Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

l’accordatore del duce (italian)

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12 aprile ’45, ore 04.30
“Papà, quando andiamo a casa? Ho freddo. Voglio andare a casa.”
“Prendi la mia giacca, Giancarlo, siediti in terra e appoggiati al muro. Non ti preoccupare metti la testa fra le braccia, chiudi gli occhi e pensa a una bella canzone, pensa a una bella musica, una di quelle che abbiamo cantato e suonato in osteria. O una di quelle che suoni tu al piano.”
I soldati tedeschi urlano qualcosa e ci dicono di stare in piedi e fermi contro il muro della caserma dei carabinieri. Ormai è notte fonda, e siamo qui da qualche ora in attesa. Ci hanno detto che devono trovare altre sei persone e poi ci porteranno al poligono di Mompiano. Io lo so cos’è il poligono, è dove vanno i soldati a imparare a sparare. Ma noi non dobbiamo imparare a sparare. Perché ci vogliono portare là?
Mi appoggio al muro come ha detto mio padre, e penso di essere in casa mia, al pianoforte. Mi viene da muovere le dita nell’aria e mi sembra di suonare il minuetto in sol maggiore di Bach – tan ta ta ta ta tan tan tan – e non sento più il freddo e nemmeno le voci dei soldati.
Da quando hanno bombardato la nostra casa in via Rosa dormiamo in una cantina a poca distanza. Ogni giorno, nelle ultime settimane, si sentono le mitraglie e le bombe cadere, e anche se ci sentiamo al sicuro abbiamo molta paura. A volte si sentono lontane ma a volte molto vicino come il giorno in cui una di queste ha colpito la nostra casa. Per fortuna che eravamo nel rifugio perché avevamo sentito suonare le sirene ed eravamo scappati come sempre in tutta fretta. Ma ieri e oggi la situazione è stata più tranquilla. Non abbiamo sentito nessun aereo.
Stamani era il compleanno di papà, e ci ha detto che ci voleva portare tutti in osteria qui vicino a festeggiare. Non aveva fatto ancora buio che siamo andati alla Mandola, taverna frequentata da cantanti e musicisti amici di papà. Mio padre dopo aver fatto un brindisi con un bicchiere di vino si è seduto al pianoforte e ha cominciato a suonare e ad accompagnare i suoi amici cantanti d’opera, soprattutto le arie di Puccini, il suo preferito.
Io lo ascoltavo felice, mentre mangiavo una fetta di torta di mele, e pensavo che anche io da grande avrei fatto il pianista. Ne sono sicuro, la musica è la mia passione e non suonare il pianoforte negli ultimi tempi mi ha messo molta tristezza. Ma dicono che prima o poi la guerra finirà, che torneremo nella nostra casa e io suonerò tutto il giorno, tutti i giorni, per il resto della mia vita.
Le ore passavano e iniziava il coprifuoco, ma per mio padre era troppo presto per tornare nello scantinato, che poi non era lontano, cento metri o poco più, e che in giro ormai non c’erano tante pattuglie di soldati tedeschi, perché si stanno quasi tutti ritirando. Dicono che gli americani sono vicini.
Non si era accorto nessuno che si stava facendo notte fonda, erano tutti assorti nella musica ed era quasi l’una quando l’osteria iniziò a svuotarsi. Tutti abbracciavano mio padre, baci e ancora gli auguri di buon compleanno, e lui, felice, fu l’ultimo a staccarsi dal pianoforte. Piano piano la gente cominciò a uscire. Fuori era buio, solo alcune luci fioche negli angoli delle vie e il silenzio era assoluto. Quello della notte, delle notti col coprifuoco. La musica era rimasta dentro, nell’osteria. Se non ci fosse stata la guerra sono convinto che mio padre e i suoi amici avrebbero cantato fino al mattino, fino a svenire dalla stanchezza.
Ci siamo incamminati verso casa, andando piano e sereni, non avevamo paura, eravamo ancora tutti sorridenti per la bellissima serata. Ma appena svoltato l’angolo abbiamo incrociato un’autoblindo tedesco. I soldati stavano effettuando un rastrellamento. Ci hanno subito fermati, con i mitragliatori puntati addosso. Eravamo impietriti e i sorrisi in un attimo scompaiono. Non ci hanno chiesto nemmeno chi eravamo e perché ci trovavamo lì in giro a quell’ora.
La prima cosa che hanno fatto è stata contarci. Strattonandoci ci hanno portati vicino alla caserma dei carabinieri al di là della strada.
“Non abbiamo fatto nulla di male, eravamo in osteria a suonare e cantare, è il mio compleanno, fateci tornare a casa,” dice mio padre al maresciallo dei carabinieri che è con loro ma che non risponde.
“Mettetevi contro il muro. Siete quattordici, abbiamo l’ordine di portarvi a Mompiano. Dobbiamo solo trovare altri sei e poi partiamo. Ieri i partigiani hanno ucciso due soldati e voi sapete tutti qual è la nostra legge.”
Siamo qui da ore e il terrore ci paralizza, nessuno fiata, nessuno piange, come se si sentissero già tutti morti. Io rimango rannicchiato, la giacca di mio padre mi riscalda un po’ e continuo a muovere le dita, tasti invisibili ma che risuonano all’infinito – tan ta ta ta ta tan tan tan- tan ta ta ta ta tan tan tan…
Autunno del ’44
“È un bel pianoforte? Mio figlio Romano mi dice che è un po’ scordato.”
“Sì, è scordato ma è un ottimo pianoforte, uno dei migliori che si possano trovare in circolazione. È vostro figlio che lo suona?”
“Sì, io mi diletto con il violino, ma lui sta diventando un bravo pianista, e ogni tanto suoniamo un po’ insieme.”
“Ora inizio ad accordarlo, ci vorrà un po’ di tempo e forse dovrò tornare alcune volte.”
“Bene, mi hanno detto che lei è il migliore accordatore della zona, mi fido. Anche se so che non è proprio un mio estimatore. Le hanno rilasciato un lasciapassare per le prossime volte che deve venire qui in villa?”
“Sì, grazie, eccellenza.”
“Bene, grazie a lei e faccia un buon lavoro.”
Mussolini rimane giusto un minuto, il tempo di squadrarmi bene e di capire se può fidarsi di me. Sono qui alla villa dei Feltrinelli, che dopo l’armistizio e la liberazione del duce da parte dei tedeschi sul Gran Sasso ora è la sua residenza e la sede della Repubblica di Salò. Devo accordargli il pianoforte, e devo farlo bene. Ma come sono finito qui, io che sono un antifascista, anche se non faccio attività politica?
Tutto è cominciato ieri con un manipolo di nazisti che hanno bussato alla porta della nostra casa di Brescia in via Rosa.
Erano alcune SS insieme a un loro comandante, un ufficiale che si presenta come Erich Priebke. Non posso dire di non essermi preoccupato, avevamo il cuore in gola, ma sapevo anche di non aver nulla da temere, se non il fatto che sono un antifascista. Li ho fatti accomodare e subito dopo il loro sguardo si ammorbidisce perché, nella stanza con il pianoforte, ho appesi i quadri di alcuni dei più grandi compositori tra i quali Beethoven, Mozart, Liszt, tutti in qualche modo di lingua tedesca. Questo li fa rilassare, e non è una brutta cosa.
Mio figlio Giancarlo che è seduto al piano e stava suonando alcuni studi di Czerny si interruppe e Priebke gli fece cenno di continuare a suonare tranquillo, ma vedevo che era un po’ turbato, gli tremavano molto le mani. Suonare davanti alle uniformi delle SS non deve essere una cosa facile.
Mi stavo ancora chiedendo il perché di quella irruzione quando con poche parole l’ufficiale mi ha detto di tenermi pronto che l’indomani sarebbero venuti a prendermi per portarmi ad accordare un pianoforte.
Certo, è il mio mestiere, ma nel ’44, in piena guerra di liberazione, con i bombardamenti, impegnare le SS per una operazione così futile, non ne comprendevo il senso. Ho subito pensato che servisse per una festa di ufficiali o qualcosa del genere. O forse un concerto, perché nonostante tutto quello che stava accadendo la musica continuava, i tedeschi ne organizzavano spesso per i loro ufficiali. E mi dava molto l’idea del Titanic, che pochi anni fa era affondato mentre l’orchestra continuava a suonare.
Invece ora eccomi qui, sul lago di Garda, intento e concentrato a sentire anche la più lieve stonatura nelle note del pianoforte di Mussolini. Abbiamo passato tanti posti di blocco nel raggiungere Gargnano, la zona è ancora totalmente controllata dai tedeschi. Sarebbe davvero una beffa essere vittima di un agguato dei partigiani.
Il figlio del duce, Romano, mi raggiunge nella sala, e inizia a suonare. Vedo che è un appassionato di jazz, che in Italia è vietato da alcuni anni perché è la musica del “nemico”. Dicono che corrompa le coscienze e sia espressione giudaica. Sul pianoforte ci sono alcuni spartiti e la cosa, oltre che a sorprendermi, mi incuriosisce.
“Vedo che siete amante del jazz, di Duke Ellington, ma come fate a trovare questo materiale, diciamo, proibito?”
“Ho i miei canali privilegiati,” mi risponde Romano in modo gentile ma alquanto paradossale. “Mi piace molto ascoltare i dischi di jazz, piace anche a mio padre, la musica nella nostra famiglia è una passione forte e molto presente.”
Sono tornato alla villa altre due volte ma non ho più rivisto il duce. Il figlio Romano sì, e ogni volta parlavamo di musica, di jazz, e mi sembrava di vivere in un’altra dimensione, quella dove anche due persone così diverse e così lontane come ideali potevano incontrarsi senza sentirsi nemici.
12 aprile ’45, ore 05.30
Sono più di quattro ore che siamo in attesa. In attesa di essere fucilati. È questa la fine che faremo, appena trovano gli altri sei innocenti da giustiziare, perché è questo che succederà. La disperazione inizia a prendere il posto della stanchezza, ogni secondo che passa può essere quello fatale, in ogni momento potrebbe farci salire su una camionetta insieme ad altri disperati come noi. Mi chiedo come possano essere così crudeli quelle persone con i mitra in mano, mi chiedo cosa direbbero le loro madri nel vederli in quel momento, come si sentirebbero ad averli educati per vederli diventare delle persone malvagie in quel modo. Ma sono solo istanti, quelli in cui vengono alla testa questi pensieri, forse per vincere un po’ la paura, per esorcizzare questo momento drammatico per me e la mia famiglia.
Fra un po’ sarà l’alba, e normalmente saremmo quasi pronti per affrontare un nuovo giorno, seppur con le sue incertezze. Una piccola colazione, Giancarlo a scuola e poi i pianoforti, io ad accordarli, lui a suonarli. La nostra vita è questa, la nostra vita è la musica, non può finire così. Non può.
Le preghiere ai soldati diventano via via più forti e pressanti, ma hanno solo l’effetto di innervosirli e il maresciallo dei carabinieri che è qui con i tedeschi cerca in qualche modo di aiutarci ma senza grandi risultati.
A un certo punto uno dei miei amici si ricorda che io sono andato ad accordare il pianoforte di Mussolini. Che sono proprio il suo accordatore di fiducia. Io non ci avevo pensato, mi sembrava una scusa troppo poco importante. Cerco nelle tasche e trovo il foglietto che mi avevano rilasciato mesi prima.
“Papà, fagli vedere la lettera, fagliela vedere!” mi grida Giancarlo.
Glielo avevo mostrata la prima volta che ero tornato dal lago e avevo incontrato Mussolini. Non avevo nessuna idea che ci potesse tornare utile un giorno, e avevo quasi dimenticato di averla nella tasca della giacca. Per fortuna era ancora leggibile.
Sventolo il foglio dicendo che sono l’accordatore del pianoforte del duce e che in futuro dovrò ancora andare da lui.
Una delle SS lo prende in mano e lo legge.
“Klavier stimmen?” chiede il soldato un po’ incredulo.
“Ja, ja. stimmen, stimmen, klavier di Mussolini. È firmato dal capitano Priebke.”
Noi rimaniamo contro il muro, siamo vivi ma non siamo ancora salvi, non abbiamo nessuna idea ma solo una flebile speranza, e poi, l’accordatore del duce sono solo io, solo io potrei ancora servirgli. I soldati non si prenderanno la responsabilità di fucilare un “protetto” di Mussolini, ma in questi giorni così drammatici e confusi chissà cosa può passare per la mente di questi soldati. Anche loro forse non ne possono più di questa guerra logorante e di solito eseguono gli ordini anche se possono sembrare crudeli e ingiusti.
Parlano con il maresciallo dei carabinieri per un po’. I minuti non passano mai. Quando ho tirato fuori la lettera sono stati minuti di euforia, ora di nuovo la disperazione perché ci sembra che non prendano nessuna decisione a noi favorevole. Stringo a me Giancarlo, lo sento calmo fra le mie braccia e questo mi dà tanta forza.
Dopo più di un’ora l’ufficiale tedesco si avvicina.
“Se ne vada, lei e la sua famiglia.”
Parla in modo secco e freddo, senza lasciare spazio a nessuna emozione, di pietà o di disprezzo.
Noi siamo quattro, io, mia moglie e i miei due figli. Non sono contento come avrei pensato che sarei stato sentendo quelle parole. Sarebbero rimasti lì ad attendere di essere fucilati in dieci. Dieci miei amici. Non mi sembra giusto. No, non lo è. Ci sono momenti in cui bisogna scegliere da che parte stare.
“O mi lasciate portare via anche tutti i miei amici, ci lasciate andare tutti, o io e la mia famiglia rimaniamo qui.”
Non stavo bluffando, era una scelta, la più dura, perché stava mettendo in pericolo la mia famiglia, ma era l’unica che conoscevo. Come nella musica, dove l’insieme non è sempre e solo una somma di singoli elementi, anche in quel frangente pensavo che la forza di resistere e di continuare a sperare ce l’avesse data l’amicizia ed essere tutti nella stessa drammatica situazione. Tutti sulla stessa barca, a remare tutti insieme. Mi chiedo anche se possa essere una scelta un po’ egoista, sarei mai stato capace di vivere con un senso di colpa così grande?
L’attesa per la decisione finale è insopportabile, più dolorosa forse della decisione stessa, la speranza appesa a un filo ormai quasi invisibile.
L’ufficiale tedesco finalmente si avvicina e cerco di trovare un indizio dai suoi occhi, dai suoi muscoli facciali, dal movimento delle sue mani, ma invano. Poi finalmente mi ridà la lettera e con voce ancora più secca ci dice di andare via tutti. “Alle,” lo ripete due, tre volte. Tutti. Siamo sicuri, ha detto tutti.
Guardiamo il carabiniere che ci fa un segno di saluto con la testa e ce ne andiamo di corsa.
È già giorno, e non è un giorno qualunque.
Ha un gran profumo di nascita, di vita. E di libertà.