Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

la principessa dei conigli (italian)

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Eravamo in fila lungo il sentiero, tra i rami con le prime gemme d’aprile, a scender la collina dei conigli nell’alba più scura.
Davanti a me c’era Cagliari, che si prese il proiettile nel petto.
“Tienimi la testa, tienimi la testa, che mi sento di svenire,” mi diceva con quel suo accento sardo e i suoi occhi sembravan fuggire lontano.
Io gli accarezzavo i capelli e tenevo la mano, in quel suo ultimo giorno di guerra.
Fu allora che li vidi, saltellavano tra i cespugli e la nebbia che saliva, erano a decine, alcuni bianchi come nuvole di primavera, altri scuri come le suole consumate dei nostri scarponi.
I nostri compagni erano spariti, e Tosco, il comandante, penso non fosse andato molto lontano, ricordo che era il primo davanti quando la Brigata Nera ci balzò addosso, come una belva disperata e affamata di sangue.
Un coniglio ci venne incontro e si mise sopra un sasso, proprio di fianco a Cagliari e ai suoi respiri feriti.
Lui iniziò a parlare alla bestiolina chiamandola mamma e io lo riuscivo a capire, anche se parlava biascicando parole galluresi, a me straniere.
Ciò che diceva sembrava uscire dalla bocca di un poeta, anche se non aveva finito le scuole elementari.
“O mamma cara, sto per raggiungere il babbo e gli amati nonni e ti dico che sarei un bugiardo a salutarti contento. Ancora non ho perso la fame di baci e di amore di donna e le tante promesse di tutte le vite che a vent’anni ti corrono nei sogni.”
Cagliari si chiamava Sanna di cognome, io lo conoscevo da prima perché eravamo stati assieme in Jugoslavia e da quei giorni eravamo diventati fratelli, sempre assieme, mese dopo mese, da quando combattemmo per difendere Roma e poi, persa la capitale, col nostro tenente prendemmo la strada dei partigiani.
“Non vengo a morire contento, eppure le mie labbra non piangono ora che vorrebbero posarsi sul tuo abbraccio di mamma. Esse son ferme e vogliono sorridere, ancora. Come ho sorriso tra i miei compagni in ogni giorno che ho combattuto per la libertà.”
Il sole iniziava a salire, di là verso la valle e la città che si era ormai ribellata.
La nostra compagnia avrebbe dovuto arrivarci entro sera, ma la vita aveva smesso di sorriderci, in questa collina sfortunata.
E io e Cagliari, che mi stringeva sempre più debole la mano, potevamo solo immaginarle, le belle strade strappate ai fascisti e la gente che lieta si abbraccia e ci accoglie coi canti e il vino buono.
“Certo che siamo forti, io e te, Cagliari, che ci siamo sempre coperti le spalle, dagli slavi, a combattere dal passo del Calvario a Cabar, e poi a Roma a Porta San Paolo, con le pallottole degli Smeisser dei Diavoli Verdi tedeschi che ci han portato via tanti compagni. E poi coi nuovi, coi fratelli della guerriglia.”
Da dietro i castagni un raggio di sole scioglieva la nebbia e abbagliava, mi sembrò di scorgere una figura umana, là dove se n’era andato il coniglio.
“Siam forti io e te, Cagliari, che ce la siam sempre cavata, in questa vitaccia di stenti, paura e agguati, ma con la speranza a sostenerci, che proprio ora che stiamo per vincere ci tocca fermarci. Che ci vuol proprio una bella sfiga nera a non arrivare in città, dopo tutti i patimenti.”
Era una figura femminile, tutta bianca, e intorno a lei giungevano saltando altri conigli, però fischiettavano come uccelli, era un unico melodioso canto di capinera.
“Chissà se al Tosco gli dedicheranno una via, quando tutto sarà finito e ci sarà un sindaco comunista e bravo e di memoria. Lui è un comandante e gliela daranno, magari a noi, se non altro, ci scriveranno i nomi sotto a una statua. Pensa, Cagliari, una bella ragazza alata con delle gran tette di bronzo che regge la nostra bandiera. E il tricolore, con la stella rossa in centro, che il Sol dell’Avvenir ormai ci sta toccando con questi primi raggi del mattino.”
Mentre gli dicevo questo, Cagliari lasciò la mia mano e i suoi occhi si fecero del cielo più triste.
Riuscì a guardarmi e a pronunciare per l’ultima volta “Forza Paris! Viva l’Italia” che con un ultimo sussulto se ne andò in un timido rivolo di sangue nero.
La donna era molto giovane, sembrava proprio una ragazzina, e mosse un braccio mentre allargava un sorriso radioso.
Era del colore dell’aurora e potevo sentire il profumo che emanava, di pesco fiorito, anche se il mio naso non sentiva più nulla, come tutto il mio corpo dopo che la raffica mi aveva tagliato le gambe.
“Viva l’Italia, Cagliari, viva l’Italia, ragazza dalle guance di pesca, e buona vita in un mondo più umano, e più giusto e più libero e lieto.”
Forse lo pensai solo, forse a parlare nel suo ultimo battito fu il mio cuore, mentre mi abbandonavo all’Eternità guardando il suo bellissimo sorriso, in un ultimo sospiro di uomo libero e fiero.