призрак моста - lo spettro del ponte (italian)
Mi chiamo Sergej Arsen’ev Solomin ma potete chiamarmi con il mio nome di battaglia, Sergio. Sono un sergente maggiore dell’Armata Rossa, anche se è più corretto dire che lo ero, dato che sono morto a Savoniero, sull’Appennino italiano, in un freddo giorno di fine di ottobre del 1944. La mia pelle se l’è presa un fante tedesco, sparando a casaccio dall’altro lato del ponte che, insieme ad alcuni compagni del Battaglione Russo d’Assalto, stavo minando. Un colpo di moschetto tirato da qualche centinaio di metri dritto in mezzo agli occhi e considerando che c’era un bel po’ di foschia si può tranquillamente affermare che quel giorno non mi ha proprio detto bene. Sono caduto all’indietro precipitando nel torrente sottostante, stecchito sul colpo, rimanendo poi sepolto dalle macerie del ponte che i miei compagni hanno fatto saltare. Sparito per sempre, senza nemmeno accorgermene. Forse alcuni di voi sanno che, talvolta, lo spirito di chi muore di morte violenta continua a vagare sulla terra senza trovare pace, rimanendo legato al luogo dove il tragico fatto è avvenuto. Questa eventualità è resa ancora più probabile dalla mancanza di una degna sepoltura e dal fatto che lo sventurato non si renda minimamente conto di quanto gli sia capitato. Ecco, avrete già capito che è quanto è accaduto a me. Da allora sono uno spirito errante, un fantasma, legato per l’eternità a questo maledetto ponte. Di solito non sono così ciarliero, sapete? Mi piace rimanere avvolto dall’oscurità, un’ombra tremolante appena rischiarata dalla brace della sigaretta che avevo tra le labbra quando quel crucco disgraziato mi ha accoppato. Un’apparizione fugace che raramente viene notata, anzi, che quasi mai viene notata, dato che voi e il vostro mondo moderno avete quasi totalmente perso interesse in noi fantasmi, siete sempre pronti a cercare una spiegazione logica per tutto e sempre meno interessati a ciò che non si può spiegare. Così, da un po’ di tempo a questa parte, quando mi capita di trovare qualcuno disposto ad ascoltare la mia storia non mi faccio pregare, gliela racconto tutta quanta, tanto di tempo ne ho quanto ne voglio. E voi? Tempo ne avete? Benissimo, partiamo allora. Sono nato il 5 di maggio del 1920 a Kovrov, una piccola città della Russia europea situata a qualche centinaio di chilometri a est di Mosca. Uno di quei posti dove le probabilità di sfuggire a una vita in fabbrica, o a mietere grano, erano le stesse che aveva quel porco di Hitler di vincere la Grande Guerra Patriottica, quasi nulle. A meno che non si avesse la fortuna di avere due genitori come i miei, disposti a tutto pur di farmi studiare e permettermi così di lasciare quel buco senza futuro. Così, all’età di diciannove anni, sono arrivato a Mosca per frequentare l’Istituto di pianificazione Krzhizhanovsky, una delle migliori facoltà del paese. Si stava bene a Mosca e la vita dello studente scapestrato mi si addiceva davvero, ma non è durata molto purtroppo. Nel giugno del 1941 la Wehrmacht, dimostrando di non aver imparato nulla dallo sciagurato esempio di Bonaparte, decise di invadere la nostra amata madrepatria e la cosa provocò un certo scompiglio anche tra noi studenti. Desiderosi di fare la nostra parte non ci tirammo indietro e ci arruolammo come volontari, decisi a insegnare un po’ di storia a quei somari patentati dei tedeschi. Nacque così la Divisione Volontaria Bauman, dal nome del quartiere di Mosca intitolato a un vecchio bolscevico, composta da studenti e insegnanti, senza alcuna ombra di dubbio la divisione militare più istruita sull’intero fronte di guerra. Il nostro entusiasmo ebbe però vita breve. In ottobre la linea di difesa lungo l’autostrada di Minsk cadde e il nostro reparto venne circondato e annientato dal nemico durante gli accaniti combattimenti presso il villaggio di Vskoda nella regione di Smolensk. Sopravvivemmo in poco più di cento e da quel momento per noi iniziò un vero e proprio inferno. Dopo un vano tentativo di fuga per i boschi fummo accerchiati dai nazisti, catturati e rinchiusi in uno schifoso campo di prigionia sul Dnepr. Mesi di miserabile sopravvivenza, fino a quando, nella primavera del 1943, il nostro Piccolo Padre cominciò a riorganizzare le forze dell’Armata Rossa e il corso della storia si incamminò lungo una strada diversa. La gloriosa vittoria nella battaglia di Stalingrado segnò l’inizio di una serie di offensive che indebolirono l’esercito tedesco e le truppe della Wehrmacht, impantanate nel fango e nella neve, cominciarono a indietreggiare verso ovest trascinandosi dietro anche noi prigionieri di guerra. Ci portarono nel nord Italia, a sud del fiume Po, per costruire le fortificazioni difensive della Linea Gotica, lungo il crinale degli Appennini. Della gloriosa Divisione Bauman eravamo rimasti in tre: io e due studenti del quarto anno, Vladimir Pereladov e Aleksej Isakov. Vladimir, comandante di plotone della nostra brigata, era un taciturno siberiano dalla volontà di ferro. Orfano di entrambi i genitori, era stato cresciuto in un campo militare di Novosibirsk ed era per questo il più portato di noi nell’arte della guerra. Nell’estate del ’42 era riuscito a fuggire dal campo di prigionia, riacciuffato dopo qualche giorno era stato massacrato di botte dai nazisti come monito per tutti quanti noi e aveva passato gli otto mesi successivi trascinandosi sulle stampelle. Da quando eravamo arrivati in Italia non era passato giorno senza cui pensasse a come svignarsela dal campo di lavoro. Rispetto al campo di prigionia sul Dnepr il regime era più tranquillo e meno controllato e la fuga, nonostante le sue condizioni di salute non fossero certo delle migliori, non rappresentò per lui un problema. Se la svignò verso metà settembre, insieme ad Aleksej, aiutato dai partigiani locali. Dopo l’otto settembre i cancelli dei campi di prigionia italiani erano via via diventati delle porte girevoli da cui molti prigionieri di guerra, provenienti da ogni parte del mondo, passavano senza mai più fare ritorno e dopo qualche settimana arrivò anche il mio turno. A inizio dicembre approfittai di un trasferimento verso la zona di Modena e feci perdere le mie tracce. Sapendo di altri ex prigionieri rifugiatisi sull’Appennino modenese, mi diressi verso le montagne divenute territorio di Resistenza. I ribelli italiani mi accompagnarono presso una famiglia che abitava vicino a un mulino nella valle del torrente Dragone e lì rimasi nascosto per qualche mese. Passavo le brevi giornate invernali dando una mano nelle poche faccende che occupano i contadini durante la stagione fredda, perlopiù impegnato ad aggiustare e rimettere in sesto gli attrezzi logorati dal duro lavoro di campagna. Nelle lunghe serate mi spostavo insieme a tutta la famiglia nella stalla dove, seduti sulla paglia, ci si raccontavano storie e filastrocche e in qualche occasione si commentavano le notizie che qualche viandante di passaggio portava con sé. Durante una di quelle serate venni a sapere che un soldato dell’Armata Rossa, rifugiato come me sui monti, aveva proposto al comando ribelle della Divisione Garibaldi che operava nella zona la creazione di un battaglione di partigiani russi. Raccoglieva i prigionieri sovietici sfuggiti ai tedeschi e invitava alla fuga, tramite volantini scritti di suo pugno, i compatrioti ancora disseminati nei campi di prigionia dell’Emilia Romagna. Immagino abbiate già indovinato l’identità di questo fuggiasco così intraprendente e così deciso a continuare la guerra al Reich. Proprio lui, il siberiano Vladimir, che ora si faceva chiamare con il nome di battaglia, a onor del vero ben poco originale, di Capitano russo. La notizia risvegliò in me l’ardore che mi aveva spinto a offrirmi volontario per contrastare la barbarie nazifascista e poi, a dirla tutta, mi ero stufato di passare il tempo ad aggiustare zappe e ad affilare falci. Non vedevo l’ora di raggiungere il Capitano russo, mettermi a disposizione e fare la mia parte, ma gli eventi delle settimane successive resero la cosa alquanto complicata. Il 18 marzo i nazifascisti, risalendo la strada che da questo stramaledetto ponte sale verso il Monte Santa Giulia, misero a ferro e fuoco tutta la zona, incendiando le case e massacrando più di cento civili inermi, per la gran parte donne, vecchi e bambini. La cascina in cui ero ospitato venne risparmiata solo perché isolata dal resto del villaggio di Monchio, situato qualche centinaio di metri più a monte, dove quelle bestie assetate di sangue avevano compiuto una vera e propria mattanza. Solo dopo un paio di settimane mi arrischiai a mettere il naso fuori dal fienile e partii alla ricerca dei miei compagni. Li trovai dopo qualche giorno nei pressi del Monte Santa Giulia, insieme alle formazioni partigiane comandate da Armando che là facevano base. Il Battaglione Partigiano Russo d’Assalto, fortemente voluto da Vladimir, era divenuto realtà e contava già decine di combattenti e ufficiali sovietici fuggiti dalla prigionia tedesca. Riabbracciai con gioia i miei vecchi amici e con gioia ancora più grande tornai a parlare la mia bella lingua madre. La mia felicità toccò poi vette altissime quando mi misero in mano una bottiglia di vodka, ancora oggi mi domando dove l’avessero trovata. Quella sera Vladimir mi raccontò le sue peripezie. Dopo la fuga era stato accompagnato dai ribelli a Sassuolo presso la famiglia di Quirino Dini, un vecchio meccanico di biciclette che lo aveva accudito e nascosto mentre si rimetteva in forze. Lo aveva trattato come un figlio, come il figlio che aveva perduto nella campagna di Russia. Il vecchio Quirino continuava a ripetergli, con le lacrime agli occhi, che i fascisti gli avevano preso un figlio e che ora il destino gliene aveva mandato un altro che arrivava, ironia della sorte, proprio dalla Russia. Vladimir mi confidò di essere rimasto molto scosso dalle parole del vecchio operaio italiano e di aver giurato di vendicare il dolore e le sofferenze dei padri e delle madri di Russia e d’Italia. Alla fine di gennaio, aggregato alla banda partigiana del comandante Bruno, aveva partecipato all’attacco alla guarnigione fascista di Frassinoro dove non solo avevano disperso un intero battaglione di camicie nere, ma anche conquistato molte armi e munizioni, importantissime per lo sviluppo del movimento partigiano. Durante le serate trascorse nella stalla sul torrente Dragone avevo sentito parlare di quell’impresa portentosa e non vedevo l’ora di entrare in azione anche io. La vodka bevuta e il ritrovato ardore mi fecero ribollire il sangue nelle vene e mi ritrovai a chiedere a gran voce un’arma qualunque per fare strage, seduta stante, di tedeschi e fascisti. Poi caddi addormentato e il giorno dopo cominciò la mia avventura con il Battaglione Partigiano Russo d’Assalto. Mi consegnarono un paio di scarponi, un bel giaccone militare e, con mia grande sorpresa, un PPSh-41 convertito in modo da poter usare proiettili di calibro standard in uso tra le forze armate tedesche, il 9 mm Parabellum. Il PPSh-41, pistola-mitragliatrice Šhpagin 1941, era un vero e proprio simbolo del soldato sovietico, robustissimo, estremamente affidabile e pressoché insensibile al gelo e alla polvere. Arrivato in Appennino insieme alla Wehrmacht era tra le armi requisite a Frassinoro. Vladimir mi disse che lo aveva tenuto da parte per me, sapeva da tempo che ero nascosto da quelle parti e stava aspettando che trovassi il coraggio di far vedere di nuovo il mio brutto muso per consegnarmelo. Il momento di provarlo in azione sarebbe arrivato molto presto. All’inizio di giugno le forze ribelli modenesi, al comando di Armando, avevano ripulito dai fascisti un vasto territorio dell’Appennino. Mancava all’appello il paese di Montefiorino, importantissimo dal punto di vista strategico dato che si trovava all’incrocio di tre strade camionabili lungo le quali la Wehrmacht faceva pervenire al fronte, sulla Linea Gotica, uomini, armi e rifornimenti. A Montefiorino erano di stanza alcune centinaia di fascisti ben armati e asserragliati nella rocca medievale. Il 5 giugno il comando partigiano diede ordine di occupare il paese. Buona parte della guarnigione se la diede a gambe levate al nostro primo assalto ma stanare l’ultimo centinaio di fascisti dalla rocca fu tutt’altro che semplice. Per tre giorni provammo a farli uscire allo scoperto ma ogni tentativo, comprese un paio di proposte di resa, si dimostrò vano. Non avevamo mortai o armi pesanti di altro tipo e all’alba del quarto giorno decidemmo di dare l’assalto alle poderose mura del castello. Circondammo la rocca e mentre alcuni gruppi di compagni aprivano un fuoco serrato con mitra e fucili contro le finestre e le feritoie il nostro gruppo di testa raggiunse il portone. La nostra azione fu fulminea, Aleksej e altri due compagni si calarono all’interno attraverso il vano superiore dell’antica porta e la spalancarono. Accompagnati dal nostro hurrà russo ci lanciammo all’assalto costringendo i fascisti terrorizzati ad alzare bandiera bianca, Montefiorino era presa. Quella fu una delle uniche vere battaglie campali combattute tra partigiani e nazifascisti nel corso della guerra e ci regalò alcune settimane di quasi tranquilla normalità. La neonata Zona Libera della repubblica partigiana di Montefiorino non portò solo grande entusiasmo ma anche giustizia e democrazia, valori da troppo tempo pressoché dimenticati. Furono giorni sereni in cui ci concedemmo il lusso di mettere da parte la scorza di duri combattenti per tornare ad assaporare piccoli e innocenti piaceri da tempo assopiti. Serate passate a cantare e ballare insieme agli abitanti delle zone liberate celebrando la libertà ritrovata. Io mi feci anche una nuova amica, bianca e nera e coperta di pelo. Una cucciolona meticcia, con l’argento vivo addosso, scappata da chissà dove, che avevo trovato appena sopra il borgo di Costrignano sulla strada che portava a Santa Giulia. Da quel momento diventammo inseparabili e mi seguì dappertutto diventando la mascotte del battaglione e guadagnandosi il nome di Koba. Serenità e ordine furono però di breve durata. I tedeschi non avevano alcuna intenzione di restare a guardare, la Repubblica partigiana era una spina nel fianco da rimuovere a qualunque costo. Così a inizio luglio partì la controffensiva nazista con un primo attacco presso il borgo di Piandelagotti, sulla strada che portava al Passo delle Radici. Un battaglione della divisione Göring pesantemente armato prese d’assalto la borgata difesa dai partigiani di Mario di Modena mettendoli in seria difficoltà. Alla richiesta di rinforzi Armando rispose inviando il nostro reparto. Arrivati di gran lena sul campo di battaglia ci accordammo con i partigiani italiani per accerchiare il nemico e chiuderlo tra due fuochi, un piano che non riuscimmo però a portare a termine. Quei bastardi delle SS cominciarono infatti a incendiare le case e a fucilare sul posto i civili inermi. A quel punto Vladimir ci lanciò in un furibondo assalto alla baionetta per cercare di fermare la furia assassina dei nazisti. Ancora una volta risuonò lungo quella valle il nostro terribile grido di battaglia, quell’hurrà russo che i soldati tedeschi avevano tristemente imparato a conoscere nella steppa gelata della nostra amata madrepatria. Scioccati dalla nostra improvvisa apparizione i nazisti cominciarono a darsi alla fuga e alla resa, mai avrebbero pensato di sentire l’urlo sovietico anche sugli Appennini e i partigiani italiani ne falciarono a decine. Ben pochi di loro sopravvissero, da Piandelagotti non si passava! Dopo quella vittoria prestigiosa furono in molti a volersi unire al Battaglione Russo, non solo nuovi ex soldati dell’Armata Rossa, ma anche jugoslavi, cecoslovacchi e altri combattenti provenienti da ogni dove, perfino alcuni ribelli italiani volevano far parte del nostro glorioso gruppo. Nubi nere e minacciose si stagliavano però all’orizzonte. Alla fine di luglio iniziò la grande offensiva nemica e tre divisioni della Wehrmacht, pesantemente corazzate, avanzarono verso la Zona Libera. Risalendo la strada della valle del Secchia puntarono verso Montefiorino, da ovest verso Villa Minozzo e da sud su Ligonchio. Noi ci attestammo nei pressi del Monte Falò costringendo i reparti provenienti da Sassuolo a segnare il passo, poi ripiegammo e fummo inviati presso il borgo di Toano per rallentare l’avanzata del nemico e permettere l’evacuazione della sede di comando della nostra giovane Repubblica. Il confronto era impari, le forze nazifasciste contavano migliaia di uomini, potevano contare su armamenti pesanti e sull’appoggio logistico dei reparti fascisti italiani. Isolato e senza armi sufficienti a contenere la più grande operazione contro i ribelli italiani di tutta la guerra Armando si rese conto che resistere sarebbe stato inutile e avrebbe significato morte certa per tanti giovani partigiani. A Toano i combattimenti furono feroci ma resistemmo fino al calare della notte, quando anche per noi arrivò l’ordine di attraversare le linee nemiche e ricongiungerci con il grosso delle forze ribelli in marcia verso l’Appennino bolognese. Prima di dileguarci e lasciare il nemico con un palmo di naso ci riunimmo presso la chiesa, nel centro della borgata, per scavare una fossa e seppellire i nostri caduti. Due ribelli, un italiano e un russo, il nostro compagno di mille battaglie Aleksej. La sera prima avevamo cantato e scherzato con lui, allegro e pieno di vita come sempre, e ora, il nostro baffone tataro non c’era più. Lo ricordo ogni notte pregando che, al contrario di me, ora riposi sereno da qualche parte. Nel periodo tra agosto e novembre 1944 portammo avanti una sorta di guerriglia manovrata, attaccavamo e ci ritiravamo e alcuni scontri furono veramente duri. Perdemmo altri compagni ma la lotta partigiana continuava. Misero delle taglie sulle nostre teste e quella di Vladimir arrivò a valere trecentomila lire. In autunno il grosso delle forze partigiane modenesi attraversò la Linea Gotica per congiungersi con le truppe alleate, a noi venne assegnato il compito di impegnare il nemico nelle retrovie. Dovevamo far saltare i ponti sulle strade che portavano al fronte, interrompere le comunicazioni e incendiare i depositi di vettovagliamento. Ed ecco che arriva l’epilogo di questa mia storia. Appena sotto la borgata di Savoniero c’era un ponte a quattro arcate sul torrente Dragone, unico passaggio per raggiungere, provenendo da Montefiorino, il passo di Cento Croci. I ribelli italiani avevano tentato più volte di farlo saltare senza mai riuscirvi. Noi ci preparammo scrupolosamente e in una giornata di fitta foschia decidemmo di passare all’azione. Vennero formate due squadre composte da pochi uomini che si diressero verso la base delle arcate, io restai di vedetta con un paio di compagni sul bordo della strada all’inizio del ponte. Nell’attesa mi accesi una sigaretta e ancora oggi mi maledico per averlo fatto. Un fesso di crucco, dall’altra riva del torrente deve aver visto lo sfavillio della brace, ha imbracciato il suo Mauser e ha tirato a casaccio verso quel piccolo puntino rosso. Il resto lo sapete ed è inutile che mi ripeta. Dopo aver fatto saltare il ponte i miei compagni hanno raggiunto il resto del battaglione e qualche giorno dopo hanno tutti passato la linea difensiva tedesca presso il valico di Boccassuolo raggiungendo poi la Toscana e in seguito il sud Italia da cui si sono imbarcati per tornare in patria. Me lo ha raccontato qualche anno dopo un vecchio ubriacone di queste zone dopo che gli sono apparso in una fredda serata di gennaio. Chi alza il gomito tende sempre a considerarmi una allucinazione dovuta al vino ed è facile scambiarci quattro chiacchiere. Bene, cari amici, questa è la mia storia, indissolubilmente legata per l’eternità a quella del glorioso Battaglione Partigiano Russo d’Assalto. Ora prima di lasciarvi risponderò alla domanda che vedo sorgere sulle vostre labbra e che sempre mi viene posta a questo punto. Voi vorrete sicuramente sapere perché io e tanti miei compagni abbiamo combattuto, in alcuni casi come il mio, fino all’estremo sacrificio per liberare il vostro paese. Semplicemente perché la libertà non ha colore, non ha confini e non ha bandiere, cari amici. È il bene più prezioso, voi forse lo state pian piano dimenticando o semplicemente lo date per scontato, ma per tutti noi era il sogno di una generazione ed eravamo pronti a morire per poterlo realizzare. Se un uomo muore libero non gli importa di morire, Vladimir lo ripeteva sempre e noi con lui. Vi saluto, cari amici, si sta facendo tardi e la sera rinfresca ancora, vi ringrazio per avermi prestato attenzione e nell’augurarvi una serena notte vi chiedo, in via del tutto eccezionale, un piccolo piacere. Domani è il 9 maggio e nel mio paese, si festeggia l’anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, se trovate una locanda sul vostro cammino fermatevi e bevete un bicchiere di vodka alla mia salute! Addio amici, il partigiano Sergio vi saluta, viva la Resistenza, viva i partigiani, hurrà!