Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

una leggenda di tottori (italian)

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Molti anni fa, una piccola yadoya nella città di Tottori accolse il suo primo ospite, un mercante itinerante. Fu accolto con ancora più gentilezza del dovuto, perché il proprietario desiderava che il suo piccolo ostello si facesse una buona reputazione. La locanda era nuova, ma siccome il proprietario era povero, gran parte dei dōgu – i mobili e gli utensili – erano stati comprati dal furuteya. Ciononostante era tutto pulito, comodo e di bell’aspetto. L’ospite mangiò di gusto e bevve del buon sake caldo, dopodiché gli prepararono il letto sul pavimento morbido, e si sdraiò per dormire.
Ora, la regola vuole che, dopo aver bevuto parecchio sake caldo, soprattutto se la sera è fresca e il letto accogliente, si dorma saporitamente. L’ospite però, dopo appena qualche ora di sonno, fu svegliato da un rumore di voci nella stanza – voci di bambini, che ripetevano la stessa domanda: «Ani-san samukarō?», «Omae samukarō?».
La presenza di bambini in camera da letto è di sicuro un fastidio per gli ospiti, ma non era un fatto così sorprendente, se consideriamo che gli alberghi giapponesi non hanno porte ma semplici pannelli di carta scorrevoli che separano le stanze. Così l’uomo pensò che qualche bambino doveva essere finito in camera sua per sbaglio, vagando nel buio. Allora, si limitò a rimproverare bonariamente gli intrusi. Per un attimo ci fu silenzio, ma poi una voce dolce, flebile e lamentosa gli sussurrò all’orecchio: «Ani-san samukarō?» (“Hai freddo, fratellone?”), mentre un’altra vocina rispondeva, in un bisbiglio: «Omae samukarō?» (“E tu hai freddo?”). L’uomo si alzò e riaccese la candela nell’andon, guardandosi intorno. Ma non c’era nessuno nella stanza.
Gli shōji erano tutti chiusi. Esaminò le credenze: erano vuote. Perplesso, l’uomo tornò a sdraiarsi lasciando la candela accesa, e le voci ricominciarono immediatamente a parlare, piagnucolose, vicine al suo cuscino: «Ani-san samukarō?».
«Omae samukarō?»
A quel punto, per la prima volta l’uomo sentì un brivido lungo la schiena, ma non era per il freddo della notte. Le voci continuavano a parlare, e a ogni frase la sua paura cresceva, perché aveva capito che le voci erano dentro al futon! Erano le coperte del letto che piangevano in tal modo.
Il mercante radunò in fretta i suoi pochi effetti personali e, scese le scale, chiamò il proprietario e gli raccontò l’accaduto. Al che il proprietario, furibondo, rispose: «Abbiamo fatto tutto il possibile per compiacere il nostro onorevole ospite, ma la verità è questa: l’onorevole ospite ha bevuto troppo sake, e ha fatto brutti sogni». L’ospite insistette comunque per pagare subito la somma dovuta e cercarsi un altro alloggio.
La sera successiva arrivò un altro cliente che chiese una camera per la notte. A tarda ora il proprietario venne nuovamente svegliato dall’ospite, che raccontava la stessa storia. Ma questo cliente, strano a dirsi, non aveva bevuto neanche un bicchiere di sake. Sospettando che fosse un complotto di qualche concorrente invidioso per rovinargli l’attività, il proprietario rispose adirato: «Abbiamo fatto tutto il possibile per compiacervi: ciononostante, vi lamentate con parole funeste e rancorose. E che il mio ostello è il mio mezzo di sostentamento, ben lo sapete. Pertanto, di questo genere di faccende, non vogliate parlarne più!». A quel punto, l’ospite, arrabbiandosi a sua volta, disse frasi ancora più incattivite, e i due si separarono furenti.
Ma quando l’ospite se ne fu andato, il proprietario, pensando che la vicenda fosse molto strana, salì nella stanza rimasta vuota per esaminare il futon. E quando udì le voci, scoprì che entrambi gli ospiti dicevano il vero. Erano le coperte del letto a lamentarsi – solo un lenzuolo, in verità, le altre erano mute. Così prese il lenzuolo, lo portò in camera sua, e vi si infilò sotto per il resto della notte. Le voci andarono avanti fino all’alba: «Ani-san samukarō?», «Omae samukarō?», tanto che l’uomo non riuscì a dormire.
Al sorgere del sole, dunque, si alzò e andò a cercare il proprietario del furuteya dove aveva acquistato quel futon. Il negoziante non ne sapeva nulla. Lui aveva comprato quel futon da una bottega più piccola, che lo aveva a sua volta comprato presso l’abitazione di un uomo povero negli estremi sobborghi della città. E il locandiere andò dall’uno e dall’altro, chiedendo spiegazioni.
Infine si scoprì che il futon era appartenuto a una famiglia povera, ed era stato acquistato dal proprietario di una casetta dove quella famiglia viveva, nei dintorni della città. E la storia del futon era questa.
L’affitto della casetta era di soli sessanta sen al mese, ma per quella povera gente era comunque una somma ingente. Il padre riusciva a guadagnare appena due o tre yen al mese, e la madre era malata e non poteva lavorare: poi c’erano due bambini maschi, uno di sei e l’altro di otto anni. E non conoscevano nessuno a Tottori.
Un giorno d’inverno il padre si era ammalato, e dopo una settimana di sofferenze era morto ed era stato sepolto. La madre, malata da tempo, l’aveva seguito di lì a poco, e i bambini erano rimasti soli. Non sapevano a chi rivolgersi per chiedere aiuto, e per sopravvivere avevano cominciato a vendere tutto quel che c’era da vendere.
Non era granché: i vestiti dei genitori defunti, e gran parte dei propri; qualche trapunta di cotone e miseri utensili domestici – hibachi, ciotole, bicchieri e altre cianfrusaglie. Ogni giorno vendevano qualcosa, finché non era rimasto solo un unico futon. E alla fine, un giorno, si erano ritrovati senza nulla da mangiare, e l’affitto non era stato pagato.
Era arrivato il terribile dai-kan, la stagione del grande freddo, e la neve aveva fatto dei cumuli talmente alti che i bambini non riuscivano ad allontanarsi dalla casetta. Non avevano potuto fare altro che accucciarsi dentro a quell’unico futon e rabbrividire insieme, chiedendosi l’un altro, con premura infantile: «Ani-san, samukarō?», «Omae samukarō?».
Non avevano un fuoco, né niente con cui accenderlo, ed era sceso il buio, con gli spifferi di vento gelido che entravano nella casa.
I bambini avevano paura del vento, ma avevano ancora più paura del proprietario di casa, che li strigliava ben bene per farsi pagare l’affitto. Era un uomo severo, con la faccia cattiva. E quando aveva scoperto che non potevano pagarlo, aveva gettato i bambini nella neve, si era preso il loro unico futon, e aveva chiuso a chiave la casa.
Ai bambini era rimasto solo un kimono leggero ciascuno, di colore blu, perché gli altri vestiti li avevano venduti per comprarsi da mangiare; e non avevano un posto dove andare. C’era un tempio dedicato a Kwannon poco lontano, ma con la neve così alta era impossibile raggiungerlo. Così, quando il proprietario era andato via, loro si erano intrufolati di nuovo in casa. A quel punto il sonno e il freddo avevano avuto la meglio su di loro, e si erano addormentati, abbracciandosi per tenersi caldo. E mentre dormivano, gli dèi li avevano coperti con un nuovo futon: bianco diafano e davvero stupendo. I bambini non avevano più freddo adesso. Erano rimasti a dormire lì per molti giorni; alla fine qualcuno li aveva trovati, e avevano fatto un letto tutto per loro nell’hakaba del tempio di Kwannon dalle Mille Braccia.
Una volta udita la storia, il locandiere diede il futon ai preti del tempio e fece recitare il kyō per le due piccole anime. E da quel giorno il futon smise di parlare.