il partigiano scarpasoun (italian)
Febbraio-maggio ’44: si va a soldato
Il fatidico giorno è arrivato, è il 20 febbraio e faccio il mio ingresso nel mondo militare da coscritto diciannovenne, leva del ’25.
Non posso certo rifiutarmi, anche perché non saprei dove nascondermi, mio padre non c’è più da prima della guerra e pure tutti i miei nonni se ne sono andati da tempo.
Sono stato assegnato all’Ottava Compagnia di Artiglieria, di stanza a Reggio alla caserma Zucchi.
L’androne è pieno di uomini indaffarati, i loro stivali strisciano un po’ sui grossi ciottoli di fiume di cui è fatto il pavimento, pensato per i cavalli e non proprio per farci camminare i soldati.
“Voi due! Con me,” un tizio ci viene incontro traballante, sembra un pinguino per come cammina, attento a non inciampare, con quelle borchie sugli scarponi perfettamente lucidati. Sicuro non li usa a marciare, del resto qui in città non si capirebbe a cosa potrebbero mai servire, che la montagna è lontana.
Deve essere uno di quei gagà che s’impomatano per bene la pettinata e tengono tutto in ordine il corredo da soldati da sfilata.
“La vostra camerata è qui al primo piano, prendete questo letto a castello, poggiate la borsa e seguitemi che vi porto a prendere le divise.”
Il ragazzo accanto a me è alto e atletico, con lo sguardo intelligente e il ciuffo bruno. Al suo fianco, piccolo e nervoso come sono, sembro un po’ il suo fratellino minore.
Mi pare di conoscerlo. Con un sorriso cordiale mi stringe la mano: “Ciao, io sono Glauco. Mi sbaglio o ci siamo già visti da qualche parte?”
Ecco chi è! Il figlio del maestro, quello romagnolo!
A Gualtieri il padre ha insegnato a mia sorella e ricordo come con mia mamma si parlassero in dialetto, lei di Massalombarda, lui di Imola, praticamente vicini di casa, ritrovatisi per caso nella bassa reggiana.
Era il compleanno di mia sorella, la mamma aveva invitato il maestro e la sua famiglia e c’era anche lui, avevamo chiacchierato di sport, della Reggiana e di cosa fare quando la guerra sarebbe finita.
Ma non è finita ancora, per niente, e adesso tocca anche a noi di farla.
O almeno di prepararci.
Che poi io non sono mica convinto, i gran caporioni parlano di vittorie e di armi pronte a cambiare le sorti della battaglia ma la gente, sottovoce che sennò son guai, non ne può più.
Il mese scorso i bombardamenti hanno ucciso tante persone e raso al suolo le Reggiane, le grandi officine che costruiscono gli aerei per i tedeschi, e adesso arruolano anche gli operai.
E non ci si può rifiutare, sennò ti fucilano, come fanno coi partigiani.
Ma io prima o poi me la svigno, che farmi ammazzare per i fascisti non mi va, piuttosto vado proprio con loro: “Se ci mandano a Vercelli noi andremo coi ribelli”!
A Vercelli vanno quelli che poi salgono in Germania per finire l’addestramento con gli istruttori nazisti, reparti selezionati.
“Non ho ben capito come mai si va in Piemonte, per salire in Germania si deve prendere la via del Brennero e noi siam già qua,” Glauco mi lancia un’occhiata d’intesa, “…ma secondo me ci mandano degli altri, quelli ‘convinti’, noi andiamo bene giusto per preparare il rancio e lucidare le camerate!”
La vita scorre lenta e uguale ogni giorno. Turni di picchetto e marce, che poi sono delle scampagnate, ci portano sempre oltre la ferrovia verso San Prospero, per le stradine bianche, una quindicina di chilometri o poco più, ma di sparare non se ne parla.
Forse non ci son più munizioni, o forse sono i tedeschi che ce ne lasciano poche.
L’aria di maggio è frizzante e ci porta notizie di scioperi degli operai in tante città e, di straforo, arrivano voci che nel bolognese e nel ravennate scioperano anche braccianti e mondine.
Pare che i fascisti faccian fatica a castigare i contadini perché ormai sono migliaia e se li arresti poi non è che cambia la storia, la terra è bassa e loro no, con gli stivali lucidi e le camicie nere che san di bucato, che non ci vanno al posto degli scioperanti a zappare!
“Ti faccio vedere una cosa, ma acqua in bocca eh?” Glauco da sotto il suo materasso estrae un fagotto. Avvolta dagli stracci c’è una rivoltella.
“È una Glisenti a canna lunga, me la porto con me, che qui alla Zucchi chissà se ci lasceranno andare con le armi quando sarà ora.”
Non lo facevo così “deciso”. “Glauco, cosa vuoi fare, il gangster? Ma non sei te che speri ci mandino nelle retrovie? T’è venuta la voglia di far la guerra all’improvviso?”
Glauco sorride e mi guarda scanzonato. “Ma cosa hai capito! È per difesa personale, mica la voglio usare contro la nostra gente!”
La frase mi spinge a provare a intendermela: “E chi sarebbe questa nostra gente?”
Sempre più spesso arrivano notizie di attacchi a presidii e sul “Solco Fascista” ogni giorno compaiono necrologi di “camerati assassinati dai nemici della Patria”.
“Parli forse di quelli che sparano ai comandanti?”
Glauco si fa serio. “Lo dici te questo, io penso solo che la mia gente è la stessa tua, sono i nostri padri, le nostre mamme, i fratelli e le sorelle, i lavoratori d’Emilia, quelli che ti chiamano per nome e ti salutano senza guardarti dall’alto in basso, dico bene, Scarpasoun?”
Dici bene, Glauco, dici bene. E ho capito che la pensi come me, che mica ti piacciono i fascisti, anche se ci tocca far finta di esserlo, adesso.
Il soprannome Scarpasoun, che è il modo in dialetto di chiamare l’erbazzone, me lo ha affibbiato Giorgio, un altro della nostra compagnia. Di famiglia di commercianti vinicoli, è stato lui che una sera del marzo scorso, dopo la libera uscita, ci ha portati in una taverna di sua conoscenza per assaggiare del buon vino.
Al che io, apprezzando il rosso robusto che l’oste versava, ho chiesto se c’aveva anche dell’erbazzone, per mettere qualcosa di buono sotto i denti.
Nell’atmosfera gioviale, con gli animi rallegrati dall’alcol che placido saliva bicchiere dopo bicchiere, Giorgio m’ha dato una pacca sulla spalla, dicendo “dai, Scarpasoun, fatt n’èter bicêr, che s’an ghè mia da magner da bover almeno sé, povri reclute c’a somm”.
Da quel giorno son diventato per tutti Scarpasoun da Gualtieri, con molto appetito e poca voglia di sparare, i miei compagni l’avevano già capito.
Quella sera, tornando in caserma tutti assieme, sentivo che il nostro futuro non sarebbe stato esattamente quello per cui ci preparavamo lì alla Zucchi. Nessuno aveva fatto discorsi espliciti, ma avvertivo che anche per i miei compagni l’idea non era proprio quella di lanciarsi in guerra contro il nemico col coltello tra i denti.
Maggio-luglio ’44: ad addestrarsi in Germania
L’ordine è arrivato anche per noi, ce l’aspettavamo di partire ma non pensavamo fosse proprio per Vercelli.
Quindi, poi andremo in Germania per un addestramento vero: il colonnello ce lo sta dicendo, schierati in fila, pronti a salire sulle corriere.
“Dovete essere orgogliosi di voi, siete tra i reparti prescelti. Una élite dell’esercito repubblicano che avrà l’onore di ricevere un addestramento degno dei compiti bellici che vi verranno poi affidati. E, badate bene, gli alleati tedeschi non scherzano, vi faran sputare sangue, ma alla fine del corso sarete pronti, capaci di fare la guerra da veri soldati del nostro duce!”
Veri soldati in guerra: questa prospettiva non mi convince per niente, e, sebbene non c’è ancora il coraggio di parlarne tra noi, penso valga anche per i miei amici qui, certe cose si capiscono.
Certo che quando ci manderanno su in Germania la questione diventerà complicata, non mi aspettavo di essere assegnato a questi reparti. Chissà cosa ci aspetta tra i tugnin!
Glauco mi sta tenendo il posto di fianco, con una mano mi invita a sedere mentre con l’altra saluta dal finestrino i genitori venuti ad abbracciarlo.
Non so come sia riuscito ad avvertirli, ce l’hanno detto proprio alla sveglia stamattina, fatto sta che sono arrivati e ci han lasciato pure dei panini per il viaggio.
Mia mamma, invece, saprà della nostra partenza tramite un loro messaggio, ho chiesto se potevano farglielo sapere, visto che sta a Gualtieri e qui a Reggio m’è venuta a trovare solo due domeniche fa: il papà di Glauco, col suo accento romagnolo e il portamento distinto, mi ha invitato a non preoccuparmi che ci avrebbe pensato il giorno stesso.
È una bella giornata di maggio inoltrato, non fa freddo, ma mi stringo nel giaccone militare che ho sulle spalle.
Mi sembra proprio di andare nella direzione sbagliata e c’è poco da fare, almeno per ora.
“A cosa pensi Scarpasa? Ti dispiace anche a te di andar via da Reggio?” Glauco mi sfiora il fianco col gomito, è un gesto affettuoso il suo.
“Non è tanto questo, piuttosto è il pensiero di cosa ci faranno fare là i tedeschi. Qui mica abbiamo fatto i veri soldati, ora ci tocca di diventarlo sul serio.”
Il mio tono deve essere stato davvero grave se Glauco mi stringe forte il braccio e mi risponde: “E noi allora lo diventeremo. Ma mica è detto che si stia poi coi fascisti, no?”
Ho capito, anche tu c’hai in mente di salutare la combriccola, prima o poi.
Ti ho proprio capito, caro Glauco!
La vita in Germania, qui a Münsingen, è ben diversa da quella in caserma a Reggio.
Gli istruttori tedeschi non scherzano, son due mesi che ci fanno il mazzo, tra esercitazioni e marce con trenta chili di armi e roba sulle spalle. Le SS ci controllano ogni sera nelle baracche, manco fossimo prigionieri, ma tutto sommato non ci trattano diversamente dalle reclute tedesche con cui ci esercitiamo.
Di ufficiali e superiori italiani non ne ho visto l’ombra, probabile che i tedeschi non li vogliano tra le palle. Del resto, per comandarci non serve tanto farci capire la lingua quanto il senso di ciò che ci viene detto, che è uccidere senza possibilmente venire ucciso, almeno per primo.
Glauco tiene la sua rivoltella ben nascosta tra le pieghe del materasso, non se ne vuole proprio separare.
Da artiglieri siamo diventati alpini e caporalmaggiori, assegnati alla Quarta Divisione Monterosa e oggi è un giorno importante perché verranno a visitarci niente meno che il duce in persona e il maresciallo Graziani, il ministro delle Forze Armate.
Il generale Carloni, il comandante della Monterosa, con l’elmetto, tutto impettito e pronto per l’assalto ai nemici della Patria, fa il saluto romano a Graziani e Mussolini.
Il ministro lo guarda dall’alto in basso con il vuoto negli occhi, lo distinguo bene perché sto reggendo a pochi passi dal palchetto la bandiera italiana, sembra in prestito, come se non volesse essere davvero qui con noi.
Magari pensa ai suoi colleghi ufficiali che sono andati con gli Alleati, io ci credo alle voci che girano, generali e colonnelli col culo al caldo in Meridione, scappati il settembre scorso.
Il duce visto da vicino è più o meno della mia bassezza, che di fianco ai picaglioni delle prime file, con Glauco che mi lancia sguardi di sottecchi, sembriamo proprio due nani.
Mi hanno messo qui col vessillo perché son basso ma sono anche bello forte e ieri l’altro, in mezzo al bosco, li ho staccati tutti e ho vinto questo onore di essere portabandiera. Che poi più che l’onore in sé volevo solo dimostrare a me stesso e ai crucchi che ho le gambe corte ma che a macinare strada non son mica secondo a nessuno!
“Voi siete la pietra angolare del nuovo esercito…”
Il duce appare più magro di quanto sembrava dai cinegiornali, ma il tono è il suo, perentorio e conciso, con le mani ai fianchi e il mento alzato.
“…quando tornerete in Patria…” Tutti quanti iniziamo a urlare “Italia, Italia!”. E poi molti “Duce, duce!”.
Lì per lì m’interrompo, poi mi unisco di nuovo al coro, che Carloni di fianco a me mi lancia un’occhiataccia, mentre sembra sputare le sue tonsille da generale di divisione.
Faccio sventolare la bandiera al vento delle colline tedesche e penso in quali angoli, a proposito di pietre angolari, sarà meglio indirizzarsi per scappare da tutto ciò.
Luglio ’44: in Italia per far la guerra agli Alleati e ai ribelli ma si finisce coi partigiani
Con un treno piombato, manco fossimo prigionieri, ci hanno riportato in Italia. Un viaggio estenuante, fino al lago di Garda quasi senza sosta, poi verso ovest, sotto il sole rovente di luglio, Brescia, Milano, Stradella e alla fine Genova, dove la nostra divisione sarà disposta per poi operare verso il fronte e le insidie partigiane.
Il convoglio si ferma a Brignole e, nella confusione della situazione, con la calca a recuperare zaini e fucili e i sergenti tutti sudati che urlano ai quattro venti, vedo gli alpini dell’ultimo vagone che si allontanano furtivi alla chetichella.
Per loro tutto questo, evidentemente, può bastare, non per me, però, che ancora non trovo il coraggio.
Ci dispongono in file da cinque, mentre Luciano, uno dei miei compagni sin da Reggio, riesce a parlare con un suo zio che fa la Guardia di Finanza giù al porto.
“Ogni giorno alle tre del pomeriggio, mi troverai al bar dello scalo, così mi ha detto, per ogni evenienza.” Luciano non ha bisogno di giri di parole con me, durante il lungo viaggio abbiamo parlato e stabilito che avremmo assieme disertato, ma che ci conveniva farlo al momento opportuno e con meno rischio e il suo parente, se si rivelasse affidabile, cioè non un fanatico fascista, sarebbe un prezioso appoggio.
Il breve dialogo gli ha confermato la disponibilità e ora siamo più sollevati, sapendo che uno del posto ci potrà aiutare.
Ci mettiamo tutti in riga, esausti e accaldati, mentre i sottufficiali bestemmiano vari santi accorgendosi che siamo in molti meno di quanti erano partiti dalla Germania, quando all’improvviso scatta la sirena dell’allarme aereo.
Un bombardamento navale che ha spazzato la città per un paio d’ore è stato il nostro benvenuto.
Dopo esserci rifugiati precipitosamente nel sottopasso della ferrovia, in silenzio e pieni di paura ai boati che sentivamo molto ma molto vicini, ci siamo messi in marcia verso il nostro accampamento a Quarto.
Una volta arrivati, ancora più provati dagli ultimi avvenimenti, abbiamo trovato ad attenderci solo delle tende, con un andirivieni di soldati e graduati che sembrava un formicaio impazzito.
Il bombardamento deve aver creato un bello scompiglio qui, benché non mi pare di vedere degli effetti reali. Però ha fatto sì che i cucinieri, scappati verso i rifugi, non han preparato nessun rancio per noi.
Un ufficiale quindi, dopo averci fatto depositare gli zaini, ci comunica che “siete liberi di andare in città fino alle 19.00, però dovete portare con voi fucile e giberna”.
Qualcuno è talmente stanco che si butta in tenda, vestito e con la pancia vuota, non noi però. È un’ottima occasione per parlare col finanziere di Luciano, che gli aveva detto che sarebbe andato anche oggi al bar.
Speriamo proprio di potergli offrire un bianchetto, di erbazzone sicuro qui non ne hanno, ma la focaccia, che si sa è altrettanto buona, sì. Sempre che con i pochi soldi che ho me la possa permettere.
Siamo io, Glauco, Luciano e Giorgio, e torniamo indietro verso il porto. Dopo tanti giorni buttati nei vagoni e poi un bombardamento, due o tre passi in più per Genova non ci spaventano di certo.
“Quaggiù è davvero dura. Belin, ci tocca lavorare sempre nel caos, con le camicie nere che pretendono e minacciano e il rischio costante dal mare e dal cielo. Avete ben visto stamattina, le batterie costiere fanno quel che possono e di navi a difesa non se ne vedono gran che. La guerra si capisce già dove sta andando ma non sarà facile finisca presto.”
Lo zio di Luciano ci racconta un po’ di Genova e di quanto il suo porto, così come le stazioni e le fabbriche, non siano più i soli obiettivi. “Ormai bombardano a tappeto, anche il centro, come a Milano e Torino, e mancano i rifugi antiaerei per la gente. È un macello, belin. Se fossi giovane come voi me ne andrei subito.”
È chiara la sua avversione per i repubblichini, che sia perché non ci ha mai creduto o perché dopo anni di guerra non ne può più conta poco.
Ci racconta che tanti militari si sono uniti ai partigiani.
Anche un suo capitano, che l’hanno condannato a morte quando è arrivata la notizia che comanda una “banda di ribelli”, ma “tanto lui su tra i monti sa che non c’è Convenzione di Ginevra che tenga, da tutte le parti, eh! Non si fanno quasi mai prigionieri. È un mondo terribile quello in cui siamo finiti, chi sono i buoni? Quelli che ci tirano le bombe in testa? Gli inglesi e gli americani? E i cattivi? Non so più cosa dire, ma almeno il capitano c’ha avuto il coraggio ed è partito. Che i tedeschi a cui ora spara, e le Brigate Nere di quella merda di Pavolini che stan con loro a torturare la povera gente, belin, quelli sicuro non sono nostri amici!”
La focaccia è bella calda e col rosso che Giorgio ha ordinato è, per restare in tema, una “cannonata”, come diceva il mio povero nonno. Certo, l’erbazzone e il gnocco fritto son comunque un’altra cosa!
Non che a Gualtieri in questi anni di guerra si mangiasse tanto e bene, mia mamma però andava al fiume a raccogliere l’ortica e ce la metteva al posto delle bietole, con quel po’ di strutto che riusciva ad avere con la tessera: un erbazzone da poveri!
“Te, Giorgio, quando c’è da bere in compagnia tiri sempre fuori le lire, ma dove le nascondi mai?” La mia vuole essere una domanda scherzosa, non certo, per così dire, impertinente.
Lui mi guarda sornione. “Non preoccuparti che ho il mio gruzzoletto, grazie ad amici di famiglia son riuscito durante il viaggio, quando ci siamo fermati a Stradella, a farmi dare duemila lire e se non le spendo adesso quando mai?”
Il riferimento è non solo al conto del vino, ma soprattutto ai biglietti per la corriera che ci porterà a Torriglia, oltre il passo della Scoffera, sotto il controllo della Resistenza.
Il finanziere ci ha spiegato che è lì che dobbiamo andare se decidiamo di disertare e unirci ai partigiani.
Ci alziamo dal tavolo e ci incamminiamo, divisa da alpini e Mauser a tracolla, verso la fermata della linea che porta a Torriglia. Il dado è tratto, non torneremo al campo della Monterosa, ce ne andiamo sui monti dai ribelli.
Al capolinea c’è la corriera della sera già stipata, l’autista ci squadra, sembra sorpreso di vedere quattro giovani militari, armati e intenzionati a salire.
Ci sistemiamo in un qualche modo sul tetto insieme ai bagagli, il mezzo ha l’imperiale coi sedili scoperti.
Un signore distinto si sporge e ci saluta. “Buonasera ragazzi, qual buon vento vi spinge da queste parti così armati?”
Ha sentito il nostro accento emiliano e intuisce che non sappiamo bene come vanno le cose nella zona.
Glauco, con un sorriso cortese, si spiega: “Siamo quattro alpini appena giunti a Genova dall’addestramento in Germania e oggi andiamo in libera uscita, abbiamo voglia di vedere un po’ le belle montagne di quassù.”
L’uomo, che con deferenza vien chiamato “signor Luigi”, ci spiega che l’autista è un po’ preoccupato per la nostra presenza perché questa linea fa viaggiare solo i pendolari che si spostano tra la montagna e la città, attraversando il territorio della Libera Repubblica di Torriglia.
Più avanti incontreremo il posto di blocco della X MAS ed è strano che noi ci si muova sul far della sera, poi, una volta arrivati in paese, ci potranno essere anche i partigiani.
“Di sicuro dovrete rendere conto della vostra presenza alle camicie nere e poi, ammesso che vi facciano proseguire, ve la dovrete vedere proprio coi partigiani. E voi siete soldati e coi fucili, non vorremmo mica avere guai, se vi trovano con le armi sulla corriera magari ci sparano, non si sa mai… qui siamo tutti poveri lavoratori e basta!”
Glauco ci lancia un’occhiata.
Gli faccio un cenno affermativo, non c’è motivo di essere reticenti.
Si sporge dall’alto e gli parla piano all’orecchio.
“La verità, signore, è che noi vogliamo disertare e unirci alla Resistenza. Siamo stanchi dei soprusi dei nazifascisti e non vogliamo combattere contro chi la pensa come noi e sogna solo la libertà e la pace.”
Il signor Luigi lo guarda serio e poi alza lo sguardo su tutti noi, immobile.
Senza dire nulla va verso l’autista, che nel frattempo aveva messo in pressione il motore del torpedone. Prima di salire ritorna e, stringendo l’occhio, ci ammonisce. “Mi raccomando coi fascisti, siate accorti, noi tutti qui sulla corriera non vogliamo problemi, intesi?”
Le mitragliatrici sporgono minacciose da dietro i sacchetti di sabbia.
Due marò sono appostati sulla curva. Appartengono alla X MAS, da mesi operano anche a terra per contrastare la guerriglia partigiana. Un sergente con il mitra a tracolla e l’accento del sud ci sta squadrando dopo aver fatto arrestare la corriera.
Un suo compagno nel mentre è salito e sta passando in rassegna i passeggeri.
“E voi chi cazzo siete? E che cazzo ci fate qui?”
Noi spavaldi replichiamo, salutando militarmente.
“Siamo alpini della Monterosa, arrivati oggi dall’addestramento in Germania e ora siamo in libera uscita, questi sono i nostri tesserini militari, guarda pure, sergente.”
Il tizio è sorpreso, controlla attentamente i documenti.
Siamo ormai a qualche ora dal tramonto e bisogna davvero aver voglia di crederci alla storia di una libera uscita notturna.
Però tra sé e sé avrà anche valutato che, tutto sommato, stasera è meglio farsi i fatti propri piuttosto che scomodare qualche ufficiale, ormai pronto per la cena, a perdere tempo con noi.
I tesserini sono a posto e la storia abbastanza credibile per lui.
Ce li restituisce sporgendosi sul corrimano dell’imperiale.
“Voi alpini avete proprio la testa dura, fossi in voi andrei al mare piuttosto che in mezzo a questi monti, pieni di banditi comunisti.”
Scuote la testa ridendo e parlando a voce alta mentre ammicca al compagno uscito dalla corriera con in mano diversi fagotti sottratti ai passeggeri.
Stasera hanno requisito un bottino sufficiente per non avere altri pensieri.
Con un gesto sprezzante fa cenno all’autista di ripartire.
Dall’alto li salutiamo con un goliardico “arrivederci marò e salutateci gl’imboscati, noi siamo alpini e nulla temiamo!”.
Il sole sta per scendere tra gli alberi del bosco e noi siamo tutti elettrizzati, finalmente mi sento di stare andando nella giusta direzione.
Il signor Luigi si è presentato, appartiene alla Resistenza, una specie di poliziotto, ci spiega.
Il suo compito è raccogliere informazioni al di là delle linee e sorvegliare al di qua che tutto vada bene.
Ci racconta che la Repubblica Partigiana di Torriglia va dalla Valle Scrivia fino alla Val Trebbia e Torriglia è la sua capitale.
Le autorità locali, il segretario comunale, il parroco e il medico, collaborano col comando della Terza Divisione Garibaldina Cichero, composta prevalentemente da combattenti comunisti ma guidata da un cattolico, nome di battaglia “Bisagno”, un “ribelle” ormai leggendario da queste parti, su cui pende una taglia di un milione di lire posta dalle Brigate Nere.
Abbiamo consegnato i nostri fucili e finalmente mangiato, una favolosa pentola di maccheroni coi funghi, quanto tempo che non mangiavo la pastasciutta!
Glauco siede di fianco a me e ogni tanto si tocca la Glisenti alla cintola, quella mica l’ha lasciata a loro.
“Luigi dovrebbe tornare a momenti, ha detto che arrivavano dopo il tramonto.” Nell’attesa siamo un po’ agitati, oggi è stata una giornata davvero speciale, il bombardamento, il viaggio, il passaggio al posto di blocco. Son cose che resteranno per sempre nella nostra memoria.
Verso le dieci di sera eccolo, accompagnato da due uomini armati con le barbe lunghe.
Sono i primi due partigiani che vedo in vita mia, ci salutano senza tante smancerie e si presentano coi loro nomi di battaglia, Condor e Bill.
Congediamo Luigi con una forte stretta di mano, lui ricambia e paternamente ci lascia con un abbraccio: “Abbiate cura di voi e viva l’Italia libera!”
Le stelle nel buio del bosco brillano come non mai, la luna che ci accompagna pare trepidare al passo dei nostri cuori inquieti. Camminiamo in silenzio in fila indiana, uno dei due a farci strada e l’altro a chiudere il gruppo. Penso a mia mamma e a mia sorella, chissà cosa direbbero se sapessero dove sto andando.
Tra fine luglio e inizio agosto ’44: coi partigiani della Jori, qui non si scherza, si fa la guerra!
Non ho mai sentito acqua così fredda e dire che siamo d’estate!
Mi lavo al ruscello, alle pendici del monte Antola, a mille metri.
I primi giorni coi nostri nuovi compagni sono serviti ad ambientarci e anche a convincerli sulle nostre intenzioni e sulla nostra affidabilità.
La dura disciplina e l’addestramento tedesco ci fanno sembrare bravi soldati, noi contribuiamo con un po’ di sana baldanza emiliana.
Ci hanno restituito i Mauser e siamo a tutti gli effetti diventati loro compagni. Partigiani, mi devo ancora abituare a questo termine, che fino a poco tempo fa gli appellativi più frequenti che sentivo dire di loro erano banditi e assassini.
Ora capisco bene chi sono, chi siamo.
Cosa ci spinge a combattere e rischiare la vita vivendo tra i monti e confidando nell’aiuto di tanti paesani.
Solidarietà, fratellanza, il comune desiderio di lottare per costruire un futuro di pace e libertà.
Ci sembra così vicino, come lo sono ormai gli Alleati che, ogni tanto, con lanci dall’alto di armi e materiale, contribuiscono a non farci sentire soli a lottare contro il vero nemico dell’Italia, i tedeschi e i loro servi repubblichini.
Siamo stati assegnati alla Brigata Jori, comandata da uno tra i più esperti uomini di Bisagno, il comandante Croce.
Credo proprio che della Monterosa noi siamo stati i primi a disertare per unirci alla Resistenza.
Chissà quanti compagni arriveranno a fare la stessa scelta, piuttosto che andare assieme ai nazisti a spararci contro e a terrorizzare la gente di questi paesi.
E chissà se il destino mi metterà di fronte qualcuno che conosco, con cui ho diviso marce ed esercitazioni su in Germania, spero proprio non succeda ma, nel caso, so cosa fare.
Ce lo ha spiegato bene Lucio, il commissario di brigata, non dobbiamo avere indugi, essere spietati dinanzi a un nemico che la pietà ha già ben dimostrato di non averla.
Oggi è un giorno importante perché per la prima volta parteciperò a un’azione.
Andremo in una decina ad attaccare un presidio fascista più a valle.
Il comandante ha convocato il distaccamento e tutti si sono offerti di partecipare, e io, col nome di battaglia che non poteva essere che Scarpasoun, sono stato scelto. Sarà anche la prima volta che avrò a che fare con un nemico e non sarà per nulla un gioco.
I fascisti sono in pochi, stanno in una piccola casetta abbandonata sopra la curva della strada.
Le staffette che salgono fino ai nostri campi ci hanno riportato che non sono mai più di cinque o sei e hanno una sola mitragliatrice.
Brigate Nere, controllano il territorio di confine verso due o tre paesini a sud della Statale 45.
Il nostro obiettivo è farli prigionieri, saranno preziosa merce di scambio.
Bill, quello che ci guidò il giorno che disertammo, mi precede tra le piante di castagno, più in alto del loro presidio.
Cerchiamo di essere i più silenziosi possibile e un paio di volte si è girato a darmi delle occhiatacce, non sono abituato a camminare in questo genere di boschi e inciampo tra i legni e le foglie.
Da sotto, sulla strada, arrivano Denis e Gatto, vestiti da alpini con le nostre divise, dovranno attirare l’attenzione delle camicie nere in modo che noi da dietro li possiamo sorprendere facilmente. Quando ci hanno detto il piano ci siamo offerti di fare noi da esche ma non c’è stato verso: Croce ha detto che per questa missione vuole nel ruolo gente esperta di guerriglia e di questo tipo di azioni e per noi è ancora presto.
Mi apposto dietro gli alberi, a non più di venti metri dalla casa, da sotto si sentono le voci dei fascisti e a un certo punto, forte, “Alt! Chi va là?”. Denis e Gatto, imitando alla buona l’accento emiliano, per evitare almeno di non sembrare del posto, rispondono col saluto militare e la voce sicura.
“Buongiorno, siamo alpini del Vestone, Divisione Monterosa, ci hanno mandato quassù in esplorazione ma ci siamo persi.”
I fascisti si avvicinano, i toni si abbassano, probabilmente vanno incontro ai due finti alpini.
Tutto succede in un lampo, Denis urla forte.
“State fermi e buttate a terra le armi! Voi, dentro, siete circondati, non fate mosse sbagliate!”
I partigiani puntano i coltelli alla gola delle camicie nere e si fanno scudo col loro corpo, nel mentre, dai lati, tre miei compagni da una parte e tre dall’altra, mitra in braccio, si avvicinano alle finestre.
Io non mi rendo nemmeno conto che sono già dietro la casa, inseguendo quel fulmine di Bill.
È in questo momento che si apre la porta e un fascista si butta fuori, sparando all’impazzata. Un folle gesto cieco e stupido che scatena la pronta risposta del nostro fuoco.
Per alcuni secondi sono completamente sordo, poi, tremando come una foglia, riprendo coscienza.
Ho pezzetti di legno sulla testa, sulla schiena, dappertutto: un proiettile ha spezzato un ramo proprio sopra di me.
In piedi, ansimo, col Mauser puntato contro tre uomini con le braccia alzate che urlano “pietà”. Sono sotto il tiro di tutti noi, mentre Denis e Gatto stanno tenendo inginocchiati col capo indietro i due sorpresi prima.
Bill è chino sul corpo crivellato. “Hai voluto fare l’eroe, eh! Coglione che non sei altro!”
Nessuno di noi, per fortuna, ha riportato ferite.
Meglio non perdere tempo, carichiamo in spalla la mitragliatrice e, con a tracolla le armi trovate e le giberne piene di tutto quello che potevamo raccogliere, ci rimettiamo in cammino, i cinque prigionieri, legati con le mani l’un l’altro, in fila a seguire i passi di Bill verso il campo.
Sotto la camicia, dietro al collo, qualcosa mi pizzica: è un pezzo di riccio di castagna, ha ancora attaccato il frutto acerbo e verde. La stacco, me la rigiro tra le mani e me la metto in tasca.
La mia Castagna della Fortuna, oggi ne ho avuta tanta.
Due uomini ci hanno raggiunto all’accampamento, sudano e ansimano per la corsa su per il bosco: ci sono i tedeschi con le Brigate Nere! Sembra un rastrellamento, la situazione è grave.
Con una velocità e precisione pazzesca, in poco tempo si organizza la smobilitazione.
Si caricano i muli, si infagotta tutto e ci si divide in piccoli gruppi, per non dare punti di riferimento ai nemici.
Coi miei compagni reggiani mi ritrovo a seguire Denis, ci spingiamo in alto verso il monte Carmo, dopo le Capanne di Carrega.
Mauser spianati e zaino pesante sulla schiena, il sudore sputato in Germania ci viene ora davvero utile: il passo è quantomai impegnativo, zitti ci muoviamo in salita, gli ultimi con la schiena a monte per coprire il gruppo.
Si sentono spari lontani, molti e a lungo.
Glauco mi guarda serio, “speriamo siano i nostri ad avere la mira migliore”.
È incredibile come si diventa quando si vivono situazioni del genere, tutti i sensi si uniscono nell’unico obiettivo di essere pronti a combattere, ad attaccare il nemico prima che sia lui a colpire. Non senti più nulla che non serva a questo, la fatica, la fame, il caldo di questo luglio, che è rovente anche qui tra i monti. La vista e l’udito si acutizzano, tutto il corpo è spinto alla condizione di massima allerta e attenzione.
Siamo appostati dietro a un metato diroccato, in posizione favorevole a dominare un buon tratto di sentiero.
Sento Denis parlare e mi sembra siano le sue prime parole da quando siamo partiti: “Stanotte si resta qui, ci organizziamo in turni di guardia di tre alla volta, io farò il primo con altri due, chi si vuole unire?”
Nella Cichero c’è un codice di condotta ben preciso, i comandanti danno l’esempio, devono essere sempre i primi a sacrificarsi e gli ultimi a godere di qualcosa, che sia il cibo o il riposo.
“Io ci sono, Denis.”
“E allora ci sono anche io,” mi fa eco Glauco.
Abbiamo anticipato gli altri del drappello, che possono finalmente tirare il fiato dopo una intera giornata di fuga.
Ci spostiamo più giù e ci dividiamo, ognuno a coprire una parte da dove potrebbero arrivare i pericoli, anche se, come dice Denis, che parla per esperienza di queste “puntate”, come le chiama, è molto improbabile che i nemici si spingano fin quassù.
Il sole sta tramontando dietro la montagna, l’ombra si allunga veloce per i prati.
È un tramonto molto bello, se non fosse che stanotte siamo noi la preda e questa nuova esperienza non mi piace per niente.
Verso le due sento dei rumori, la notte è buia ma nel silenzio di queste altezze il frusciare di passi rende evidente l’avvicinarsi di qualcuno.
Il cuore mi sale in gola.
Come stabilito grido: “Alt! Chi va là!”
Dal buio una voce risponde: “Parma.”
Sono dei nostri. “Profumo! Venite avanti.”
C’è Condor e ci sono altri otto partigiani, due di loro trascinano a braccia un ferito, ha una gamba fasciata.
Condor è un ex sergente milanese passato alla Resistenza tra i primi nel ’43 con Bisanzio, era di stanza a Genova col Genio.
Trafelato mi racconta: “Due dei prigionieri hanno approfittato della confusione e hanno sparato a Vilmo dopo avergli preso il fucile, un altro di loro mi è volato addosso ma l’ho steso col calcio del mio Sten. Vilmo si è ferito solo al piede, per fortuna il colpo gli ha solo bucato l’alluce.”
Vilmo sembra pregare sottovoce, anzi, no, sono bestemmie sommesse e spasmi di dolore: “Bucato? Me l’ha spappolato, belin d’un belino. Ho un male che non ti dico e chissà se riuscirò ancora a camminare!” E giù bestemmie in genovese.
Per tre giorni siamo rimasti nei dintorni del Carmo, in quota.
Il poco cibo che avevamo l’abbiamo finito in fretta, condividendolo con la squadra di Condor, nella concitazione degli eventi non erano riusciti a portarsene dietro.
Ora stiamo tornando verso Torriglia, Vilmo ha bisogno di un dottore e le nostre pance sono vuote e iniziamo a essere stanchi. Condor ci ha raccontato della sorte delle camicie nere, quelle che avevano attaccato Vilmo sono state colpite subito e uccise, mentre l’aggressore di Condor e le altre due sono state in fretta passate per le armi.
“Non si poteva perdere tempo e la situazione era molto difficile. I tedeschi stavano arrivando e ho dovuto decidere lì per lì. In questi casi non si può fare altrimenti, è lo stesso commissario che ce lo ripete, dopo che alcuni di noi gli scorsi mesi a fare i buoni coi prigionieri ci han poi rimesso la vita.”
Condor scuote la testa e dà una fraterna pacca sulla spalla a Glauco, che a sentire il racconto si è visibilmente incupito.
“Ma Condor, ma come si fa a uccidere così, a sangue freddo? Posso capire quelli che vi avevano attaccato, ma gli altri?”
Condor si ferma e ci guarda, tutti noi reggiani, e apre le braccia. “Lo so, è terribile, e io che non sono credente non posso nemmeno pensare di chiedere perdono ai santi, belin. Ma, come dice Lucio, quando si è comandati per azioni crudeli, queste si devono compiere, perché la fine della guerra e la conquista della pace passano, purtroppo, anche attraverso infinite situazioni del genere.”
Denis, che apre la fila, si volta verso di noi. “Non c’è proprio da andarne fieri ma non si può fare altrimenti. Se però a voi non vi va bene potete parlarne con Croce e il nostro commissario, noi stiamo combattendo per la libertà e non costringiamo nessuno a uccidere, nei mesi scorsi alcuni compagni della Divisione non hanno sopportato questa vita, han voluto andare e Bisagno li ha dispensati. Sapeva che non sarebbero passati coi repubblichini, quindi non c’è stato problema. Anzi, se non sei convinto e se tergiversi davanti al nemico, allora diventi un problema per i tuoi amici, qui ognuno conta sull’altro. Solo così possiamo andare avanti.”
Il comando di brigata è alla locanda Casa del Romano.
Croce ci ha fatto i lasciapassare con carta intestata della Divisione Cichero, ci serviranno per farci riconoscere dalle eventuali formazioni partigiane che incontreremo lungo la strada. Il comandante si accomiata: “Per me è un dispiacere che voi ve ne andiate ma accetto le vostre decisioni, mi raccomando, tenetevi in alto sul crinale.”
La nostra esperienza con la Jori è finita, l’esecuzione dei prigionieri ci ha fatto molto riflettere se questa spietata vita da ribelli sia la giusta per noi.
Spesso avevamo immaginato come sarebbe stato il momento del “battesimo del fuoco”, confrontandoci su quelle che sarebbero state le nostre emozioni, la paura, il coraggio.
Glauco, a differenza di me credente, ci parlava di quanto fosse per lui doloroso pensare di uccidere, sebbene per ideali e valori importanti.
Del resto, anche per me il pensiero di uccidere un uomo non è una passeggiata, ma, immaginandomi nel mezzo di un combattimento, l’idea diventa una conseguenza inevitabile dello scontro: se te té spèr a me, me a spèr a te.
Il dover ammazzare prigionieri però è una cosa ben diversa, a cui nessuno di noi era preparato e che ci ha molto turbato.
Anche la prospettiva di venire divisi in diversi distaccamenti ci ha poi convinto che è arrivato il momento di tornare verso casa, lì ognuno deciderà cosa fare.
Ora ci attende un lungo cammino attraverso i monti.
Dovremo stare molto attenti, evitare i paesi, sperare di non imbatterci in fascisti e tedeschi in avanscoperta.
Solo Glauco ha la sua rivoltella, i Mauser li lasciamo qui ai partigiani della Jori.
Agosto ’44: per la via dei monti verso casa
Sei uomini armati escono dal bosco e ci vengono incontro, ci siamo appena fermati al ruscello per darci una rinfrescata.
I pastori della zona ieri ce l’avevano detto, la scorsa settimana i tedeschi provavano a fare la voce grossa sotto il monte Gottero ma gli uomini della Cento Croci li hanno costretti ad andarsene.
Gente spezzina, molto combattiva e ben organizzata, controllano tutta la zona fin verso la valle del Taro e il parmense.
Facciamo vedere i nostri lasciapassare e spieghiamo a questi partigiani che stiamo tornando a casa.
Quello che sembra il capo, con un baschetto rosso e due cartucciere incrociate sulle spalle, si avvicina a Glauco e indica la Glisenti che porta nella cintola.
“Per noi potete andare, Croce lo conosciamo anche qui e ammiriamo le gesta dei compagni della Jori, però questa ce la prendiamo noi, che ci serve.”
Glauco non sembra per niente d’accordo, i suoi occhi brillano di improvvisa rabbia: “Tieni giù le mani, questa mi appartiene!” Intervengo per calmare un po’ gli animi, la situazione non promette bene.
“Amici, ci vuole della calma, non litighiamo tra noi, troviamo un accordo.”
Il baschetto mi guarda sbruffone e sorride al compagno con lo Sten tenuto saldo tra le mani. “Noi siamo più che calmi, vero? Ma questa ora la prendiamo noi, è l’ordine del comandante Richetto, requisire ogni arma da fuoco che troviamo in possesso di chi non fa parte della brigata.”
Stringo il braccio di Glauco, fremente di rabbia.
“Lascia stare, Glauco, diamogliela e poi andiamo a parlare con questo loro comandante.”
Il lasciapassare di Croce e le indicazioni dei partigiani con la rivoltella di Glauco ci hanno condotto abbastanza facilmente sino al comando della brigata.
Richetto è un ex sottufficiale dei carabinieri, i suoi modi sono gentili ed estremamente rispettosi, nonostante la nostra giovane età, ci si rivolge dando del “voi”.
“Dovete scusarmi se vi ho fatto aspettare a lungo, ma i miei doveri venivano prima. Ci stiamo giusto riorganizzando dopo un grosso rastrellamento nemico che ci ha impegnato con grande sforzo. Ma, come avrete capito, ne siamo usciti vincitori. Fortunatamente.”
Glauco ha recuperato la sua proverbiale calma e con tono cordiale fa presente il problema.
“Signore, nel ringraziarla per averci concesso ascolto, sono qui per denunciare un sopruso da me subito a opera dei suoi uomini. Durante un pattugliamento, ieri, ci hanno fermato e, nonostante le nostre credenziali firmate dal comandante Croce, mi hanno requisito la rivoltella Glisenti, arma di mia proprietà ancor prima di partire per il militare e a cui sono molto legato.”
Richetto si liscia il pizzetto scuro, ascoltando le rimostranze di Glauco senza interromperlo, poi replica: “Comprendo bene le vostre ragioni, ragazzo, del resto i miei uomini hanno esattamente applicato i miei ordini. In queste zone transitano, purtroppo, irregolari e filibustieri che fanno il mercato nero, quando non taglieggiano addirittura gli abitanti di questi paesi che han la sventura di incontrarli. E vi assicuro che, per cattiveria e mancanza di scrupoli, non son da meno dei fascisti. Anche l’ordine pubblico e la sicurezza di questi territori sono competenze di noi patrioti partigiani e il disarmo di chi senza titolo viene sorpreso con delle armi è nostro compito.”
Richetto si alza in piedi e porge la sua Beretta calibro 9 a Glauco. “Non è proprio lo stesso tipo di arma, ma questo è quello che posso fare, recupererò la vostra rivoltella e, se quel giorno arriverà, e non ho dubbio alcuno al proposito, una volta vinta la guerra e liberata l’Italia, potrete cercarmi a La Spezia e ce le scambieremo!”
Nel mentre, un uomo dalle guance rosso fuoco e con un gran grembiule a fasciargli la pancia si affaccia alla porta della stanza. “La cena è pronta, comandante!”
Richetto ci guarda sorridendo. “Immagino che sia da molti giorni che non mettete le gambe sotto una tavola. Visto che in qualche modo la Cento Croci vi ha creato un grattacapo, mi sembra giusto farvi approfittare del momento. La polenta di castagne del compagno Leonardo è leggenda tra la Val di Vara e la Val Taro: restate a cena, per la notte poi potrete arrangiarvi nel fienile.”
Il profumo che viene dal piatto è già delizia, abituato a giorni di fame e stenti.
Accarezzo un pezzo di pane nero, manco fosse la guancia di una bella ragazza. E, giusto a proposito di belle ragazze, me ne trovo inaspettatamente una alle spalle.
Il suo saluto mi fa sobbalzare, perso come sono a inseguire col tatto la crosta del pane e col naso il vapore della polenta calda. Mi giro e due occhi verdi luminosi e penetranti, nonostante la penombra della cucina, mi sorridono allegri.
“Ciao, io sono Isabella e loro sono Giacomo ed Ernesto.”
È minuta, i capelli color del rame raccolti con un nastro verde e una leggerissima erre arrotata, come direbbe mia madre la g’ha propria un bèl pèrsonel!
La polenta è buonissima, confesso però che lo è ancor più per la presenza di questa ragazza, i cui modi sono piuttosto simpatici e gioviali.
I due uomini parlano tra loro in inglese ed è evidente che appartengano alle forze alleate.
Richetto non si sbilancia, preferisce che noi non si sappia nulla di loro, che non si sa mai cosa ci può succedere nel prosieguo del viaggio e se finissimo in mano nemica sarebbero problemi. Glauco però sa un po’ di inglese e scambia qualche parola coi due.
“Before I joined the army I was studying at the University of Bologna, the oldest University in the world…”
Io non capisco la lingua e nemmeno Luciano e Giorgio, intento a soppesare il Gutturnio che Leonardo ha messo in tavola, ed è Isabella a spiegarci di cosa il nostro compagno stia mai parlando. “Gli ha appena detto che il suo nome vero, che non è Ernesto ma Gordon, gli piace e gli ricorda il personaggio del fumetto, Gordon Flasce, quello che combatte per il bene dei terrestri, e che lo adotterà d’ora in poi come nome di battaglia.”
L’inglese lo sta ringraziando, alza il bicchiere e dice in italiano: “Sono molto onorati, brindo a te i a voi, mio camarads, a Gordon!”
Il rosso scende leggero e vorrei accarezzare la pelle di Isabella invece che le croste di pane.
Luciano guarda Glauco e gli sorride. “Dunque hai deciso? Continui a combattere coi partigiani?”
Nei giorni scorsi, durante il viaggio, abbiamo spesso parlato del futuro, di cosa avremmo fatto una volta tornati verso casa.
E ormai è tempo di decidere, più che continuare a pensarci e basta, è questione di qualche giorno e vedremo l’Enza e le terre reggiane.
Luciano e Giorgio sembrano intenzionati a tornare dalle famiglie e con loro provare a capire come fare per non farsi beccare aspettando la fine della guerra, che sperano sia prima possibile. Glauco spiega che vuole unirsi ai partigiani dei nostri monti e che proseguirà a combattere tedeschi e fascisti, perché la sua coscienza alla fine vuole questo.
Isabella si rivolge a me: “E tu invece hai scelto cosa farai?”
Tra agosto e settembre ’44: con gli agenti alleati verso est e il fronte
Abbraccio forte i miei due compagni, Giorgio e Luciano vanno verso la città, cercheranno di raggiungere le loro case senza farsi sorprendere, cosa non facile.
“Mi raccomando, amici, state in gamba, ci rivediamo presto!”
“Ci puoi contare, Scarpasoun, e alora et dirè ‘bàsta, bàsta!’ con tutto l’erbazzone che mangeremo, alla faccia dei fascisti col culo a terra, ziocan!”
L’acqua del torrente è fresca, l’attraversiamo facilmente, siamo nei pressi delle sue sorgenti, al di qua del passo del Lagastrello.
I nostri compagni scenderanno lungo l’Enza, io e Glauco, o Gordon come adesso si farà chiamare, restiamo vicini al crinale, lui almeno fino alle montagne reggiane, io ben oltre: andrò fino in Romagna con Isabella e Giacomo.
L’altro uomo che li accompagnava, il Gordon inglese, si è rivelato essere un maggiore che, fuggito dopo l’otto settembre dell’anno passato da un campo di prigionia a Piacenza, ha preso il comando di un Battaglione Internazionale di partigiani.
Ci ha accompagnato per un po’, dopo che tutti assieme siamo partiti dal Comando della Cento Croci, poi se n’è andato verso Pontremoli “per un incontro col vescovo”, ha misteriosamente accennato Isabella.
Isabella, che sembra una semplice ragazzina, una innocente graziosa campagnola, ma che proprio non è come vuole dare a vedere.
Intanto, appare decisamente più giovane della sua reale età, ci ha raccontato che ha studiato a Londra prima della guerra, da dove proviene la madre, deve essere una specie di agente speciale.
Nonostante si sia lasciata andare a qualche chiacchiera, non ha spiegato bene chi è, di certo c’è che la sua missione è quella di accompagnare Giacomo, che poi si chiama Jason, fino in Romagna, fargli passare la linea del fronte e portarlo dai suoi. Questi è un ufficiale australiano, esperto di guerra nelle paludi, che non ho ben capito se fosse prigioniero con il Gordon inglese ma pare che sia stato richiesto dal comando alleato al fronte in Romagna per averlo come consigliere.
“Il SOE, Special Operations Executive, ha saputo di Jason e, tramite il maggiore Gordon e i contatti della Resistenza, ha disposto che raggiunga il comando dell’Ottava Armata britannica, in previsione della campagna di Romagna. Io mi sto occupando del suo lungo viaggio.”
Isabella mi ha guardato sorridendo. “Lo so, ti stai chiedendo come mai proprio io, una ragazza indifesa, assegnata a questo compito… Speriamo non debba dimostrartelo nei prossimi giorni!”
In quel momento ho deciso di andare con lei, non certo per vederla alla prova, ma perché ho sentito in qualche modo una “chiamata”, che la mia avventura mi mostra una nuova direzione, questa volta verso est e le terre da cui proviene mia mamma.
Che poi lei sia così bella, be’, questo è un altro discorso, che, vi confesso, un po’ ha contato.
“Ho deciso, Glauco. Andrò con loro e non sono matto, è inutile che mi prendi in giro!”
Glauco mi abbraccia forte.
Ancora una volta sarà suo padre a far arrivare a casa le notizie sul mio conto.
Ora lui è Gordon e resta qui sotto il Cusna tra i partigiani reggiani.
Il comandante Carlo, un prete degli alpini che da tempo è con la Resistenza ed è un’importante figura di collegamento con le forze britanniche, mi ha fatto un nuovo lasciapassare, in cui si dice che sono “al seguito dell’agente SOE Isabella Bella per condurre al comando inglese dell’Ottava Armata il capitano Jason McNieves”: ho un mitra Sten, tre bombe a mano e una pistola e, soprattutto, ho una missione da compiere.
“A questo punto, mia cara Isabella, se vi va bene, faccio venire Scarpasoun con voi. Il ragazzo è un ex alpino e io li conosco bene gli alpini, visto che son stato cappellano con loro, per girare tra i monti non temono niente e nessuno!”
A Carlo non è parso il vero di aver guadagnato un partigiano e non averne perso nessuno dei suoi. Avrebbe infatti dovuto destinare un uomo fidato ad accompagnare fin nel bolognese Isabella e Jason e, vista la mia intenzione di continuare con loro, non ci ha pensato su due volte e mi ha dato la sua benedizione, non da prete ma da comandante partigiano!
Eccome se me lo sta dimostrando, Isabella, il perché gli inglesi si fidano di lei!
Ci siamo imbattuti in una pattuglia tedesca prima di incrociare la statale che sale da Porretta, dopo avere marciato lungo il crinale e passato sotto al Cimone senza incontrare altri che qualche pastore solitario.
I tedeschi erano di fronte a noi, all’improvviso girata la curva, in gruppo, con un mulo che trainava un carretto.
Il battesimo del fuoco prima o poi doveva arrivare, ma cavolo, non me lo immaginavo così.
Lì per lì, alla vista di Isabella e di noi due uomini vestiti da pastore, coi mitra nascosti da dei fagotti per non dare nell’occhio, i militari del Reich non hanno pensato fossimo pericolosi e quei secondi son bastati a Isabella per agire.
In un attimo gli ha lanciato contro due bombe a mano e si è buttata dietro a un tronco.
Sembrava una pantera, velocissima e in silenzio.
Nel mentre, io e Jason abbiamo iniziato a mitragliare con gli Sten e ho visto cadere sotto i colpi quello che mi sembrava guidarli, pareva un sergente.
Senza stare a fare la conta dei nemici, ci siamo tutti e tre sparpagliati nel bosco.
E ancora adesso è Isabella che sbuca da un castagno e colpisce un tedesco che corre verso di lei.
A occhio devono essere rimasti in quattro, due li vedo una cinquantina di metri da me, acquattati tra gli alberi, gli altri più indietro.
La mira di Isabella e probabilmente il fatto che non hanno avuto modo di capire quanti siamo li ha resi prudenti.
Se qualcuno di loro però riesce a chiamare i rinforzi si mette male. Mi tasto nella tasca la mia castagna portafortuna, che ora me ne serve, accidenti, alla prima missione e già son fritto, qui c’è da inventarsi qualcosa.
Metto a frutto qualche insegnamento dei miei vecchi addestratori, i commilitoni di questi stronzi, lancio una delle mie bombe a mano mirando agli alberi più lontani, stando attento a non farmela rimbalzare addosso, e quando esplode in un crepitare di schegge e rami spezzati corro per sorprenderli sul fianco.
È allora che inciampo e finisco con la faccia per terra tra le foglie del bosco.
Addio mamma, addio mia cara sorella, addio Isabella, ti potevano affiancare un partigiano migliore di me, degno della tua tempra guerriera… Chiudo gli occhi e mi aspetto di morire.
La raffica risuona, secca come lo schianto di un fulmine che si abbatte.
Eppure non mi succede nulla.
Alzo gli occhi e vedo a non più di venti metri da me degli uomini che si avvicinano, ma non sono i tedeschi, che giacciono senza vita crivellati dai proiettili.
Un ragazzo più o meno della mia età mi dà la mano e mi aiuta a rimettermi in piedi. “Ciao, sono Lele, della Brigata Stella Rossa!”
Se non avesse la barba lo bacerei sulla bocca.
“Ói, v’è andata veramente bene che eravamo vicini in perlustrazione lungo la 64, abbiamo sentito gli spari e ci siamo precipitati! Ora conviene muoversi perché non è detto che questi sono i soli in zona, con settembre da queste parti sono arrivate le SS e c’è poco da scherzare, son truppe esperte e cattive.”
Al comando di Monte Sole ci accoglie Lupo, il capo della Stella Rossa. “Ci arrivano brutte notizie dal fronte toscano, i nazisti stanno ripiegando e mettono a ferro e fuoco i paesi delle retrovie, in Versilia e in Lunigiana hanno compiuto rastrellamenti ed eccidi. E già i primi reparti nazisti sono arrivati, se i vostri camerati inglesi, o gli americani, non vengono a darci una mano qui faremo davvero fatica.”
Isabella spiega che, purtroppo, loro contano poco a livello strategico, e che il militare alleato che accompagniamo serve al comando britannico che, ormai in direzione di Rimini, si prepara a una “battaglia dei fiumi” per risalire la Romagna interna, così piena di acquitrini e corsi d’acqua.
“Come agente del SOE vi do la mia parola che non appena giungeremo al comando faremo presente le vostre richieste, ma più di questo non possiamo garantire.”
A me sembra di capire che da queste parti si debbano arrangiare da soli per il momento, perché è verso l’Adriatico che gli Alleati premono. “Isabella, non è che voi coi partigiani comunisti avete meno rapporti, eh? Che so anche io che in Inghilterra non c’è mica tanta simpatia per Stalin e compagnia bella e per Churchill sarebbe un problema se anche qui da noi finisse per comandare lui dopo la vittoria.”
Il silenzio di questa sera di fine estate ci sorprende soli a passeggiare sul prato, abbiamo lasciato nel casolare Jason che dorme profondamente.
All’imbocco dello stradello si scorgono i profili delle sentinelle. Sono lontane ma vedo bene i puntini rossi delle loro sigarette quando aspirano il fumo.
Isabella mi sorride, i suoi occhi guizzano nei miei come lucciole improvvise e in un attimo mi si cancella l’idea, l’interesse per la domanda e soprattutto la salivazione.
Balbetto qualcosa, o penso di farlo.
La luna cresce oltre la montagna e dipinge ombre tutto attorno a noi, siamo soli io e lei, chiudo gli occhi, mi allungo senza più pensare verso la sua bocca e la bacio.
Non chiedetemi come sono arrivato qui.
Quando si dice che l’amore ti fa volare, be’, è verissimo.
E altrettanto vero, però, è che ti rincoglionisce.
Per vari giorni ho viaggiato leggero per monti e vallate, col cuore a spingermi passo dopo passo e gli occhi solo per lei.
E per fortuna che lungo la nostra strada non abbiamo più fatto brutti incontri, mi è sembrato un incantesimo d’amore che ci ha protetto, fatto sta che non so come sarebbe andata se ci avessero attaccato, tutto sfasato come sono da quella notte con la luna a Monte Sole.
Che poi alla mattina Isabella mi ha subito messo in chiaro le cose, mentre si annodava i capelli con fare civettuolo: “Non ti starai innamorando, eh, ragazzino? Non abbiamo tempo da perdere ora che stiamo arrivando alla meta. E poi, c’hai mica una bella ragazza lì dal Po che ti aspetta?”
Come se bastasse questo per togliermela dalla testa, da quel giorno mi addormento pensando al suo odore buonissimo e apro ogni alba gli occhi col pensiero delle sue labbra morbide che mi sfiorano.
Tutto ciò nonostante le battaglie che si stanno facendo non lontano, come ci hanno riportato degli sfollati che scendevano dal crinale.
Siamo a Casoni di Romagna, non lontani dal Santerno e Castel del Rio, oltre le montagne dove gli Alleati hanno sfondato, dal passo del Giogo alla Futa.
Procediamo alquanto cauti, ci potrebbero essere tedeschi in ritirata ovunque e il nostro voler apparire semplici contadini non penso sarà molto convincente per i reparti nazisti braccati.
La bestia ferita e inseguita è ancora più pericolosa.
Ci teniamo nel bosco sopra la stradina quando sentiamo dei rumori lontani di motori.
Si fanno più forti.
Ci abbassiamo tra le foglie e vediamo sopraggiungere due soldati in motocicletta.
Nemmeno il tempo di farci tra noi dei cenni che vedo Isabella in piedi in mezzo alla strada che li aspetta. “Ma santo cielo, ma se son tedeschi…”
Non finisco il pensiero che lei è lì che parla in inglese con i motociclisti.
Sono americani, fanno parte di un reggimento dei Blue Devils, come orgogliosamente precisano, scherzando con Jason sul Tasmanian Devil, una specie di incrocio tra un cane, un orso e un canguro, mi spiega sbrigativamente Isabella.
Stanno andando verso il comando dei partigiani della zona, in un casolare non lontano.
Ci offrono della cioccolata e spiegano che le strade qui intorno al momento sono libere dal nemico, ma non garantiscono per molto, che infuriano i combattimenti con molti reparti sbandati, mentre il grosso dei tedeschi in ritirata punta a Castel del Rio e giù nella valle verso Imola.
I due ripartono sgommando mentre noi continuiamo nella direzione opposta.
Non mangiavo cioccolata da un bel po’ ma non è bastata a combattere i crampi per la fame, però manca il tempo per cercare cibo, dobbiamo procedere spediti, sia per allontanarci da quella che potrebbe rivelarsi la linea del fronte, sia per arrivare al più presto oltre le linee, dalle forze alleate.
A vedere i due soldati americani un po’ di emozione mi è venuta. Mi sembravano gli alfieri della Vittoria, che veloci volano tra queste montagne ad annunciarne l’arrivo agli emiliani e ai romagnoli.
Dopo un paio d’ore di marcia, sul calar del sole, ci siamo incontrati con una squadra della 62esima Brigata Pampurio che batteva la zona.
Ragazzi giovani come me, fieri coi loro fazzoletti rossi e le facce abbronzate dai mesi vissuti all’aperto.
Ci spiegano che a est del Monte La Fine ci sono gli americani che preparano l’attacco a Castel del Rio, lungo il Santerno. “State attenti ai campi minati, restate sul sentiero battuto e prima del fiume raggiungerete le retrovie alleate.”
Il ragazzo che parla ha la stessa inflessione di mia mamma, è alto e tutto dritto nella sua camicia rossa da garibaldino.
Vedo Isabella sorridergli, ma non provo gelosia, forse non è il sentimento giusto per questi giorni, meglio così.
Stanotte la passeremo al bivacco con questi partigiani romagnoli, hanno acceso un piccolo fuoco dentro una casetta abbandonata, attenti a non fare fumo.
Mi offro anche io di fare un turno di guardia, scambio un po’ di sigarette che mi portavo dietro con un pezzo di polenta e un tozzo di pane e mi accuccio su di un altura, col mitra pronto a ogni evenienza.
Chissà dov’è Isabella, starà dormendo di fianco a Jason?
O sta facendo la smorfiosa col bel garibaldino?
Dai, Scarpasa, fa’ mica il geloso che non va bene, anche perché Isabella è stata piuttosto chiara.
Una cosa che mi ha colpito di lei, oltre alla sua bellezza e ai modi simpatici, è la risolutezza.
Che non è solo coraggio e intraprendenza ma proprio un’aria di non dipendere da altri che da se stessi.
E di sapersi far rispettare.
Le immagino così le donne di domani e credo potranno essere le madri di un mondo nuovo dove nessuno è schiavo e uomini e donne si ritrovano con gli stessi diritti e senza differenze e imposizioni.
Inizia a fare freddo la notte a queste quote, mi rannicchio tra i fagotti che usiamo per coprire le armi, guardo le stelle e penso a cosa mi aspetterà i prossimi giorni.
Vorrei vedere il mare, non l’ho mai visto, e imparare l’inglese, che il futuro di sicuro parlerà anche questa lingua e non certo, per fortuna, il tedesco.
Tra gli Alleati, finalmente.
Dopo aver raggiunto i reparti dell’88esima Divisione americana ed esserci rifocillati a dovere in una grande cucina da campo, ci hanno affiancato un tenente di collegamento sudafricano e con lui siamo partiti con la jeep.
Il tizio ha chiesto a Jason chi fossi, non sembrava molto convinto di dover viaggiare con quello che ha definito “solo un partigiano” ma il mio poco loquace amico australiano, superando in un sol colpo il totale di parole che sino ad allora gli avevo sentito pronunciare, gli ha ben spiegato che non ero un partigiano “qualunque” ma una sua “guardia personale” e che, avendo con me intrapreso il viaggio fin dall’inizio, non mi avrebbe certo salutato ora: a Ravenna ci arriveremo insieme!
Stiamo attraversando i campi di battaglia dei giorni passati puntando verso Rimini, già liberata dall’Ottava Armata.
È un viaggio lunghissimo, dobbiamo passare in Toscana: un po’ più a nord, giù nelle vallate, c’è il fronte e quindi bisogna fare un percorso tortuoso, risalendo il passo e poi puntando a est attraverso i territori liberati.
Certo il buon Jason deve essere importante se ci hanno dato una jeep, anche se si procede spesso a passo d’uomo, tra le buche delle granate, percorsi sterrati e un viavai di uomini, armi e mezzi.
Passiamo il Santerno verso il paesino di Valsava, incrociamo un piccolo gruppo di prigionieri.
Sono italiani, dei bersaglieri giovanissimi, mi sembrano addirittura dei ragazzini.
Camminano con lo sguardo mesto, il sudafricano ci dice che le loro trincee sono state spazzate via dai mortai e che gran parte del loro battaglione è stato annientato.
È Isabella che mi traduce: “Quando siamo arrivati li abbiamo trovati tra i crateri a decine, tutti o quasi morti, fatti a brandelli, ancora nelle loro postazioni. Per difendere il lato destro del monte i tedeschi li hanno mandati allo sbaraglio, loro hanno ripiegato a valle e questi sono rimasti isolati.”
Li guardo negli occhi mentre avanziamo tra il terreno sconnesso, potrebbero essere i miei fratelli minori, volontari coi repubblichini a spalleggiare i nazisti, certo, ma non lo ero anche io con la Monterosa non più di due mesi fa?
Qualcheduno sicuro sarà un fanatico, qualcun altro ci si sarà trovato in mezzo, come noi della Zucchi, ma a sedici anni cosa capisci? Sei un ragazzino e ti ritrovi buttato qui a prenderti addosso le bombe. Ci vuole anche del gran culo, in guerra più che mai, si può essere prudenti e ben addestrati, puoi avere dei comandanti attenti e bravi che si preoccupano per te, puoi avere le armi migliori, ma tutto ciò non basta, ci vuole pure fortuna.
Ottobre ’44: in Romagna coi partigiani della 28esima Brigata Gordini
Rimini è una città fantasma, macerie di case e strade distrutte dai continui bombardamenti.
E anche dei paesini che abbiamo passato nel venire fin qui c’è rimasto poco, sono impressionato, non ero preparato a vedere una simile devastazione.
Dopo i tranquilli giorni di viaggio toscani, con la camionetta del sudafricano e poi su un camion con delle truppe canadesi, ci siamo ritrovati a passare di nuovo in Romagna, costeggiando da sud le linee dei fronti, dove la Quinta Armata americana dagli Appennini e l’Ottava britannica dall’Adriatico stanno provando a sbaragliare le difese tedesche.
E qui il segno recente della guerra si vede nei villaggi distrutti, nella carcasse bruciate di mezzi militari, nelle colonne di prigionieri e il viavai di carretti, jeep e soldati, oltre che nei campi che, quando non sono minati, ospitano per una frettolosa sepoltura i corpi di centinaia e centinaia di soldati caduti.
Isabella e Jason sono arrivati a destinazione, sono al comando inglese del generale McCreery.
Sto facendo da solo una camminata in quel che è rimasto del centro cittadino, si fa fatica ad andare anche a piedi, è tutto una rovina.
In alcune case sventrate è cresciuta l’erba, segno che le ferite di Rimini non sono solo recenti.
Da una finestra rimasta indenne nel palazzo del comune sventola una bandiera greca, mi avvicino e un signore anziano dall’aria autorevole mi si avvicina: “Questo palazzo si chiama Garampi, era la sede del municipio ed è stato gravemente danneggiato già a dicembre dell’anno scorso. I continui bombardamenti, dal cielo e dal mare, hanno spinto gran parte dei riminesi a sfollare nelle campagne, io son tornato stamane, ma era meglio non vedessi che fine han fatto la mia casa e le scuole dove insegnavo… mah…”
L’uomo indica la bandiera: “Son stati i soldati greci a entrare per primi in città. Gli è stato dato questo onore da Churchill in persona, visto che l’Italia aveva attaccato la Grecia proprio quattro anni fa!”
Ha gli occhi lucidi, ma ha la forza di sorridere: “Ci vorrà tempo, ma ogni casa di qui tornerà in piedi e a essere bella come lo sono tutte le case di Romagna, sarete voi giovani a farlo, a ricostruire le nostre belle città, io spero di campare almeno per vedere la pace trionfare in tutta la nostra Italia!”
Mi congedo dal professore, che immagino lo fosse, e provo a capire come arrivare al mare, ho bisogno di respirare aria fresca, qui c’è polvere e puzza di morte.
Oltre le lugubri mura diroccate della stazione, coi suoi tralicci piegati che sembrano mostri protesi a sbranarti, e qualche pezzo di casa sbriciolato, scorgo un azzurro che si stacca dal cielo indifferente di questo ottobre di battaglia: il mare, finalmente lo vedo.
Lontane, le navi da guerra si confondono con i gabbiani che si tuffano a caccia di pesci.
Almeno loro sanno ancora volare.
Ieri notte ho visto le stelle, ma non erano quelle che in questi giorni di luna nuova brillano nel buio, che sembra quasi di poterle toccare, erano stelle di passione e d’amore, stelle che mi ha fatto inseguire Isabella coi suoi baci e le sue carezze.
Non me l’aspettavo, dopo tutte le sue settimane di indifferenza. Mi ha abbracciato da dietro nella penombra del campo, mentre stavo per entrare nella tenda, e mi ha baciato sul collo, poi, senza dire nulla, prendendomi per mano mi ha portato dietro un canneto sulla spiaggia.
Abbiamo fatto l’amore, ma non come la prima volta, lei è stata molto più… aggressiva, ecco, non saprei come dirla diversamente.
Aveva un fuoco dentro che a un certo punto mi ha fatto quasi impressione, ha urlato piantandomi le unghie nel petto dopo avermi aperto la camicia e intanto mi guardava negli occhi con uno sguardo pazzo da strega.
Poi s’è alzata e se n’è andata, lasciandomi lì in mezzo alla sabbia e ai pezzi di canna secchi come una seppia sputata da un gabbiano, dopo avermi mormorato in inglese qualcosa tipo iccheroiu.
Sto bevendo una brodaglia scura, che sarebbe caffè per gli inglesi, assieme a Jason.
Tra poco mi porteranno dai comandanti della Gordini, la 28esima Brigata Garibaldi, coi quali ho scelto di unirmi.
Jason e un altro ufficiale inglese dal cognome impossibile, che mi si è presentato più semplicemente come Arcibaldo, si incontrano con Bulow, un partigiano che qui è considerato un eroe da tutti, per pianificare l’assalto a Ravenna e si ritroveranno anche con Falco, il comandante della brigata e Jim, responsabile di tutta la logistica.
“Isabella has gone,” mi dice Jason mentre sorseggia il caffè dalla tazza di latta.
Lì per lì non afferro. “She has gone, new mission for her, early this morning… andata, capisce?”
Cavolo, non me l’aspettavo così il nostro distacco, però, forse, tutto sommato è meglio, ho i segni delle sue unghie addosso e un po’ del suo sapore tra i capelli, mi accompagneranno per un po’, meglio di un abbraccio.
Addio, Isabella Bella, sei stata un respiro meraviglioso in questi mesi di fatiche e patimenti.
Chissà se ti rivedrò mai, non mi hai detto nemmeno come ti chiami veramente.
Mi porterò dietro il ricordo dei tuoi bei occhi verdi, di lago tra i monti dove ti ho conosciuta, e il tuo sorriso che sa di libertà, quella magnifica e preziosa cosa per cui tutti noi qui stiamo lottando.
“Signor capitano Archibald, voi parlate bene la mia lingua, vi posso chiedere cosa vuol dire in inglese iccheroiu?”
“Mmm, ragazzo, chi ti ha detto questo? Forse la pronuncia non è perfetta… Cher… Cher, iu… I guess take care of you, abbi cura di te, io penso lei ti abbia detto.”
Abbi cura di te, grazie Isa, e io te lo rimando col pensiero e col cuore. Ci prenderemo cura di noi, ma di questi tempi non basta, che questa guerra bastarda ha sete di sangue e non guarda in faccia proprio a nessuno.
“I tedeschi ci aspettano tra gli acquitrini, già la stagione è piovosa e fiumi e canali sono pieni, in più i bastardi hanno rotto gli argini per allagare vaste parti di territorio intorno alla città. In pratica dobbiamo agire in mezzo alle paludi.”
Jim mi spiega la situazione. Siamo attestati sulla riva del Savio, dopo Cervia, conquistata dall’Ottava a caro prezzo e ormai ridotta a qualche casa sfondata e alberi bruciati, i tedeschi in ritirata hanno minato persino le sue mura storiche.
Stanotte sarò con un gruppo di partigiani che assieme a Jason e a un reparto speciale inglese farà un’incursione oltre il fiume per esplorare i campi della pineta verso Ravenna e controllare un avamposto tedesco e, se ancora presidiato, “neutralizzarlo”.
Mi sono offerto volontario, dopo tanti giorni col culo nelle retrovie mi sento in dovere di fare qualcosa.
Il capo degli incursori inglesi è un personaggio molto particolare, si fa chiamare Popski, e mi dicono che lui e i suoi uomini non sono proprio dell’esercito regolare, molti vengono dalla guerra in Africa e sono specializzati, come mi racconta Jim, nel “lavoro sporco” oltre le linee nemiche.
Ci raduniamo dopo il tramonto, sono con alcuni partigiani arrivati nei giorni scorsi via mare attraverso un viaggio avventuroso assieme a Bulow, ci presentiamo a Popski e ai suoi che stanno preparando le zattere.
C’è buio pesto e una pioggerella fitta e battente che è l’unico rumore nella notte scura.
“Ci muoveremo in piccoli gruppi verso l’obiettivo finale, alcune case nei pressi di Fosso Ghiaia, lì è segnalato l’ultimo presidio nemico. Ogni gruppo avrà questo cicalino, per segnalare ogni quarto d’ora la posizione. Tre uomini per ogni mezzo, un corsaro dei miei e due di voi patrioti. Voi siete in copertura del mio uomo, quando saremo in prossimità dell’obiettivo lascerete a lui il compito di stanare il nemico, vi piazzerete a tener d’occhio la via di fuga. Occhio alle possibili mine. È tutto, buona fortuna, signori!”
Arcibaldo, che ci traduceva, mi si avvicina con Jason.
“Mi raccomando, Scarpa…” così ha preso a chiamarmi, “sii prudente e fai tutto quello che il corsaro di Popski ti dice di fare, sono tutti uomini di esperienza e questi tedeschi, come dite voi italiani, loro se li mangiano a colazione!”
Il capitano McNieves mi guarda negli occhi e mi fa il saluto militare: “Gudlak, mai boi.”
Rispondo impettito nella mia mantellina antipioggia, corredo regalatomi dagli Alleati. “Buona fortuna a voi, Jason, ci si rivede su questa stessa spiaggia all’alba.”
Mi tasto la mia castagna nella tasca, controllo le bombe a mano e il mitra Thompson che mi hanno dato.
Salgo sulla zattera assieme a Robin, un ragazzo di Cotignola del distaccamento di Jim, mentre un omone alto e scuro di pelle, il nostro capo, mi allunga il braccio mentre salto.
Più che un braccio mi sembra un tronco d’albero, tanto è grosso e muscoloso. Chissà se il barchino reggerà tutto questo peso.
Avanziamo lenti con l’acqua alle gambe, dobbiamo attraversare un altro fiume e ci portiamo dietro la piccola zattera, se non altro ce la trasciniamo facilmente.
Coi cicalini, riusciamo più o meno a mantenerci in posizione, ormai dovremmo essere vicini all’obiettivo, per quel che si riesce a vedere.
L’uomo dell’armata di Popski ci ha fatto vedere come è abituato a eliminare le sentinelle, che sorprende arrivandogli alle spalle, come un diavolo silenzioso. Con un elastico ha attaccato al polso una lametta da barba affilata, “meglio di un coltello per le gole naziste, e non devi impugnarla!”.
Saliamo di nuovo sulla piccola zattera, dobbiamo stare attenti a bilanciare il peso per non rovesciarci.
Nel torrente la corrente è forte, si fa fatica col piccolo remo a non imbarcare acqua.
È ormai passato molto tempo dalle ultime risposte degli altri cicalini, io e Robin ci guardiamo un po’ allarmati, che ci si sia persi?
All’improvviso una voce dalla riva opposta ci urla una frase in tedesco: “Verisdà!”
Il nostro gigante inglese non si lascia ripetere la frase che inizia a mitragliare in quella direzione, al grido di “Facchiu”.
Sono attimi, le scariche di proiettili di una mitragliatrice tedesca posizionata sull’argine ci investono come una mortale grandinata.
Vedo Robin piegarsi sotto i colpi e la testa dell’inglese, davanti a me, esplodere come una bottiglia di lambrusco che va in frantumi mentre la zattera si ribalta.
Poi c’è solo buio e un dolore acuto, tremendo, alla spalla e al braccio.
I nemici continuano a sparare quasi alla cieca, hanno solo una grande torcia con cui battono le rive del torrente e questo probabilmente ne decreta la cattiva sorte perché sento altri spari, dei nostri li hanno localizzati e si stanno avventando dal buio su di loro.
Mi aggrappo col braccio buono a un grosso ramo spinto dalla corrente, ho il mitra a tracolla che mi trascina in basso, non so come fare a sfilarlo senza perdere la presa quando d’improvviso mi si ferma il cuore, o così mi sembra, perché perdo i sensi.
Non so per quanto ho perso conoscenza, secondi? Minuti?
Di certo non ore e di certo sono ancora vivo, o almeno mi sembra. In effetti non sono poi così sicuro di esserlo, mi correggo.
Isabella, sei tornata a salvarmi, ti ringrazio! Ti prendo la mano, sì! Abbracciami, portami sulla riva con te. Isabella, sei bellissima, ma… ma…
Sei tu, mamma? Ma c’sa fèt ché? È pericoloso, a ghîn i tedèsch!
Mamma, guerda, c’è Glauco che viene a prendermi a nuoto, grazie amico mio, grazie! Per fortuna che tu sei un bravo nuotatore… Va bene, lasciami pure qui sulla sponda, il braccio mi fa troppo male per alzarmi…
Papà, sî anca vô?
Mi state curando? Grazie, papà, grazie, che bello rivederti! Ma… dove stai andando? Stai con me, stai con me…
Riapro gli occhi, torno a respirare, aria e acqua a combattere ancora nella gola.
Sono su una delle zattere, non sento più il braccio, ho una fasciatura di fortuna a stringermelo e c’è Jason chino su di me: “Camon, maiboi, steiuitmi.”
Fine gennaio ’45: al di qua del Senio
Ravenna l’hanno poi liberata a dicembre quelli dell’Ottava di McCreery assieme a Bulow e ai miei compagni della 28esima. Con un piano da gran stratega del nostro comandante romagnolo che ha fatto sì che i tedeschi, sentendosi accerchiati, han tagliato via in fretta.
È stata dura, abbiamo avuto tante perdite, bravi giovani patrioti, civili innocenti massacrati per la cattiveria dei nazisti e delle Brigate Nere, tanti soldati Alleati: inglesi, neozelandesi, canadesi, polacchi, di tutto quel mondo che si sta opponendo al nazismo e al fascismo.
Io però non ho avuto la gioia di sfilare in piazza Garibaldi, mi hanno portato fino a Riccione all’ospedale, dove si sono prese cura di me delle belle e amorevoli crocerossine.
Ero in una grande stanza con altri feriti, alcuni eran soldati del nuovo esercito italiano, del Gruppo da Combattimento Cremona.
Ora fan la guerra con noi, che poi molti di loro sono ex partigiani toscani e marchigiani.
Un giorno mi hanno trasferito in una infermeria di Ravenna, ed è arrivato pure Bulow, che dopo aver liberato la città ha continuato a combattere ed è rimasto ferito, e ci siamo salutati lì, felici, perlomeno, di ritrovarci entrambi ancora in piedi.
Non che lui mi conosca bene, a parte che è proprio un “uomo del popolo” e non fa mica differenza tra generali, comandanti e semplici giovani partigiani, quindi mi avrebbe salutato comunque come compagno d’armi, ma con lui c’era Jason, il capitano McNieves, che è voluto venire a salutarmi: “Quando tu guarito torna, tu bravo combattente.”
Mi son commosso, quel giorno era la prima volta che provava a parlare italiano e anche Bulow s’è stupito!
E io son tornato sì, anche se non son mica ancora buono a tenere un mitra, ho il braccio al collo e la spalla tutta bloccata.
Mi hanno messo di servizio al comando, con Jim e gli altri capi della Gordini, i miei compiti ora sono di dare una mano per la logistica, che poi di mani utili al momento ne ho solo una, appunto.
Siamo fermi sul Senio e sull’ultimo tratto di argine del Reno, in cui il primo si immette, nei pressi di Sant’Alberto, appena sotto le Valli di Comacchio.
I tedeschi si sono disposti per bene e hanno sfruttato la conformazione del territorio per riorganizzare le linee di difesa, favoriti anche dal rigore di questo inverno.
Molti di noi sono piuttosto adirati per questo stallo, c’è chi proviene da paesi che sono a pochi chilometri, appena oltre l’argine. L’altro giorno un mio compagno, mentre si perlustrava un tratto di fiume, mi ha indicato il campanile del suo paese, lo si vedeva bene in lontananza, gli è venuto da piangere di rabbia, mica di nostalgia. “Arriverà quel giorno, ciò, che finalmente potrò cantare Bandiera rossa per la piazza, in cul a tut i fazesta!”
Sono nelle cucine con Stignani, il cuoco della brigata, che sta preparando delle frittelle e, intanto, mi prende in giro perché non ha mai sentito dire dell’erbazzone, quando entra Zalet, il commissario, con un piccolo codazzo di persone al seguito. “Compagni!” ci saluta con enfasi particolare su questa parola, “il signore qui presente è il principe Umberto, venuto a salutarci!” “Luogotenente generale del Regno, prego,” un attendente al seguito, tutto impettito, precisa.
Stignani porta la sua paletta forata alla fronte con un ampio gesto, manco fosse una sciabola, io mi alzo in piedi e faccio il saluto con la mano sbagliata, ma son giustificato!
Il principe è vestito da militare, con un cappello a bustina e la giacca, ma senza particolare medagliame a dargli importanza. Che voglia atteggiarsi a “uomo del popolo”?
“Sua Maestà è in visita alla compagnia e vuole condividere il nostro cibo e ha preferito venire qui anziché avere una sala riservata.”
Il cuoco butta qualche frittella su di un piatto e in dialetto, rivolgendosi a Zalet, dice: “Bene, allora sentiamo un po’ dal principe se queste gli piacciono!”
Il sofisticato attendente resta un po’ interdetto, guardando l’olio che cola bollente dalle frittelle, mentre il nostro nobile ne piglia una col pollice e l’indice e inizia a mordicchiarla.
“Che mi dite della vostra ferita, ragazzo? Ve la siete conquistata nella battaglia delle Valli?”
Il principe mi guarda altero.
“Non proprio, signore,” lo chiamo così perché non mi vien naturale di chiamarlo “Maestà”, “a dire il vero, non è una gran conquista quanto una bella sfortuna e in più non mi è nemmeno capitato in quei giorni ma prima, in perlustrazione, siamo incappati in un nido di mitragliatrice nemica. Io sono l’unico scampato.”
Umberto non muta minimamente espressione, finisce di inghiottire la sua frittella e mi risponde, mentre cerca nervosamente di togliersi tutto l’unto dalle dita con un fazzoletto che gli porge l’attendente: “Capisco, la guerra è fatta anche di queste avventure, ma non per questo il valore di un combattente si misura solo con l’impresa che fa clamore.”
Si volta e, codazzo al seguito, se ne esce.
Stignani, che non ha tolto lo sguardo dalla cottura delle frittelle, mormora “fat dèr intu cul té e al clamore, va là!”
Zalet sulla soglia si volta verso di noi e stringe l’occhio.
Il principe è uscito dalle cucine ma per noi potrebbe anche uscir di scena per sempre, che i Savoia han fatto anche troppo danno all’Italia e non basta certo qualche visita alle retrovie del nostro fronte per pulirsi la coscienza e l’onorabilità.
Febbraio-marzo ’45: l’attesa
Alexander, il gran generale alleato, ha deciso che ci si doveva fermare.
Il Senio è ormai da mesi il confine, la linea del fronte.
Noi partigiani ogni giorno ci inoltriamo nel territorio nemico, gli facciamo sentire il fiato sul collo a fascisti e tedeschi, prendendo di mira gli avamposti, ma mica possiamo da soli lanciarci frontalmente all’attacco, loro hanno consolidato le posizioni e sono migliaia di uomini contro i nostri circa ottocento.
Da poco sono arrivati anche i soldati del Cremona, ci siamo praticamente aggregati, il loro generale Primieri opera a stretto contatto con Bulow.
Ne avevo conosciuto qualcuno in ospedale, sappiamo che molti si sentono partigiani proprio come noi e spesso si combatte assieme.
Che poi io mica combatto più, purtroppo il braccio ancora non riesco ad alzarlo, giusto l’altro giorno mi sono beccato una lavata di capo da Ateo, un comandante, che, vedendomi provare a infilarmi in una pattuglia che si sarebbe spinta oltre il Reno, mi ha preso da parte e sgridato benevolmente: “Dove vuoi andare tu, con un solo braccio buono? Dai, patacca, il tuo dovere lo puoi fare anche qui senza farti ammazzare da quelli là, che a mitragliare e lanciare bombe è meglio averle tutte e due le mani. Sta’ bon, ciò!”
Spesso al comando mi trovo a parlare con Jim, che ha la passione per il cinema. “Te, Scarpasoun, ci sei stato al cinematografo? Io dopo la guerra voglio proprio aprire delle sale per il popolo, che si possano vedere tutti quei film che il duce ha proibito e che costi anche poco. Perché la cultura di domani si farà sempre più con le immagini e non solo coi libri!”
Jim è un bravissimo organizzatore, son sicuro che qualcosa lo farà e sarà un successo, questi romagnoli son come mia madre, quando si mettono in testa una cosa non c’è verso di fargli passare l’idea e stai pur tranquillo che non smettono di lavorarci fino a che non han raggiunto l’obiettivo.
Il primo esempio è proprio Bulow, che non passa giorno che non sia in giro tra i suoi compagni garibaldini, a dare una mano, a preparare pattugliamenti e piani d’azione, col cavolo che ha accettato di starsene a Ravenna o a Roma al sicuro, magari a fare il bravo partigiano del re e farsi bello coi generali e i ricchi potenti che non aspettano altro che tutto questo finisca per tornare a fare i loro comodi.
Ma la musica cambierà con gente della tempra di Bulow, Jim e Ateo!
Loro sì che, come mi diceva Glauco l’anno passato, sono la “nostra gente” e mai ci tradiranno, son sicuro di questo.
Aprile ’45: si supera il Senio e si travolgono i nemici
È arrivato aprile e proprio la mattina di Pasqua, che era il primo del mese, gli Alleati hanno rotto gli indugi e sono finalmente partiti con l’offensiva finale, dalla via Emilia al mare.
Era una bella giornata di sole e i boati dell’artiglieria inglese rimbombavano per le valli, musica per le nostre orecchie, che si fremeva per l’attesa fatta militarmente solo di piccole sortite verso gli avamposti nemici, un’attesa che faceva crescere la rabbia per le continue notizie di angherie dei fascisti alla gente dei paesi oltre il Senio, la gente che era tutta con noi e che non aspettava altro che di abbracciarci e festeggiare la cacciata del nemico tedesco e la sconfitta totale dei repubblichini.
È stato un mese di battaglie, di eroiche gesta dove tanti nostri compagni sono caduti, una dopo l’altra le città venivano liberate, e noi siamo entrati per primi a Lugo verso ovest e a Comacchio a nord, accolti dalla popolazione in festa.
E, spazzati via i nemici dal ravennate e dal ferrarese, non ci siamo mica fermati.
Gli Alleati avevano i carri armati e nuovi cingolati predisposti per muoversi nelle paludi e tra i canaletti, Jason al proposito aveva dato ottimi consigli al generale McCreery, e per varcare agevolmente i tanti corsi d’acqua c’erano nuove diavolerie meccaniche, vari tipi di ponti mobili.
I mesi d’attesa, se non altro, eran serviti a preparare benissimo l’avanzata.
Noi, da “compagni poveri”, non disponevamo di gran che ma avevamo dalla nostra la rabbia e la fame di chi ormai vede la preda sfiancata e pronta a essere ghermita.
E poi c’è stata la grande inventiva di questi geniali romagnoli, Ateo ha saputo come farci passare su ogni fiume con le sue catene di barchini e i pontoni fatti con battani e travi recuperati dai casolari. Diciotto autocarri pesanti e qualche jeep, con Bulow a guidarci nell’impresa dell’inseguimento del nemico.
Nemmeno il Po ci ha fermato e, dietro ai tugnin in ritirata, abbiamo attraversato il Polesine, l’Adige e il Brenta, spingendoci nella laguna veneta. Abbiamo puntato Venezia ma ci siamo fermati prima di Chioggia.
Jim ha parlato con il maggiore Archibald: “Dentro Chioggia si son asserragliati cinquemila tedeschi, vogliono arrendersi agli inglesi, secondo me han paura che li prendiamo noi e che magari poi mica li trattiamo coi guanti bianchi, quegli assassini!”
Maggio ’45: epilogo
È il Primo maggio, è davvero una giornata di festa, festa del lavoro, ma quest’anno, per tutti noi della 28esima, è soprattutto la fine della guerra.
Bulow ha ricevuto l’ordine di fermarsi e così è stato.
Ci siamo acquartierati nel paese padovano di Codevigo, sono di fianco al comandante che redige l’ultimo bollettino.
“La 28esima Brigata, che dal 12 gennaio 1945 ha tenuto ininterrottamente il fronte affidatole, ha concluso il suo vittorioso ciclo operativo dopo aver liberato cinquantatré paesi, catturato cinquemila prigionieri e ingenti quantitativi di materiale bellico. Le sue perdite ammontano a centottantasette fra morti e feriti.” Di certo io non faccio parte degli eroi, son ben altri tra i miei compagni quelli che meritano questo nome: chi si è sacrificato esponendosi al fuoco e cadendo per coprire un ripiegamento, chi è morto tra atroci torture senza dire una parola, chi si è lanciato all’assalto tra i canneti ed è saltato su una mina.
Questi sono i miei eroi.
I nostri eroi, di tutti coloro che hanno sognato una Italia finalmente libera e democratica.
Jim mi consegna il foglio, tocca a me l’onore di portarlo al comando inglese.
Sarà il mio ultimo compito da partigiano.
A Codevigo ci siamo finalmente riposati, era ora, e abbiamo iniziato a goderci la pace.
Sono riuscito a trasmettere un messaggio a casa, grazie al segretario comunale di Gualtieri, contattato con la linea riservataci dal comando del Cremona.
Jim mi ha fatto chiamare, ero in paese a godermi la bella giornata di primavera con alcuni compagni, “c’è un messaggio per te di tua mamma”.
Arrivo al comando e mi danno il biglietto: “Mio caro figlio amatissimo, io e tua sorella abbiamo tanto penato per te, non sapendo bene dove fossi. Avevamo tue notizie solo di quando eri l’agosto scorso in Appennino con Glauco. Siamo tanto contente e fiere di te. Fermati a Massalombarda e lascia un fiore per i tuoi nonni, sarà il primo fiore libero, per loro che erano socialisti e odiavano Mussolini. Poi, ti aspettiamo a casa con tanto erbazzone!” Mia mamma sa proprio toccarmi il cuore, e anche la gola!
Da una stanza escono Bulow, Jim e il generale Primieri.
Questi, con lo sguardo serio, si congeda col saluto militare e se ne esce.
Jim mi viene incontro, mentre Bulow si avvia verso il suo ufficio un po’ alterato: “Per chi c’han preso? Per delle teste calde? Ve lo faremo vedere noi chi siamo, noi partigiani garibaldini!”
Jim mi spiega: “Domani sai chi ci torna a trovare? Nientepopodimeno che il principe Umberto, ’n’etra volta! Che poi sembra sia diventato re, perché il paparino ha abdicato.”
Lo guardo con la tipica espressione interrogativa in faccia di chi pensa “e quindi? Sai quanto mi interessa?”.
Jim si mette tutto rigido e impettito mentre ridacchia: “Al comando alleato c’è qualche preoccupazione sul nostro comportamento. Il signor Savoia pare che voglia passare in rassegna tutte le truppe sulla piazza del paese, con noi schierati assieme ai fanti del Cremona e ai drappelli di McCreery. Primieri è venuto personalmente a raccomandarsi di ‘non fare cazzate, provocazioni o peggio ancora’. Bulow non l’ha presa benissimo, gli ha fatto presente che son preoccupazioni ridicole, che i nostri uomini son quasi tutti comunisti, sì, e ci si può giurare che non c’è neanche un monarchico, ma questo non vuol dire che non sappiamo cosa sia il rispetto e la disciplina, perbacco!”
Mima il gesto dell’ombrello e prorompe con un teatrale “Avanti, Savoia!” mentre con un giornale vecchio si avvia verso il bugliolo per una questione digestiva di grande impellenza.
La mattina del 16 maggio ci raduniamo, tirati a lucido coi fucili e le divise più o meno raffazzonate con cui siamo arrivati sin qua, ma lavate e profumate dalle brave donne del paese.
È un giorno di festa, per la gente di Codevigo, principe o non principe, è l’occasione per salutare e abbracciare in una cerimonia i liberatori.
Bulow si è sincerato che le nostre armi non abbiano i colpi inseriti, la nottata gli ha portato consiglio e prudenza, non si sa mai.
Jim ci schiera lungo la piazza, siamo in fila dopo i soldati del Corpo italiano di Liberazione e un centinaio di uomini delle truppe scelte in rappresentanza dell’Ottava Armata.
Zalet dona a ognuno di noi un fazzoletto rosso nuovo fiammante e ci guarda in faccia, la sua espressione è eloquente, a m’arcmand!
Siamo tutti pronti per il primo e ultimo presentat’arm delle nostre vite, col caricatore senza proiettili, di fronte a un re senza regno e, soprattutto, senza prestigio.
Arriva la macchina del Savoia, fa una curva dall’altro lato della piazza, dove c’è tutta la popolazione del paese che guarda, poi si ferma proprio al centro.
Esce l’attendente e, mentre apre la portiera e Umberto scende, la banda comincia a suonare la Marcia reale.
Il principe non fa a tempo a cominciare a passare in rassegna le truppe che dalle fila dei fanti del Cremona partono sonori fischi, che presto si trasformano in urla.
Sento distintamente un paio di soldati toscani gridare: “Grullo! Portaci il tu’ babbo! Finocchio!”, altri mettono il colpo in canna e alzano ostentatamente il fucile.
Noi restiamo impassibili, le espressioni facciali neutre, stenchi e col petto in fuori.
Che fatica non mettersi a ridere, guardo Jim e Zalet che stringono le labbra, stanno godendo, è fuor di dubbio.
“A morte i Savoia! A morte i Savoia!” Quelli del Cremona pare proprio non abbiano in simpatia il loro principe.
I generali italiani sono preoccupati, Umberto vorrebbe continuare a fare la sua pagliacciata ma Primieri e gli altri lo fanno velocemente passare davanti a noi, stando ben lontani dai loro reparti inferociti, per poi rimetterlo in macchina e farlo partire precipitosamente.
Addio, principe Umberto, che secondo me con quest’aria mi sa che la nuova Italia deciderà presto di fare a meno del tuo nobile e prezioso culetto.
Con tutta la Gordini siamo ritornati sotto al Po e ci siamo fermati proprio a “La Màsa”, come chiamano qui in dialetto il paese di mamma, Massalombarda.
Ho salutato e abbracciato tutti i miei compagni e i miei comandanti di questi mesi di lotta e l’ho fatto con entrambe le braccia.
È fatica e mi fa molto male, ma inizio a muovere il braccio e un po’ la spalla, di certo però non avrò un futuro da giocatore di baseball, o cricket, che mi sembra si chiami così quello sport a cui ho visto giocare ieri in un campo gli indiani dell’Ottava.
Ma va bene, è un segno sul mio corpo, non tanto una ferita da esibire e della quale farmi grande, lo penso più come qualcosa che mi accompagnerà per il resto della vita nel ricordarmi questi giorni duri in cui abbiamo lottato per un ideale più alto delle nostre stesse esistenze, per il quale tanti miei compagni si sono sacrificati. Mi tasto nella tasca la mia Castagna della Fortuna, voglio farne un ciondolo.
Penso a Luciano, a Giorgio e a Glauco, non ho dall’anno scorso loro notizie, spero stiano bene.
Soprattutto Glauco, chissà Gordon se ha fatto il suo dovere di partigiano, lassù sui monti, con tutto il cuore spero non abbia fatto anche l’eroe, che si finisce per chiamar così quelli che non son più tra noi, come ripete sempre Bulow.
Spero di abbracciarlo presto a Reggio e di festeggiare tutti assieme la fine della guerra, questa brutta e schifosa guerra per cui i fascisti ci hanno fatto incontrare l’anno passato, poco più che ragazzini.
A guardare indietro oggi mi sembrano siano passati secoli, altroché mesi!
Tutta la brigata si unirà agli altri partigiani romagnoli scesi dalle montagne per una grande sfilata a Ravenna ma io li ho salutati qui, più tardi salirò su un camion che va verso Bologna e da lì con un biglietto del treno, che Jim ha voluto a tutti i costi fosse pagato dal comando, arriverò in città e poi a casa a Gualtieri.
Ho raccolto lungo il fosso un po’ di rosole.
Son dei bei papaveri rossi, son sicuro che piaceranno ai nonni. Cammino tranquillo verso il piccolo cimitero, il primo mattino ha il cinguettio dei passerotti e il saluto di un anziano mentre passo dal suo casolare, il sole di maggio mi accompagna e ho smesso di preoccuparmi dei nemici, d’ora in poi voglio vivere senza nascondermi e rincorrere solo le promesse d’amore.