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Stories by modena city ramblers

la colombaia (italian)

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Verso la fine dell’inverno del 1945 nostra madre decise, vista l’incertezza di quegli ultimi mesi di guerra, che per me e i miei due fratelli più grandi sarebbe stato più sicuro stare con gli zii alla Colombaia. La piccola di casa, mia sorella Annarosa, sarebbe rimasta in paese, ma per noi maschi il destino era segnato. Papà cercò in ogni modo di farle cambiare idea, le sue obiezioni relative al fatto che in montagna c’erano i ribelli, e lì sì che si combatteva davvero, caddero nel vuoto, mamma non volle sentire ragione. Secondo lei la Colombaia era un luogo magico e intoccabile che, a suo dire, manco figurava sulle mappe dei tedeschi, figurarsi su quelle dei repubblichini. La mamma veniva da una famiglia antifascista e nei ribelli riponeva totale fiducia, preferiva di gran lunga saperci vicino a questi ultimi che non ai tugnini giù in pianura. Nonno Quirino e nonna Rosa, per un certo periodo di tempo, avevano perfino accudito e nascosto in casa Vladimiro, un giovane prigioniero di guerra russo fuggito dal campo di Fossoli dopo l’armistizio, glielo avevano portato, per nasconderlo ai tedeschi, proprio i ribelli sapendo che la loro era una famiglia fidata. Mamma ci ripeteva sempre che i fascisti avevano rovinato l’Italia, che i loro amici tedeschi l’avevano invasa e i ribelli che combattevano sui monti ora lottavano per liberarla. Avevamo già le valigie pronte quando papà tentò di farsi lasciare almeno mio fratello Carlo per avere un paio di braccia in più in bottega, ma mamma fu irremovibile.
Sabato 24 febbraio 1945
Oggi siamo arrivati a casa degli zii alla Colombaia, siamo partiti questa mattina e siamo arrivati che era quasi ora di cena. La zia ci ha preparato la zuppa di verdure e dopo abbiamo chiacchierato un pochino con i nostri cugini Ettore ed Ester, poi siamo andati a letto. Io dormo insieme a Ivan, mentre Carlo dorme con Ettore. Brunello non lo abbiamo visto perché quando è tornato dallo stallone è subito andato ad aiutare lo zio in osteria. Lo saluteremo domani!
Partimmo in un bel pomeriggio di fine febbraio e, verso sera, arrivammo tutti e tre alla Colombaia: un pugno di case sulla strada che si arrampica verso il castello delle Carpinete buttate intorno alla chiesa di Sant’Andrea Apostolo e alla mescita gestita da mio zio Eugenio e da sua moglie Clara. Va precisato che non si trattava di un’osteria nel vero senso del termine, quello che gli zii mandavano avanti era a tutti gli effetti uno spaccio che di giorno riforniva le massaie del borgo. Alla sera ci venivano a bere e a giocare a carte gli uomini, dopo che con un paio di tavolini e qualche sedia lo spazio veniva trasformato in mescita. Dopo cena arrivava a dare loro una mano Brunello, mio cugino più grande, e la famiglia era completata da Ettore, che aveva circa l’età di mio fratello Ivan, e da Ester che, invece, era mia coetanea. Prima di partire la maestra Irene si era raccomandata che facessimo un poco di esercizio di lettura e di scrittura nel periodo che avremmo trascorso tra i monti, io misi in valigia la mia copia consumata di Le tigri di Mompracem e un quaderno sul quale mi ero ripromesso di scrivere ogni cosa degna di nota che mi sarebbe capitata in quei giorni che avrei passato lontano da casa. Di giorno Brunello guadagnava qualcosa lavorando alla stalla dei Coriani, appena sotto Valestra, partiva prima che facesse giorno e tornava giusto in tempo per mangiare qualcosa prima di raggiungere lo zio all’osteria. Ben presto Carlo prese l’abitudine di accompagnarlo lì per dare una mano, soprattutto al sabato e alla domenica, quando la sete accumulata durante la settimana si faceva sentire e la piola, col suo bel camino acceso, si riempiva fin dal primo pomeriggio. Alla domenica, dopo la messa, ci facevamo un salto anche noi ragazzi per bere una spuma e in una di quelle occasioni vidi per la prima volta i ribelli. Fu Brunello a spiegarmi chi fossero quei due ragazzi che avevano passato tutta la mattinata a bere vino seduti di fianco al camino in fondo alla sala. Mi disse che si sedevano sempre lì per scaldarsi le ossa e che non parlavano quasi mai. Ascoltavano e bevevano, sempre in coppia, accompagnati in qualche rara occasione da uno straniero più vecchio di loro. Emidio, uno dei ragazzi del borgo, mi raccontò in seguito che lo straniero era un russo, arrivato da chissà dove per insegnare l’arte della guerra ai ribelli. Diceva anche di averci parlato una volta e che il russo, offrendogli una sigaretta sorridendo, gli aveva detto di chiamarsi Victor e di essere un soldato dell’Armata Rossa. O almeno così aveva capito lui, dato che il russo l’italiano lo parlava molto male. Mi disse che i ribelli scendevano dai monti a cercare notizie, che preferivano venire alla piccola piola del borgo perché a Valestra, o peggio ancora a Carpineti, c’erano più probabilità che qualcuno li riconoscesse e gli facesse la spia. Lì alla Colombaia di fascisti non ce n’erano e si sentivano più tranquilli. Verso la metà di marzo il russo lo incontrai anche io.
Lunedì 12 marzo 1945
Oggi pomeriggio abbiamo incontrato il russo insieme a un ribelle, erano dopo i campi sotto San Vitale. Emidio gli ha chiesto delle sigarette e anche Ivan ne ha fumata una, non lo avesse mai fatto. Dopo ha vomitato e ha detto che aveva un sapore cattivissimo e che non fumerà mai più. Se lo scopre la zia saranno dolori! Chissà cosa facevano i ribelli così giù dai monti, forse erano in missione segreta!
In un tardo pomeriggio, mentre rientravo da Case San Vitale dove ero andato a prendere uova e formaggio da una certa amica della zia, me li trovai di fronte a un crocicchio, insieme a uno dei ragazzi che avevo visto in osteria. Fumavano seduti sotto una grossa quercia guardandosi intorno con aria apparentemente tranquilla. Se non fosse stato per i moschetti e per la giacca indossata dal russo, logora e priva di qualsiasi riferimento di grado o provenienza, ma senza ombra di dubbio parte di una divisa, avrebbero potuto tranquillamente passare per due amici intenti a raccontarsela dopo il lavoro. Emidio, che mi aveva accompagnato insieme a Ivan, si rivolse al russo chiamandolo per nome e con gran faccia tosta gli chiese una sigaretta. Victor smise di parlare, sorrise ed estrasse dal taschino una scatolina argentata da cui prese tre sigarette domandandoci se non fossimo troppo giovani per fumare. Emidio rispose che lui non lo era di certo, anche Ivan, con mia sorpresa, accettò la sigaretta mentre io rifiutai facendo cenno di no con la testa. Dopo aver salutato Victor e il suo compagno riprendemmo la strada di casa fermandoci solo quando Ivan, che provando a emulare Emidio aveva fumato mezza sigaretta, si buttò carponi a vomitare tra i cespugli di rosa canina. Al pomeriggio andavamo spesso a giocare insieme agli altri ragazzi del borgo, a volte andavamo giù al fiume e qualche volta lo attraversavamo spingendoci fino a Cavola, altre volte salivamo invece verso il borgo di Savognatica, arrivando fino ai ruderi del castello delle Carpinete. Vagavamo senza meta tra campi e boschi di castagni, come solo i ragazzi sanno fare, raccontandoci a vicenda cosa avremmo fatto a guerra finita. Stavamo rientrando tutti insieme da una di queste nostre scorrerie sul Secchia quando avvistammo gli aerei alleati. Prima sentimmo il rombo e poi li vedemmo arrivare da sud, da dietro l’Alpe di Cusna. Cominciarono a girare in cerchi sempre più stretti sopra la zona di Villa Minozzo, poi, all’improvviso, uno dei velivoli accese una luce bianca tre volte e subito dopo cominciò a lanciare decine di casse e bidoni. Si faceva sera e i paracadute bianchi si stagliavano contro il cielo ondeggiando e danzando nella loro inesorabile discesa. Gli aerei fecero qualche altro giro e poi sparirono veloci nella stessa direzione da cui erano arrivati. Quella sera lo zio, più ciarliero del solito, ci spiegò che, tramite quei lanci, inglesi e americani rifornivano i ribelli. In quelle casse e in quei bidoni c’erano armi e munizioni, scatole di carne, tè, cioccolato e marmellata e poi sigarette e giubboni, scarpe, calze e mutande di lana, perché la guerra, ai tedeschi e ai fascisti, a pancia vuota e col culo al freddo non la si poteva mica fare. Chiesi allora allo zio se i ribelli si stessero preparando per attaccare i tedeschi, lui si alzò da tavola, prese la cesta da riempire di legna e uscì borbottando che di queste cose i bambini non si dovevano occupare. Qualcosa in pentola bolliva però davvero. Qualche sera dopo ero alla piola con lo zio quando Brunello mi chiese di scendere in cantina a prendere un paio di bottiglioni di vino. La cantina in realtà era un locale sul retro dell’edificio, un tempo adibito a ricovero per le bestie. Stavo richiudendo la vecchia porta di legno alle mie spalle quando sentii lo zio discutere animatamente con un uomo. Appoggiai i due bottiglioni e mi strinsi tra il muro esterno e alcune vecchie casse per la vendemmia buttate lì da chissà quando, non era mia intenzione ascoltare i loro discorsi, ma visti i toni accesi e la piega che stava prendendo la discussione me ne restai rintanato nell’oscurità temendo una lavata di capo.
Sabato 24 marzo 1945
Ho conosciuto uno famoso! Un comandante ribelle! Non l’ho veramente conosciuto, ma l’ho visto e l’ho sentito parlare con lo zio. Si chiama Gordon, che non è il suo vero nome, ma un nome di guerra, come hanno tutti i combattenti della ribellione. Sono sicuro che lo ha scelto in onore di Gordon Flasce perché è un grande eroe come lui. Ora sta preparando una grande azione di guerra con il russo Victor e insieme faranno vedere ai tedeschi i sorci verdi!
I due si conoscevano e lo zio si rivolgeva al suo interlocutore chiamandolo Gordon, da quello che riuscii a capire, il ribelle, perché non poteva che essere un ribelle, cercava di giustificarsi per un qualche motivo che non capivo mentre lo zio gli diceva che sarebbe stato meglio non si facesse più vedere da quelle parti. Era troppo pericoloso per la gente del borgo, soprattutto se era in procinto di portare i suoi uomini in battaglia contro i tedeschi. Lo zio continuava a ripetere che i tugnini non stavano mica a badare ai dettagli e che bastava che qualcuno dicesse loro che la banda di Gordon era passata di lì per far rischiare alla gente della Colombaia di fare la fine di quelli di Cervarolo o di Monchio. Gordon ribatteva che sarebbero solo dovuti passare sopra al paese durante la notte per poi tagliare per Valestra, ma lo zio non volle sentire ragione: che attraversassero il fiume più a monte e che poi tenessero la strada alta attraverso i boschi, poco importava se così si sarebbe allungato il cammino di qualche ora. Gordon, che nel frattempo si era acceso una sigaretta, tirò un’ampia boccata, soffiò via il fumo e con un sospiro disse che ne avrebbe parlato con il russo, che avrebbe fatto di tutto per convincerlo a girare al largo dalla Colombaia, ma solo perché lo zio gli aveva sempre dato il vino buono, aggiunse sorridendo. Si strinsero la mano, Gordon spense la sigaretta con la punta dello scarpone e sparì nel buio. Io non ebbi il coraggio di chiedere allo zio di quella discussione, non ne parlai mai con nessuno. Più tardi chiesi a Brunello se conoscesse un ribelle di nome Gordon e mi rispose che tutti nella zona conoscevano il comandante Gordon, se non direttamente quantomeno per fama, mi disse che quello non era il suo vero nome, ma un nome di battaglia. Ogni ribelle aveva un nome di battaglia, li usavano per celare la propria identità ed evitare eventuali ritorsioni dei nazifascisti contro familiari e conoscenti. Qualche giorno dopo Emidio arrivò in piazzetta tutto trafelato e ci raccontò che la notte prima, mentre rientrava da una serata in osteria a Valestra, suo cugino Italo aveva visto un folto gruppo di ribelli scendere verso la pianura. Arrivato alla maestà di Montefaraone aveva sentito un vociare sommesso, accompagnato dal rumore di gente in cammino, farsi sempre più vicino. Si era buttato allora nel fosso che costeggiava la strada e li aveva visti passare, erano parecchi e scendevano verso valle armati di tutto punto. Ivan obiettò che Italo era noto per rientrare a casa in condizioni pietose dall’osteria, soprattutto la domenica sera, ma Emidio ribadì che era tutto vero, sua mamma gli aveva detto che i ribelli li avevano visti passare anche alcuni ambulanti che, salendo a Valestra dalla pianura per il mercato del lunedì, li avevano incrociati appena prima di Cà Bertacchi in direzione Casa del Lupo. Ivan continuava a essere dubbioso ma io ne ero certo, era l’azione di guerra di cui discutevano lo zio e Gordon qualche sera prima.
Lunedì 26 marzo 1945
Avevo ragione, i ribelli stanno marciando contro i tedeschi! Il cugino di Emidio li ha incontrati e Brunello ne conosce bene uno, si chiama Gemine ed è in una squadra chiamata Gufo Nero, la squadra comandata da Gordon. Quando sarò più grande voglio unirmi anche io ai ribelli, anche se spero che per allora la guerra sia finita e che i tedeschi se ne siano partiti!
Alla sera ne parlammo con Brunello e lui, con nostra grande sorpresa, confermò il racconto di Italo. Sì, i ribelli stavano preparando un’azione molto importante in pianura e lui lo sapeva bene perché glielo aveva detto qualche giorno prima il suo amico Gemine mentre si scaldava al fuoco della piola. Gemine era uno dei due ragazzi poco più che diciassettenni che passavano spesso a bere vino e a raccogliere informazioni in osteria, era stato a scuola con Brunello e, nonostante non li avessimo mai visti parlare insieme più di tanto, avevano mantenuto uno stretto rapporto di amicizia. Brunello ci raccontò che Gemine si era unito ai ribelli prima dell’inverno e ora era sotto il comando di Gordon nella squadra del Gufo Nero che era scesa insieme ad altre bande di combattenti e alla banda dei russi di Victor verso Scandiano, di più mio cugino non sapeva e di più non voleva sapere. La mattina del 28 marzo le voci di quanto accaduto il giorno prima a Botteghe, nei pressi di Albinea, cominciarono a raggiungere la montagna. C’era chi raccontava di una feroce battaglia in cui i tedeschi avevano avuto la peggio, sonoramente battuti dai ribelli, alcuni confermavano l’accaduto precisando però che erano state le truppe alleate, inglesi e americane, a sconfiggere i tugnini. Altri poi, quelli che evidentemente non avevano in gran simpatia i ribelli, minimizzavano la cosa, chiosando che le truppe tedesche non avevano avuto poi ’sto gran danno e che i ribelli avevano fatto per lo più solo un gran baccano. Dopo pranzo noi ragazzi salimmo verso le Carpinete fantasticando ad alta voce e facendo congetture su quanto poteva essere accaduto giù in pianura, a un certo punto, con nostra grande sorpresa, incontrammo Brunello seduto su un cippo a bordo strada nei pressi di San Vitale. Non era evidentemente andato al lavoro allo stallone dei Coriani e Ivan gli domandò cosa stesse facendo lì da solo a quell’ora, ci rispose che stava aspettando Gemine e non aggiunse altro tornando a scrutare la strada che scendeva da Valestra. Restammo tutti in silenzio per un po’, poi noi ragazzi cominciammo a giocare a piastrella, gioco che ci portava spesso a discutere animatamente. Fu proprio durante una di queste accese discussioni che vedemmo arrivare attraverso i campi i primi ribelli. Procedevano in silenzio, alla spicciolata, con le armi in spalla, alcuni portavano delle barelle su cui erano adagiati dei loro compagni feriti. Quando passarono di fianco a noi, prendendo la strada che sul limitare del bosco portava a Savognatica, Brunello si alzò in piedi cercando con lo sguardo il suo amico. Gemine camminava al fianco di alcuni compagni e nel momento in cui scorse mio cugino il suo volto, annerito dal fumo, si aprì in un largo sorriso, i due si abbracciarono, si accesero un paio di sigarette e si sedettero a fumare a bordo strada. Gemine cominciò a raccontare quanto accaduto il giorno prima, ci disse che le bande ribelli avevano attaccato nella notte un comando tedesco nei pressi di Albinea e che avevano dato ai tugnini una bella lezione. Insieme a loro avevano partecipato all’azione anche dei soldati inglesi e la banda dei russi comandata da Victor. Carlo gli chiese se poteva dare un’occhiata al suo moschetto mentre Emidio e Ivan cominciarono a fargli un sacco di domande, io però non ascoltavo più il suo racconto, la mia attenzione era rivolta ad altro. Il mio sguardo era fisso su un uomo che camminava insieme a un gruppo di combattenti decisamente diversi dai ribelli che avevamo visto passare fino a quel momento, non erano i russi di Victor, quindi doveva per forza trattarsi degli inglesi di cui parlava Gemine. L’uomo che aveva attirato la mia attenzione non era armato ma aveva una piva a tracolla, simile a quelle che nel periodo natalizio avevamo visto suonare tante volte nei giorni di mercato in piazza Piccola, giù a Sassuolo, portava un basco verde con un buffo pompon e, cosa più incredibile, indossava una gonna. Passò di fianco a noi e, insieme ai suoi compagni, si allontanò seguendo la lunga fila di ribelli che scendeva verso il Secchia. Non potei fare a meno di domandare a Gemine chi fosse quell’uomo che era andato in battaglia indossando una gonna e lui mi rispose sorridendo che quell’uomo era scozzese, si chiamava David e quella che indossava non era una semplice gonna, ma un kilt, portato fieramente dagli uomini della sua terra quando scendevano in battaglia. Mi disse anche che la piva scozzese che portava a tracolla aveva dato il la all’assalto con un suono talmente fragoroso da essere udito a chilometri di distanza, era stata un’idea del maggiore inglese per far capire ai tedeschi chi li stesse attaccando. Carlo obiettò che forse intendeva dire il contrario, ma lui ribadì che, no, avevano proprio voluto fare credere a tedeschi e fascisti che fossero solo gli inglesi a dare battaglia per evitare rappresaglie nei confronti della popolazione di Albinea. Si stava facendo sera e Gemine, dopo avere abbracciato Brunello e salutato tutti noi, si incamminò raggiungendo gli ultimi compagni che scendevano verso il fiume. Tornammo alla Colombaia con la testa piena di racconti portentosi e la sera, nel mio letto, ripensai allo scozzese che portava un nome biblico importante, quello del giovane pastore che, armato solo di una pietra, aveva sconfitto il gigante filisteo Golia. Un paio di settimane dopo rividi il russo. Era tardo pomeriggio, seduto su un fittone davanti alla chiesa stavo aspettando Emidio quando vidi Victor uscire dalla piola, anche lui mi vide e, dopo essersi acceso l’immancabile sigaretta, venne verso di me. Mi salutò con un cenno del capo e cominciò a frugare nella sacca che portava a tracolla, dopo qualche secondo ne estrasse una tavoletta di cioccolato che mi porse con un largo sorriso. Aveva un braccio bendato e gli chiesi cosa gli fosse accaduto. Mi rispose che il giorno di Pasqua i tedeschi avevano attaccato il territorio della zona libera, nei pressi di Toano, e che durante la battaglia era caduto ferendosi al braccio. Una ferita ben poco onorevole, aggiunse, scoppiando in una fragorosa risata. A quel punto gli feci una domanda che da giorni portavo nei miei pensieri: perché combatteva per una terra che non era la sua? Si fece serio, allargò le braccia e rispose, guardandomi dritto negli occhi, che non poteva fare altrimenti, perché non esistono bandiere o confini quando si lotta per la libertà. Ci salutammo stringendoci la mano e si incamminò verso il monte, non ci incontrammo mai più. Da lì a poco la guerra finì e sono passati molti anni da allora, ma ancora oggi mi capita di ripensare a quelle ultime parole del russo. Ora ho un figlio che, ironia della sorte, si chiama Davide e talvolta, quando lo guardo prendere sonno la sera, mi chiedo se sarò capace di trasmettere la forza di quegli ideali anche a lui, così come Victor fece con me.