operazione san silvestro (italian)
“È troppo rischioso, così mettiamo in pericolo la vita dei nostri compagni, non possiamo permettercelo, e po’ chi al sa guider, un carro armato?”
Gino è il nome di battaglia dell’inviato dal comando della brigata Bonacini e la riunione d’urgenza per decidere un’azione è appena cominciata, nel covo di Baggiovara, alle porte di Modena.
“Ci proveremo io, Vittima e Paolo, insieme a Pietro il ceco, che parla benissimo il tedesco. Non sarà difficile prenderlo e guidarlo, poi, sarà come guidare un trattore.”
Difficile controbattere a Elia Menoni “Thompson”, che anche se non ha che vent’anni è un combattente nato. Due mesi prima di questa riunione è scampato a un plotone di esecuzione strappando di mano il mitragliatore a uno dei suoi aguzzini che lo avevano già messo al muro, sparandogli e riuscendo poi a scappare con alcuni proiettili in corpo. Era stato arrestato dai fascisti e riconosciuto come ribelle e, dopo un rapido processo, condannato a morte.
Pietro invece è un cecoslovacco, disertore della Wehrmacht, da un po’ di tempo è passato con la Resistenza. Il suo paese è stato il primo a essere occupato dai tedeschi e lui è riuscito a convincere i partigiani di essere dalla loro parte. Non è stato facile, la diffidenza nei suoi confronti è stata grande ma piano piano è riuscito a conquistare la loro fiducia. Con la divisa tedesca e la conoscenza della lingua fino a ora è stato utilissimo, è riuscito a muoversi in città cercando informazioni senza dare troppo nell’occhio. Nessuno sa come si chiami veramente, ma è meglio così, in questo modo si riducono al minimo i pericoli dovuti a una distrazione. Per tutti è Pietro.
Nonostante con l’italiano non se la cavi molto bene si fa capire. Anche quando la mattina del 31 dicembre ’44, di ritorno da una notte di ricognizione, dice ai suoi compagni, nella base partigiana di Villa Freto, appena fuori città, di aver visto in via del Pozzo un carro armato tedesco sotto la barchessa di una cascina, il portico che di solito i contadini usano per ricoverare i trattori. Riferisce di essersi presentato all’equipaggio che in modo rilassato attendeva l’oscurità per muoversi verso il fronte della linea gotica.
I carri armati, secondo le indicazioni delle staffette, non sono molti in zona. Al massimo due o tre in tutta la provincia.
“Rubarne uno può essere davvero una grande azione. Magari poi lo portiamo in montagna,” dice Thompson.
“Quello è difficile, ci vuole troppa benzina, dove la troviamo? Intanto prendiamolo e poi vedremo cosa fare, potremmo anche distruggerlo e sarebbe comunque una buona azione.”
Ermanno “Vittima” Fontana è molto eccitato dall’idea ma anche molto pratico, in questi casi qualcuno che tiene i piedi per terra è indispensabile, le azioni partigiane si fanno anche con la testa, non solo con la voglia di farle.
La riunione con il rappresentante del comando di brigata finisce con le posizioni iniziali. Da una parte chi pensa che il rischio non valga la pena, dall’altra chi invece si sente fiducioso della riuscita dell’impresa.
Thompson riesce a convincere i suoi compagni, Vittima, Paolo e Pietro il ceco, a entrare in azione appena fa buio.
Che non si fa attendere perché a Modena in dicembre il sole cala presto, insieme al coprifuoco. I quattro partigiani hanno giusto il tempo di chiedere un supporto logistico ai partigiani della base di San Damaso. In quattro rispondono all’appello. Il carro armato è nelle vicinanze e in caso di arresto di parte dell’equipaggio la soluzione migliore è che siano portati e presi in custodia in quella base.
Pietro guida il plotoncino verso la cascina dove ha visto il carro armato e un paio di centinaia di metri prima si stacca dal gruppo che si nasconde ai lati della strada. Bisogna andare a controllare che non ci siano altri soldati nella casa, diventerebbe un’azione suicida, altrimenti. I sette rimasti lo guardano da lontano parlottare con due soldati sul mezzo. Sembrano tranquilli, fumano, uno appoggiato al carro, l’altro sulla torretta. Nessuno dei due imbraccia un mitra, sono rilassati e ridono. Chissà di cosa stanno parlando, forse del loro compagno che in lontananza sta appoggiato a un muretto di un ponticello con una ragazza. Sono in posizione decisamente intima, e niente sembra preoccuparlo. Un altro soldato sta di guardia poco lontano sulla strada principale, ma ormai è buio pesto e se ne intravede solo la sagoma.
Pietro si stacca dai soldati ed entra in casa, dove dovrebbe essere rimasto l’ultimo dei cinque carristi che formano l’equipaggio. Nel frattempo Thompson e gli altri si sono avvicinati al carro armato a fucili spianati e una bomba a mano, due sono andati verso il ponticello e altri due bloccano il soldato di guardia.
Non hanno nemmeno il tempo di gridare che sono già tutti sotto tiro e disarmati nella cascina. Sono sorpresi e si arrendono facilmente. Non c’è tempo per le presentazioni, solo domande in tedesco.
“Pietro, chiedigli chi è il pilota e chi è l’artigliere! Dobbiamo sapere chi lo guida! Presto!”
“Schnell, wer von Ihnen ist der Pilot? Und der Schütze, wer ist der Schütze? Schnell, schnell!”
Pietro è eccitato, forse aspetta questo momento da tempo, i tedeschi invece rimangono muti, nessuno dice una parola.
“Digli che li ammazziamo! Voi Kaputt! Capito?”
I secondi passano senza che i tedeschi scendano a patti, e i partigiani iniziano a innervosirsi.
“Paolo, prendiamo questo e portiamolo nell’altra stanza, vieni.”
Prendono per le braccia uno dei soldati, lo trascinano nella camera di fianco e, senza dire una parola, con il calcio del fucile lo stordiscono. Il tedesco cade per terra, il tonfo si sente in tutta la casa. A questo punto Thompson spara una raffica in alto, e dopo poco i due tornano nella stanza dove ci sono gli altri prigionieri.
“Il prossimo è uno di voi quattro. Ora me lo dite chi di voi sa pilotare il carro?”
I tedeschi non sanno che il loro compagno non è morto, sanno che potrebbe essere un bluff ma non possono sapere nemmeno che non lo sia davvero. Può sembrare una partita di poker ma non c’è tempo per continuare a giocare e rischiare la pelle. E a quel punto decidono di collaborare, saranno gli eventi e il destino a determinare come finirà.
Uno di loro alza timidamente la mano.
Thompson senza perdere tempo con le traduzioni in tedesco gli mima il gesto di guidare e il soldato accenna un sì con la testa.
“Bene, il pilota l’abbiamo trovato, e chi spara?” chiede mimando, questa volta, lo sparo di un cannone. Un altro alza la mano. Ora l’equipaggio è fatto.
“Andiamo, non c’è tempo da perdere.”
“In bocca lupo, compagni.”
I partigiani della sezione di San Damaso tengono per il momento gli altri tre prigionieri nella cascina, in seguito raggiungeranno i loro compagni nella base e li tratteranno come prigionieri di guerra.
I tedeschi vengono spogliati delle loro divise che ora vestono i partigiani.
“Certo che vi dona quell’uniforme,” scherza Paolo con gli altri. Ma i sorrisi durano un attimo.
Thompson, Pietro, Vittima e Paolo prendono i due tedeschi e in un lampo sono dentro al carro armato.
Nessuno dei partigiani è mai entrato in un panzer tedesco tranne Pietro il ceco che si mette alla guida, convinto di poterlo pilotare. Thompson si mette in torretta per indicare la strada da seguire e gli obiettivi, che ancora non sono ben chiari a tutti. Il pensiero va subito all’Accademia militare, dove i tedeschi hanno piazzato da tempo il loro quartier generale.
L’artigliere tedesco, sotto la minaccia di una pistola, si posiziona vicino ai comandi dell’88 mm, un cannone temuto da tutti i nemici.
L’accensione provoca una grande fumata nera e Pietro il ceco cerca di manovrare ma è evidente che senza un addestramento specifico è impossibile che riuscirà a pilotarlo fino nel centro di Modena.
Il pilota tedesco si rifiuta di collaborare, ma la canna della pistola di Vittima puntata alla testa lo riporta alla realtà, che è solo e quella di mettersi alla guida e di seguire le istruzioni dei partigiani.
Il carro armato si mette finalmente in strada verso il centro città. Città che è deserta, siamo già in pieno coprifuoco e fra qualche ora sarà mezzanotte, sarà capodanno, un anno nuovo. Inizierà il sesto anno di guerra, che sembra non finire mai.
Il pilota tedesco ora sembra collaborare, il cingolato prosegue la sua marcia spedita verso il centro della città, ma raggiunta piazza Natale Bruni indirizza il veicolo contro un muro. L’urto è forte e il carro armato si spegne.
“Kaputt, kaputt!!” urla il tedesco.
“Maledizione, fallo ripartire, accendilo. Schnell, subito, accendilo.”
Il tedesco tenta di rimettere in moto, ma è evidente che sta facendo finta, e questo non fa che innervosire i partigiani che lo continuano a minacciare.
Dopo un po’ il tentativo di boicottaggio fallisce e il tedesco è costretto a riaccenderlo ma Pietro il ceco lo sposta brutalmente, prende in mano il volante e finalmente il carro armato riprende a marciare.
Thompson intanto dalla torretta indica il viale che porta al retro dell’Accademia.
“Ferma qui Pietro,” urla verso l’interno del carro, “ci appostiamo sopra le rotaie del tram, proprio lì di fronte all’entrata del palazzo Littorio, la Casa del fascio, e la facciamo saltare.”
Il panzer si ferma sulle rotaie e anche se il motore è acceso al minimo si sentono le voci festanti dei fascisti dentro il cortile del palazzo. Fra poco è mezzanotte e fra i brindisi e gli spari in aria dei fascisti nella Casa del Fascio, i partigiani dentro al carro sono pronti anche loro a partecipare alla festa, con un brindisi che si annuncia davvero pirotecnico.
Da lontano, dall’uscita posteriore dell’Accademia, a un tratto escono un centinaio di camicie nere che corrono in direzione del carro armato. Sono anche loro diretti alla festa, mentre dal cortile un gruppetto di fascisti si avvicina al mezzo per chiedere cosa ci fanno lì.
Pietro adesso è in torretta e in un tedesco misto a qualche parola in un italiano stentato dice qualcosa ai fascisti che soddisfatti della risposta tornano allegri alla festa attraversando il cancello.
Nessuno può immaginare che il carro armato sia stato conquistato e che le divise tedesche siano indossate da partigiani e non dai fedeli al Reich.
I quattro fremono, l’attesa sta per finire.
A mezzanotte in punto dall’interno del palazzo si sentono le prima grida di auguri, e poi nel cortile c’è chi spara in aria, in segno di giubilo. È l’involontario segnale che Thompson e gli altri aspettano ormai da ore.
“Buon anno, fascisti! Fuoco!!”
“Feuer!!” ripete Pietro il ceco.
Paolo, improvvisato servente, infila il proiettile nella culatta. Un primo colpo di cannone centra una delle finestre del palazzo.
“La festa è finita maledetti fascisti!” Urla Thompson.
“Fuoco! Fuoco!”
Un secondo colpo apre uno squarcio sul muro, poi un terzo.
Si sentono le grida di paura e quelle dei soldati feriti, qualcuno si getta dalla finestra, altri tentano di sparare con i mitra ma la corazza del cingolato non si graffia nemmeno. Il panico fra i fascisti è totale. La sorpresa ha funzionato e il fuggi fuggi dei soldati è veloce e indisciplinato. Nel buio e nella quiete della notte di coprifuoco la città si sveglia con questi colpi di cannone ma solo qualche temeraria luce si accende nelle case vicine.
Il pilota tedesco ora è tornato alla guida e questa volta è lui che fa ripartire il carro armato, cercando di ostacolare in questo modo l’azione, ma con la mitragliatrice da 20 mm Paolo spara colpendo il portone e varie finestre dell’Accademia che ora è in allarme e quando sbucano dietro l’angolo della facciata principale, dal portone davanti, esce un’autoblindo che si mette sulle orme del cingolato che nel frattempo ha imboccato via Farini, in pieno centro. I portici fanno da cassa armonica a un frastuono di ferro e fuoco. La via però è stretta e il cannone non può girare verso gli inseguitori.
“Vai avanti verso la via Emilia e appena puoi gira il carro!” urla Thompson ai suoi compagni di sotto. Il pilota sotto tiro compie la manovra e riesce giusto in tempo a girare il cingolato per sparare un colpo verso l’autoblindo che, anche se non colpito direttamente, si ribalta, permettendo così ai partigiani di proseguire la marcia verso l’Accademia, in direzione della quale sparano altri colpi di cannone.
“Adesso andiamo verso il viale, dobbiamo scappare prima che i nazifascisti si organizzino!”
La corsa del carro armato prosegue verso la caserma Galluppi, dove ha sede la Brigata Nera Mirko Pistoni che viene presa di mira come anche la villa dell’industriale dell’acciaio Orsi, dove i nazisti hanno un quartier generale con una postazione di rilevamento aereo che viene ben presto completamente distrutta. Il plotoncino di partigiani può certamente ritenersi soddisfatto per l’impresa e gli obiettivi colpiti e ora si dirige verso la campagna. Il carro armato sta per compiere l’ultimo giro di giostra, anche se l’uscita di scena non è certo quella prevista dai suoi costruttori.
Nemmeno i due tedeschi in quel momento pensano sarebbe finita così. L’onta del furto, il probabile processo da parte dei partigiani per aver ostacolato in tutti i modi l’azione, o anche la possibile corte marziale per essersi fatti rubare un carro armato li fa decidere di tentare un’ultima improbabile azione, cercando di appiccare un incendio all’interno del carro armato. I partigiani se ne accorgono in tempo e questa volta i colpi di mitra non sono sparati in aria per far loro paura. Non c’è tempo di pensare se una cosa è giusta o no, in quei frangenti. La stanchezza e il momentaneo senso di colpa per aver dovuto uccidere i due tedeschi però non riescono a offuscare la grande soddisfazione per l’impresa.
“Bel lavoro, compagni, siamo stati bravi. Ora finiamolo. Pensaci tu, Pietro.”
“È molto piacere,” dice Pietro il ceco nel suo italiano masticato, strappando agli altri un sorriso a denti stretti.
Una bomba a mano lasciata cadere all’interno del mezzo corazzato dalla torretta mette fine a una giornata di ordinaria Resistenza.
Ora il carro armato giace fumante ai bordi di una strada di campagna.
Ora è solo sessantotto tonnellate di acciaio inerte e inerme.
Ora non può più terrorizzare nessuno.
Kaputt.