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Stories by modena city ramblers

il legno parlante (italian)

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Ciao a tutti, sono un violino e parlo.
Vi sembra strano?
Ma come! Nessun dubbio che un burattino toscano possa parlare, e io invece no?
Va bene, almeno fatemi presentare.
Piacere: sono uno strumento di pregevole fattura, sono il violino di Luigi Freddi.
No, non “quel” Luigi Freddi, sicuramente più famoso, quello che fu segretario dei fasci italiani all’estero e che fu tra i fondatori di Cinecittà, la città del cinema.
No, no, non lui!
Il “mio” Luigi Freddi ha tutta un’altra storia e politicamente si posiziona agli antipodi del suo omonimo sopracitato.
Luigi e io eravamo amici e passavano tanto tempo assieme.
Se chiudo gli occhi… Ehm, i violini non hanno gli occhi, è vero, avete ragione.
Be’, avete presente gli eleganti tagli a effe che io, strumento di pregevole fattura, ho sul corpo?
Quelli che sembrano due tatuaggi?
Sì, le fessure che accompagnano la fuoriuscita del suono, che spruzzano la gioia delle note fuori da me come dei fuochi d’artificio suonanti?
Ecco, facciamo finta che quei tagli, quelle due cicatrici, siano i miei occhi.
Se li chiudo, appunto, vedo ancora Luigi che cerca di catturare melodie, di scolpire il suono.
Noi violini siamo tra gli strumenti più “fisici” che esistano, dato che veniamo intrappolati in un dolce abbraccio tra mento e spalla da chi ci suona.
Se mi concentro, sento ancora i graffietti della barba di due giorni e persino l’odore del mio amico Luigi.
So già cosa pensate: “Ma i violini non hanno il naso!”
Vero?
Potrei raccontarvi delle tante ore condivise con Luigi.
Mi tirava fuori dalla custodia, mi accordava “a orecchio”, senza usare il diapason.
“L’ho perso chissà dove, quell’attrezzino!”diceva agli amici strimpellatori che ogni tanto incontrava.
E poi muoveva con timore le meccaniche, i pirulèin, come li chiamava lui, per portarmi alla giusta intonazione
Lo faceva con gli occhi semichiusi e la lingua tra i denti, come fanno spesso i bimbi quando si concentrano.
Poi, fischiettava una melodia che gli era rimasta in testa: “Pam-pappapa-paaa-pa! Un-due! Pa-pa-paa!”
E cercava di replicare il suono cercando le note sul manico.
Aveva un buon orecchio, bisogna riconoscerlo!
Mi portava in osteria, alle festicciole nei cortili delle canoniche, dappertutto.
Ci si divertiva tanto!
“Dai, Luigi, tira fuori il viulèin!!”gli dicevano gli amici.
E Luigi e io non aspettavamo altro: “Un-du-tri!”
E partivano le musiche e ballavano tutti, contenti e sorridenti!
“Be’, io suono ma portate da bere anche a me però, sennò le note non escono fuori ispirate!”
Diceva di solito dopo qualche pezzo, con il suo sorriso disarmante stampato in faccia.
Comunque, Luigi era giovane, pieno di ideali e, credetemi, per questi suoi ideali avrebbe messo sul piatto la sua stessa vita.
Cosa che peraltro fece, e a soli diciannove anni, per giunta.
Sembra impossibile, vero?
Lo so, adesso i vostri diciannovenni sono perlopiù dei bambinoni autocentrati, ma ai tempi di Luigi, a quell’età, si era già uomini.
Luigi aveva deciso di far saltare in aria un deposito di munizioni dei tedeschi, ma prima di quella missione, aveva chiesto aiuto alla famiglia Vezzani di Luzzara.
Avevo chiesto un cambio d’abito per depistare, per non farsi riconoscere durante questa rischiosa operazione di guerriglia.
“Vi riporto tutto, state tranquilli, che non sono certo un ladro, io! Anzi, vi lascio in pegno la cosa più preziosa che ho: il mio amato violino, cosi stiamo tutti tranquilli. E vengo a riprenderlo una volta che ho fatto saltare in aria quel posto schifoso, contateci!”
Ci teneva tanto a me, al suo amato violino.
“Un-du-trì!”
Mentre diceva queste parole, il suo sguardo era diverso, preoccupato, e io lo conoscevo bene Luigi.
Secondo me, in cuor suo, sapeva che non ce l’avrebbe fatta, che la missione sarebbe fallita e il consegnarmi alla famiglia Vezzani, più che un pegno, rappresentava il donarmi una seconda casa, un posto sicuro.
Non avrebbe mai sopportato che finissi orfano, senza un mento a scaldare il mio cuore.
Sembra quasi una fiaba, vero?
Ma le fiabe, sapete, hanno sempre un lieto fine. Mentre la vita di Luigi, ahinoi, no.
Purtroppo, dopo avere dato fuoco al deposito di munizioni, Luigi fu catturato assieme al suo complice e impiccato senza pietà dai nazifascisti in piazza a Casoni di Luzzara.
Questa fu la terribile fine del mio giovane amico Luigi.
Per quanto riguarda me, pezzo di legno e corde, la parte migliore deve ancora arrivare.
Erano tempi di guerra e sofferenza e di certo, dopo la morte di Luigi, non ero il primo pensiero di nessuno e sono dunque finito accatastato con altre cose, credo in due casolari. Per moltissimi anni.
Credo eh, immagino, non ho realmente visto!
Come ben immaginate, ho vissuto tanti, tantissimi anni dentro una custodia!
Quello che però so per certo è che, quasi settant’anni dopo la morte di Luigi, in occasione del terremoto del 2012 che scosse la bella Emilia Romagna, anche una parte dell’edificio dove ero sistemato io fu dichiarato inagibile e da abbattere.
Il nipote del Vezzani, il signore che aveva fornito il cambio d’abito al mio amico Luigi settant’anni prima, nelle operazioni di recupero degli oggetti prima della demolizione mi ha trovato.
Nascosto e infreddolito.
Si è parlato tanto di me nei giorni successivi al mio, diciamo, ritrovamento: “Ritrovato il violino del partigiano martire della Resistenza, Luigi Freddi”, tuonavano i giornali locali e non solo.
“Sembrava una leggenda e invece il violino del partigiano impiccato in piazza a Casoni è stato ritrovato.”
“Uno strumento vecchio e malandato, ma integro.”
Che poi, “vecchio e malandato”? Vecchio io?
Basta intendersi un po’ di liuteria per capire che settant’anni, per un violino, non sono poi tantissimi. Ci sono degli strumenti che sono molto più vecchi di me!
E poi “malandato”!
Be’, vorrei vedere voi a passare una settantina di anni rinchiuso dentro una custodia al freddo polare dell’inverno emiliano. Un umido inverno che per tre mesi lascia poi il posto a un caldo insopportabile!
Ah, questi giornalisti!
Comunque adesso sono accudito e ammirato, dal momento che la famiglia Freddi ha trovato giusto donarmi all’Associazione dei partigiani, quella con sede a Luzzara, e sono diventato una sorta di simbolo di un periodo unico e tragico quanto affascinante.
Un periodo in cui i giovani hanno pagato spesso con la vita la ricerca di un futuro migliore.
Certo, che vita avventurosa che ho vissuto!
Ogni tanto mi immalinconisco e penso alle belle ore passate con Luigi.
Cosa?
Se sto piangendo?
No no, quella che vedete è solo un po’ di resina sul legno.
“Un-du-trì!”