Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

sulle anime (italian)

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Kinjurō, il vecchio giardiniere, la cui testa brilla come una sfera d’avorio, si sedette un attimo insieme al suo aiutante ai bordi dello ita-no-ma fuori dal mio studio, per fumare la pipa con il fornello hibachi messo lì apposta per lui. Mentre fumava, colse l’occasione per rimproverare il ragazzo. Cosa avesse combinato non lo so di preciso, ma sentii Kinjurō invitarlo a comportarsi «come una creatura che ha più di un’anima». E siccome trovai quelle parole interessanti, uscii e mi sedetti accanto a Kinjurō.
«Caro Kinjurō» dissi, «in quanto a me, non sono sicuro se io abbia una o più anime. Ma sarei curioso di sapere quante anime hai tu.»
«Io, con il mio sé egoista, ho solo quattro anime» rispose Kinjurō con certezza imperturbabile.
«Quattro?» ripetei io, convinto di non aver capito bene.
«Quattro» ribadì lui. «Ma quel ragazzo può averne soltanto una, secondo me, visto quanto manca di pazienza.»
«E come hai fatto a scoprire che hai quattro anime?» chiesi io.
«Ci sono uomini saggi al mondo…» rispose lui, mentre scrollava via la cenere dalla sua piccola pipa d’argento. «Uomini saggi che sanno queste cose. E c’è un vecchio libro che contiene i loro discorsi. Calcolando l’età di un uomo, il momento della sua nascita e le stelle nel cielo, si può trovare il numero delle sue anime. Ma questa è la sapienza dei vecchi: i giovani d’oggi, che studiano le cose dell’Occidente, non ci credono più.»
«E dimmi, caro Kinjurō, esistono al mondo persone che hanno più anime di te?»
«Senza dubbio. Alcuni hanno cinque anime, altri sei, altri sette, altri otto. Ma gli dèi non permettono a nessuno di averne più di nove.»
(Ora, questa affermazione non posso ritenerla universalmente vera, avendo io memoria di una donna dall’altra parte del mondo che possedeva diverse generazioni di anime, e sapeva usarle tutte quante. Indossava le sue anime proprio come si indossano i vestiti, e le cambiava più volte al giorno: la quantità di abiti nel guardaroba della regina Elisabetta non era nulla in confronto alla quantità di anime di questa persona prodigiosa. Per tal motivo, la donna non appariva mai con lo stesso aspetto in due occasioni differenti: insieme all’anima, infatti, cambiava anche la voce e il modo di pensare. Certe volte veniva dal Sud e aveva gli occhi castani; certe altre dal Nord, e aveva gli occhi grigi. Certe volte veniva dal tredicesimo secolo, e altre dal diciottesimo. La gente dubitava dei propri occhi al suo cospetto, e cercava di scoprire la verità andando a caccia di fotografie della donna, per poi confrontarle. I fotografi amavano ritrarla perché era una donna più che affascinante, ma erano anche molto perplessi dal fatto che, come soggetto, mutava ogni volta. Nemmeno i suoi più grandi ammiratori potevano immaginare di innamorarsi veramente di lei, dunque, perché sarebbe stato assurdo. Quella donna aveva fin troppe anime. E alcuni di voi che stanno leggendo queste righe saranno essi stessi testimoni del fatto.)
«Se ci limitiamo a questo Paese degli dèi, caro Kinjurō, potresti avere ragione. Ma ci sono altri Paesi al mondo che hanno solamente dèi fatti d’oro, e in questi Paesi le cose non funzionano altrettanto bene, e i loro abitanti sono affetti da una carestia di anime. Alcuni ne hanno solo mezza, o nessuna, mentre altri si ritrovano scaricate addosso una moltitudine di anime, per le quali non riescono a trovare nutrimento né impiego. E le anime, ridotte in queste condizioni, diventano un tormento per i proprietari… Sto parlando delle anime dell’Occidente, è chiaro… Ma dimmi, ti prego, a cosa serve avere più di una o due anime?»
«Signore, se tutti noi avessimo lo stesso numero e lo stesso genere di anime, la penseremmo tutti allo stesso modo. Ma le persone sono diverse l’una dall’altra, questo è evidente, e tali differenze dipendono dalle differenze in genere e numero delle anime.»
«Ed è preferibile avere molte anime anziché poche?»
«È meglio, sì.»
«E un uomo che ha solo un’anima è una creatura imperfetta?»
«Decisamente imperfetta.»
«Tuttavia… un uomo decisamente imperfetto potrebbe aver avuto un antenato perfetto?»
«Esatto, sì.»
«Quindi un uomo odierno che possiede soltanto un’anima potrebbe aver avuto un antenato con nove anime?»
«Sì.»
«E che ne è stato allora di quelle altre otto anime, che l’antenato possedeva ma che il discendente non ha ereditato?»
«Ah! Questa è opera degli dèi. Spetta solo agli dèi decidere il numero di anime per ciascuno di noi. Chi è degno ne riceve molte; chi è indegno, poche.»
«Le anime, dunque, non si ereditano dai genitori?»
«Niente affatto! Le anime sono cose antichissime: la loro età è incalcolabile.»
«Mi piacerebbe sapere questo: può un uomo separare le sue anime? Per esempio, potrebbe avere un’anima a Kyōto, una a Tōkyō e un’altra a Matsue, tutte simultaneamente?»
«Non si può; le anime rimangono sempre insieme.»
«E in che senso? Stanno una dentro l’altra, come le scatolette laccate degli inrō?»
«No, questo solo gli dèi lo sanno.»
«E le anime quindi non si separano mai dal corpo?»
«A volte può capitare. Ma se l’anima di un uomo si separa dal corpo, quell’uomo diventa pazzo. I pazzi sono le persone che hanno perso una delle loro anime.»
«Ma dopo la morte che succede alle anime?»
«Rimangono ancora unite fra loro… Quando un uomo muore, le sue anime ascendono sopra il tetto della casa. E restano lì sul tetto per lo spazio di quarantanove giorni.»
«Quale parte del tetto?»
«Stanno sullo yane-no-mune, la linea di colmo.»
«Si possono vedere?»
«No: sono fatte come l’aria. Si muovono avanti e indietro per la linea di colmo, come piccole folate di vento.»
«Perché stanno sul tetto proprio per quarantanove giorni, anziché cinquanta?»
«Sette settimane è il tempo loro concesso prima che debbano lasciare il mondo. Sette settimane fanno quarantanove giorni. Ma perché sia così, non lo so dire.»
Non mi era sconosciuta l’antica credenza che lo spirito dei defunti si aggiri per qualche tempo sul tetto delle abitazioni, perché è un elemento pittoresco di tanti drammi giapponesi, tra cui quell’opera intitolata Kagami-yama, che fa piangere gli spettatori. Non avevo mai sentito dire, però, di anime triplici o quadruplici, o ancora più elaborate, e interrogai vanamente Kinjurō nella speranza di scoprire su che autorità si fondassero le sue idee. Erano le credenze dei suoi padri: questo era tutto ciò che sapeva.
Come gran parte della gente di Izumo, Kinjurō era un buddhista tanto quanto uno shintōista. Come buddhista apparteneva alla scuola zen, come shintōista alla Izumo-Taisha. La sua ontologia, però, mi sembrava diversa da entrambe. Il buddhismo non insegna la dottrina delle molteplici anime unite. Ci sono vecchi libri shintōisti inaccessibili ai più che parlano di una dottrina vagamente imparentata con quella di Kinjurō, ma Kinjurō non li aveva certo letti. Quei libri dicono che ciascuno di noi possiede due anime: la ara-tama, o anima grezza, che è vendicativa; e la nigi-tama, o anima dolce, che è indulgente. Inoltre, siamo tutti posseduti dallo spirito di Oho-maga-tsu-hi-no-Kami, la Prodigiosa divinità dei grandi atti malvagi, ma anche dallo spirito di Oho-naho-bi-no-Kami, la Prodigiosa divinità rettificatrice, che fanno da contrappeso l’una all’altra. Le idee di Kinjurō erano piuttosto diverse. Mi ricordo però di una cosa scritta da Hirata che potrebbe avvicinarsi alle parole di Kinjurō sulla possibile separazione fra le anime. Secondo gli insegnamenti di Hirata, la ara-tama di un uomo può lasciare il suo corpo, prendere forma autonoma, e uccidere un odiato nemico senza che il proprietario ne sia consapevole. Così chiesi un parere a Kinjurō. Lui rispose che non aveva mai sentito parlare di nigi-tama o ara-tama, ma mi disse: «Signore, quando una moglie scopre che il marito si è segretamente innamorato di un’altra, certe volte accade che la donna colpevole viene colpita da una malattia che nessun medico sa curare. Questo succede perché una delle anime della moglie, sopraffatta dalla rabbia, è passata nel corpo dell’altra donna per rovinarla. Anche la moglie però si ammala, o perde la testa per un po’, a causa dell’assenza della sua anima.
«E c’è un’altra cosa ancora più meravigliosa che sappiamo noi giapponesi, e che voi, venendo dall’Occidente, forse non avete mai sentito. Grazie al potere degli dèi, se è per un nobile scopo, può succedere che un’anima venga prelevata brevemente dal suo corpo per farle rivelare i suoi più intimi segreti. Il corpo però non ne soffre in alcun modo. Lasciate che vi spieghi come funziona questo prodigio.
«Un uomo ama una bellissima ragazza, e ha la possibilità di sposarla; non è sicuro, però, che lei ricambierà il suo amore. Così si rivolge ai kannushi di un certo tempio shintōista, e confida loro i suoi dubbi, chiedendo l’aiuto degli dèi per scioglierli. A quel punto i sacerdoti gli domandano non come si chiama la ragazza, bensì l’età, l’anno, il giorno e l’ora della nascita, che poi trascrivono per comunicarli agli dèi, e infine dicono all’uomo di tornare al tempio dopo sette giorni.
«Durante quei sette giorni i sacerdoti pregano gli dèi affinché sciolgano i dubbi dell’uomo, e ogni mattina uno di loro si bagna il corpo con acqua limpida e fredda, e a ogni pasto mangia solamente cibo preparato con il fuoco santo. L’ottavo giorno l’uomo ritorna al tempio, ed entra in una stanza interna dove i sacerdoti lo ricevono.
«Viene eseguita una cerimonia in cui si pronunciano delle preghiere e poi tutti aspettano in silenzio. Dopodiché, il prete che ha eseguito i riti di purificazione comincia di colpo a tremare violentemente dalla testa ai piedi, come in preda a una forte febbre. E questo accade perché, in virtù del potere degli dèi, l’anima della ragazza del cui amore l’uomo dubita è entrata, piena di spavento, nel corpo del sacerdote. Lei non sa niente di tutto questo; in quel momento, dovunque si trovi, è stata colta da un profondo sonno, da cui nulla al mondo la può svegliare. La sua anima, invece, essendo stata convocata nel corpo del sacerdote, non può dire nient’altro che la verità, e le viene chiesto di rivelare tutto ciò che pensa. Il sacerdote non parla con la propria voce, adesso, ma con la voce dell’anima, e parla in prima persona come se fosse il proprietario dell’anima, dicendo cose come “Io amo” o “Io odio”, a seconda dei casi, e impiegando le forme linguistiche femminili. Se la risposta è “odio”, specifica anche il motivo dell’odio. Se invece la risposta è “amo”, c’è ben poco da aggiungere. E a quel punto il sacerdote smette di tremare, perché l’anima è andata via dal suo corpo; cade di faccia a peso morto, e così rimane a lungo».
«Dimmi, Kinjurō» chiesi, dopo aver ascoltato questo bizzarro racconto, «tu hai mai saputo di una di queste anime prelevate grazie al potere degli dèi e poste nel cuore di un sacerdote?»
«Sì, vi ho assistito personalmente.»
Io rimasi in silenzio e attesi. L’anziano giardiniere svuotò la sua piccola pipa, la mise per terra accanto all’hibachi, intrecciò le mani, e restò a guardare i fiori di loto per qualche secondo prima di ricominciare il discorso. A quel punto sorrise e disse:
«Signore, io mi sposai giovanissimo. Per molti anni non avemmo bambini: infine mia moglie mi diede un figlio, e nel farlo diventò un Buddha. Mio figlio invece visse e diventò bello e forte, e quando arrivò la rivoluzione, si unì alle armate del Figlio del Cielo: morì da vero uomo nella Grande guerra del Sud, nel Kyūshū. Io lo amavo tanto, e piansi di gioia quando seppi che era morto per il nostro sacro imperatore, perché non esiste morte più nobile per il figlio di un samurai. Così seppellirono il mio figliolo lontano da me, nel Kyūshū, su una collina nei pressi di Kumamoto, che è una città famosa con una forte guarnigione, e io andai lì per abbellire la sua tomba. Ma il suo nome è anche qui, a Ninomaru, inscritto sul monumento in onore degli uomini di Izumo che caddero lottando per il nostro imperatore, leali e fedeli alla sua giusta e santa causa. Ogni volta che leggo il suo nome, il mio cuore gioisce e io gli parlo, e poi mi sembra come se stesse camminando di nuovo accanto a me, sotto i grandi pini… Ma questa è un’altra storia.
«Io ero in lutto per mia moglie. In tutti quegli anni di vita insieme, non ci eravamo mai rivolti una parola scortese. E quando morì pensai che non mi sarei sposato mai più. Due anni più tardi, però, mio padre e mia madre mi dissero che desideravano una nuora, e mi parlarono di una ragazza che era bellissima e di buona famiglia, anche se povera. Facevano parte del nostro clan, e la ragazza era il loro unico mezzo di sostentamento: tesseva indumenti di seta e di cotone in cambio di qualche moneta. E siccome era affettuosa e avvenente, e il nostro clan non se la passava molto bene, i miei genitori volevano che la sposassi e aiutassi la famiglia di lei, visto che noi a quei tempi avevamo una piccola rendita di riso. Così, abituato com’ero a obbedire ai miei genitori, lasciai che loro decidessero per il meglio. Venne fatto chiamare dunque il nakōdo, e furono disposti gli accordi per il matrimonio.
«Riuscii a incontrare due volte la ragazza a casa dei suoi genitori. E la prima volta che la vidi mi reputai subito fortunato, perché era davvero giovane e attraente. La seconda volta, però, mi accorsi che aveva appena pianto, e che evitava il mio sguardo. Fui preso dallo sconforto, perché pensai: ecco, non le piaccio, e la stanno costringendo a fare questa cosa. Così mi decisi a interpellare gli dèi, e feci in modo di rimandare il matrimonio. Andai al tempio di Yamagi-no-Inari-sama, che sta sulla strada di Zaimokuchō.
«Il sacerdote allora, scosso dai tremiti, parlando attraverso l’anima di quella ragazza, affermò: “Il mio cuore ti detesta, e il solo vedere la tua faccia mi dà la nausea, perché io amo un altro uomo, e perché questo matrimonio mi è stato imposto. Tuttavia, anche se ti detesto, debbo sposarti perché i miei genitori sono poveri e anziani, e non posso continuare a lungo a sostenerli da sola, perché il mio lavoro mi sta uccidendo. Anche se farò di tutto per essere una brava moglie, non ci sarà mai vera gioia nella nostra casa, per via dei miei sentimenti; il mio cuore infatti ti odia con un odio profondo e persistente, e il suono della tua voce mi provoca dolore al petto (koe kiite mo mune ga waruku naru), e al solo vedere la tua faccia provo rimpianto per non essere morta (kao miru to shinitaku naru)”.
«Una volta saputa la verità, raccontai tutto ai miei genitori, e scrissi una lettera piena di parole gentili alla ragazza, chiedendole perdono per il dolore che le avevo inconsapevolmente causato. Mi finsi affetto da una lunga malattia, così che si potesse cancellare il matrimonio senza spargere pettegolezzi; facemmo un regalo alla famiglia di lei, e la ragazza ne fu felice. Qualche tempo dopo, infatti, riuscì a sposare il giovane che amava. I miei genitori non mi spinsero più a riprendere moglie, e fino alla loro morte ho vissuto da solo… Ma signore, ecco, guardate che birbante che è quel ragazzo!».
Approfittando della nostra conversazione, il giovane assistente di Kinjurō aveva costruito una sorta di canna da pesca improvvisata con un bastoncino di bambù e un pezzo di corda, e poi aveva legato a un’estremità della corda un granello di tabacco rubandolo dalla sacca del giardiniere. Con quell’esca, si era messo a pescare nello stagno dei loti: una rana aveva abboccato, e adesso stava sospesa a mezz’aria sopra i sassi, intenta a divincolarsi con movimenti circolari mentre scalciava fra spasmi di disgusto e terrore. «Kaji!» strillò il giardiniere.
Il ragazzo lasciò cadere la canna con una risata, e corse sfrontato verso di noi, mentre la rana, una volta sputato il tabacco, ricadde nello stagno con un tonfo. Kaji, evidentemente, non aveva alcuna paura delle ramanzine.
«Goshō ga warui!» esclamò l’anziano, scuotendo la testa d’avorio. «Kaji, ho tanta paura che la tua prossima nascita non sarà buona! Lo compro forse per le rane, questo tabacco? Che dite, signore, non ho forse ragione quando dico che questo ragazzo ha un’anima sola?»