storia di un tengu (italian)
Ai tempi dell’imperatore Go-Reizei, c’era un prete devoto che viveva nel tempio di Saito, sulla montagna chiamata Hiyei, vicino a Kyōto. In un giorno d’estate questo buon prete, dopo una visita in città, stava tornando al suo tempio passando per Kita-no-Ōji quando vide dei ragazzini che maltrattavano un nibbio. Lo avevano catturato con una trappola, e lo stavano picchiando con dei bastoni. «Oh, povera creatura!» esclamò compassionevole il prete. «Perché la tormentate così, bambini?» Uno dei ragazzi rispose: «Lo vogliamo uccidere per prendere le penne». Impietosito, il prete convinse i ragazzini a cedergli il nibbio in cambio di un ventaglio che portava con sé, e poi liberò l’uccello. Non era rimasto ferito in modo grave, e riuscì a volare via.
Felice per aver compiuto questo nobile gesto da vero buddhista, il prete riprese il suo cammino. Dopo pochi passi, però, vide uno strano monaco che usciva fuori da un boschetto di bambù ai lati della strada, e si affrettò per raggiungerlo. Il monaco lo salutò con rispetto e disse: «Mio buon signore, la tua compassionevole gentilezza mi ha salvato la vita, e ora vorrei esprimerti la mia gratitudine in maniera appropriata». Il prete, attonito per le parole del monaco, rispose: «In verità, non ricordo di averti mai visto prima: dimmi chi sei, te ne prego». «Non c’è da stupirsi che tu non mi riconosca in questa forma» replicò il monaco. «Io sono il nibbio che quei ragazzini crudeli stavano tormentando a Kita-no-Ōji. Mi hai salvato la vita, e non c’è niente a questo mondo di più prezioso della vita. Perciò vorrei restituirti la gentilezza, in un modo o nell’altro. Se c’è qualcosa che vorresti avere, o conoscere, o vedere – qualsiasi cosa che io possa fare per te, in breve –, dimmelo, ti prego: si dà infatti il caso che io possieda, sebbene in piccola misura, i sei poteri sovrannaturali, e sono in grado di esaudire quasi ogni desiderio che tu possa esprimere.»
Udendo queste parole, il prete capì subito che stava parlando con un tengu, e rispose con sincerità: «Mio buon amico, ho cessato da tempo di interessarmi alle faccende del mondo: ho settant’anni ormai, né la fama né i vizi hanno alcuna attrattiva per me. L’unica cosa che mi preoccupa è la mia nascita futura, ma siccome è una questione fuori dalla nostra portata, sarebbe inutile chiedere aiuto a te. In verità, riesco a pensare a un unico desiderio degno di essere esaudito. Da che ho memoria, provo rimpianto per non essere vissuto in India ai tempi del nostro signore Buddha, e di non aver potuto partecipare alla grande assemblea sul monte sacro di Gridhrakûta. Non passa giorno in cui questo rimpianto non mi gravi l’anima, all’ora della preghiera del mattino o della sera. Ah, amico mio! Se fosse possibile dominare il tempo e lo spazio, come fanno i Bodhisattva, per poter assistere a quella meravigliosa assemblea, quanto sarei felice!».
«Benissimo» esclamò il tengu. «Il tuo pio desiderio sarà presto esaudito. Mi ricordo perfettamente l’assemblea sul picco dell’Avvoltoio, e posso far riapparire tutto ciò che accadde in quella occasione davanti ai tuoi occhi, nello stesso esatto modo. È un grande piacere per noi tengu rappresentare le scene sacre… Vieni con me, da questa parte!»
Così il prete accettò di farsi accompagnare fino a un punto in mezzo ai pini, sui fianchi di una collina. «Ora» disse il tengu «devi soltanto aspettare qui per un po’, con gli occhi chiusi. Non aprirli finché non udrai la voce del Buddha che predica la Legge. A quel punto potrai guardare. Ma quando vedrai la figura del Buddha, non devi permettere ai tuoi sentimenti di devozione di influenzarti in alcun modo: non devi prostrarti, non devi pregare, non devi nemmeno esclamare frasi come “Eccomi, signore!” o “Lode al Benedetto!”. Non devi parlare, per nulla al mondo. Se tu dovessi fare anche un singolo gesto di reverenza, potrebbe accadermi qualcosa di molto spiacevole.» Il prete promise che avrebbe seguito le istruzioni, e il tengu si allontanò in tutta fretta come per andare ad allestire lo spettacolo.
La luce del giorno si affievolì e poi si dileguò, e venne il buio; il vecchio prete però restava ad aspettare paziente sotto un albero, tenendo gli occhi chiusi. Alla fine, una voce riecheggiò all’improvviso sopra di lui: una voce bellissima, profonda e chiara come il rintocco di una possente campana; la voce del Buddha Sâkyamuni che annunciava la Via della perfezione. A quel punto il prete, aprendo gli occhi in un trionfo di luce, vide che ogni cosa era cambiata: il luogo in cui si trovava era davvero il picco dell’Avvoltoio – la sacra montagna indiana Gridhrakûta; e l’epoca era l’epoca del Sûtra del Loto. Non c’erano più pini intorno a lui, bensì strani alberi lucenti fatti delle Sette Preziose Sostanze, con fogliame e frutti di gemme, e il suolo era coperto di fiori mandârava e manjûshaka piovuti dal cielo; e la notte fremeva per la fragranza, lo splendore e la dolcezza della Grande Voce. Sospeso a mezz’aria, brillante come una luna sopra la terra, il prete vide il Benedetto seduto sul Trono del Leone, con Samantabhadra alla sua destra e Mañjusrî alla sua sinistra: riuniti di fronte a loro, come un’incommensurabile marea di stelle disseminate per lo spazio, c’era una platea di Mahâsattva e Bodhisattva con i loro innumerevoli seguaci: «dèi, demoni, nâga, goblin, uomini, e creature non umane». Vide Sâriputra, e poi Kâsyapa e Ânanda, con tutti i discepoli del Tathâgata, e i re dei Deva, e i re dei quattro punti cardinali, come pilastri di fuoco, e i grandi Re Draghi, e i gandarva e i garuda, e gli dèi del sole, della luna e del vento, e le miriadi scintillanti del cielo di Brahma. E poi, ancora più lontani di questa incommensurabile distesa gloriosa, vide – grazie a un singolo raggio di luce che partiva dalla fronte del Benedetto a penetrare lo spazio oltre il tempo – le ottocentomila Terre Pure del quadrante orientale con tutti i loro abitanti, e le creature appartenenti ai Sei Stati dell’esistenza, e si scorgevano persino le sagome dei Buddha estinti, quelli che erano entrati nel Nirvana. Tutti quanti, fino all’ultimo dio e all’ultimo demone, erano prostrati al cospetto del Trono del Leone, e il prete udì quell’incalcolabile moltitudine di creature recitare il Sûtra del Loto di fronte al Signore, ruggendo come l’oceano. Così, totalmente dimentico della promessa, credendo scioccamente di essere davvero alla presenza del Buddha, il prete si gettò a terra in adorazione, rendendo grazie fra lacrime d’amore e gridando a gran voce: «Oh, Benedetto!»…
Il prodigioso spettacolo scomparve all’istante, con il rombo di un terremoto, e il prete si ritrovò da solo nel buio, inginocchiato sull’erba della collina. Poi fu assalito da una tristezza indicibile, perché la visione era svanita e perché era stato così ingenuo da infrangere la promessa. Mentre il prete si riavviava mesto verso casa, il monaco-goblin comparve di nuovo davanti a lui e gli disse, con tono angosciato e severo: «Poiché non hai mantenuto la promessa che mi avevi fatto, e ti sei lasciato incautamente sopraffare dai sentimenti, il Gohōtendo, che è il guardiano della Dottrina, è sceso in picchiata dal cielo e si è abbattuto contro di noi, gridandoci furente: “Come osate ingannare in tal modo una persona pia?”. A quel punto gli altri monaci, che avevo radunato, sono scappati dalla paura. In quanto a me, mi è stata spezzata un’ala – così che io non possa più volare». E detto questo il tengu scomparve per sempre.