Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

una storia che rimarrà nel cuore (italian)

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«Kinjurō caro» dissi io mentre tornavamo a casa. «Ho sentito e letto molte storie giapponesi su persone che tornano dalla morte. Anche tu, del resto, mi hai detto che tale credenza esiste ancora, e mi hai spiegato il perché. Ma le storie che ho udito e le tue spiegazioni concordano sempre su un punto: si torna indietro dalla morte soltanto per motivi spregevoli. I morti tornano sulla terra a causa dell’odio, o dell’invidia, o perché soffrono così tanto da non riuscire a riposare in pace. Io invece vorrei tanto conoscere le storie di chi è tornato dalla morte a fin di bene… ma dove stanno scritte? Il tema generale, mi sembra, è sempre lo stesso: faccende orribili, faccende maligne, e niente che sia bello o puro.»
Ora, questo discorso io lo feci per provocarlo, e Kinjurō mi diede esattamente la risposta che desideravo, raccontandomi la storia che qua sotto trascrivo.
*
«Molti anni fa, ai tempi di un daimyō il cui nome è dimenticato, vivevano in questa antica città due giovani, un uomo e una ragazza, che si amavano molto l’un l’altra. I loro nomi non ci sono stati tramandati, ma la loro storia resta. Erano promessi sposi fin dall’infanzia, e da bambini giocavano insieme, perché i loro genitori erano vicini di casa. Crescendo, poi, divennero sempre più legati.
«Quando il ragazzo era ancora adolescente, i suoi genitori morirono. Riuscì però a entrare al servizio di un ricco samurai, un ufficiale di alto rango, che era stato amico dei suoi. Questo mecenate prese subito in simpatia il ragazzo, vedendo quanto era educato, intelligente, e portato per le armi. Così, il giovane era ottimista di poter raggiungere presto una posizione sociale che gli permettesse di sposare la fidanzata. Scoppiò però la guerra, a nord e a est, e lui fu convocato senza preavviso per seguire il padrone sul campo. Prima di partire, tuttavia, riuscì a incontrarsi con la ragazza; si scambiarono i giuramenti di matrimonio alla presenza dei genitori di lei, e lui le promise, se fosse sopravvissuto alla battaglia, di tornare fra un anno esatto per sposarla.
«Dopo la sua partenza passarono molti mesi senza sue notizie, perché a quei tempi non c’era la posta come adesso, e la ragazza si struggeva così tanto pensando al suo amato partito in guerra che divenne tutta pallida, debole e smunta. Poi un giorno riuscì a sapere qualcosa tramite un messaggero, mandato dall’esercito per portare notizie al daimyō, e più avanti ricevette un’altra lettera. Dopodiché, non seppe più nulla. Un anno è lungo per chi resta a casa ad aspettare. E l’anno passò, ma lui non fece ritorno.
«Passarono altre stagioni, e l’uomo non tornava ancora. La ragazza, credendolo morto, si ammalò e giacque a letto, poi morì, e fu sepolta. I suoi anziani genitori, che non avevano altri figli, ne soffrirono immensamente, e cominciarono a detestare quella loro casa rimasta così silenziosa. Dopo un po’ si decisero a vendere tutto quel che avevano e intraprendere un sengaji – il grande pellegrinaggio in direzione dei mille templi della Nichiren-shū, un impegno di svariati anni. Vendettero la loro casetta con quel che conteneva, eccetto le tavolette funebri degli antenati e gli oggetti sacri che non devono mai essere venduti, nonché la ihai della figlia defunta – tutte queste cose furono sistemate, com’era costume per chi abbandonava il luogo natio, nel tempio di famiglia. Ora, quella famiglia apparteneva alla scuola Nichiren-shū, e il loro tempio era il Myōkōji.
«Erano partiti da appena quattro giorni quando il promesso sposo della figlia tornò in città. Dopo aver chiesto e ottenuto il congedo dal suo signore, aveva fatto il possibile per mantenere la promessa. Le province che aveva attraversato sulla via del ritorno, però, erano nel pieno della guerra, e strade e passi erano presidiati dalle truppe; tutti quegli ostacoli dunque lo avevano rallentato. E quando venne a sapere della sciagura capitata alla ragazza fu sopraffatto a sua volta dal lutto, e rimase per molti giorni senza coscienza del mondo, come chi è sul punto di morire.
«Ma non appena le forze cominciarono a tornargli, tornò anche il doloroso ricordo, e il ragazzo rimpianse di non essere morto. Prese così la decisione di uccidersi davanti alla tomba della promessa sposa, e di lì a pochi giorni, appena fu in grado di muoversi da solo, prese la spada, uscì di nascosto e andò al cimitero dov’era sepolta la ragazza; è un luogo davvero isolato, il cimitero di Myōkōji. Trovò la sua tomba, vi si inginocchiò davanti, pregò e pianse, e sussurrò all’amata le sue tragiche intenzioni. E all’improvviso udì la voce di lei che esclamava: “Anata!”, e sentì il tocco della sua mano. L’uomo si girò, e vide la ragazza in ginocchio accanto a lui, sorridente, bella come la ricordava, solo un po’ pallida. Il cuore gli balzò nel petto e rimase senza parole, tanto era pieno di stupore, dubbio e gioia in quel momento. Ma poi lei disse: “Non devi dubitare: sono davvero io. Non sono morta. È stato tutto un errore. Mi hanno sepolta perché la mia famiglia mi credeva morta… mi hanno sepolta prima del tempo. Anche i miei genitori mi credevano morta, e sono partiti per un pellegrinaggio. Eppure, come vedi, non sono morta, non sono uno spettro. Sono io: non dubitare di me! Ho visto cosa c’è nel tuo cuore, ed è valsa la pena di aspettare, nonostante le mie pene… Ora, però, andiamocene subito in un’altra città, dove nessuno ci creerà problemi, non conoscendo la nostra storia; qui, infatti, tutti mi credono ancora morta”.
«E così la coppia partì, senza farsi vedere da nessuno. Andarono al villaggio di Minobu, che si trova nella provincia di Kai. Lì infatti sorge un famoso tempio della scuola Nichiren-shū, e la ragazza aveva detto: “So che nel corso del loro pellegrinaggio i miei genitori faranno di certo tappa a Minobu: se andremo a vivere lì prima o poi ci troveranno, e potremo stare di nuovo tutti insieme”. E quando arrivarono a Minobu, la ragazza propose: “Apriamo una piccola bottega”. E così aprirono un piccolo chiosco di cibo, sull’ampio viale che conduceva al luogo sacro, dove vendere dolci e giocattoli per i bambini, e cibo per i pellegrini. Per due anni vissero e prosperarono in questo modo, ed ebbero anche un figlio.
«Ora, quando il figlio della coppia aveva un anno e due mesi, i genitori della moglie arrivarono a Minobu come tappa del loro pellegrinaggio, e si fermarono proprio in quella botteguccia per comprare del cibo. Alla vista del fidanzato della figlia, scoppiarono in grida e in lacrime, e iniziarono a fargli mille domande. Poi lui li fece entrare in casa, si prostrò al loro cospetto, e disse, lasciandoli a bocca aperta: “Vi do la mia parola: vostra figlia non è morta, ed è mia moglie adesso, e abbiamo un figlio. È proprio qui in questo momento, nella stanza sul retro, che riposa insieme al bambino. Andate subito da lei, vi prego: la renderete felice, perché cova da lungo tempo il desiderio di rivedervi”.
«Così, mentre l’uomo si dava da fare per preparare la casa ad accogliere i suoceri, la coppia entrò nella stanza, molto timidamente, la madre per prima.
«Trovarono il bambino che dormiva; della madre, però, non c’era traccia. Sembrava essere uscita da poco, perché il cuscino era ancora caldo. La attesero a lungo; poi cominciarono a cercarla. Ma nessuno la rivide mai più.
«Capirono la verità solo quando trovarono, nascosto sotto le lenzuola che avevano coperto la madre e il bambino, un oggetto che ricordavano di aver lasciato anni prima nel tempio di Myōkōji: una piccola tavoletta mortuaria, la ihai della figlia sepolta.»
*
Immagino che la mia espressione fosse parecchio assorta, dopo aver udito questa storia, perché il mio anziano amico mi disse: «Il mio signore penserà che questa storia sia sciocca, non è vero?».
«Niente affatto, Kinjurō: questa storia mi rimarrà nel cuore.»