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Stories by modena city ramblers

fuga dalla cittadella (italian)

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L’ordine è stato perentorio. Alle due e mezza di notte il capitano Marcello Pattarin viene svegliato, insieme ai suoi uomini, dai soldati tedeschi. La caserma dell’accantonamento Castelvetro di Modena viene subito accerchiata dai camion con i fari accesi per illuminare a giorno il prato. Guardando la scena dal cielo potrebbe sembrare un disco volante che è appena sceso sulla terra, ma non c’è nulla di fantascientifico, è tutto vero, tutto reale. Ieri sera, 8 settembre 1943, è stato firmato l’armistizio fra il Regno d’Italia e gli Alleati e quell’ordine che il comandante sta eseguendo è quello di arrestare tutti i soldati italiani che da questo momento sono nemici del Terzo Reich. Il comandante Pattarin, un ex professore che da poco più di un mese comanda e istruisce questa compagnia di uomini si alza dalla brandina ancora assonnato e con calma si presenta all’ufficiale tedesco, all’impiedi in posizione marziale fuori in cortile, che gli intima di consegnargli la pistola.
“Eccola,” gli dice, allungandogli una fondina vuota. “È questa la mia pistola.”
L’ufficiale tedesco gli ride in faccia, una risata divertita in un misto di compassione e disprezzo. Per tutto il mese che il comandante Pattarin ha passato qui, ha chiesto invano al comandante dell’Accademia di Modena scarpe, fucili e munizioni per i suoi trecento uomini. “Dovete fare una richiesta scritta a Roma”, la beffarda risposta.
Radunati i soldati italiani, o meglio quello che ne rimaneva, dentro al cerchio di camion illuminanti, Pattarin comprende subito che le cose sono cambiate da un momento all’altro.
“Abbiamo ricevuto l’ordine di arresto per tutti i soldati italiani, il vostro re si è arreso alle forze nemiche alleate, e fra poco sarete condotti a Modena e rinchiusi nella Cittadella. Tutto chiaro?”
No, non era tutto chiaro, era tutto assurdo, ma come lo era quella guerra stessa.
La compagnia si mette in marcia che sta albeggiando, e lungo la strada stanno già passando altre compagnie provenienti dall’accantonamento di Vignola. Ogni tanto qualche soldato allunga un foglietto con scritto il nome e il luogo di provenienza agli abitanti civili delle cascine e delle frazioni che incontra, nella speranza che il foglietto possa arrivare alla famiglia. Perché anche solo quella speranza moltiplica la forza, e in questo momento la forza d’animo è necessaria come il pane. Qualcuno nel tragitto tenta la fuga nascondendosi dietro agli alberi che costeggiano la strada, alcuni riescono nell’intento ma altri vengono subito ripresi dai soldati tedeschi che vigilano dai camion a mitra spianati.
Dopo qualche ora di cammino la colonna di soldati entra in città e i modenesi che a bordo strada accompagnano questa mesta sfilata, sfinita dal caldo settembrino, offrono cibo, acqua e parole di conforto. La Cittadella, antica fortezza costruita per la difesa della città, è la prossima tappa dei soldati italiani, in attesa di nuovi ordini futuri. Gli uomini di Pattarin non sono i soli a varcare il grande portone orientale, stanno arrivando da tutta la regione e non solo, la maggior parte sono marinai che fino a qualche giorno fa erano di stanza a La Spezia e arrestati prima di poter salpare con la propria nave. Alcune migliaia di anime disarmate, senza cibo, con solo il vestito che indossavano nel momento della deportazione.
Nel pomeriggio il comandante della Cittadella chiama tutti i capitani e gli altri ufficiali delle compagnie.
“Ufficiali, vi comunico che sarete ritenuti direttamente responsabili della fuga o anche solo dei tentativi di fuga dei soldati sotto il vostro comando, e sottoposti a legge marziale.”
“Ormai i miei gradi qui servono a poco. Le mitraglie tedesche sono puntate in ogni angolo del cortile.”
È il capitano Pattarin che risponde per tutti nel silenzio più profondo.
Nel cortile alcuni soldati tedeschi passano fra gli italiani con ceste di pane.
“Volete combattere per noi? Se la risposta è sì, prendete un pezzo di pane e poi vi daremo altro cibo, carne, fagioli. Vi piacciono i fagioli?”
“Aragoste, ci piacciono le aragoste, mangiamo solo quelle,” risponde a bocca stretta un marinaio, ma la tentazione di farsi sentire bene è grande.
Le ceste rimangono piene, nessuno vuole più combattere, è chiaro, tantomeno vuole combattere insieme ai tedeschi contro i propri fratelli e compagni.
Il cielo azzurro è l’unica cosa che i soldati possono associare alla libertà, perché le notizie che arrivano non sono belle e speranzose. E la libertà non è negoziabile.
Sicuramente a breve inizieranno le deportazioni verso la Germania, e i più fortunati andranno a lavorare nelle fabbriche belliche tedesche, ma tentare di scappare è pericoloso, la morte quasi certa, nel caso di essere visti e ripresi dai tedeschi.
Fuori intanto la città sembra continuare la vita di sempre. La vicina manifattura tabacchi con le operaie al lavoro, i bambini che giocano sotto il sole, gli uomini che non sono in guerra impegnati nel lavoro nei campi. Una parvenza di normalità che però non stride con quello che sta succedendo dentro la Cittadella perché tanti cittadini, fuori dalla improvvisata prigione, cominciano a prendersi cura dei soldati, cercando in ogni modo di portare cibo e vestiti civili, anche lanciandoli al di là del muro di cinta. I tedeschi per ora si limitano a controllare senza sparare e molti prigionieri riescono a scambiarsi bigliettini con i modenesi che via via sono sempre più numerosi.
Fra questi, Lella Malavolti, sedici anni appena compiuti, e il quindicenne Luciano Bonacini, sono fra i più coinvolti. Hanno coraggio da vendere, fanno avanti e indietro con cibo, portano messaggi. Non è solo spirito di avventura, credono in quello che fanno e portare solo cibo a loro non basta. Pensano subito a un modo per far scappare qualche prigioniero.
In una di queste incursioni dentro la Cittadella Lella viene fermata dai tedeschi, e portata immediatamente contro un muro. Le armi sono puntate, basterebbe solo un cenno di un comandante. Ma la sorella della Lella si accorge di quello che sta succedendo e urlando e protestando, facendo notare che la sorella è ancora una bambina, riesce a prenderla fra le braccia e a trascinarla via, fingendo di farle una vera ramanzina. I soldati tedeschi la lasciano andare, tutto per il momento finisce bene.
Nel frattempo, un maialino lanciato vivo sopra al muro viene preso dai soldati, sgozzato e cotto in un improvvisato braciere.
“Dobbiamo trovare un modo per far scappare i soldati dalla prigione,” dice Lella a Luciano per niente intimorita da quello che le è appena successo.
“Sì, sono d’accordo, ma come facciamo?”
“Potremmo aiutarli attraverso le fogne, sicuramente ce ne sono sotto la Cittadella. A chi possiamo chiedere?”
“Allo stradino, chiediamo allo stradino, lui sicuramente lo sa.”
Giuseppe Adani lavora alla manutenzione delle strade e ne conosce tutti gli angoli, tutti gli anfratti. Lo cercano e in un rapido passaparola lo stradino si incontra con i due ragazzi e disegna una piantina con le fognature e i tombini.
“I tombini sono questi, uno è proprio nel cortile principale della Cittadella. Alcuni tratti delle fogne sono stretti, come quello che sbuca poco di là dal muro verso le case di via Cialdini, in un cortile di una lavanderia. Io comincerei con questo che è il tratto più corto. Che ne dite?”
“Dico che non c’è tempo da perdere, passiamo dalle lavandaie e poi andiamo ad avvisare i prigionieri.”
La notizia di una possibile via di fuga attraverso le fognature si sparge in fretta all’interno della Cittadella, ma nessuno ci crede, e quelli che ci credono la ritengono troppo pericolosa. È un posto per topi, quello, e solo i topi sanno come muoversi in fretta, là sotto. No, nessuno pensa sia possibile. Neanche quando riescono a fare entrare una piccola mappa su un foglietto.
“Capitano, guardi qui, un disegno che ci hanno dato delle persone da fuori. Sembrano delle fognature.”
Un soldato di Pattarin gli consegna un foglietto che il capitano esamina attentamente.
“Sì, sembra proprio una mappa, ma non possiamo fidarci, almeno per il momento.”
“Potrebbe essere una trappola dei tedeschi?”
“No, quella non credo, che interesse avrebbero a farci tentare la fuga? Per ammazzarci lì sotto e attirare l’attenzione dei superiori e provocare una rivolta? No, fatemi pensare, sicuramente la mappa è vera, devo capire chi ci può aiutare. Tu intanto trova qualche tuo amico fidato e troviamoci senza dare nell’occhio fra un po’ al centro del cortile dove c’è il tombino.”
Lella e Luciano sono convinti della loro idea, e vogliono portarla fino in fondo. Vogliono provarci. Che nessuno potrà mai pensare che siano matti, che siano visionari o che siano solo due ragazzini che vogliono giocare alla guerra.
“Dobbiamo entrare e sbucare dentro il carcere, solo così si fideranno di noi.”
“Sì, andiamo, prendiamo una torcia e un gessetto, magari lasciamo anche delle frecce per indicare la direzione di fuga.”
“Sei sicura, Lella, di voler entrare lì sotto? Lascia che ci vada solo io, tu stai qui al sicuro.”
“No, no, vengo anch’io, se succede qualcosa uno può aiutare l’altro, e poi magari tu ti fai scoprire subito, che a nascondino perdevi sempre, da piccolo.”
Un sorriso beffardo e di sfida appare sul volto della Lella, più per agitazione e per paura. Ma le passa subito.
Il chiusino nel cortile della lavanderia viene alzato facilmente, altre donne li aiutano e per nascondere la vista del buco tirano un filo e vi stendono lenzuola e panni ad asciugare. Tutto sembra normale alla vista dei tedeschi che controllano la fortezza. Il candore bianco delle lenzuola che sventolano leggere le fa sembrare bandiere, ma senza quel significato che sa di resa.
Lella e Luciano scendono rapidamente e si ritrovano subito nella fogna principale, non è altissima e larga ma ci si può stare in piedi. Le gambe affondano nella melma, il tanfo è fortissimo e penetra le narici ma non c’è tempo da perdere. La cartina non è precisa ma poco più avanti prendono la biforcazione giusta, una tratta molto più stretta che dopo una ventina di metri passa sotto al cortile della Cittadella con il tombino. Il capitano Pattarin, intanto, è stato avvisato che qualcuno sta attraversando le fogne e chiama altri soldati nei pressi del chiusino. Lella e Luciano sono proprio là sotto. Ora i soldati formano una vera e propria protezione del tombino alla vista delle guardie tedesche. Fanno finta di parlare fra loro, nessuno abbassa gli occhi verso il tombino di ghisa che piano piano viene sollevato da Luciano e da un paio di soldati italiani accovacciati.
“Appena esco di qua io torno a casa a Spezia, dalla mia fidanzata, tu che fai?” dice il marinaio a cui piacciono tanto le aragoste a un soldato di fianco a lui.
“Non ho ancora deciso, pure io vorrei tornare a casa, anche se non ho nessuno che mi aspetta a parte qualche parente, i cugini. Non so. So solo che non voglio più avere a che fare con i fascisti. Un amico anarchico mi ha detto tempo fa di unirmi al suo gruppo clandestino. Chissà, non l’ho mai preso troppo sul serio, ma magari questo è proprio il momento.”
“Ah, non ci siamo nemmeno presentati, io sono Piero, marinaio di prima classe.”
“È vero. Piacere, Anteo, falegname.”
Si danno la mano come due vecchi amici, gli occhi umidi, le labbra si stringono come per augurare un silenzioso ma sincero in bocca al lupo alle loro rispettive vite, che di lì a poco potrebbero cambiare per sempre.
La via è aperta. Anche se erano stati avvisati i soldati sono visibilmente sorpresi ma in quel momento i loro occhi non fanno che esprimere gioia ed eccitazione. Per fortuna le guardie non si accorgono di nulla, a loro sembra solo un normale capannello che si forma tra tanti prigionieri.
Non c’è molto tempo da perdere e questa incredulità dura lo spazio di un secondo e i primi soldati scivolano giù in fretta nel buco. Non tanti, una decina, non si può esagerare, non può essere una fuga di massa, i mitragliatori puntati sono sempre pronti a sparare.
Nella fogna, in alcuni tratti, i soldati più grossi devono strisciare quasi immersi nei fanghi. Il cuore della Lella batte all’impazzata, la prima evasione è quasi compiuta, tutto sta succedendo secondo i piani. Intanto nel cortile della lavanderia le donne, intorno ai panni stesi, sono in trepidazione. Anche loro stanno rischiando, non sarebbe la prima volta che una rappresaglia tedesca colpisce anche solo chi ha dato un piccolo aiuto. E questo non è un piccolo aiuto, ma una vera e propria collaborazione. Senza di loro questa fuga sarebbe stata solo sognata.
Lella e Luciano sono i primi a sbucare dal tombino, seguiti dagli altri soldati, che vengono immediatamente portati dentro la lavanderia.
Non c’è tempo per i saluti ma gli occhi e i piccoli cenni con la testa parlano più di mille parole. Hanno bisogno di una doccia di fortuna e di abiti civili e dopo poco sono già pronti per andare verso la città. I secchi d’acqua servono benissimo allo scopo e in pochi minuti i soldati sono lavati e cambiati.
“Prendete questi, sono i vestiti di mio zio, a lui ora non servono perché è ancora in guerra in Russia,” dice la Lella ad alcuni ragazzi ancora avvolti nei teli.
Uno alla volta, per non dare troppo nell’occhio, accompagnati da una finta fidanzata i fuggiaschi fanno perdere le loro tracce, chi verso la campagna, chi verso la stazione, con la speranza di trovare un treno verso casa. Piero il marinaio verso la sua casa a Spezia, Anteo verso il suo destino.
Nel frattempo dall’altra parte del muro, a una decina alla volta, ricominciano le fughe. Sempre con lo stesso metodo.
È la volta anche del capitano Pattarin, che una volta messi in salvo i suoi uomini si fa scivolare nelle viscere dell’improvvisato carcere.
Prima di scendere saluta con affetto e commozione un tenente medico che all’ultimo secondo non se la sente di abbandonare le migliaia di persone che possono avere bisogno di lui.
“È stato un onore avervi conosciuto… professore,” il tenente tentenna per non cedere all’emozione.
“Grazie, onore mio, dottore.”
Professore. Una parola che è finita nell’angolo più remoto dei suoi ricordi. Per il capitano la guerra finisce lì, e forse un giorno tornerà a essere solo il “professore”, per il tenente continua, e chissà come andrà a finire.
Dopo alcuni giorni i tedeschi cominciano ad accorgersi che qualcosa non va e fanno irruzione nel cortile della lavanderia. Trovano la botola, incendiano i panni e le lenzuola stese, posizionano una bomba sotto il tombino, se qualcuno dovesse provare ad alzarlo, la bomba a mano scoppierebbe. Durante questa settimana sono fuggiti centinaia di uomini, ma la Cittadella non si sta svuotando solo per questo. Sono cominciate le deportazioni verso la Germania e la Polonia. I più fortunati andranno a lavorare per i tedeschi, gli altri nei campi di concentramento. Un esodo veloce e spietato.
Ma per Lella e Luciano l’opera non è completa e non sono ancora rassegnati all’inevitabile. Cercano altre vie di fuga, altri accessi, altri tombini. Uno di questi è perfetto, è sul canale della Cerca, e la fogna poi passa ancora sotto al chiusino della lavanderia dove c’è ancora la bomba a mano, inerte, ma pur sempre pericolosa.
Ogni tanto i tedeschi ne fanno scoppiare una dentro la fogna, il rimbombo è frastornante, ma Lella e Luciano riescono sempre a sfuggire e a schivare le schegge anche se una volta sono così vicini che rischiano di perdere l’udito.
In uno di questi viaggi passano proprio sotto un tombino quando sentono una voce suadente che li chiama.
“Venite fuori, non vi accadrà nulla. Ve lo posso assicurare, venite fuori.” A loro sembra quella di un sacerdote. Che sia costretto o sia un collaborazionista in quel momento è poco importante. Non si fidano.
Sentono altre voci che li esortano in tedesco. Lella e Luciano rimangono immobili, respirano piano, non fanno alcun rumore e solo dopo qualche ora, quando non sentono più voci e movimenti sopra le loro teste, tornano indietro, impauriti ma sani e salvi.
Sono ormai passati più di dieci giorni dalla prima fuga, ormai è chiaro che non c’è quasi più nulla da fare, i tedeschi hanno coperto tutti i tombini, un carro armato l’hanno messo su quello in cortile, e la Cittadella si va via via svuotando.
Tutto finisce con un’ultima eroica azione. Il canale della Cerca ha una uscita strettissima, e gli uomini più robusti devono essere aiutati facendosi tirare su con le braccia. Lella ne aiuta uno ma cascano indietro e rotolano nel canale. Altri soldati riescono a uscire ma i tedeschi che ormai li controllano da lontano li vedono e si mettono all’inseguimento. Le case popolari sono piene di cantine e i fuggiaschi riescono a rifugiarsi in alcune di queste.
I tedeschi li raggiungono, si fermano sulla soglia delle cantine, urlano, sparano in aria. Non entrano, avranno paura di un agguato, e finalmente dopo un po’ se ne vanno. Sono tutti in salvo. Tutti illesi. Un nuovo piccolo miracolo è compiuto. Lella e Luciano vengono abbracciati, e le lacrime di gioia e di commozione si mescolano al fango, in un saluto finale che sa di ringraziamento a nome di tutti i soldati che sono riusciti a fuggire dalla Cittadella e a sfuggire a un terribile destino.