Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

la storia di kōgi il prete (italian)

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Quasi mille anni fa, nel famoso tempio chiamato Miidera, a Ōtsu nella provincia di Ōmi, viveva un prete erudito di nome Kōgi. Era un grande artista. Era capace di dipingere, con lo stesso livello di abilità, immagini dei Buddha, panorami bucolici e ritratti di animali e uccelli; il suo soggetto preferito, però, erano i pesci. Ogni volta che c’era bel tempo e non aveva impegni religiosi, si recava al lago Biwa e pagava dei pescatori affinché gli catturassero dei pesci senza ferirli, così lui poteva metterli in un grosso recipiente d’acqua e dipingerli mentre nuotavano. Dopo averli disegnati e averli sfamati, come se fossero stati animali domestici, li lasciava di nuovo liberi, andando personalmente a riportarli nel lago. Con il passare del tempo, i suoi ritratti di pesci divennero così famosi che la gente veniva da lontano per vederli. Il più straordinario tra i suoi dipinti sui pesci, tuttavia, non fu ispirato da un soggetto dal vivo, ma lo attinse dal ricordo di un sogno. Un giorno, infatti, mentre si trovava sul bordo del lago a guardare i pesci che nuotavano, Kōgi si era appisolato e aveva sognato di giocare sott’acqua insieme ai pesci. Al risveglio, il ricordo di quel sogno era rimasto così vivido che era riuscito a raffigurarlo, e dopo aver appeso il dipinto in una nicchia nella sua stanzetta del tempio, lo aveva intitolato La carpa del sogno.
Kōgi non si lasciò mai convincere a vendere i suoi dipinti con i pesci. Dalle opere con i paesaggi, gli uccelli e i fiori era disposto a separarsene, ma affermava che non avrebbe mai venduto il ritratto di un pesce vivo a qualcuno dall’animo così crudele da uccidere o mangiare pesci. E siccome tutti i potenziali acquirenti dei suoi dipinti mangiavano il pesce, nessuna delle loro offerte in denaro riusciva a tentarlo.
Un’estate, Kōgi si ammalò, e dopo una settimana di sofferenze perse la parola e ogni capacità di movimento, al punto che sembrava morto. Al termine della cerimonia funebre in suo onore, però, i suoi discepoli scoprirono che il corpo emanava ancora un certo tepore, e decisero di rimandare la sepoltura per un po’, e tenere d’occhio il presunto cadavere. Nel pomeriggio di quello stesso giorno Kōgi riprese vita all’improvviso, e domandò subito agli astanti: «Per quanto tempo sono rimasto senza cognizione del mondo?».
«Più di tre giorni» rispose un discepolo. «Pensavamo che foste morto, e questa mattina i vostri amici e fedeli si sono radunati nel tempio per la vostra cerimonia funebre. Noi abbiamo celebrato il rito, ma poi, essendoci accorti che il vostro corpo non era del tutto freddo, abbiamo rimandato la sepoltura: oh, quanto siamo felici di averlo fatto!»
Kōgi annuì, soddisfatto, e poi disse: «Voglio che qualcuno di voi vada immediatamente alla casa di Taira no Suke, dove in questo momento i ragazzi stanno banchettando, mangiando pesce e bevendo vino. Dovete dirgli: “Il nostro maestro si è svegliato, e vi prega di interrompere il pasto e raggiungerlo senza esitazioni, perché ha una storia prodigiosa da raccontarvi”… Quando arriverete là» continuò Kōgi, «guardate cosa stanno facendo Suke e i suoi fratelli; vedete se non stanno pasteggiando proprio come dico io».
Così un discepolo si recò subito alla casa di Taira no Suke, e scoprì con sorpresa che Suke e suo fratello Jūrō, insieme al loro assistente, stavano banchettando proprio come aveva detto Kōgi. Appena ricevuto il messaggio, però, tutti e tre abbandonarono all’istante pesce e vino, e corsero al tempio. Kōgi, disteso sul lettino dove lo avevano spostato, li accolse con un sorriso di benvenuto e poi, dopo essersi scambiati qualche convenevole, disse a Suke: «Ora, mio buon amico, ti prego di rispondere a un paio di domande. Per prima cosa, puoi gentilmente dirmi se quest’oggi hai comprato del pesce dal pescatore Bunshi?».
«Be’, sì» rispose Suke. «Ma come facevate a saperlo?»
«Aspetta un attimo, ti prego» disse il prete. «Quel pescatore, Bunshi, oggi è entrato nella tua tenuta con dentro al cesto un pesce lungo un metro: era il primo pomeriggio, tu e Jūrō avevate appena cominciato una partita di go, e Kamori vi stava guardando giocare mentre mangiava una pesca, non è così?»
«È tutto vero» esclamarono Suke e Kamori all’unisono, sempre più sorpresi.
«E appena ha visto quel pesce così grande» continuò Kōgi «Kamori ha deciso di comprarlo subito. Oltre a pagare il prezzo dovuto, ha dato a Bunshi qualche pesca, su un vassoio, e tre bicchieri di vino. Poi è stato chiamato il cuoco, ed è venuto a vedere il pesce, apprezzandolo molto; dopodiché, su vostro ordine, lo ha sfilettato e lo ha preparato per il banchetto… È andata così, dico bene?»
«Sì» rispose Suke. «Ma siamo veramente stupiti che conosciate cos’è accaduto a casa nostra quest’oggi. Diteci come lo avete saputo, vi prego.»
«Be’, riguardo alla mia storia…» fece il prete. «Come certo saprai, quasi tutti mi credevano morto; avete partecipato anche voi alla mia cerimonia funebre. Tre giorni fa, però, non pensavo affatto di essere così gravemente malato: ricordo solamente che mi sentivo debole e molto caldo, e che ho pensato di uscire fuori per prendere dell’aria fresca. A quel punto ricordo di essermi alzato dal letto, con molta fatica, e di essere uscito appoggiandomi al bastone… Forse si trattava solo della mia immaginazione, ma sarai tu a giudicare la verità di quel che dico: io mi limiterò a riferire i fatti come li ho vissuti. Appena uscito di casa, dicevo, all’aria aperta, ho cominciato a sentirmi leggero… leggero come un uccello che vola via dalla rete o dal cesto in cui era stato intrappolato. Ho vagato a lungo senza meta finché non ho raggiunto il lago, e l’acqua era così splendida e azzurra che ho provato il forte desiderio di farmi una nuotata. Mi sono tolto i vestiti e mi sono tuffato, e ho cominciato a nuotare, e ho scoperto con stupore che riuscivo a muovermi veloce e agilissimo, mentre invece, prima della malattia, ero sempre stato un pessimo nuotatore… Ti sembrerà solo uno sciocco sogno quello che ti sto raccontando, ma… ascolta! Mentre ammiravo le mie nuove capacità acquatiche, ho notato una moltitudine di pesci bellissimi che nuotavano intorno e sotto di me, e all’improvviso ho provato invidia per la loro gioia – considerando che un uomo, se anche fosse un nuotatore eccellente, non potrebbe mai vivere sott’acqua come fanno i pesci. In quel momento, un pesce molto grande è sbucato con la testa fuori dalla superficie proprio di fronte a me, e mi ha parlato con voce di uomo dicendo: “Il tuo desiderio è facile da esaudire: aspetta qui un attimo!”. Il pesce allora è sceso giù, scomparendo dalla vista. Dopo un paio di minuti, ecco salire dal fondo del lago, a cavallo del medesimo grosso pesce che mi aveva parlato, un uomo con il copricapo e le vesti cerimoniali di un principe, e quell’uomo mi ha detto: “Vengo da te con un messaggio da parte del Re Drago, che è a conoscenza del tuo desiderio di poter vivere per qualche tempo nei panni di un pesce. Poiché hai salvato la vita a moltissimi pesci, e hai sempre mostrato compassione per le creature viventi, il nostro dio ha deciso di donarti la pelle della carpa dorata, affinché tu possa apprezzare i piaceri del mondo acquatico. Devi stare molto attento, però, a non mangiare nessun pesce o nessun cibo a base di pesce, anche se avesse un profumo delizioso: e devi anche prestare molta attenzione a non farti catturare dai pescatori, o procurare danni al tuo corpo in qualche altro modo”. Detto questo, il messaggero e il suo pesce sono scesi sott’acqua e sono scomparsi negli abissi. Io ho guardato il mio corpo, e ho scoperto che si era rivestito di squame e scintillava come oro; ho scoperto che avevo le pinne; ho scoperto che mi ero trasformato davvero in una carpa dorata. Così, ho capito subito che potevo nuotare dove volevo, adesso.
«A questo punto, mi ricordo di aver nuotato a lungo e di aver visitato molti luoghi meravigliosi. (Qui la storia originale presenta alcuni versi che descrivono le Otto celebri attrazioni del lago di Ōmi, Ōmi-Hakkei.) Certe volte mi bastava guardare la luce del sole che sbrilluccicava sull’acqua azzurra, o ammirare lo stupendo riflesso di colline e alberi su stagni placidi, protetti dal vento, per essere felice… Mi è rimasta in mente soprattutto la costa di un’isola, doveva trattarsi di Okitsushima oppure di Chikubushima, che si rifletteva sull’acqua come una muraglia rossa… A volte mi spingevo così vicino alla riva da poter vedere le facce e sentire le voci delle persone di passaggio; altre volte mi addormentavo sul pelo dell’acqua, finché non venivo svegliato da un rumore di remi. Di notte c’erano meravigliosi panorami baciati dalla luna, ma più di una volta ho preso paura per le torce delle barche dei pescatori di Katase, in rapido avvicinamento. Quando il tempo era brutto scendevo sott’acqua, molto in profondità, anche trecento metri, e giocavo sul fondo del lago. Ma dopo essermi goduto i miei vagabondaggi per due o tre giorni, ho cominciato ad avere parecchia fame, e così sono tornato da queste parti con la speranza di trovare qualcosa da mangiare. Il caso ha voluto che, proprio in quel momento, il nostro Bunshi stesse pescando, e io mi sono avvicinato all’amo che aveva lanciato nell’acqua. C’era attaccato del cibo, del pesce dall’ottimo profumo. Mi è subito tornato in mente l’ammonimento del Re Drago, però, così sono scappato via dicendomi: “Non devo mai mangiare cibo contenente pesce, in nessun caso: sono un discepolo del Buddha”. Ma dopo qualche minuto la fame è diventata così assillante che non sono riuscito a resistere alla tentazione, e ho nuotato di nuovo fino all’amo pensando: “Se anche mi catturasse, Bunshi non mi farebbe mai del male, è un mio vecchio amico”. Non riuscivo a staccare l’esca dall’amo, e il profumo del cibo era troppo allettante per la mia scarsa pazienza, così ho inghiottito amo ed esca in un boccone solo. Un attimo dopo, Bunshi ha tirato la lenza e mi ha catturato. Io gli ho gridato: “Ma che fai? Così mi fai male!” ma lui non sembrava udirmi, e mi ha prontamente infilato un filo tra le mascelle. Poi mi ha buttato nel cesto e mi ha portato a casa vostra. Quando ha riaperto il cesto, ho visto te e Jūrō che giocavate a go nella stanza a sud, e Kamori che vi guardava mangiando una pesca. Siete usciti tutti in veranda per guardarmi, e la vista di un pesce così grande vi ha entusiasmato. Io vi ho chiamati con tutta la voce che avevo: “Non sono un pesce! Sono Kōgi, Kōgi il prete! Fatemi tornare al mio tempio, per favore!”. Voi però stavate applaudendo di gioia, e nessuno ascoltava le mie parole. A quel punto il vostro cuoco mi ha portato in cucina, mi ha sbattuto con violenza sul tagliere, e lì accanto ho visto un terribile coltello affilato. Con la mano sinistra il cuoco mi teneva schiacciato, e con la destra ha preso il coltello, mentre io gli strillavo: “Come puoi uccidermi in modo tanto crudele? Io sono un discepolo del Buddha! Aiuto! Aiuto!”. Ma in quell’esatto istante ho sentito il suo coltello che mi tagliava a metà, un dolore sconvolgente! E poi di colpo mi sono svegliato, e mi sono ritrovato qui nel tempio.»
Quando il prete ebbe finito di raccontare la sua storia, i fratelli erano sbalorditi. Suke allora gli disse: «Ora che ci penso, mi ricordo di aver notato che il pesce muoveva continuamente la bocca mentre lo guardavamo, però non si sentiva nessuna voce… Devo mandare subito un servitore a casa, con l’ordine di gettare gli avanzi del pesce dentro al lago».
Kōgi si riprese presto dalla sua malattia, e visse a lungo dipingendo tante altre immagini. Si racconta che, molti anni dopo la sua morte, capitò che alcune sue opere dedicate ai pesci cadessero nel lago: i pesci d’inchiostro si staccarono subito dalla seta o dalla carta su cui erano stati dipinti, e nuotarono via!