Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

una domanda nei testi zen (italian)

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I
Il mio amico aprì un volumetto in sottile carta gialla di quel testo strepitoso che dimostra tutta la pazienza degli incisori buddhisti. I caratteri mobili cinesi potranno anche essere pratici, ma persino il migliore dei risultati sarà sempre spiacevole all’occhio, se confrontato con la bellezza delle antiche xilografie.
«Ho una storia curiosa per te» mi disse.
«Una storia giapponese?»
«No, cinese.»
«Da quale libro?»
«Secondo la pronuncia giapponese dei caratteri cinesi del titolo, noi lo chiamiamo Mu-Mon-Kwan, che significa “La barriera priva di porte”. È uno dei libri più studiati dalla scuola zen, detta anche dhyâna. Una particolarità di alcuni testi dhyâna, e questo ne è un buon esempio, è che non sono affatto didascalici. Si limitano ad alludere: pongono le domande, ma gli studenti devono scoprire le risposte da soli. Devono pensarle, ma senza scriverle. Sai bene che la disciplina dhyâna incarna lo sforzo umano per raggiungere, tramite la meditazione, zone di pensiero superiori alla portata dell’espressione verbale, perciò, costringendo il pensiero entro tale strettoia, esso perderebbe ogni valore per la scuola dhyâna… Dunque, questa è considerata una storia vera, ma è usata solo come appoggio per una domanda in stile dhyâna. Ne esistono tre differenti versioni cinesi, e io posso fornirti un sunto di tutte e tre.»
Detto questo cominciò a raccontare.
II
La storia della giovane T’sing, come tramandata nel Lui-shwo-li-hwan-ki, citata dal Ching-tang-luh, e commentata nel Wu-mu-kwan (chiamato dai giapponesi Mu-Mon-Kwan) che è un libro della scuola zen.
A Han-yang viveva un uomo di nome Chang-Kien, la cui figlia, T’sing, era una bambina di impareggiabile bellezza. Egli aveva anche un nipote chiamato Wang-Chau, un bambino di gran bell’aspetto. I due bambini giocavano insieme, ed erano molto affezionati l’uno all’altra. Un giorno Kien, scherzando, disse al nipote: «Prima o poi ti farò sposare la mia figlioletta». Entrambi i bambini tennero a mente quelle parole, e si considerarono promessi sposi.
Quando T’sing fu cresciuta, un uomo di alto rango chiese di poterla sposare, e suo padre accolse la richiesta. T’sing fu molto turbata dalla decisione. In quanto a Chau, ne fu così adirato e addolorato che preferì andarsene da casa, trasferendosi in un’altra provincia. Si fece preparare una barca per il viaggio, e il giorno successivo, dopo il tramonto, senza salutare nessuno, si avventurò lungo il fiume. Nel cuore della notte, però, fu svegliato di soprassalto da una voce che lo chiamava. «Aspetta! Sono io!» esclamava la voce, e Chau vide una ragazza che correva lungo la riva, in direzione della barca. Era T’sing. Chau ne fu immensamente felice. La ragazza saltò sulla barca, e i due giovani navigarono sani e salvi fino alla provincia di Chuh.
Nella provincia di Chuh vissero felici per sei anni, ed ebbero due figli. Ma T’sing non riusciva a dimenticare i suoi genitori, e provava spesso nostalgia per loro. Infine, un giorno, disse al marito: «Poiché in passato non ho avuto il coraggio di infrangere la promessa fatta, sono scappata via con te abbandonando i miei genitori, pur sapendo che meritavano tutta la mia devozione e l’affetto. Non sarebbe cosa buona cercare di ottenere il loro perdono?».
«Hai perfettamente ragione» le rispose Chau. «Andremo subito a fare loro visita.» Si fece preparare una barca, e nel giro di qualche giorno tornò con sua moglie a Han-yang.
Com’era consuetudine in simili casi, il marito si recò da solo a casa di Kien, lasciando T’sing sulla barca. Kien accolse il nipote senza mostrare nessun rancore, e disse: «Oh, quanto desideravo rivederti! Avevo tanta paura che ti fosse successo qualcosa».
Chau rispose con rispetto: «L’immeritata gentilezza delle vostre parole mi imbarazza. È per chiedervi perdono, infatti, che sono venuto qui».
Kien però non sembrava capire, e gli chiese: «A che cosa ti riferisci?».
«Temevo che foste arrabbiato con me per essere scappato via insieme a T’sing» disse Chau. «L’ho portata con me nella provincia di Chuh.»
«E chi sarebbe questa T’sing?» chiese Kien.
«Vostra figlia, T’sing» rispose Chau, cominciando però a sospettare che il suocero stesse tramando qualcosa.
«Ma di che stai parlando?» esclamò Kien, mostrandosi grandemente stupito. «Mia figlia T’sing è rimasta malata a letto per tutti questi anni, fin dal giorno in cui sei andato via.»
«Vostra figlia T’sing non è affatto malata» ribatté Chau, adirandosi. « È mia moglie da sei anni, e abbiamo due bambini. Siamo tornati insieme in questo villaggio appositamente per chiedervi perdono: non prendetevi gioco di noi!»
I due restarono a guardarsi in silenzio per qualche attimo. Poi Kien si alzò, e facendo cenno al nipote di seguirlo gli fece strada fino a una camera interna dove c’era una ragazza malata stesa sul letto. E Chau, con sommo sgomento, vide il volto di T’sing – bellissimo, ma stranamente pallido ed emaciato.
«Non è in grado di parlare» spiegò l’anziano «ma può capire.» Così Kien le disse, ridendo: «Chau è venuto a raccontarmi che sei scappata via con lui, e che gli hai dato due figli».
La malata guardò Chau e sorrise, ma restò in silenzio.
«Venite con me al fiume» disse allora al suocero l’ospite sgomento. «Perché, a dispetto di ciò che ho visto in questa casa, posso assicurarvi che vostra figlia T’sing si trova in questo momento sulla mia barca.»
Così andarono al fiume, e trovarono in effetti la giovane moglie che aspettava. Alla vista del padre, si inchinò ai suoi piedi e gli chiese perdono.
Kien le disse: «Se sei davvero mia figlia, non provo altro che amore per te. Tuttavia, anche se sembri mia figlia, c’è qualcosa che non riesco a capire… Vieni con noi alla casa».
I tre si incamminarono dunque verso casa. Giunti al cancello, videro che la ragazza malata, la quale non si alzava dal letto ormai da anni, stava venendo loro incontro, sorridendo di gioia. Così le due T’sing si avvicinarono. E a quel punto – nessuno sa dire come – si fusero improvvisamente l’una con l’altra, diventando un unico corpo, un’unica persona, un’unica T’sing – ancora più bella di prima, e senza alcun segno di malattia o pena.
Allora Kien disse a Chau: «Dal giorno stesso in cui sei partito, mia figlia è rimasta come intontita, o come una persona che ha bevuto troppo vino. Ora capisco, invece, che il suo spirito era assente».
E T’sing disse: «In verità, non ho mai avuto coscienza di trovarmi ancora a casa. Guardai Chau andarsene via, piena di muta rabbia, e quella stessa notte sognai di correre dietro alla sua barca… Ma adesso non saprei dire quale fosse la vera me, quella che scappò via in barca, o quella che restò a casa».
III
«E così finisce la storia» concluse il mio amico. «Ora, nel Mu-Mon-Kwan c’è una glossa che potrebbe interessarti. La nota dice: “Il quinto patriarca della scuola zen domandò una volta a un prete: ‘Nel caso della separazione dello spirito della giovane T’sing, qual era la vera T’sing?’ ”. È solo per via di questa domanda che la storia è citata nel libro. Ma non viene fornita nessuna risposta. L’autore si limita a sottolineare: “Se riuscite a distinguere quale fosse la vera T’sing, allora avrete appreso che uscire da un involucro per entrare in un altro non è differente da passare la notte in una locanda. Ma se non avete ancora raggiunto questo grado di illuminazione, fate bene attenzione a non vagare senza meta per il mondo. Altrimenti, quando terra, acqua, fuoco e vento svaniranno all’improvviso, vi ritroverete come un granchio con sette mani e otto gambe, gettato nell’acqua bollente. E in quel momento, non venite a dire che nessuno vi aveva parlato della Verità. Ora, la Verità…”.»
«Non voglio sapere nulla della Verità» lo interruppi. «E neanche del granchio con sette mani e otto gambe. Voglio sapere dei vestiti.»
«Quali vestiti?»
«Nel momento dell’incontro, le due T’sing dovevano essere vestite in maniera diversa – molto diversa, probabilmente. Una infatti era una fanciulla, e l’altra una moglie. Anche i loro vestiti si sono fusi insieme? Ipotizziamo che una portasse un abito di seta e l’altra un abito di cotone: si sarebbero mescolati in un tessuto misto di seta e cotone? Ipotizziamo che una portasse una fascia azzurra e l’altra una fascia gialla: il risultato sarebbe stato una fascia verde? Oppure, semplicemente, una delle due T’sing si è svestita dal suo costume lasciandolo per terra, come il guscio di una cicala?»
«Nessuno dei libri dice nulla sui vestiti» rispose il mio amico «perciò non saprei dirti. Ma è un dettaglio piuttosto irrilevante, dal punto di vista buddhista. La vera questione, secondo la dottrina, è casomai quella che riguarda la personalità di T’sing, il suo carattere, come penso tu lo chiameresti.»
«E tuttavia, nel libro la risposta non c’è» dissi io.
«La risposta migliore» ribatté il mio amico «è nessuna risposta.»
«E come mai?»
«Perché ciò che chiamiamo personalità… non esiste.»