee e son contento di ascoltarti. E se domani ti metterai in politica ti voto! La compagna Lucia avrà il mio voto!”
“Sì, sì, stupidino… prendimi pure in giro!”
La candela ormai è finita, fuori il pezzetto di luna se n’è andato sotto il monte e il buio abbraccia completamente i due giovani.
“Chissà chi ci sarà in Parlamento… Sicuro anche tanti comunisti e socialisti… Gente del popolo, come noi!”
Lucia si stringe a Renzo, chiude gli occhi e sussurra.
“Io mi immagino quando saremo vecchi, tra più di cinquant’anni, che vivremo in un bellissimo paese. Un’Italia nuova, democratica, dove ogni italiano sarà fiero di quello che stiamo facendo oggi, dove il fascismo sarà solo un lontano ricordo e dove ci sarà rispetto per tutti e lavoro e possibilità di star bene. E noi avremo tanti nipotini felici di vivere in un mondo di pace e di lavoro… Un mondo bello… Un mondo…”
Un bacio sulla guancia e si addormenta di sasso.
Renzo ascolta il respiro della ragazza, pensa a queste sue ultime parole. Quanto vorrebbe crederle, o perlomeno riuscire a immaginare un paese non troppo distante dai suoi sogni.
Ma col buio e la stanchezza torna l’inquietudine di quest’ultimo giorno di un terribile anno di sangue e patimenti.
E ora, rannicchiato di fianco a colei che gli ha fatto conoscere l’amore, sente per la prima volta paura.
Lui lo sapeva che l’avrebbe avuta, a certe cose non si sfugge.
La paura di perdere non tanto la sua vita e nemmeno la lotta, ma la speranza che questa notte gelata gli ha regalato, portandolo tra la paglia e una torta di mele nelle braccia di Lucia.
La speranza che basti l’amore per fare una rivoluzione e che valga la pena davvero crederci, nel Sol dell’Avvenir.
Questa speranza è preziosa e dovrà essere custodita e preservata fino alla vittoria: i suoi pensieri si avvolgono e poi si perdono tra i capelli della ragazza che gli dorme accanto.
Le stelle in cielo brillano impazzite nel rincorrersi delle ore, Renzo si abbandona al sonno, domani sarà un altro giorno con il mitra in spalla, poi si vedrà.