eppur bisogna ardir (italian)
Fu quando gli occhi del comandante U Megu vennero chiusi per sempre e la sua fronte delicatamente distesa, riappacificandolo col mondo che lo aveva visto combattere e infliggere colpi alla vita che aveva giurato di non offendere, che Iole, pulendogli il bel viso dal sangue e dalla terra, dinanzi al suo corpo che gli uomini del paese avevano recuperato, ripensò a quel pomeriggio d’inverno di dicembre.
Il sole, passata Santa Lucia, cominciava già ad allungarsi nella tenebra, tra i monti e il suo cuore, lei camminava da ore, da quando, quella mattina, aveva ricevuto i fogli dalle mani di un’altra staffetta, arrivata il giorno prima da Borgomaro.
Glieli aveva consegnati tutti piegati per bene e avvolti in un piccolo fazzoletto che profumava di lavanda e lei li aveva subito nascosti nel cappotto col collo di nutria, eredità della cara nonna di Genova.
Il contenuto in sé non aveva importanza strategica, né avrebbe rivelato informazioni cruciali, tuttavia rappresentava un grande valore: era il testo di un nuovo canto partigiano.
Il cielo quel giorno era terso, nel blu oltre le cime degli alberi Iole vedeva una sola nuvola, proprio sopra la vetta del monte più alto e lontano, sembrava disegnare un piccolo presepe.
Si scorgeva bene l’asinello sulla sinistra e anche il bue, accennato e gonfio di bianco, sulla destra: al centro, un piccolo ciuffo di nuvola candida sembrava promettere l’arrivo del bambin Gesù.
Iole cominciava a essere stanca e affamata, si era appoggiata a un tronco di un albero caduto sul limitare di una piccola radura erbosa, e, sgranocchiando il pezzo di formaggio che la sua compagna le aveva lasciato in dono assieme ai fogli, pensava se fosse il caso di aprire il quadrettino di carta e leggere cosa conteneva.
Il ricordo delle notti passate davanti al fuoco, su al Casone al Passo du Beu, quando U Megu, con Vassili e Ivan alla chitarra, cercavano le parole sull’aria di una melodia russa, riaffiorò sulle labbra della giovane a disegnarle un sorriso, mentre cedette alla curiosità e aprì delicatamente i fogli.
Il primo era una pagina sottilissima di un ricettario medico e la calligrafia era quella di Felice, nome di battaglia “U Megu”, medico, nel dialetto di quelle terre, e comandante lo era davvero, laureatosi qualche anno prima a Bologna e poi a esercitare tra gli ultimi della sua città, sotto i portici dei poveri nella via Asclepia Gandolfo di Imperia, il comune che aveva unito i borghi di Oneglia e Porto Maurizio divisi dal torrente Impero.
La sua fama di giovane e intrepido partigiano si era aggiunta alle altre di cui lui già godeva: campione di pallanuoto, militante comunista incarcerato per adunata sediziosa e, appunto, dottore, sempre pronto a visitare e aiutare i più bisognosi.
Ormai lo conoscevano anche lontano dalla Riviera di Ponente, fino alle alte valli e ai paesini delle montagne dove la Liguria si unisce al Piemonte, tra boschi di castagni, piccoli torrenti e gli aridi costoni gelati dagli impetuosi venti di tramontana.
“Soffia il vento, urla la bufera.” Le parole scritte in corsivo apparivano lievemente inclinate a destra, qualche lettera si era un po’ allargata con le sbavature dell’inchiostro.
“Scarpe rotte, eppur bisogna agir.” A Iole avevano detto che era stato il partigiano Vittorio a suggerire il verso, che i suoi poveri scarponi ormai erano talmente distrutti che stavano insieme col fil di ferro solo per miracolo.
“A conquistare la nostra (?) primavera.” Un punto interrogativo tra parentesi indicava il dubbio di U Megu e dei suoi compagni. Erano in gran parte di idee comuniste, anche se con loro si erano aggregati antifascisti che non avevano ancora una chiara visione politica. Come avrebbe dovuto essere quella stupenda primavera conquistata?
Semplicemente “loro”?
Iole buttò l’occhio sull’altro foglietto, quello della mamma del comandante, la signora Maria, il testo era dattiloscritto.
A lei era stato mandato il canto perché il comandante Felice teneva il suo giudizio in alta considerazione, lei, maestra elementare dichiaratamente comunista che, vedova da giovane, aveva cresciuto da sola il figlio nei più alti valori etici e morali.
Iole vide che, al posto di “nostra”, Maria avevo messo “rossa”: “A conquistar la rossa primavera, in cui sorge il sol dell’Avvenir.”
E prima, al posto di “agir”, incalzava la rima “ardir”, a sottolineare il coraggio che l’azione richiede: “Scarpe rotte eppur bisogna ardir.”
Lo sguardo della ragazza salì alla prima riga, dove il vento non “soffia” ma, addirittura, “fischia”, nella versione della maestra.
Iole non aveva mai sparato un colpo da che era entrata nei ribelli, ma il giorno della battaglia di Montegrazie, nel ripiegare verso Magaietto, li aveva sentiti i proiettili fischiare vicini e ancora adesso aveva i brividi a ripensarci, e non di freddo.
Il giorno in cui pietosamente ricomposero le spoglie del comandante U Megu e lo seppellirono in un angolo del piccolo cimitero di Alto, ucciso da un colpo in fronte che gli strappò la vita ma non riuscì a piegarne lo spirito, la staffetta Iole, riuscita a staccarsi dai compagni e a rifugiarsi in paese senza destare sospetti, protetta dai suoi baveri scuri di pelo di nutria, ripensò a come fu bello leggere il testo nella radura illuminata dal sole, entrando nelle pieghe dei due sottili fogli e anche in quelle di quel canto che aveva subito capito avrebbe incendiato le anime di tutti i combattenti per la libertà.
Si ritenne una privilegiata, e ricordò anche il giorno dell’Epifania di quel 1944, quando anche lei era presente, assieme a tutta la gente del paesino del cuneese dove erano arrivati giorni prima salendo da Albenga.
Fu la prima volta che Fischia il vento, come si era deciso di chiamare il canto, venne eseguita “per davvero”.
Con tutti in coro e Ivan ad accompagnarli con la sua chitarra, che se l’era portata fin lassù dalla Russia assieme al ricordo della bella melodia su cui avevano scritto i versi.
L’avevano già provata, con i suggerimenti della maestra Maria, dopo la messa della Vigilia di Natale, più in basso in Valle Arroscia, nel borgo di Curenna, col prete e gli abitanti a condividere due pentole di castagne e le rime abbozzate, sotto fiocchi di neve grandi come note musicali scritte su di un pentagramma per giganti, ma lei non c’era perché era rimasta a valle per quelle notti di fine anno, a spiare i movimenti dei tedeschi e dei repubblichini.
Iole si ricorda bene, invece, di quel giovedì di festa, il giorno della Befana.
Aveva dormito ad Alto, ospite in una stanza assieme alla figlia più grande di una famiglia del posto.
Una famiglia i cui componenti erano religiosi un po’ a modo loro. La mattina alle ragazze avevano dato delle foglie di ulivo con cui strisciare la cenere ancora calda nel camino.
Le avevano detto che era una antica usanza, per invocare gli spiriti e i santi e la grande Madre Natura, che, dopo i dodici giorni dalla nascita del Cristo, andava aperta la via tra i resti dell’anno trascorso, in modo che tutte le femmine in età da marito potessero rinascere nella purezza di un nuovo ciclo e aprirsi finalmente all’amore.
Iole spazzò per bene con le sue foglie, spostando la cenere e creando uno spazio nel centro del camino, poi baciò la punta di ogni foglia e le pose proprio lì dove il calore non sopito del fondo era libero dalla cenere.
Non le sarebbe dispiaciuto innamorarsi, ma ancor più in quel tempo lei bramava la vittoria: liberare l’Italia dai quei cani dei fascisti.
Il suo pensiero fu quindi una invocazione guerriera, ai giorni futuri di assalti vincenti e di cocenti ritirate dei crucchi e dei traditori repubblichini.
Le foglioline in parte si bruciarono e in parte invece ballonzolarono, crepitando e saltando fuori dal camino.
Fu l’anziana zia che, dopo essersi ripetutamente fatta il segno della croce con le sue mani ossute color dell’avorio, in un dialetto che Iole non comprese benissimo, si felicitò tanto, baciandola e dicendo che quell’anno “avrebbe avuto la sua Pasqua”.
Chissà, di ragazzi belli e coraggiosi in quei mesi lei ne aveva conosciuti e in quel giorno erano radunati tutti lì nel paese, dinanzi alla chiesetta di San Michele Arcangelo, abbracciati a cantare davanti a tutta la cittadinanza.
Da pochi giorni erano saliti anche nuovi compagni, arrivavano dalla riviera del savonese, tutti attirati dalle gesta della “banda del dottor Cascione”, come erano chiamati nei dispacci della Guardia Nazionale Repubblicana, con loro volevano continuare a combattere.
Fischia il vento venne cantata più e più volte, per l’entusiasmo della gente e i sorrisi elettrizzati delle giovani sedute sulle panchine e sui gradini che portavano al Castello, alcune a darsi di gomito mentre il coro maschio cantava “Ogni donna a noi dona un sospir”.
Tra i partigiani c’era anche uno straniero, che chiamavano “il Polacco”, e Iole ricordava come tentasse anche lui, che conosceva giusto tre parole d’italiano, era fuggito dai tedeschi non si sa come e da dove, di stare assieme agli altri a cantare.
Aveva una bella voce da tenore e cantava ogni strofa perfettamente intonato ma con parole inventate, che però suonavano bene nell’armonia di quella festa di gennaio.
Nell’ultima esecuzione del canto, tra gli applausi e la commozione di tutti, quando il coro ripeté “Sventolando la rossa bandiera, vittoriosi alfin liberi siam”, fu lui che, sorprendentemente in perfetto italiano, saltò a una ottava altissima, dove di solito arrivano a stento le donne, e chiuse con un acuto che fece vibrare le campane di San Michele e alzare in volo una coppia di poiane dalle splendide piume d’argento.
Per un attimo il paese intero si fermò, come per un incanto, poi la voce di U Megu riecheggiò per la piazza: “Che questi versi, e i loro auspici, volino come aquile per la nostra Italia intera, a svegliare le coscienze e a sostenere la lotta!”
L’applauso fu incredibile e vennero anche sparati molti colpi in aria.
Il giorno in cui Iole diede un ultimo bacio alla tomba che in fretta e mestamente il parroco e i compagni apprestarono per U Megu, ben sapendo che sarebbe stato solo un giaciglio temporaneo in attesa della vittoria, un piccolo mulinello di foglie di ulivo si spiegò, prendendo vita, dalla terra appena pareggiata con la pala e salì al cielo ormai livido delle cinque del pomeriggio.
La ragazza si chiuse per bene il bavero del cappotto e non si chiese chi avesse portato lì quelle foglie, o perché quel vento si fosse improvvisamente mosso ad alzarle.
Mentre si incamminava lungo l’unico stradello che scendeva dal paese, si perse con lo sguardo a inseguire i puntini verdi che si disperdevano verso le montagne che nascondevano il mare e pensò che, come l’Arcangelo Michele aveva sconfitto il Drago e aveva fatto vincere il Bene sulla Terra, quella chiesetta era lì a testimoniarlo, anche loro, i ribelli della Divisione Felice Cascione, avrebbero fatto il loro dovere e la loro spada sarebbe stata anche quel canto di cui lei lesse le prime stesure.
Era convinta che avrebbe avuto “la sua Pasqua”, ma ancor più certa lo era della vittoria.
“Vittoriosi, alfin liberi siam”, era stato scritto.
E da quei giorni cominciò a essere cantato di valle in valle, di voce in voce, oltre le montagne e per le pianure ribelli, fino a riecheggiare in ogni angolo dell’Italia in lotta per la Libertà.
Quella loro canzone è tremenda. È una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.
Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny