la vendetta di tane mahara (italian)
Il legno per la wahaika se l’era portato da casa, di robusto kowhai, il preferito dai suoi antenati per creare quell’antica arma bianca, così strana nella forma che ricorda la bocca spalancata di un pesce.
Il pezzo era già con tutti i tiki intarsiati, aveva voluto che il maestro intagliatore di Rotorua lo preparasse con le decorazioni disposte come lui le immaginava: il tiki della memoria, il whakapapa, vicino a quella che sarebbe stata l’impugnatura, l’utu, la rappresentazione dello spirito della vendetta, al centro a evidenziare la sete di giustizia e riparazione dei torti subiti, il mana, lo spirito guerriero, vicino alla futura punta, a incarnare determinazione e coraggio.
Per evitare complicazioni con le dogane, la tavola, dalle dimensioni di un comune vassoio non più ampio di quaranta centimetri, l’aveva imbarcata nella stiva, nella valigia col materiale tecnico e le scarpe chiodate, ed era poi passata ai controlli senza alcun problema.
Solo adesso però quest’arma era davvero nata, sagomata e poi accuratamente trattata con oli ed essenza di robinia da un artigiano di Padova, stupito dalla richiesta di questo enorme neozelandese che lo aveva contattato per un lavoro particolare, prenotando i giorni d’impegno che sarebbero serviti con un consistente anticipo già mesi prima.
Tane Mahara guarda soddisfatto la sua wahaika, con l’impugnatura finemente ricoperta di intrecci tradizionali che accompagnano il koru, la spirale della crescita e della vita, a celebrare la salda unione tra guerriero e arma.
È una tarda mattinata di inizio novembre, non fa freddo e i merli volano fischiando tra le tombe perfettamente allineate del Cimitero di Guerra del Commonwealth di Chiesanuova, nei dintorni della città del Santo.
Tane si inginocchia dinanzi alla lapide col nome del padre, con la felce simbolo della Nuova Zelanda scolpita all’interno della croce, uguale alle centinaia di altre, nella uniformità militare che non lascia spazio alla vastità della simbologia dei nativi dell’isola.
Anche di questo Tane si scusa col genitore, mentre appoggia la rosa selvatica che aveva raccolto la sera prima sulla spiaggia della Boschettona, nella Laguna Veneta, dove il soldato Ropata Mahara, fante del Corpo di Spedizione Neozelandese, nel febbraio del ’45 venne assassinato, disarmato e arreso, dalla Brigata Nera.
Una lacrima cade sul dorso della wahaika, per un attimo brilla colpita dai raggi del sole, come una gemma incastonata nell’oro del legno imbrunito.
“Perdonami, padre, per non averti degnamente onorato prima e per averti lasciato vagare tra queste terre lontane come un inquieto wairua.”
Tane si inginocchia e porge l’arma verso l’iscrizione nella pietra bianca col nome e le date di nascita e morte, reggendola con entrambi i palmi delle mani.
“Ti ringrazio, padre, quando sei apparso in sogno, per avermi richiamato al mio dovere e per avermi guidato cosi facilmente fino a qui, non ti deluderò.”
In quel sogno, che Tane fece prima dell’estate, il giorno del “Ra Maumahara” in onore del settantaquattresimo anno dalla nascita di Ropata, il padre gli fece ripetutamente il nome di un italiano, che Tane incredibilmente riuscì da sveglio a ricordare e che poi, con sua sorpresa, scoprì corrispondere a quello di uno storico di Venezia che aveva condotto ricerche sui crimini delle truppe nazifasciste nel nord est dell’Italia.
Non poteva essere un caso, Tane capì subito che il padre lo chiamava, chiedendo vendetta.
Non aveva mai saputo le circostanze della sua morte, ciò che la famiglia aveva tramandato era semplicemente che Ropata venne catturato e poi ucciso nei convulsi mesi che precedettero la liberazione del Paese.
Grazie al fatto che era un allenatore di rugby e conosceva alcuni ex giocatori che erano arrivati in Italia, Tane era riuscito a contattare il ricercatore.
Fu quest’ultimo, attraverso un fitto carteggio e poi una telefonata transcontinentale assistita nella traduzione da un mediano di mischia di Auckland diventato capitano del Rovigo, a spiegargli le circostanze precise della morte del padre, come testimoniato agli ufficiali inglesi da alcune camicie nere che avevano, da sottoposti, partecipato all’azione.
Il soldato alleato era riuscito a fuggire dal campo di prigionia e per lunghi mesi era rimasto nascosto in una isoletta della Valle Millecampi, nella Laguna, aiutato dai contadini della zona, in una mite solitudine che un giorno venne fatalmente violata per una soffiata che lo condusse nelle spietate mani del capo locale delle camicie nere.
Fu proprio lui a colpirlo a bruciapelo con il suo mitra, non appena Ropata, che era dentro la sua capanna, uscì con le braccia alzate.
Non ebbe tempo nemmeno di rendersi conto di nulla, la mitragliata lo scaraventò contro i poveri intrecci di paglia e rami del suo rifugio di fortuna in un alzarsi di uccelli che dai canneti presero il volo, spaventati dal rumore della raffica.
I militi della brigata, una volta fatti prigionieri e poi interrogati sull’accaduto, pochi mesi dopo, concordarono che fu il comandante ad agire così, addirittura rivolgendosi a tutti loro col mitra ancora fumante, intimando che “questa è la giusta fine per le merde inglesi, e se qualcuno ha dei dubbi me li venga a dire in faccia, se ha il coraggio”.
Si ricordavano bene di quelle parole del loro capo perché fecero caso al fatto che il soldato ucciso aveva un aspetto davvero strano per loro e non certo “da inglese”.
Nessuno di questi repubblichini, al tempo, ebbe il coraggio di obiettare alcunché ma evidentemente, e ancora prima delle loro testimonianze di fronte agli ufficiali inquirenti, qualcosa di quel fatto se lo erano lasciati scappare parlando in giro, forse per venire a patti con le loro coscienze nere in cui un assassinio a sangue freddo di un uomo inerme e senza altra colpa dell’essere stato un soldato nemico un po’ faceva a pugni con i tanto sbandierati concetti di onore e dignità.
La notizia iniziò a girare per i paesi del padovano e quando, nell’immediato dopo la Liberazione, ci fu chi tra i vincitori pensò che fosse il caso di sbrigarsela da soli a fare giustizia con assassini, torturatori e spie, il famigerato comandante della Brigata Nera pensò bene che fosse il caso anche per lui di evitare di fare il coraggioso e darsela precipitosamente a gambe, facendo perdere le sue tracce.
Tane ancora adesso, mentre cammina a passi solenni oltre il cancello del cimitero, sente una rabbia ancestrale stringergli la gola al pensare al nome di quel fascista e alla vita che deve aver vissuto, dopo essere tornato a farsi vedere passati pochi anni di latitanza, una volta accertato che gli Alleati avevano chiuso il fascicolo in un archivio secretato per convenienze di politica internazionale e i partigiani avevano da tempo esaurito la loro sete di giustizia.
Tane è arrivato in Italia al seguito della nazionale di rugby neozelandese.
Il 28 ottobre di questo 1995 gli All Blacks a Bologna hanno stravinto sugli azzurri per 70 a 6, non concedendo nemmeno una meta.
Nello staff tecnico per l’occasione c’era anche lui, ma, contrariamente a tutto il resto della squadra, non ha proseguito per la Francia con il tour: il suo appuntamento era molto più importante, c’era chi lo aspettava a un centinaio di chilometri più a nord, oltre il Po.
Adelmo è un ex partigiano romagnolo che durante la lotta di Liberazione è salito sino al padovano assieme a Bulow, Arrigo Boldrini, il mitico comandante della 28esima Brigata Garibaldi Mario Gordini, sulle piste dei tedeschi in fuga e decisi a liberare tutto il Veneto.
In queste terre, tra il Brenta e la Laguna, ci è poi rimasto, innamorato di una bella staffetta di Codevigo.
La storia del soldato neozelandese ucciso l’ha imparata solo anni dopo, ma la nomea del suo assassino in camicia nera già la conosceva, per tante altre nefandezze e soprusi di cui la vox populi lo accusava.
È lui che è stato presentato a Tane dal presidente della locale squadra di rugby che conosce l’inglese e da lui il neozelandese ha saputo dove il suo uomo vive, ormai anziano pensionato ottantenne.
Ancora ci sono tanti protagonisti della guerra in questi anni novanta, ormai tutti vecchi e in molti casi decisi a non ricordare, e men che meno parlare, di quei terribili anni di mezzo secolo fa.
Ma Adelmo non è fra questi.
L’anziano partigiano, davanti a un bicchiere di Serprino e assistendo al record mondiale di inghiottitura di sarde in saor da parte del gigante maori, gli ha raccontato per bene la storia del vecchio comandante del distaccamento delle Brigate Nere, e di come poi, anno dopo anno, questi sia tornato a girare sempre più tranquillamente per le strade del paese.
“Ogni pomeriggio lo si può incontrare alla bocciofila, spesso se ne sta da solo a leggere il giornale sorseggiando un bianchetto, ha pochi amici, sa, non è che noialtri lo si guardi con facce tanto amichevoli, nonostante gli anni passati.”
Tane ha saputo anche che ultimamente non lo si era più visto, per un momento ha temuto che il suo viaggio sarebbe, proprio alla fine, naufragato, ma Adelmo lo ha rinfrancato annuciandogli che proprio dal sabato della partita di rugby era tornato a farsi vedere tra gli avventori del bar.
“Ostrega, son proprio curioso, chissà cosa ci vuol dire a quel fascista, dopo tutti questi anni, e soprattutto come gli parlerà, che, se mi hai detto bene, lui ci vuol andare incontro da solo!” Adelmo ammicca al suo interprete mentre finisce l’amaro. Tane, in piedi, è una montagna umana che abbraccia i due italiani.
“Dice che gli porterà i saluti dei suoi tūpuna, gli antenati.”
Il bancone, con la vetrinetta alle spalle colma di bottiglie di liquori e la macchina del caffè cromata, ricorda a Tane i film anni cinquanta italiani in bianco e nero, ne aveva visti diversi, incuriosito da quel paese da cui il papà non era più tornato.
I tavolini sono di formica, quasi tutti coi portacenere colmi di mozziconi di sigarette e con gruppi di anziani radunati a giocare a carte e chiacchierare. Adelmo ha accompagnato Tane, non sa proprio cosa aspettarsi da quest’incontro, come da volere del neozelandese, lui gli indicherà l’uomo ma se ne resterà in disparte.
Il vecchio fascista siede all’ultimo tavolo, rivolto verso i campi da bocce. Mostra le spalle a Tane che avanza e il suo incedere in mezzo ai tavoli non passa certo inosservato a tutti gli avventori: uno straniero di un metro e novantacinque, dall’aspetto decisamente inconsueto, che attraversa la sala. Adelmo si accorge solo ora che in mano tiene uno strano oggetto di legno, sembra quasi una spatola ma con una forma a pesce.
Lì per lì gli viene l’istinto di gridare qualcosa all’uomo, ma non sa cosa dire, del resto anche lui un tempo ha sorpreso alle spalle dei bastardi fascisti che stavano di guardia.
Nel locale è calato improvvisamente il silenzio, tutti guardano la scena, chi sa della storia intuisce.
Tane Mahara stringe saldamente la sua wahaika, non pensa a niente, né si accorge di tutta l’attenzione intorno a sé.
A gridare ci pensa la barista, con ancora il vassoio in mano con due Campari traballanti: “Signore, signore! Ma cosa vuol combinare mai? Ma lo sa che quel vecchio ha avuto un ictus il mese scorso ed è ancora convalescente?”
Le parole echeggiano per tutta la bocciofila, a un uomo nella corsia centrale del campo cascano dalle mani le sue tre bocce.
L’anziano carnefice si gira proprio nel momento in cui Tane si ferma di fronte a lui. Nessuno crede che lo straniero abbia anche solo sentito la donna parlare, figurarsi che possa averla capita.
I suoi occhi sono fessure fiammeggianti mentre alza quella specie di clava, ruotando a mulinello il braccio enorme e piegato.
Ad Adelmo parte una sonora bestemmia in dialetto ravennate.
Non crede ai suoi occhi.
In quel preciso momento accade l’impensabile.
Tane Mahara esegue dinanzi al vecchietto, che più che stupito appare decisamente confuso, forse ormai incapace di comprendere bene il presente, una haka rituale.
Con voce stentorea prorompe in un recitato ritmico, totalmente incomprensibile a tutti i presenti.
“Nō tō hara, nāu i patu te manawa ora! Ka hoki mau te riri!”
Tane vede nel fondo della sua anima quanto sta urlando: “È tua la colpa, per aver ucciso il cuore che vive! La rabbia ritorna!”
Mostra la lingua battendo la wahaika di piatto sul suo petto e poi sulle cosce: “Kei raro koe i te tapu o te hara!”
Col cuore pensa: “Sei schiacciato nel sacro peso della tua colpa!”
All’improvviso compie una giravolta, guarda tutti i presenti ammiccando e poi indica il vecchio, immobile al tavolino.
“He tangata kore! He tangata hē!”
Tane muove le mani e le braccia come se la wahaika fosse un mitra e con tutta la sua anima in tempesta lo crede davvero: “Sei un uomo vuoto, un uomo sbagliato!”
Con la punta dell’arma, affilata quanto basta dall’artigiano patavino come da sua precisa disposizione, si procura un piccolo taglio sull’avambraccio, poi ripassa la stessa sul piccolo rigo di sangue che affiora e la punta sul vecchio.
“Ka ora te mana o ō mātua tūpuna! Ka mate koe i te mana o te riri!”
Tane lo sente nella mente e col cuore e con tutto il suo corpo, dagli alluci che spingono sul pavimento alla lingua che sputa derisione per il nemico e chiama vendetta: “la dignità dei nostri antenati è risorta! Sarai distrutto dal potere della giustizia!”
La wahaika danza vicino al capo del fascista, qualche goccia di sangue cade sulla sua testa, l’anziano guarda il ghigno feroce del gigante in piedi dinanzi a lui senza aver sinora mosso un solo muscolo, poi mormora, biascicando le parole: “Ai nemici in fronte il sasso, agli amici tutto il cuor.”
I suoi occhi sono spenti e vuoti, si toglie gli occhiali e stringe lo sguardo come a mettere meglio a fuoco dinanzi a sé.
Alza la voce, ma sembra parlare con un fantasma.
“Ai nemici in fronte il sasso! Lo diceva Galeazzo!” Il suo è un ripetere scandito, ma senza alcuna emozione. “…lo diceva Galeazzo! Ai nemici… In fronte il sasso!”
Adelmo si ricorda di quelle parole, erano di una vecchia canzone che facevano cantare ai Balilla. Anche se gli pare non ci fosse nessun Galeazzo nelle strofe, chissà cosa c’entra.
Il vecchio brigatista nero si gratta la testa, sfregandosi le dita con il sangue di Tane e poi guardandosele impiastricciate, interdetto.
“Galeazzo… Sasso…” Le parole tornano a essere un mesto borbottio, poi rimane in silenzio a guardarsi le mani.
Tane non saprà mai se ha capito qualcosa, se effettivamente è lì con la sua percezione o se è in preda ai sogni che mischiano passato, presente e chissà che altra dimensione.
Non gli importa, ciò che doveva essere fatto è finalmente compiuto, l’equilibrio è raggiunto, Ropata può finalmente riposare nella casa degli antenati, il suo assassino è stato pubblicamente disonorato e reso il niente. Non esistono più vendetta, giustizia, pace e guerra. Tutto è tornato nel normale fluire degli elementi, secondo i cicli della vita e della morte di tutte le creature del Pianeta.
Tane passa davanti alla barista e le porge la sua arma di legno intarsiato: “This is for all of you”.
Uscendo dal locale, rivolge un ultimo sguardo verso Adelmo, ancora incapace di respirare normalmente dinanzi a quella incredibile rappresentazione. Lo saluta militarmente e se ne va.
Per tanto tempo si inseguirono le narrazioni degli accadimenti di quel pomeriggio d’autunno, che presto presero i contorni più incredibili di vere e proprie leggende, popolate da campioni mondiali di rugby con pantere al guinzaglio, canti patriottici urlati in lingue che sputano sangue e finanche il fantasma di un soldato neozelandese che si impossessò di una giovane cameriera per schiaffeggiare simbolicamente il suo vecchio assassino.
L’anziano gerarca morì poco prima della fine di quel 1995, lo trovarono accasciato nel bagno di quella stessa bocciofila con in bocca pezzi di pagine di una rivista pornografica che apparentemente aveva strappato a morsi dopo essersi chiuso dentro.
Il giorno del suo funerale una tempesta improvvisa di neve ghiacciata sferzò i pochi presenti e fece fare al prete un discorso davvero breve, sbrigativamente declinato al tema della pietà cristiana e a quanto talvolta il perdono possa essere così difficile da combinare con la memoria.
La wahaika di Tane, quella sua specie di scure di legno finemente intarsiata, resta ancora appesa sulla vetrina dietro al banco della bocciofila.
Ogni tanto qualche cliente di passaggio chiede cosa sia e quelli del bar spiegano che è un dono di un signore che un giorno è passato di lì provenendo dall’altro capo del mondo, che è un simbolo di libertà e giustizia e che il padre di quello straniero era venuto a combattere da tanto lontano proprio per questo. Quell’uomo è morto qui, lontano da casa, perché credeva in quei valori che altri volevano tutti per loro, libertà e giustizia a loro comodo sulla pelle dei poveretti e degli innocenti. Fino a qualche anno fa, c’era sempre qualche anziano che interveniva imprecando in dialetto che era stato così un tempo ma che era così anche ora, purtroppo.