urashima tarō (italian)
Una volta udita questa storia, sarà impossibile dimenticarsela! Ogni estate, quando mi trovo sulla costa – specialmente nelle giornate più calme e pacifiche –, il suo ricordo torna sempre a perseguitarmi. Ne esistono molte versioni locali che hanno ispirato innumerevoli opere d’arte. La più notevole nonché più antica, però, si trova nel Manyefushifu, una raccolta di poesie risalenti al periodo fra il quinto e il nono secolo. Il grande studioso Aston tradusse questa versione in prosa, e il grande studioso Chamberlain la tradusse sia in prosa sia in versi. Per i lettori occidentali, però, credo che la versione più interessante sia quella che Chamberlain scrisse per i bambini, nella sua Japanese Fairy-Tale Series, per via delle deliziose illustrazioni a colori realizzate da artisti locali. Con il libriccino di Chamberlain davanti, mi accingo a raccontare di nuovo questa leggenda con parole mie.
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Millequattrocentosedici anni fa, il giovane Urashima Tarō, un pescatore, lasciò la costa di Suminoye sulla sua barca.
Le giornate d’estate di allora erano proprio come quelle di oggi: un blu sonnolento e tenue, con una luce leggera e stracci di nuvole candide sopra lo specchio del mare. Anche le colline erano le stesse: sagome azzurre, vaghe e lontane, che si confondevano con il blu del cielo. E i venti erano pigri.
Il ragazzo, pigro anch’egli, lasciò vagare la barca nella corrente mentre pescava. Era una barca strana, non verniciata e priva di timone, di una forma che probabilmente non avete mai visto. Ciononostante, millequattrocento anni dopo, si possono ancora vedere imbarcazioni del genere davanti ai vecchi villaggi di pescatori lungo la costa del mare del Giappone.
Dopo lunga attesa, Urashima riuscì finalmente a catturare qualcosa, e lo tirò verso la barca. Scoprì però che era solo una tartaruga.
Ora, le tartarughe sono creature sacre per il dio drago del mare, e il loro arco vitale dura mille anni – diecimila, secondo alcuni. Ucciderle quindi è un grave reato. Il ragazzo sciolse delicatamente la creatura dalla lenza e la lasciò libera, inviando una preghiera agli dèi.
Ma non catturò più nient’altro. La giornata era molto calda, e il mare, l’aria e l’intera atmosfera erano molto, molto silenziosi. A un tratto Urashima fu colto da un gran torpore, e si addormentò sulla sua barca alla deriva.
Mentre sognava, emerse dal mare una bellissima ragazza – proprio identica alle illustrazioni del libro del professor Chamberlain –, vestita di cremisi e azzurro, con lunghi capelli neri sciolti sulla schiena che scendevano fino ai piedi, com’era in uso tra le figlie dei principi millequattrocento anni fa.
Si muoveva fluttuando sopra l’acqua, soave come l’aria, e raggiunto il ragazzo addormentato sulla barca, lo svegliò con un tocco gentile e disse: «Non essere sorpreso. Mio padre, il Re Drago del mare, mi ha mandato da te in virtù del tuo cuore nobile. Quest’oggi infatti hai liberato una tartaruga. E adesso andremo insieme al palazzo di mio padre sull’isola dove l’estate non muore mai; io sarò la tua sposina, se vorrai, e vivremo felici per sempre».
Più guardava quella ragazza, più Urashima ne era stupito, perché era più bella di qualsiasi essere umano, ed era impossibile non innamorarsene. Così lei prese un remo, lui prese l’altro, e remarono via insieme, proprio come ancora oggi capita di vedere, al largo della costa occidentale, marito e moglie che remano insieme sulle barchette da pesca che guizzano dorate nella sera.
Viaggiarono spediti e leggeri sulla muta acqua azzurra, diretti a sud, finché giunsero sull’isola dove l’estate non muore mai, e al palazzo del Re Drago del mare.
(Qui, sul mio libriccino, il testo svanisce improvvisamente durante la lettura, e piccole onde azzurre tracimano sulla carta; oltre le onde, sull’orizzonte fatato, si riescono a vedere le coste basse e tondeggianti dell’isola, e i tetti acuti che spuntano tra i boschi sempreverdi – i tetti del palazzo del dio del mare, simile al palazzo del mikado Yuriaku, millequattrocentosedici anni fa.)
Degli strani servitori in abiti da cerimonia vennero ad accoglierli: erano creature del mare, venute a salutare Urashima come genero del Re Drago.
Così la figlia del re del mare divenne la moglie di Urashima, e fu un matrimonio di immenso splendore, e il palazzo del Drago traboccava di gioia.
Ogni giorno per Urashima c’erano nuovi prodigi e piaceri da scoprire: i prodigi degli abissi profondi portati in superficie dai servitori del dio del mare, e i piaceri di quella terra incantata dove l’estate non muore mai. Così passarono tre anni.
Nonostante questo, però, il pescatore sentiva sempre un peso nel cuore quando ripensava ai suoi genitori, rimasti da soli ad aspettarlo. Così pregò la moglie di lasciarlo tornare a casa per qualche giorno, solo per dire una parola al padre e alla madre: dopodiché sarebbe tornato di corsa da lei.
A queste parole la ragazza cominciò a piangere, e restò a piangere in silenzio per molto tempo. Infine gli rispose: «Se davvero desideri andare, non posso trattenerti, è ovvio. Ma ho molta paura, perché temo che non ci rivedremo mai più. Ti darò una piccola scatola da portarti dietro, però. Ti aiuterà a tornare da me, se farai esattamente come ti dico. Non aprirla. È di fondamentale importanza: qualsiasi cosa succeda, non aprirla! Perché, se tu la aprissi, non riusciresti mai a tornare indietro, e non mi rivedresti mai più».
Dopodiché gli diede un cofanetto di legno laccato, legato da una cordicella di seta. (Questa scatola si può vedere ancora oggi nel tempio di Kanagawa, sulla costa, e i sacerdoti conservano anche la lenza di Urashima Tarō, insieme a qualche curioso gioiello che il ragazzo si riportò indietro dal reame del Re Drago.)
Urashima tuttavia rassicurò la moglie, promettendole che non avrebbe mai, per nessun motivo, aperto la scatola: per nulla al mondo avrebbe osato allentare la cordicella di seta. Così si inoltrò nella luce estiva, sopra il mare assopito: i contorni dell’isola dove l’estate non muore mai svanirono alle sue spalle come un sogno, e tornò a vedere di fronte a sé le montagne azzurre del Giappone, le cime che svettavano acute nel bagliore bianco dell’orizzonte settentrionale.
Alla fine raggiunse remando la sua baia natale, e sbarcò sulla sua vecchia spiaggia. Guardandosi intorno, però, fu colto da un grande sgomento e da uno strano dubbio.
Il luogo, infatti, era lo stesso di sempre, ma al tempo stesso era diverso. La casetta dei suoi genitori era scomparsa. Il villaggio c’era ancora, ma la forma delle case era strana, gli alberi erano strani, e così anche i campi, e i volti delle persone. Quasi tutte le cose che ricordava erano cambiate: il tempio shintōista sembrava essere stato ricostruito in un altro posto, i boschi erano svaniti dai pendii circostanti. Solo la voce del piccolo ruscello che scorreva per l’insediamento, e la sagoma delle montagne, era rimasta invariata. Tutto il resto era nuovo e sconosciuto. Urashima cercò invano di ritrovare la casa dei genitori, e i pescatori del villaggio lo guardavano perplessi: non ricordava di aver mai visto nessuna di quelle persone prima d’allora.
Infine arrivò un uomo molto anziano, che si reggeva a un bastone, e il ragazzo gli chiese la strada per la casa della famiglia Urashima. L’anziano lo guardò con faccia basita, e gli fece ripetere la domanda più e più volte, prima di esclamare: «Urashima Tarō! Ti riferisci a Urashima Tarō, no? Da che parte di mondo vieni, che non conosci la storia? Sono passati più di quattrocento anni da quando è annegato, e nel cimitero hanno eretto un monumento alla sua memoria. Ci sono le tombe di tutti i suoi familiari in quel cimitero – è il vecchio cimitero, quello che nessuno usa più. Urashima Tarō! Come si fa a essere così stupidi da chiedere dove vive?». Poi il vecchio se ne andò zoppicando, ridendo dell’ingenuità di quel forestiero.
Urashima andò subito al cimitero del villaggio – il vecchio cimitero, quello che nessuno usava più – e vi trovò la sua stessa lapide, insieme alle lapidi di suo padre e sua madre, dei suoi parenti, e di tante altre persone che aveva conosciuto. Erano così antiche quelle tombe, così coperte di muschio, che era molto difficile distinguere i nomi incisi sulla pietra.
Così il ragazzo capì di essere finito vittima di uno strano incantesimo, e tornò verso la spiaggia, sempre portandosi dietro la scatola, il dono da parte della figlia del dio del mare. Ma in cosa consisteva quell’incantesimo? E cosa poteva mai esserci dentro la scatola? Non è che, forse, conteneva la causa stessa dell’illusione? Alla fine, il dubbio ebbe la meglio sulla fiducia. Avventatamente, Urashima infranse la promessa fatta alla sua amata: sciolse la cordicella di seta, e aprì il cofanetto!
In un solo istante, senza il minimo rumore, dall’interno dell’oggetto si alzò un vapore bianco, freddo e spettrale, che si addensò in aria come una nuvola d’estate, e cominciò a galleggiare via veloce verso sud, sopra il mare pacifico. Non c’era nient’altro dentro la scatola.
Così Urashima capì di aver appena rovinato la sua stessa felicità: non avrebbe mai più potuto far ritorno dalla sua amata, la figlia del re del mare. Cominciò a piangere e lamentarsi amaramente, in preda alla disperazione.
Ma durò solo un momento. Un attimo dopo, la sua forma cambiò. Un brivido gelido gli attraversò il sangue; i denti gli caddero, il volto era avvizzito; i capelli diventarono bianchi come neve, braccia e gambe rinsecchite; la sua forza svanì. Urashima si accasciò privo di vita sulla sabbia, schiacciato dal peso di quattrocento inverni.
Ora, nei registri ufficiali degli imperatori è scritto che «nel ventunesimo anno del regno del mikado Yuriaku, il giovane Urashima di Mizunoye, nel distretto di Yosa, nella provincia di Tango, un discendente della divinità Shimanemi, raggiunse il Paradiso (Hōrai) su una barca da pesca». Dopodiché, durante il regno dei successivi trentuno imperatori e imperatrici – sarebbe a dire, dal quinto fino al nono secolo –, non ci fu più nessuna notizia. Finché gli annali non annunciarono questo: «Nel secondo anno del periodo Tenchiyō, nel regno del mikado Go-Junwa, il giovane Urashima fece ritorno, ma scomparve subito nuovamente, nessuno sa dove».