fulmine (italian)
Mi chiamo Piero, nome di battaglia “Fulmine”. Sono un partigiano, mi hanno dato questo nome perché dicono che corro forte, effettivamente è vero anche se quassù in montagna non è cosi facile correre, io vengo dalla pianura sono un piansàn, è cosi che mi chiamano quelli di montagna. Sono un contadino, ho scelto di unirmi alla lotta di Resistenza dopo che mio padre è stato fucilato dai tedeschi perché a detta loro ha offeso la truppa non avendola salutata al loro passaggio, mica si può uccidere un uomo per così poco, mica si può andare nelle loro case a prendere quel poco che hanno da mangiare e mica ti posso togliere la libertà di fare quello che ti pare.
Ho lasciato a casa mia madre e mia sorella piccola, ha tredici anni ma lavora già come una donna grande, accudisce la casa, le galline e i conigli mentre mia madre con mio zio tengono dietro ai campi e alle vacche.
Quassù in montagna siamo una ventina, siamo nascosti in un vecchio casolare ai margini del bosco, tra di noi c’è una bella atmosfera, ci sono persone di tutti i tipi, chi come me non ha studiato, chi è meccanico, chi cucina bene e c’è Carlo che è un dottore, dice di essersi laureato a Bologna, io Bologna non so neanche bene dov’è. È una persona molto gentile abbiamo legato bene e ogni tanto mi dà un libro da leggere, io non ho mai letto tanto nella mia vita, ho fatto la prima elementare a calci nel sedere ma mi sto appassionando, con lui la sera quando siamo di sentinella assieme parliamo molto, mi piace ascoltarlo, mi parla di tutto, di vita vissuta, di guerra e di politica, mi spiega come sarà la nostra terra dopo che avremo vinto la guerra contro i tedeschi e i fascisti, dice anche che non avremo più un re ma una presidente.
Lui è più grande di me, ha fatto anche la prima guerra, ogni tanto mi racconta di cose che ha visto, che ha vissuto, “i compagni morti, i feriti che mi guardavano senza che potessi fare nulla per loro, ho voluto bene loro come a fratelli, non ci fu nemmeno il tempo di seppellirli tutti” mentre mi racconta questa storia quasi ogni sera non riesce a non piangere e in me cresce sempre di più la convinzione che la guerra è una grande stupidata e va fermata al più presto anche se il nostro compito non è fermare la guerra ma liberare l’Italia dall’invasore.
Uno dei miei compiti è andare al paese vicino a far provviste e a portare e prendere messaggi, fogliettini di carta scritti in codice, una volta ho provato a leggerne uno ma non ci ho capito niente, a decifrarli ci pensano Carlo e Antenore che sono quelli che hanno studiato.
Quando è il mio turno mi vestono di tutto punto per non dare nell’occhio e scendo in paese facendo la strada principale, mandano me perché se dovesse succedere qualcosa sono il più veloce a scappare. L’appuntamento è sempre nello stesso posto alla stessa ora di martedì. Prendo poche cose sempre per non dare nell’occhio, un po’ di pane e patate giusto per far vedere che prendo qualcosa perché la cosa più importante è il messaggio, quello me lo porta una ragazzina carina, avrà più o meno sedici anni, non so come si chiama, è sempre sorridente e gentile e sembra molto serena e spensierata, non so se sa cosa mi sta portando e del pericolo che sta affrontando, se dovessero scoprirla la ucciderebbero. Fatte le mie commissioni torno al nascondiglio cercando sempre di cambiare strada per non essere fermato, spesso vado per i boschi che ormai ho imparato a conoscere quasi come le mie tasche.
Di norma le nostre missioni sono di far saltare un ponte, di fare un attacco alla camionetta tedesca e impossessarsi delle loro armi, di sventare un loro posto di blocco tirando qualche granata. Questa mattina dopo che Carlo e Antenore hanno letto il biglietto sono usciti dalla loro stanza riunendoci tutti. Hanno avuto la soffiata che i nazifascisti hanno intenzione di attaccare il paese perché hanno saputo che lì si nasconde un comando partigiano, quelli siamo noi, ma come ho detto prima non siamo nascosti in paese, “dobbiamo mettere in salvo più persone possibile”, questo è l’ordine.
Dobbiamo andare in paese e avvertire tutti, non sono in molti, saranno circa cento, è un piccolo borgo di montagna, nel biglietto c’è scritto che dobbiamo portarli nella vecchia chiesa abbandonata, quella senza il tetto che c’è dopo il bosco nella vallata dopo la nostra, dobbiamo farlo stanotte quando nessuno ci può vedere, da lì con alcuni camion verranno portati al sicuro ma non sappiamo dove.
Io e un mio compagno abbiamo l’ordine di andare ad avvertire tutti, ma noi non conosciamo tutti, “andate e bussate a tutte le case, ditelo alle persone che incontrate, lì sappiamo che di traditori non ce ne sono, fate solo attenzione alle truppe che ogni tanto girano per controllare”.
Corriamo in paese, primo posto l’osteria, lì ci sono gli uomini a bere e a discutere, raccontiamo tutto, l’appuntamento è alle 22 davanti alla legnaia che c’è all’inizio della carraia che porta al bosco, non tutti sono convinti; del resto non ci conoscono, noi cerchiamo di spiegare loro che se rimarranno in paese faranno la fine di quelli della Bettola nella valle del Crostolo vicino a Reggio Emilia, usciamo e ci dividiamo il paese, io a nord e Tonino il mio compagno a sud, andiamo dalle donne nelle case e nei campi.
A un certo punto vedo in un’aia la ragazza che mi porta i bigliettini, corro da lei e le spiego tutto, le chiedo di andare a convincere più gente possibile ma non è facile convincere le persone ad abbandonare le loro case e le poche cose che hanno, non hanno la sicurezza di ciò che gli stiamo dicendo, non ci conoscono anche se molti di loro sanno che ci sono i partigiani nascosti lì vicino, alcuni di loro ogni tanto ci portano anche qualcosa da mangiare, molti hanno paura e non vorrebbero averci cosi vicini. Torniamo al comando e facciamo rapporto ai nostri capi. Mentre io e Tonino eravamo in paese gli altri nostri compagni hanno già preparato tutto per la missione.
Alle 21.30 partiamo dal nostro rifugio sotto una pioggia battente e ci dirigiamo al punto stabilito, arriviamo alle 21.45 ma ancora non c’è nessuno, speriamo arrivi qualcuno sarebbero dei matti a restare lì, verso le 22 cominciano ad arrivare le prime persone ma sono ancora poche, qualche signora, pochi uomini poi arriva lei, la ragazzina dei bigliettini, è con una ragazza più grande che avrà avuto circa ventidue anni con un bambino in braccio di pochi mesi e mi dice: “Ciao lei è mia sorella Luisa e lui è suo figlio Aronne, ha solo due mesi”, le domando dove sono gli altri del paese e lei mi risponde che non tutti vogliono venire, non tutti si fidano, aspettiamo ancora un po’ poi ci incamminiamo, saranno stati circa in sessanta.
La pioggia è forte e dentro al bosco è buio pesto, non possiamo accendere nessuna luce, nemmeno una sigaretta per non essere scoperti. Facciamo molta fatica a camminare perché il terreno sotto ai nostri piedi è ormai fango e ogni passo in salita pesa come cento passi su una strada normale. A un certo punto il silenzio viene interrotto dal rumore delle camionette che vanno verso il paese, la soffiata è purtroppo vera, tutto sta accadendo, ci fermiamo un attimo per prendere fiato e restiamo in silenzio. “Che nessuno parli!” dice Antenore, “non possiamo rischiare.” Riprendiamo il cammino che viene interrotto dal rumore degli spari e delle esplosioni provenienti dal Borgo, molte donne scoppiano a piangere, da lontano si vede la luce delle fiamme a valle, ricominciamo a camminare ancora più velocemente, a un tratto la ragazza dei bigliettini mi prende per un braccio e mi dice che sua sorella deve allattare e cambiare il bambino ma non sa come fare.
Nella luce fioca “regalata dalle fiamme” vedo una piccola costruzione nel bosco, non l’avevo mai notata perché di lì ci passo poco, chiedo ad Antenore se possiamo fermarci un attimo magari solo noi e che li avremmo raggiunti dopo, il capitano mi dà l’autorizzazione, entriamo, è buio e non si vede niente, c’è una puzza che fa venire il vomito, accendo un cerino solo un secondo, c’è un tavolo dove poter appoggiare il bambino, mentre Luisa comincia ad allattarlo io cerco di riposarmi sedendomi per terra, mi siedo su qualcosa di morbido ma non riesco a capire cos’è, tasto con le mani ed è la carcassa di un cinghiale, ecco il perché di quell’odore, me ne sto zitto, appena finito riprendiamo il cammino cercando di andare più svelti possibile per raggiungere gli altri ma non è cosi facile, Luisa ha il bambino in braccio e sua sorella ha le scarpe di due numeri più grandi che le si tolgono affondando nel fango.
Finalmente raggiungiamo gli altri dopo circa un quarto d’ora, ci rifugiamo tutti nella chiesa senza il tetto, i nostri compagni avevano preparato qualcosa di caldo da bere, stanchi e bagnati ci mettiamo come possiamo negli angoli della chiesa per ripararci dalla pioggia, rimaniamo in attesa che li vengano a prendere.
Verso le sette del mattino la sentinella entra nella chiesa, “sono arrivati i camion, presto è ora di andare” accompagniamo tutti fuori e li aiutiamo a salire, mi accorgo che alla ragazza dei bigliettini manca una scarpa, l’ha persa ieri notte nel fango, mi abbraccia e mi dà un bacio sulla guancia prima di salire sul camion, io rimango attonito mentre vedo i suoi occhi andarsene non so dove, per tre mesi ci siamo visti tutti i martedì alla stessa ora, nello stesso posto e non so e non saprò mai il suo nome.