Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

libero (italian)

Save as PDF
La mia vita cambiò il 16 agosto del 1944, anche il mio nome cambiò quello stesso giorno.
Da quando nacqui il 18 novembre del 1920 fino a quel momento il mio nome era Giovanni, nome insolito nel mio paese Rio Saliceto in provincia di Reggio Emilia, perché in quel periodo usava dare nomi strani come Prosdocimo, Inigo, Mendes, Curgo.
La mia era una vita tranquilla, commerciavo in legna e carbone assieme ai miei fratelli, la politica non mi interessava, certo non mi piacevano i fascisti ma ho sempre cercato di farmi i fatti miei per non avere guai. Lavoravo, andavo all’osteria quando potevo a fare una partita a carte, facevo una vita semplice, fino a quel dannato giorno.
Il 15 agosto del ’44 un colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana di nome Filiberto Nannini venne ucciso da una squadra di partigiani del Gruppo di Azione Patriottica, all’epoca li chiamavano Gappisti, mentre in bicicletta stava percorrendo la strada tra Migliarina e Carpi.
Non appena i fascisti carpigiani scoprirono l’accaduto decisero di effettuare un vasto rastrellamento nelle campagne limitrofe. Nel pomeriggio del Ferragosto iniziarono con le località di Budrione, Fossoli, Migliarina e il mio paese, Rio Saliceto. I fascisti entrati in piazza iniziarono a sparare all’impazzata colpendo un militare della Repubblica Sociale Italiana e uccidendo Giuseppe Lusetti, un contadino a cui portavo la legna per l’inverno, lo conoscevo bene, una brava persona. In quella operazione furono rastrellate circa centoventi persone, tutte sospettate di essere antifascisti o semplici fiancheggiatori della Resistenza. Tra quelle persone c’ero anch’io che non avevo fatto niente. Mi trovavo in bicicletta sulla strada che da casa mia andava verso la piazza del paese, venni fermato per un controllo ma non avevo i documenti, li avevo lasciati a casa; mi arrestarono e caricarono su un camion assieme ad altra gente senza saperne il perché. Ci lasciarono sul camion tutta notte poi la mattina del 16 agosto ci portarono in una villa nelle campagne di Carpi, ci raggiunse un signore di nome Walter Lusuardi, un partigiano, venne per consegnarsi ai fascisti e salvare così la vita al fratello arrestato il giorno prima. Nelle ore successive ci torturarono e interrogarono; mi davano botte in testa e sulle nocche delle mani ma io non c’entravo nulla con questa storia, ad altri fecero anche di peggio, sentivo le loro urla strazianti arrivare dalle altre stanze. Verso sera, mentre venivano celebrati i funerali di Nannini, ci portarono nella piazza Centrale e ne fecero sdraiare sedici sul selciato proprio davanti al Castello dei Pio, uno di quei sedici ero io. C’era tanta gente intorno a noi, persone silenziose che non avevano il coraggio di protestare per paura di quelle bestie maledette dei fascisti; tra loro c’erano alcuni uomini arrestati il giorno prima assieme a me, portati lì per assistere a quel macabro spettacolo. Mi accorsi della distrazione di una delle guardie vicino a me, mi alzai di scatto e mi buttai in mezzo alla folla che mi protesse, strisciai sul selciato fino a uscire dalla calca, un uomo mi diede un cappello per non farmi riconoscere e scappai correndo a più non posso. Trovai un portone aperto nel retro del teatro, entrai e mi nascosi nei sotterranei, alle venti in punto, mentre la bara del colonnello fascista veniva tumulata nel cimitero, i miei compagni prigionieri vennero uccisi a raffiche di mitra e i loro corpi lasciati esposti sino al pomeriggio del giorno dopo. Rimasi nascosto nel silenzio di quelle stanze per due giorni interi senza mangiare e senza bere, poi presi il coraggio di uscire da una finestra la notte del 18 quando in giro non c’era nessuno, attraversai la piazza, mi infilai in via Berengario e corsi fino alla chiesa di San Nicolò dove mi fermai per riprendere fiato e cercare il modo per fare quei quasi dieci chilometri che mi separavano da casa senza farmi vedere. Avevo una paura folle, a ogni rumore avevo la sensazione che mi si fermasse il cuore, trovai una bicicletta; la rubai, poi, pensando che fosse troppo rumorosa sul ciottolato di quelle vie e che non mi desse la possibilità di nascondermi velocemente, la abbandonai. Finalmente arrivai in campagna, le conoscevo bene perché grazie al mio lavoro erano strade che percorrevo spesso; arrivai a Migliarina poi, attraverso i campi, finalmente a Rio, riuscii in circa tre ore ad arrivare a casa mentre il sole stava già nascendo. Aprirono la porta i miei genitori che non avevano mie notizie da tre giorni, mi abbracciarono in lacrime, avevano saputo del rastrellamento e della fucilazione di Carpi, mi dissero che la gente raccontava che avevano fucilato un’altra persona al posto del fuggitivo, un’altra persona presa a caso tra la folla. In quel momento non sapevo cosa pensare, avevano ucciso un uomo al mio posto, nel momento in cui mi sono alzato e sono scappato non ho pensato alle conseguenze; in guerra pensi solo a salvare la pelle. Rimasi nascosto in casa per qualche giorno con la paura che venissero a cercarmi anche se avevo dato loro un nome falso visto che non avevo i documenti. Non si presentò nessuno, capii che non gli interessava avere me, volevano solo un corpo da esporre e lo avevano trovato. Pensai che non era sicuro rimanere in paese, qualcuno che si trovava in piazza a Carpi o qualche camicia nera avrebbe potuto riconoscermi, preparai una piccola valigia con alcuni vestiti e implorai i miei fratelli di portarmi alla stazione di Novellara. “E dove pensi di andare?” fu la domanda di mio padre; non ne avevo idea, volevo solo andarmene da lì, in un luogo dove nessuno mi avrebbe potuto riconoscere. Salii sul primo treno che partiva per Modena, in stazione lessi il nome di qualche città e scelsi Verona, una volta lì presi una corriera in direzione Torri del Benaco sul lago di Garda. Arrivai a Torri nel primo pomeriggio, non avevo mai viaggiato in vita mia, le mie orecchie sentirono un altro accento, sembrava parlassero un’altra lingua. Il viaggio era stato lungo e non mangiavo da ore, entrai in una locanda con i pochi soldi che mi aveva dato mio padre e il gestore mi chiese subito da dove venissi e cosa ci facessi lì, gli dissi che ero partito dall’Emilia in cerca di lavoro, lui mi fissò negli occhi e mi chiese come stavano andando le cose giù in Emilia, non capii se era una domanda trabocchetto per vedere da che parte stavo oppure se era davvero curioso di sapere com’era la situazione dalle mie parti. Risposi che c’era poco lavoro e che mi ero stancato di fare il taglialegna, non mi interessavo di politica e non cercavo casini. Mi disse che in quella stagione qualche facoltoso turista veniva a fare le vacanze sul lago nonostante la situazione, il suo cameriere era stato arrestato qualche giorno prima per aver scritto su di un muro frasi contro Mussolini, “se ti va puoi darmi una mano, la paga non è alta ma ti posso dare una stanza dove dormire e i pasti gratis, il bagno è quel gabbiotto che vedi lì in cortile”. Accettai subito senza nemmeno pensarci, quando mi chiese il nome pensai a quello che mi era successo e al perché della mia fuga e risposi “Libero, Libero Carretti”, sparì in cucina, tornò dopo qualche minuto e mi chiese un documento, mi si gelò il sangue, pensai “mi hanno beccato, sono partito da poche ore e mi hanno già beccato!” quando lesse che il mio nome era Giovanni non disse nulla, mi guardò negli occhi, forse capì tutta la mia disperazione e non parlò, disse solo “seguimi che ti mostro la camera, domani mattina alle sette si comincia”. La stanza era piccola e buia, era ricavata nel seminterrato, sembrava più una cella che la camera di una locanda, aveva solo una piccola finestrella da cui entrava poca luce e poca aria, quella notte non dormii, aspettavo l’arrivo delle guardie da un momento all’altro ma non venne nessuno. Alle sette in punto mi feci trovare nella sala da pranzo, Fausto, il gestore, mi diede il mio primo incarico, apparecchiare i tavoli per la colazione dei clienti, gli dissi che non l’avevo mai fatto, in casa faceva tutto mia madre, la risposta fu che una locanda ha delle regole e non è come essere a casa quindi mi insegnò a preparare i tavoli; in realtà i tavoli da apparecchiare erano solo tre, non c’erano molti clienti e la locanda era piccola, imparai in fretta anche a rifare le camere, pulire i bagni e tutto il resto mentre Fausto e sua moglie Enrica erano in cucina per preparare le cose per l’ora di pranzo. A mezzogiorno la locanda si riempì, mi diedero una camicia bianca pulita e mi dissero di essere sempre sorridente e gentile, nessuno in questo modo mi avrebbe fatto domande sul mio passato e sul perché uno con un accento così fosse finito a fare il cameriere a Torri del Benaco. Molti parlavano nel loro dialetto e non capivo cosa mi stessero chiedendo, ridevano e mi prendevano in giro per la mia esse emiliana ma come mi aveva detto Fausto io ero sempre gentile e sorridente. Alle quattro del pomeriggio avendo un’ora di pausa invece di andare in stanza a riposarmi andai a vedere il lago, rimasi incantato, non avevo mai visto una cosa simile, non ero mai stato in vacanza in vita mia; non avevo mai visto il mare, un lago cosi grosso e nemmeno le montagne. Lì c’era tutto; il lago più grande d’Italia che in alcuni tratti assomiglia al mare e alle mie spalle la montagna. Pensai a quello che mi era successo negli ultimi giorni e a come era cambiata la mia vita. In quel momento avrebbero potuto celebrare il mio funerale, avrei potuto non esserci più, pensai a come ero passato nel giro di pochi giorni dal fare il taglialegna a fare il cameriere a più di cento chilometri da casa e, senza saperlo, esattamente nella Repubblica Sociale Italiana, a casa del nemico, Salò era a pochi chilometri di fronte a me nell’altra sponda del lago. Pensai a come non avessi più una famiglia intorno ma solo la mia solitudine e al fatto che se non avessi conosciuto Fausto non avrei saputo cosa fare e come cavarmela, io nella vita ho sempre solo tagliato legna e fatto carbone. Ripensai a quel povero cristo che quei bastardi avevano fucilato al mio posto, mi sentii una carogna; che volto aveva? Che vita faceva? Aveva figli? Rimasi paralizzato per non so quanto tempo a quei pensieri, poi respirai a pieni polmoni e decisi che Giovanni era morto assieme a quell’uomo sul selciato della piazza di Carpi per lasciare posto a Libero. I giorni passavano tranquilli, sempre con la stessa routine; verso la metà di settembre, quando c’erano meno turisti, Fausto mi fece sistemare la locanda, dipingere le stanze, aggiustare sedie e tavoli rotti e andare a far legna nei boschi sul monte Baldo a circa un’ora da Torri; ogni tanto avevo anche qualche pomeriggio libero per poter fare il turista, sempre molto timidamente e sempre con la paura di poter essere scoperto. Conobbi una ragazza molto carina, Zoraide, passavamo ore a passeggiare sul lungolago ma non trovavo il coraggio di dirle quello che avevo fatto, inventai storie su di me e sulla mia famiglia con cui non avevo contatti da mesi, non scrivevo e non mandavo telegrammi per paura di essere scoperto ma la nostalgia di casa era molto forte. La vigilia di Natale, dopo mille ripensamenti, presi una decisione; chiesi a Fausto il permesso di poter tornare a Rio per un solo giorno per poter rivedere i miei genitori, lui ci pensò un attimo poi rispose “va bene, ma stai attento, i cani a Natale non sono più buoni”, lo abbracciai, corsi da Zoraide e le chiesi se voleva venire a conoscere la mia famiglia, quella di cui tanto voleva sapere. Acconsentì e la mattina presto del 25 dicembre 1944 ci mettemmo in viaggio verso casa.
I miei genitori e i miei fratelli non sapevano nulla del mio arrivo, aprirono la porta, erano tutti lì intorno alla tavola, rimasero stupiti, ci fu un abbraccio collettivo, per mesi non avevano saputo dove fossi e se fossi ancora vivo, fu una grande festa, presentai loro Zoraide, le raccontammo tutta la verità sul mio passato e sulla mia fuga, non disse nulla, mi guardò con le lacrime agli occhi e mi abbracciò forte, con i miei fratelli rimanemmo svegli tutta notte a parlare di tutto, di cose fosse successo in paese dopo la mia partenza e del fatto che nessuno fosse mai venuto a cercarmi, dissi loro che la mattina dopo sarei ripartito, non mi sentivo al sicuro in paese. Mia madre scoppiò a piangere, la rassicurai che dove abitavo adesso stavo bene e che stavolta le avrei scritto regolarmente anche se sapevo che non l’avrei fatto per paura di essere scoperto.
I’inverno passò tranquillo sul lago, poi arrivarono aprile e la Liberazione, il fascismo era stato sconfitto e finalmente l’Italia era libera, era ora di tornare a casa. Ringraziai Fausto ed Enrica, raccontai loro tutta la mia storia e, senza fare alcun commento, mi abbracciarono e mi lasciarono andare. Chiedemmo al padre di Zoraide il permesso di farla venire in Emilia con me con la promessa che da lì a poco ci saremmo sposati. Arrivammo alla stazione di Carpi il 10 maggio 1945. La città era stata liberata dai partigiani il 22 aprile, la prima cosa che feci fu portare Zoraide in piazza, c’era un foglio sul luogo dell’eccidio con i nomi degli uomini morti su quel selciato:
Aguzzoli Arturo “Primo”, operaio nato a Carpi il 7/12/1914, partigiano; Artioli Augusto, nato a Carpi il 27/5/1883, partigiano; Biagini Aldo, di anni 39, da Rio Saliceto; Braghiroli Agostino, impiegato, nato a Carpi il 23/9/1902, civile; Brunatti Remo “Bruni, nato a Mirandola il 19/1/1908, partigiano; Bulgarelli Enzo “Franco”, impiegato, nato a San Felice sul Panaro il 30/9/1916, partigiano; Corradi Dino “Maurizio”, operaio, nato a Carpi il 15/8/1903, partigiano; Del Bue Martino, di anni 48, da Rio Saliceto; De Pietri Umberto “Carlo”, operaio, nato a Carpi il 20/2/1918, partigiano, Grisanti Fernando, di anni 24, da Milano; Iotti Costantino, di anni 18, da Rio Saliceto; Lusvardi Walter “Nando”, operaio, nato a Carpi il 21/3/1914, partigiano; Rabitti Pierino, di anni 19 da Rio Saliceto; Rossi Fermo, di anni 24 da Rio Saliceto; Storchi Avio, di anni 26 da Rio Saliceto, Zanoti Giuseppe, “Marte”, operaio, nato a Carpi il 9/2/1924 partigiano.
Tra quei nomi avrebbe potuto esserci anche il mio se non avessi avuto la prontezza e l’incoscienza di alzarmi e scappare. Appena possibile cambiai il nome alla anagrafe, Giovanni era morto quel 16 agosto 1944 per lasciare il posto a Libero, così come tempo dopo la piazza di Carpi cambiò il nome da piazza Vittorio Emanuele a piazza dei Martiri ma questo non cancellò il peso di aver fatto uccidere una persona al mio posto, il peso mi ha accompagnato per tutta la vita, vita che è continuata felicemente assieme a Zoraide e alle nostre figlie, ripresi il mio vecchio lavoro assieme ai miei sei fratelli di cui io ero il più giovane. Tutte le estati le passammo a Torri del Benaco, a casa dei genitori di mia moglie, dove ci siamo trasferiti definitivamente una volta andati in pensione, e lì ho vissuto fino al mio ultimo giorno di vita. Durante gli anni passati sul lago ci vedemmo spesso con Fausto ed Enrica, a loro dovevo la mia vita, la consideravo la mia seconda famiglia, e tutte le volte che avevano bisogno andavo nella locanda trasformata poi in albergo a dare loro una mano. Non parlammo mai più della vicenda di Giovanni, di ciò che avevo fatto e del perché ero arrivato lì, di come quel ragazzo di ventiquattro anni fu coinvolto in una faccenda più grande di lui, di come abbia agito d’istinto per salvarsi la pelle. Raccontai la mia storia alle mie figlie solo in punto di morte, nel 1980, trentasei anni dopo, dicendo loro che Giovanni apparteneva a un’altra vita, apparteneva a un altro mondo.