Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

l’estate del ’44 fu la più calda di tutto il secolo (italian)

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Dura la vita nella campagna aretina in quegli anni.
Silvestro Lanzi ed Elena Boncompagni, due giovani originari della Val Tiberina, si conoscono e si innamorano.
Silvestro è di Pieve Santo Stefano ed Elena di Monte Santa Maria Tiberina, un paesino che rimane nella zona di Città di Castello.
Si sposano circa nel 1919 e, per ragioni di lavoro, si trasferiscono verso Arezzo.
Silvestro trova lavoro a San Severo come bracciante ed Elena si adatta a fare un po’ di tutto: dalla governante alla levatrice.
La vita non è facile per i braccianti al soldo dei proprietari terrieri della zona, ma il pane a casa bisogna comunque portarlo e a Silvestro la voglia di lavorare di certo non manca.
La vita di Silvestro non è poi tanto diversa da quella di Paolo, di Simone, di Tonino, i suoi amici e colleghi braccianti.
“Dai che anche stisera qualcusina sul tavolo per i nostri citti la si mette.”
Persone abituate a vivere con poco, con le giornate scandite dall’alternarsi della luna e del sole, giovani uomini con i calli sulle mani e dita che permettono loro di afferrare, senza sentire dolore, brocche calde di caffè.
I contadini sul campo di lavoro, in un lasso di tempo ristretto, passano dal bubbolare dal freddo nelle primissime ore della giornata a togliersi tutti gli indumenti possibili verso le dieci del mattino, quando il sole spinge sul pedale dell’acceleratore.
Ma si vive.
Si vive persino felici.
Come scriveva Pierre Sansot: “In campagna, dopo una giornata di lavoro, gli uomini alzavano il bicchiere di vino all’altezza del viso, lo osservavano, gli facevano prendere luce prima di berlo con cautela.”
Certo, una felicità “cristallizzata”, quella che vivi quando non hai contatti al di fuori del microcosmo tuo, quando non hai la percezione che vi possa essere altro nella vita che non sia il deteriorarsi di muscoli, tendini e schiena.
Si nasce così, e tu non fai altro che replicare il meccanismo d’esistenza di tuo padre, di tuo nonno, di tuo bisnonno.
E da bimbo cresci in case con gli angoli bui, le aie enormi e assolate, gli attrezzi del mestiere che diventano giocattoli, fienili che diventano terreno di gioco dover far volare la fantasia.
Occhi vispi, ginocchia sbucciate e moccio al naso.
Me li immagino così, Anastasio ed Ezio, due dei figli di Silvestro ed Elena.
“Corri Anastasio! Corri che te piglio, lumaca!”
“Sei lento Ezio, un me prendi!”
Scoppia la seconda guerra mondiale e Silvestro, ancora non sa, dovrà farci i conti.
E dire che, pover’uomo, aveva già pagato uno scotto pesante con la prima delle due guerre.
Silvestro, prima di sposarsi con Elena, infatti. aveva subito la terribile esperienza della prigionia in Germania, un periodo durissimo che cercava di dimenticare, di nascondere in un anfratto buio del proprio cervello.
Ma dovrà affrontarne un’altra, di guerra.
“Anastasio, dove ti sei nascosto?”
“Sono qua Ezio, ma non mi troverai, te frego anche stavolta.”
“Seeeee, te trovo, te trovo!”
La zona di San Severo, fino ad allora, non era stata teatro di scontri importanti. Fino ad allora. Se si esclude qualche episodio circoscritto all’altezza di Molinelli, lì vicino.
Era un luogo che definiremmo “tranquillo”, anche se mi viene da sorridere, mentre lo sto scrivendo.
È l’estate del 1944 e, durante la seconda guerra, il territorio di San Severo era stato perlopiù un territorio di passaggio, di transito, ma i tedeschi presenti nell’area ora sentono il fiato sul collo degli Alleati, che guadagnano sempre più terreno mentre loro invece perdono posizioni e postazioni.
E il nervosismo, la paura, non fanno altro che acutizzare la bestialità dell’uomo, si sa, specie in tempi di guerra.
La città di Arezzo viene liberata il 16 di luglio del 1944, ma pochi giorni prima altri fatti di sangue ne colorano di rosso la campagna.
Il 14 luglio, un drappello di soldati tedeschi pieni d’odio e feroci come lupi si riversa su San Severo. Una San Severo più popolata del solito dal momento che, oltre agli autoctoni, anche molti aretini sfollati avevano cercato rifugio tra i paesini rurali, ritenendoli più sicuri.
Silvestro si trova, come suo solito, nei campi a mietere il grano assieme a un’altra persona, ma fiuta il pericolo. Torna allora a casa e, seguendo l’istinto, prende in braccio il figlio più piccolo, Alberigo.
Un soldato tedesco alle sue spalle gli intima di lasciare il bimbo, Silvestro gli risponde nella sua lingua.
Il periodo passato in prigionia gli aveva, infatti, lasciato un’infarinatura di lingua tedesca.
Sono tempi di guerra e un bimbo in braccio non impietosisce un soldato.
Di sicuro non impietosisce il soldato ora di fronte a Silvestro, che ripete all’uomo di separarsi dal bimbo.
Silvestro, con la fronte sudata di lavoro nei campi, scivola nella spirale di terrore in cui sembra essere piombata la sua vita e quella della sua famiglia. Stringe a sé il bimbo, ma il soldato lo colpisce con il calcio del fucile, convincendolo a separarsi dalla piccola creatura.
Viene poi condotto assieme ad altri uomini in un luogo a un quarto d’ora di cammino dal paesino di San Severo.
Tutti gli uomini vengono fatti disporre in fila indiana, i tedeschi salvano solo i giovanissimi e quelli che comprovano di avere idee e amicizie “repubblichine”.
Sono attimi di attesa e terrore, anche se l’epilogo è orami immaginabile.
I colpi delle armi da fuoco spostano le foglie e riecheggiano fino al paesino di San Severo, ora popolato solo da donne e bambini.
Sembra il suono di un’orchestra demoniaca, piombo contro pelle, urla di sofferenza e di disperazione, attimi che sembrano infiniti.
I tedeschi, dopo la mattanza, spariscono da dove sono venuti e, a San Severo, i ragazzi più giovani si occupano di recuperare i cadaveri con delle carrette e altri mezzi di fortuna.
I corpi dei loro padri, dei loro parenti, della gente che li ha visti nascere e crescere.
In un primo momento, i corpi vengono posti dentro la chiesa del paese.
Ezio e Anastasio, che il 14 luglio avevano dieci anni o poco più, si porteranno per tutta la vita l’immagine di quella chiesa trasformata in una sorta di macelleria.
Una macelleria di corpi inanimati, di burattini dell’orrore, di grotteschi pupi siciliani a cui son stati tagliati i fili.
Il giorno dopo, i corpi vengono sistemati in una sorta di fossa comune.
Sul microcosmo di San Severo sembra essere calato un incantesimo per cui nessuno può più parlare, le parole non escono dalla gola, solo lacrime e grida.
Si dice che, in una giornata di pioggia, bimbe e ragazze prendono degli ombrelli e si sistemano sopra la fossa dove sono stati sepolti i loro cari.
“Vogliamo ripararli dalla pioggia, hanno freddo,” risponderanno.
Questa è la storia del paesino di San Severo, figlio di un dio minore.
“Ezio, corri! Corri più forte Ezio!”
“Anastasio, prima o poi ti prendo!”