la storia di kwashin koji (italian)
Durante l’era Tenshō, in uno dei quartieri settentrionali di Kyōto viveva un uomo anziano che tutti chiamavano Kwashin Koji. Aveva una lunga barba bianca e andava in giro vestito come un prete shintōista, ma si guadagnava da vivere esponendo illustrazioni buddhiste e predicando la dottrina buddhista. In ogni giorno di sole andava nel complesso del tempio di Gion, e poi cercava un qualche albero dove appendere un grosso kakemono raffigurante le penitenze dei vari inferni. Il dipinto sul kakemono era talmente bello che le figure rappresentate sembravano vere, e l’anziano si metteva a conversare con gli spettatori accorsi per vederlo e spiegava loro la legge di causa ed effetto, indicando ciascun dettaglio dei vari tormenti con il tradizionale bastone buddhista (nyoi) che si portava sempre dietro ed esortando le persone a seguire gli insegnamenti del Buddha. C’era sempre un folto pubblico ad ammirare l’immagine e ascoltare i sermoni dell’anziano, e certe volte il tappetino che stendeva lì davanti per raccogliere le donazioni diventava invisibile sotto la montagna di monete lasciate dai fedeli.
A quel tempo, il governatore di Kyōto e delle province circostanti era Oda Nobunaga. Durante una visita al tempio di Gion, uno dei suoi seguaci, di nome Arakawa, vide per caso il kakemono illustrato e ne parlò al palazzo. Nobunaga rimase colpito dalla descrizione di Arakawa, e diede ordini affinché Kwashin Koji venisse subito al palazzo, portando con sé il dipinto.
Quando vide il kakemono, Nobunaga non riuscì a trattenere la sorpresa di fronte al realismo dell’opera: i demoni e gli spiriti torturati sembravano davvero muoversi sotto ai suoi occhi, udiva voci sofferenti che provenivano dal dipinto, e il sangue rappresentato sembrava scorrere realmente, al punto che dovette allungare un dito per sentire se la carta fosse bagnata. Sul suo dito non comparve alcuna macchia, però, perché la carta era perfettamente asciutta. Sempre più stupito, Nobunaga chiese chi fosse l’autore di quel meraviglioso dipinto. Kwashin Koji rispose che era stato realizzato dal celebre Oguri Sōtan, dopo aver eseguito un rito di purificazione quotidiano per cent’anni, osservato la massima austerità, e pregato con fervore la divina Kwannon del tempio di Kiyomizu perché gli fornisse ispirazione.
Notando l’evidente bramosia di Nobunaga nei confornti del kakemono, Arakawa chiese allora a Kwashin Koji se fosse intenzionato a “offrirlo in dono” al nobile signore. L’anziano però rispose sprezzante: «Questo dipinto è l’unico oggetto di valore che possiedo, e riesco a guadagnarmi qualche soldo mostrandolo alla gente. Se io dovessi consegnare questa immagine al nobile signore, mi priverei del mio unico mezzo di sussistenza. A ogni modo, se il nobile signore desidera così tanto averlo, che mi paghi la somma di cento ryō d’oro. Con questa cifra riuscirei ad avviare qualche altra attività remunerativa. In caso contrario, devo rifiutare di cedere il dipinto».
Nobunaga non sembrò affatto contento della risposta, e rimase in silenzio. Arakawa sussurrò qualcosa all’orecchio del signore, che annuì in cenno d’assenso, e poi Kwashin Koji fu congedato con la ricompensa di una piccola somma.
Ma quando l’anziano uscì dal palazzo, Arakawa lo seguì di soppiatto confidando in un’opportunità per sottrargli indebitamente il dipinto. L’opportunità si presentò presto, perché Kwashin Koji imboccò una strada che conduceva alle alture fuori città. Quando fu arrivato in un punto particolarmente remoto ai piedi delle colline, dove la strada faceva un’improvvisa svolta, Arakawa lo bloccò e gli disse: «Che ti è saltato in mente, a essere così avido e chiedere cento ryō d’oro per quel dipinto? Invece di cento ryō d’oro, ti darò un unico pezzo di ferro lungo un metro». Dopodiché Arakawa sfoderò la spada, uccise l’anziano e si portò via il dipinto.
Il giorno seguente Arakawa portò il kakemono, ancora arrotolato come l’aveva lasciato Kwashin Koji prima di uscire dal palazzo, a Oda Nobunaga, che diede immediatamente ordine di appenderlo. Una volta srotolato, però, Nobunaga e il suo seguace scoprirono con sorpresa che non c’era nessuna illustrazione: il telo era bianco. Arakawa non riusciva a spiegarsi come avesse fatto il dipinto originale a scomparire, e visto che aveva ingannato il suo signore – con colpa o con dolo – fu deciso che dovesse essere punito. Fu condannato dunque a restare incarcerato per un tempo considerevole.
Poco dopo aver scontato il periodo di prigionia, Arakawa venne a sapere che Kwashin Koji stava esibendo il celebre dipinto presso il complesso del tempio di Kitano. Il seguace non riusciva a credere alle sue orecchie, ma quell’informazione gli diede una vaga speranza di redimersi dal fallimento, riuscendo in qualche modo a procurarsi finalmente il kakemono. Radunò prontamente alcuni dei suoi seguaci e corse al tempio, ma quando arrivò lì gli dissero che Kwashin Koji se n’era già andato.
Sette giorni più tardi gli giunse notizia che Kwashin Koji stava esibendo il dipinto presso il tempio di Kiyomizu, predicando al cospetto di una grande folla. Arakawa si recò sul posto con la massima urgenza, ma arrivò appena in tempo per vedere il pubblico che si disperdeva, perché Kwashin Koji era nuovamente scomparso.
Alla fine, un giorno, Arakawa si imbatté per caso in Kwashin Koji in un’osteria, e lo catturò. L’anziano si mostrò divertito e reagì con una bella risata, dicendo: «Verrò con te, tranquillo; ma prima, ti prego, lasciami bere un po’ di vino». Arakawa non fece obiezioni, e così Kwashin Koji, sotto lo sguardo stupito degli astanti, bevve dodici fiaschi di vino. Svuotato il dodicesimo si reputò soddisfatto, e Arakawa lo fece legare con una corda e condurre alla residenza di Nobunaga.
Kwashin Koji fu subito interrogato dal giudice nel cortile del palazzo, e si prese una bella strigliata. Alla fine il giudice gli disse: «È chiaro che tu stia imbrogliando la gente con pratiche magiche, e basterebbe questo reato per procurarti una grave condanna. Tuttavia, se donerai rispettosamente il dipinto al nobile Nobunaga, per questa volta soprassederemo sulle tue colpe. Altrimenti, ti infliggeremo senza alcun dubbio una severa punizione».
Kwashin Koji rimase sbalordito dalla minaccia, ed esclamò, con una gran risata: «Non sono io quello che sta ingannando le persone». Poi, rivolgendosi ad Arakawa, gridò: «Sei tu l’imbroglione! Sei tu che volevi guadagnarti i favori del tuo signore portandogli quel dipinto, e hai cercato di uccidermi pur di rubarlo. Ecco il crimine che state cercando, se mai ne esiste uno al mondo! Per mia fortuna, io non sono morto; ma se tu fossi riuscito a uccidermi come speravi, che giustificazione avresti addotto per il tuo gesto? A rubarmi il dipinto ce l’hai fatta, comunque. Quello che possiedo adesso è solo una copia. Ma dopo aver rubato il dipinto, devi aver cambiato idea e, anziché darlo al nobile Nobunaga, hai escogitato un piano per impadronirtene. Così hai consegnato al nobile Nobunaga un kakemono bianco, e poi, per celare il tuo stratagemma, hai affermato che fossi stato io a imbrogliarti, sostituendo il kakemono vero con uno bianco. Dove sia il dipinto vero, io non lo so. Lo sai tu, probabilmente».
A queste parole Arakawa si infuriò a tal punto che si avventò contro il prigioniero, e lo avrebbe colpito con un pugno se non fossero intervenute le guardie. Quello scatto di rabbia fece sospettare al giudice che Arawaka non fosse del tutto innocente. Ordinò che nel frattempo Kwashin Koji fosse portato in cella, e poi procedette a interrogare Arakawa molto scrupolosamente. Ora, Arakawa non era mai stato un grande oratore, e in quell’occasione, agitato com’era, riuscì a malapena a spiccicare parola: balbettava, si contraddiceva, tradiva in tutti i modi la sua colpevolezza. Così il giudice ordinò di picchiare Arakawa con un bastone fino a fargli ammettere la verità. A quanto pare, però, aveva perso del tutto la parola, così lo picchiarono con un pezzo di bambù fino a fargli perdere i sensi, e lo lasciarono lì disteso.
Qualcuno andò alla cella di Kwashin Koji per raccontargli quel che era successo ad Arakawa, e lui rise. Dopo un po’, però, disse al carceriere: «Stammi a sentire! Quell’Arakawa lì si è comportato da vero furfante, e io stesso l'ho punito per correggere le sue tendenze malvagie. Ora, però, va’ a dire al giudice che Arakawa potrebbe davvero essere all’oscuro della verità: verrò io a fornirgli una spiegazione esauriente».
Così Kwashin Koji fu riportato al cospetto del giudice, e pronunciò questo discorso: «In ogni dipinto realmente eccellente dev’esserci uno spettro, e siccome tali dipinti possiedono una volontà propria, potrebbero rifiutarsi di venire separati dalla persona che ha dato loro vita, o anche dal legittimo proprietario. Le opere davvero grandiose hanno un’anima, ci sono molte storie che lo dimostrano. È risaputo che una volta alcuni passeri raffigurati su un pannello scorrevole (fusuma) di Hōgen Yenshin volarono via lasciando uno spazio vuoto sulla superficie del dipinto. Ed è nota anche la storia di quel cavallo dipinto su un certo kakemono che era solito uscire di notte per mangiare l’erba. Ora, nel nostro caso, io credo che la verità sia questa: siccome il nobile Nobunaga non era il legittimo proprietario del mio kakemono, l’immagine è scomparsa volontariamente dalla carta quando è stato srotolato in sua presenza. Se vorrete pagarmi la cifra che avevo richiesto all’inizio cioè cento ryō d’oro, credo che il dipinto riapparirà spontaneamente sopra alla carta rimasta bianca. Provarci, in ogni caso, non costa niente! Non c’è nulla da perdere: se l’immagine non dovesse ricomparire, vi restituirò subito il denaro».
Dopo aver udito questo strano discorso, Nobunaga ordinò di pagare all’uomo i cento ryō e venne di persona ad assistere al risultato. Il kakemono fu dunque srotolato al suo cospetto e, per lo stupore dei presenti, il dipinto originale riapparve in ogni suo minimo dettaglio. Ma i colori parevano leggermente sbiaditi, e le figure delle anime e dei demoni non sembravano più vivide come prima. Accorgendosi della differenza, il signore chiese a Kwashin Koji di spiegargliene la ragione, e l’uomo rispose: «Il valore del dipinto, nella versione originale che avete visto, era inestimabile, superiore a qualsiasi cifra. Mentre il valore del dipinto come lo vedete adesso rappresenta esattamente la cifra che avete pagato: cento ryō d’oro. Come potrebbe essere altrimenti?». Dopo aver udito questa risposta, tutti i presenti capirono che sarebbe stato inutile o addirittura dannoso continuare a discutere con quel vecchio. Così lo lasciarono libero, e anche Arakawa venne scarcerato, visto che aveva già abbondantemente espiato la colpa con il trattamento subito.
Ora, Arakawa aveva un fratello minore di nome Buichi, anch’egli al servizio di Nobunaga. Buichi andò su tutte le furie alla notizia che il fratello era stato picchiato e imprigionato, e decise di uccidere Kwashin Koji. Appena riacquistata la libertà, Kwashin Koji si diresse senza esitazioni all’osteria e ordinò un fiasco. Buichi lo inseguì fino alla bottega, lo aggredì, e gli tagliò la testa. Poi prese i cento ryō d’oro del pagamento, avvolse la testa e i soldi insieme dentro a un panno, e tornò di corsa a casa per mostrare tutto quanto ad Arakawa. Ma, una volta srotolato il fardello, al posto della testa trovò solo un fiasco di vino vuoto, e un mucchietto di cianfrusaglie al posto delle monete… I fratelli, poi, rimasero ancora più basiti quando vennero a sapere che il corpo decapitato era scomparso dall’osteria – nessuno sapeva dire come o in che momento.
Non si seppe più nulla di Kwashin Koji fino a circa un mese dopo, quando una sera venne trovato un ubriacone che dormiva alle porte del palazzo di Nobunaga, e russava così forte da far pensare ai tuoni di un temporale in arrivo. Un seguace del signore scoprì che quell’ubriacone era proprio Kwashin Koji. Per quella sfrontata offesa, l’anziano venne di nuovo catturato e messo in prigione. Ma non accennava a svegliarsi, e pur gettato in cella continuò a dormire ininterrottamente per dieci giorni e dieci notti – sempre russando così forte che lo si poteva sentire da lontano.
In quello stesso periodo, il nobile Nobunaga trovò la morte a causa del tradimento di uno dei suoi capitani, Akechi Mitsuhide, che usurpò il posto del precedente signore. Il governo di Mitsuhide, tuttavia, durò solo per l’intervallo di dodici giorni.
Ora, una volta divenuto signore di Kyōto, Mitsuhide venne messo al corrente della vicenda di Kwashin Koji, e ordinò subito che il prigioniero fosse portato al suo cospetto. Kwashin Koji fu immediatamente condotto dal nuovo signore: Mitsuhide però gli parlò cordialmente, trattandolo come un ospite, e diede disposizioni affinché gli fosse servita una buona cena. Quando il vecchio ebbe mangiato, Mitsuhide disse: «Ho sentito che vi piace molto il vino; quanto riuscite a berne in un’unica serata?». Kwashin Koji rispose: «Non saprei dire, in verità; smetto di bere solo quando comincio a sentirmi ubriaco». Così il signore mise un grosso bicchiere davanti a Kwashin Koji e disse a un servitore di riempirglielo ogni volta che lo desiderava. Kwashin Koji svuotò così dieci bicchieri uno dietro l’altro, e ne chiese ancora; il servitore però disse che la damigiana era finita. Tutti i presenti rimasero meravigliati da quella prodezza alcolica, e il signore chiese all’ospite: «Non siete ancora soddisfatto, signore?». «Be’, sì» rispose Kwashin Koji. «Sono abbastanza soddisfatto. E adesso, in cambio della vostra provvidenziale gentilezza, vi mostrerò un piccolo esempio della mia arte. Vogliate posare lo sguardo su quel paravento.» Gli indicò un grande paravento in otto parti su cui erano dipinte le Otto meravigliose vedute del lago di Ōmi (Ōmi-Hakkei), e tutti i presenti si girarono a guardarlo. In una delle vedute rappresentate dall’artista, al largo sulla superficie del lago, c’era un uomo su una barca che remava: la barca, in proporzione al paravento, occupava uno spazio inferiore a un pollice. A quel punto Kwashin Koji fece un gesto in direzione della barca, e sotto lo sguardo dei presenti la barca si spostò all’improvviso, e cominciò a muoversi verso il primo piano del dipinto. Si faceva sempre più grande, avvicinandosi, e ben presto si riuscirono a distinguere anche le fattezze del barcaiolo. La barca continuava ad avvicinarsi, sempre più grande in prospettiva, finché non sembrò vicinissima. E poi, d’un tratto, l’acqua sembrò tracimare dal lago, come a uscire dal dipinto: la stanza finì allagata. Gli spettatori si tiravano le vesti sopra le ginocchia in tutta fretta, man mano che l’acqua saliva. In quello stesso momento anche la barca, proseguendo la sua rotta, sembrò uscire dal paravento: era una vera barca da pesca, e si poteva sentire il cigolare del remo. L’acqua nella stanza, intanto, continuava a salire di livello, finché fu arrivata alla cintura. A quel punto la barca si accostò a Kwashin Koji, e lui ci salì sopra; allora il barcaiolo invertì la rotta e si mise a remare velocemente. Quando la barca cominciò ad allontanarsi, anche l’acqua nella stanza iniziò a calare, ritirandosi dentro al dipinto come una marea. E appena la barca ebbe attraversato la superficie del paravento, la stanza era di nuovo perfettamente asciutta! L’imbarcazione dipinta, tuttavia, scivolava ancora sopra l’acqua d’inchiostro – inoltrandosi al largo, sempre più piccola, fino a diventare un minuscolo puntino sullo sfondo. Infine, scomparve del tutto, e Kwashin Koji scomparve con essa. Da allora non fu mai più visto in Giappone.