festa d’aprile (italian)
25 aprile 2045
L’anziano signore aspetta in attesa il suo turno al bancone del bar mentre fuori il sole picchia forte sugli ombrelloni che cercano invano di rinfrescare i clienti seduti ai tavolini.
“Il signore ha prenotato?” chiede la barista tatuata. “Sa, oggi è festa e c’è un gran casino.”
“Sì, ho prenotato, come tutti gli anni da cent’anni a questa parte.”
La barista lo guarda con una scontrosa curiosità, sarà per via della barba bianca folta del vecchio o per il tono che non riesce a definire se sarcastico o scherzoso.
“Il nome?”
“Capuozzo e Cesana, il mio amico deve ancora arrivare.”
“Sì, eccolo, tavolo 43, là in fondo, dove c’è l’ombrellone biancorosso e verde, insomma, la bandiera.”
“Grazie, molto gentile.”
Il vecchio si avvia verso il tavolino con la giacca sotto braccio, la sistema allo schienale della sedia e prende posto garbatamente, quasi senza nessuno sforzo, come se fosse fatto di etere e non di muscoli e ossa.
Gli occhiali da sole nascondono gli occhi agli sguardi altrui, ma in realtà, un vecchio chi lo guarda? È lui che guarda gli altri. E sorride. Sembra felice di vedere tutti questi giovani parlare, ridere, mangiare, bere, così pieni di salute e soprattutto liberi. È sempre una festa tutte le volte che viene qui. Una volta all’anno. Una festa d’aprile. E gli sembra di aver fatto un buon lavoro. Nonostante a lui non piacciano le persone tatuate, e qui ce ne sono tante, che poi lui non è un vecchio bacchettone, ne ha passate così tante che lo ritiene solo un giudizio un po’ superficiale.
“Eccomi, caro mio Capuozzo, come tutti gli anni, sembra ieri che eravamo qui a festeggiare.”
“Ben arrivato, Cesana, sei come al solito in ritardo, che vabbè che per noi, alla nostra tenera età basta un inghippo da niente per esserlo. Come stai?”
“Si tira avanti, ma lassù dove sto io si sta divinamente, si dorme bene la notte, ci sono venti gradi sempre.”
“Lo so, me lo dici tutte le volte, come se non sapessi che anche dove sto io si sta così bene.”
“Cosa prendi?”
“Il solito.”
I due vecchi ordinano due cordiali, la barista li guarda come guarderebbe due extraterrestri e non capisce la comanda.
“Lo vedo che siete due persone cordiali, ma cosa gradite?”
“Due grappe,” dice Capuozzo.
La barista si allontana scuotendo un po’ la testa, chi ordina una grappa alle undici del mattino in una giornata così calda?
I due vecchi rimangono senza parlare per un po’, sorseggiano con eleganza i loro cordiali, come li chiamano loro, guardano l’umanità come se la stessero vedendo dall’alto di una saggezza ultraterrena, mentre le persone intorno a loro sembrano non accorgersi di quelle due austere presenze.
“Pensa cosa ci siamo persi in tutti questi anni,” dice Cesana con un tono solo leggermente nostalgico.
“Sì, hai ragione, ma guarda però il lato positivo della faccenda, guarda come sono felici e sereni. Questo è anche merito tuo. E mio. Nostro.”
Il tono di Capuozzo non è per niente nostalgico, anzi, è soprattutto pieno di orgoglio, e se si guarda bene, il petto un po’ si gonfia mentre dice queste parole.
“Parole sante, Capuozzo, sante. E noi ce ne intendiamo. Sono passati cent’anni anni da quel giorno, anche se io e te non abbiamo potuto festeggiarlo insieme. Ma alla fine abbiamo avuto ragione noi. Non è che abbiamo solo vinto, abbiamo avuto ragione, che è anche diverso da vincere e basta, sei d’accordo? Perché se allora avessero vinto loro, il male assoluto, questi giovani forse non sarebbero qui e non avrebbero tutta questa libertà.”
“E nemmeno tutti questi tatuaggi,” dice ridendo Capuozzo, a cui piace sempre un po’ scherzare. Gli è sempre piaciuto ridere, anche quando era piccolo, durante la seconda guerra mondiale nei vicoli di Napoli, dove la vita per la gente comune e i poveri era dura, ma lui era sveglio e acuto più degli altri. In quella grande città, dove faceva l’apprendista commesso a undici anni, doveva imparare a destreggiarsi, a portare a casa il mangiare.
Cesana invece da piccolo era un po’ più riflessivo, dotato di un’intelligenza che lo faceva primeggiare negli studi. Ma dura era stata la vita anche per lui, con le leggi razziali che lo costrinsero a cambiare scuola varie volte. Era ebreo e la sua famiglia si dovette spostare da Mantova, dove era nato, a Bologna, e poi lui a Torino nella scuola ebraica e ancora a Roma e infine di nuovo su nelle montagne modenesi. In dodici anni poteva dire di aver girato mezza Italia, ma sempre scappando, come un ratto inseguiti dai gatti. Ma i ratti in quel caso erano i fascisti, e lui era il gatto. Questo l’aveva sempre pensato, gli piaceva considerarsi un gatto, intelligente e furbo.
“Certo che gliene abbiamo fatte vedere delle belle a quelli là, ai tedeschi, eh?”
“Eravamo dei bambini,” risponde Capuozzo, ora sì con un velo di nostalgia.
“Tu sì, non avevi nemmeno dodici anni, io quasi tredici, ero già grande,” dice Cesana. Ora è lui che usa toni scherzosi, le parti si sono invertite.
“Guarda che so bene che al maresciallo dei partigiani mentisti, altrimenti non ti avrebbero preso con loro.”
“Ahah è vero, si chiamava Marcello, mi ricordo bene, ho una memoria di ferro. Gli dissi che avevo sedici anni. Non ho mai capito se ci credette davvero o vide solo che ero molto determinato. E poi ero con mio fratello che era più grande di me. Mi manca molto Lelio, e i suoi figli che sono venuti dopo la guerra.”
“Anche a me mancano i miei fratelli, e mamma mia. Quante volte l’ho fatta arrabbiare, mi tirava sempre ’o zuoccolo dietro, ma io riuscivo sempre a schivarlo, anche se una volta mi prese in pieno e mi fece pure cadere. Però quante risate con i miei fratelli, anche se erano più piccoli di me, mi divertivo un mondo con loro.”
“Anche a me sarebbe piaciuto combattere come te, ma siccome io avevo studiato mi facevano scrivere i messaggi che poi dovevo portare agli altri partigiani su per i monti. Io lo so però che era importante anche quello. Tu ci sei mai stato sui monti?”
“No, io no, io amavo il mare che era a pochi metri da casa, i monti li avevo visti in qualche libro illustrato e da lontano il Vesuvio, anche se non è proprio un monte. Ma mi sarebbe piaciuto viaggiare e vederli.”
“Dove stavo io erano piene di boschi, ti potevi nascondere e nessuno ti riusciva a trovare, se volevi. Per questo c’erano tanti partigiani, lassù. Ma invece, raccontami di quando hai tirato la bomba a mano al carro armato tedesco.”
“Ancora? Quante volte te l’ho raccontata?”
“Almeno cento, ma è sempre come la prima volta.”
“Eravamo scesi in strada perché c’eravamo scucciat dei tedeschi, qualche giorno prima avevano ucciso dieci persone per una rappresaglia. E i napoletani non ne potevano più dei nazisti e dei fascisti. E allora con altri scugnizzi come me abbiamo trovato delle armi. Gli adulti avevano fatto anche le barricate coi mobili, con le reti dei letti, con tutto quello che trovavano in casa. Allora io a un certo punto, durante la prima battaglia, vedo un’autoblindo che arriva e si ferma per la barricata. Io salto dall’altra parte e gli lancio contro una bomba a mano. Lo prendo in pieno e anche se non lo distruggo completamente non cammina più. Così gli urliamo, ai tedeschi, di uscire fuori. Gli urliamo così forte che loro si spaventano ed escono con le mani alzate. E i grandi li portano via e li arrestano. Noi bambini ci nascondevamo bene in quei giorni, e per i tedeschi era più difficile prenderci.”
“Ma non avevi paura?”
“No, anche se era come giocare alla guerra e non capivamo bene il significato della morte. E poi, ci sentivamo davvero immortali.”
“Dove ero io non ce n’erano dei bambini, io ero l’unico, il più piccolo. E mi chiamavano Balilla, era il mio nome da battaglia. Non è che mi piacesse, i fascisti in casa mia non erano ben visti. Eravamo ebrei, anche se io non l’ho mai detto a nessuno. Mia mamma me l’aveva fatto promettere, che non l’avrei detto a nessuno, soprattutto a chi ci ospitava quando dovevamo cambiare casa. Per non metterli in pericolo.”
Il sole nel frattempo si è fatto ancora più alto e Capuozzo guarda il suo orologio che segna quasi mezzogiorno.
“Dai, tirati su che dobbiamo andare, la cerimonia sta quasi per terminare e rischiamo di non arrivare in tempo.”
I due vecchi si incamminano sulla strada un po’ in discesa che porta a una piazza piena di gente. Hanno tutti un fazzoletto al collo, chi tricolore, chi rosso. Su un palco un oratore parla di libertà, di pace, di giustizia e la gente ogni tanto scatta in fragorosi applausi. I due si fanno largo tra la folla. Dove non riuscirebbe a passare uno spillo loro si infilano senza sfiorare nessuno. Si fermano proprio in mezzo, e si capisce che il comizio sta per finire perché gli applausi si fanno più intensi.
“Shhhh,” fa Cesana al suo compagno e a quelli vicini a loro, come se fosse facile zittire centinaia di persone solo con un shhh e un gesto con la mano.
“Sentiamo cosa dice.”
L’oratore sul palco fa una pausa molto teatrale e poi ricomincia a parlare nel silenzio molto rispettoso della platea, questa volta.
“E per chiudere questa festa della Liberazione dal nazifascismo vorrei ricordare, come ogni anno, due eroi, due figure emblematiche della lotta di liberazione. I due caduti più giovani, due bambini non ancora ragazzi, non ancora adolescenti, che con slancio patriottico e sprezzo del pericolo sfidarono il nemico nazifascista, senza pensare alle conseguenze personali. Uno, Franco, che avrebbe compiuto tredici anni una settimana più tardi, perito per una raffica di mitra mentre cercava di portare a compimento un’azione con i suoi compagni partigiani. L’altro, Gennarino, di dodici anni, che dopo aver combattuto eroicamente nei primi giorni delle Quattro Giornate di Napoli, fu colpito a morte da una granata tedesca. A loro, come a tutti i caduti nella lotta di Liberazione, va il nostro saluto e il nostro più grande ringraziamento.”
Un applauso ancora più lungo e rumoroso si leva nella piazza. C’è chi si toglie il cappello, chi si commuove, chi sventola una bandiera, chi intona una canzone partigiana.
I due vecchi sono lì che si guardano per la centesima volta, come se fosse la prima. Si sorridono. Si prendono per mano.
“È ora di tornare, Franco, su ci aspettano, e cammina in fretta stavolta, che non facciamo come l’ultima volta che il cancello era già chiuso e abbiamo dovuto aspettare la mattina dopo su quella nuvola malfamata.”
“Andiamo, sì, andiamo, Gennarino. Però che bello tornare qui ogni anno, eh? Anche per un giorno solo. Il nostro giorno. Il giorno più bello.”
I due vecchi fanno qualche passo tenendosi per mano, passano attraverso i corpi delle persone ancora festanti e piano piano, così come sono arrivati, svaniscono nell’aria.
Un vento improvviso, una bufera, un fischio assordante che dura una trentina di secondi fa alzare gli occhi al cielo a tutta la città. Poi di nuovo la calma, la quiete, la pace.
“Maledetto cambiamento climatico,” pensa la barista tatuata, ignara.