koba (italian)
Corro, corro velocissima e amo correre velocissima. Una volta mi piaceva tantissimo anche trottare lungo le vie del borgo, con la testa alta, annusando l’odore delle cose umane. Ma ciò che amo più fare è correre, come un missile. Lungo i prati, saltando come una lepre nell’erba alta, e dentro il bosco, schivando i rami e sfiorando i carpini e le querce. Correre mi fa sentire forte, mi fa sentire viva. Tempo fa mi chiamavo Rucola, un nome buffo vero. Ma a me piaceva, quasi quanto correre. Me l’aveva dato la più piccola di famiglia, Matilde. Mi volevano un gran bene, avevo sempre cose buone da mangiare e un giaciglio caldo per la notte. Altri cani che conoscevo non erano così fortunati. La notte restavano fuori, alla catena. Oppure nei ricoveri insieme alle mucche o ai maiali. Io ero fortunata, tanto. La mattina andavo nei campi con gli uomini e lì potevo correre a perdifiato. Anche in inverno, quando correvo a testa bassa e con la bocca aperta per mordere la neve. Adoro la neve. Adoro correre sulla neve. L’aria fredda mi fa lacrimare gli occhi e mi gela la lingua che penzola a lato della bocca, mi fa sentire così viva. Vi ho detto che conoscevo altri cani? Eravamo parecchi in paese. Andavamo tutti d’accordo, i più vecchi, che faticavano a correre, con i più giovani, come me. Tra di noi ci chiamavamo con nomi diversi, non quelli che ci danno gli umani. Noi ci diamo nomi adatti alla nostra specie. Non fraintendetemi, Rucola mi piaceva, ve l’ho detto, ma non è un nome da cane! Io per esempio mi chiamo Vento Corvo di Neve. Vento perché corro velocissima, Corvo di Neve perché ho il manto bianco e nero. Me lo ha dato Azzanna Lepri, uno degli anziani del branco. Perché anche se vivevamo nel borgo con gli umani quando stavamo insieme eravamo un branco, sapete? Azzanna Lepri era un bracco, da giovane era il miglior cane da caccia della zona. A caccia però non andava più, il suo umano portava con sé Piede che Puzza di Salame, un cucciolone capace di fiutare uno scoiattolo a centinaia di metri di distanza. Non molto sveglio però, ma molto simpatico. Da noi quasi tutti i cani aiutavano gli umani, chi con pecore e mucche, chi nella caccia, chi cercando tartufi. Io no. Io li rendevo felici giocando con i bambini, accoccolandomi contro le gambe degli adulti, seduti a riposare la sera dopo il lavoro e abbaiando quando qualche sconosciuto si avvicinava alla nostra casa. Ero davvero fortunata. La mia famiglia viveva al limitare del bosco e quando il branco voleva fare una passeggiata in mezzo agli alberi passava sempre dalla nostra casa. Io li aspettavo davanti alla porta e quando arrivavano partivo a razzo mettendomi in testa al gruppo. Nei boschi nessuno ci teneva testa. Fiutavamo le piste degli altri animali e ci divertivamo a far prendere loro dei begli spaventi quando li incontravamo. Gli scoiattoli ci prendevano in giro qualche volta, ma solo perché si sentivano al sicuro sui rami degli alberi. Guai se uno di loro si fosse fatto sorprendere a terra però, avrebbe pagato per tutti. Una volta Gira Pecore ne aveva beccato uno con la lingua lunga. Da quel giorno di lungo gli era rimasta solo quella perché la coda se l’era presa il mio grosso amico peloso. Poi c’erano le lepri e le volpi, che stavano ben alla larga, e i tassi. Ecco, i tassi sono pericolosi. Meglio non trovarseli davanti quando si è da soli. I tassi sono pazzi. Quando eravamo in branco però ci stavano lontani, troppi denti anche per loro. La cosa che ci piaceva più fare però era correre, gareggiare tra di noi mettendo alla prova la nostra agilità e la nostra velocità. Io ero, senza alcun dubbio, la più veloce. Orecchio Basso, un’altra giovane cagnolina del branco, qualche volta riusciva a battermi, ma solo perché io mi distraevo. Ogni tanto mi succede. Perché sento un odore nuovo, oppure un suono improvviso e inaspettato. Non capita spesso, ma capita. Non mi piacciono i suoni improvvisi e secchi, come gli spari ad esempio. Mi spaventano. Una mattina ne ho sentiti tanti. Li avevo già sentiti quando l’umano di Piede che Puzza di Salame veniva a sparare alle lepri troppo vicino alla nostra casa, ma mai così tanti. Non c’erano solo i colpi degli spari, ma anche le urla. Urla che non capivo, che non riconoscevo. Secche, cattive, più degli spari. Sono corsa a casa, velocissima, più veloce di sempre. Spaventata. L’uomo era sdraiato nel cortile di fronte a casa, in mezzo alla neve. Di fianco a lui c’era uno dei bambini. Erano fermi, immobili. Senza respiro, in mezzo al sangue, in mezzo a un odore che non avevo mai sentito. Dopo l’ho capito. Era l’odore fresco della morte. La donna era in cucina, insieme agli altri due bambini. Avevano lo stesso odore. Sono scappata. Ho corso velocissima, ancora più veloce di quando avevo corso più veloce di sempre. Sono passata in mezzo al borgo e ovunque c’erano fumo, urla e odore fresco di morte. Sono inciampata su un corpo steso a terra. Era Azzanna Lepri, sdraiato in un lago di sangue di fianco al suo umano. Ho ripreso a correre, fino ai campi gelati, fino al torrente. Lì finalmente le urla e gli spari si sono fatti lontani. Mi sono accucciata in mezzo al cerfoglio selvatico, con la testa tra le zampe, aspettando la fine del giorno. Il giorno dopo sono tornata indietro. Da lontano, sullo spiazzo davanti alle case ho visto delle macchie rosse sulla neve, era come se fossero sbocciati tanti fiori. Ma non erano fiori, era sangue e in mezzo al sangue c’erano gli uomini. E le donne. E i bambini. Era tornato il silenzio, nessuno sparo, niente grida, solo silenzio. Molte delle case bruciate fumavano ancora e ovunque c’era l’odore della morte. Ho cercato il branco, ma non ho trovato nessuno. Nessuno vivo. In mezzo agli uomini ho visto Orecchie Basse e Gira Pecore, morti anche loro. Sono andata via, prendendo la strada che portava nel bosco, camminando piano. Ho vissuto nel bosco per tanto tempo. Mi ero fatta una tana dove i castagni sono più fitti, sotto un vecchio tronco caduto. Ogni tanto scendevo alle case vicino al torrente per trovare qualcosa da mangiare lasciata in giro dagli uomini che vivono lì. Ma a loro non mi avvicinavo. Non volevo più avvicinarmi agli uomini. Non mi piacevano più. Ho imparato a cacciare, perlopiù scoiattoli, oppure topi e faine. Anche i ghiri erano buoni, ma anche più difficili da trovare. Ho imparato ad appostarmi e ad avere pazienza. Bisogna stare immobili e credetemi, per me era molto difficile. Quando la preda arrivava a tiro scattavo, velocissima, come sempre. Era bello vivere nel bosco ma alcune cose mi mancavano molto. Mi mancavano i miei amici del branco e le corse a perdifiato che facevo insieme a loro. Anche i giochi con i bambini mi mancavano e pensare a loro mi riempiva di tristezza. Poi l’inverno è finito ed è tornato il caldo. Anche il sole caldo mi piace. Stare sdraiata al sole dopo mangiato è bellissimo. La sera arrivava sempre più tardi e in quei giorni mi piaceva scendere al torrente a rinfrescarmi nell’acqua ancora gelida. In una di quelle calde serate ho incontrato un uomo. Nel bosco, tornando dal torrente. Non venivano mai così in profondità nel bosco, ma quella sera quell’uomo era lì. Aveva un fucile e sembrava anche lui sorpreso di vedermi. Si è accucciato, ha appoggiato il fucile a terra e mi ha fatto cenno di avvicinarmi a lui. Io ho cominciato a ringhiare. Volevo che andasse via, ma lui non si è mosso. Mi parlava con calma. Io ringhiavo con il pelo ritto sulla schiena e scoprivo i denti. Volevo fargli paura, ma lui non si muoveva e continuava a parlarmi. Mi faceva paura. Poi ha tirato fuori un pezzo di carne dallo zaino che aveva sulla schiena. Era carne secca, l’ho capito dall’odore, un odore che non sentivo da tanto tempo. Continuavo a ringhiargli contro, ma non ero più tanto convinta. Avevo voglia di azzannare quella carne e cominciavo a non avere più così tanta paura di lui. Continuava a parlarmi con voce calma tendendomi la carne. Parlava in un modo strano, diverso da come mi parlavano gli umani con cui vivevo un tempo. Ho cominciato ad avvicinarmi, lentamente, quasi strisciando. La testa bassa con gli occhi fissi su di lui e le zampe posteriori pronte a scattare. Sempre più vicina. Lui sempre più vicino. Ora sentivo bene il suo odore, capivo di avere voglia di essere accarezzata da lui e questo mi spaventava. Ma ho continuato ad avvicinarmi finché non ho preso la carne tra i denti e non mi sono voltata scattando lontano da lui. A distanza di sicurezza ho mangiato il boccone, lentamente, gustandolo. Mentre masticavo lui si è avvicinato, mi ha posato una mano sulla testa e mi ha accarezzato. Io l’ho lasciato fare, è semplicemente successo. Sentivo gli scoiattoli sui rami più in alto prendermi in giro. “Si è fatta fregare,” dicevano. Ma non mi importava, andava bene così. Era giusto così. L’ho seguito e mi ha portato con sé in un paese dove c’erano altri uomini come lui. Quando li ho visti da lontano, quando ho sentito i loro odori, mi sono irrigidita. Lui mi ha detto di non avere paura, l’ho capito e non ho avuto più paura. Da quella sera sono rimasta con quell’uomo e l’ho seguito insieme al suo branco. Mi hanno dato un nuovo nome, Koba, e anche questo mi piaceva. Insieme a lui ho ricominciato a correre e mi sono ricordata di quanto mi piaceva farlo. Per un po’ di tempo siamo rimasti sempre nello stesso posto. Ogni tanto lui e il suo branco si allontanavano e mi lasciavano in paese. Lì c’erano anche altri cani con cui però non ho mai fatto amicizia, non so perché, non è semplicemente accaduto. Poi un giorno siamo andati via, tutti quanti. Il branco dell’umano ha cominciato a muoversi di qua e di là, ogni giorno in un posto diverso. Sembrava non avessero una meta e io andavo con loro. Passavamo molto tempo nei boschi e in alcune occasioni mi lasciavano in un posto che chiamavano campo, insieme a quelli di loro che non stavano bene. In quei giorni ho sentito di nuovo gli spari, alcune volte lontani, altre volte più vicini, ma non ho mai avuto paura. Non mi facevano più paura. Forse era perché il mio nuovo amico umano mi faceva sentire protetta, o forse perché ero cambiata io, chi lo sa. Una mattina lui e alcuni suoi compagni sono andati via presto e alcune ore dopo ho sentito un rumore fortissimo, più forte di ogni rumore che avessi mai sentito. Come uno sparo, ma mille volte più forte. Più tardi i suoi compagni sono tornati al campo, ma lui non era con loro. Lui non è tornato. Non è tornato mai più. Quando sono partiti mi hanno lasciato vicino alla casa di una famiglia di contadini e ora vivo con loro. Mi chiamo ancora Koba ed è passato tanto tempo. Sono arrivati nuovi inverni e nuove estati, senza spari, senza odore di morte. Ora sono vecchia e quando fa freddo mi piace rimanere accoccolata davanti al camino acceso. D’estate invece mi sdraio al sole nella polvere dell’aia davanti alla casa. Qualche volta ripenso ai bambini e a quella brutta mattina in cui si sono addormentati per sempre. Oppure penso agli amici del branco, chissà se qualcuno di loro litiga ancora con gli scoiattoli. E poi penso anche all’umano del bosco, l’uomo che mi aveva fatto ricordare quanto mi piacesse correre. Corro ancora, sapete? Ma solo quando dormo. Dormo tanto e sogno, sogno di correre velocissima, come un missile, come facevo un tempo quando correre era la cosa che mi piaceva fare di più. Era la cosa che mi piaceva più fare al mondo. Ve l’ho mai detto?