Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

la ragazza del paravento (italian)

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Dice l’antico autore giapponese, Hakubai-En Rosui: «Nei libri cinesi e giapponesi sono tramandate molte storie, dei tempi antichi e moderni, su immagini che erano talmente belle da esercitare un’influenza magica su chi le osservava. E a proposito di queste immagini stupefacenti – che ritraessero fiori o uccelli o persone, dipinte da famosi artisti –, si dice anche che le forme delle creature o persone rappresentate si staccassero dalla carta o dalla seta del dipinto per svolgere varie azioni: diventavano insomma, e di loro spontanea volontà, cose vive. Ci sono alcune storie di questo genere che tutti conoscono fin dai tempi antichi, e non è certo il caso di ripeterle per l’ennesima volta. La fama delle opere dipinte da Hishigawa Kichibei, però – i “ritratti di Hishigawa” – ha raggiunto i giorni nostri, e si è allargata su tutto il Paese».
A questo punto l’autore procede a raccontare la seguente storia su uno dei succitati ritratti.
*
C’era una volta un giovane studioso di Kyōto di nome Tokkei. Abitava nella via che si chiama Muromachi. Una sera, mentre tornava a casa dopo un impegno, la sua attenzione fu catturata da un vecchio paravento fatto da una sola foglia (tsuitate), esposto fuori da un negozietto di articoli usati. Era un semplice paravento di carta, ma sopra c’era dipinta a grandezza naturale la figura di una ragazza, la cui bellezza aveva affascinato il giovane. Il prezzo richiesto era davvero basso: Tokkei acquistò il paravento e lo riportò a casa con sé.
Quando guardò nuovamente il paravento, nella solitudine della sua stanza, l’immagine gli sembrò ancora più bella di prima. Doveva trattarsi di una persona vera, il ritratto di una ragazza di quindici o sedici anni, e ciascun dettaglio del dipinto – i capelli, gli occhi, le ciglia, la bocca – era stato eseguito con una delicatezza e un realismo senza pari. I manajiri sembravano “come fiori di loto schiusi e invitanti”; le labbra erano “come il sorriso di un fiore rosso”; il suo viso da fanciulla, nel complesso, possedeva una dolcezza inesprimibile. Se la ragazza che aveva ispirato il ritratto fosse stata davvero così bella, avrebbe rapito il cuore di qualunque uomo l’avesse vista. E Tokkei ci credeva davvero, perché quell’immagine sembrava viva, pronta a rispondere a chiunque le rivolgesse la parola.
Poco per volta, man mano che ammirava il dipinto, Tokkei cominciò a sentirsi sempre più ammaliato dal suo fascino. «Che possa davvero esistere al mondo una creatura tanto graziosa?» mormorò tra sé e sé. «Oh, cederei la mia vita con gioia – anzi, cederei mille anni di vita – pur di poterla stringere fra le mie braccia un solo istante!» (L’autore giapponese qui dice “per qualche secondo”.) Nel giro di poco si innamorò perdutamente dell’immagine, al punto che sentiva di non poter amare nessun’altra donna al mondo a eccezione della ragazza del ritratto. Ma quella persona, se anche fosse stata ancora viva, di certo non assomigliava più a quella del dipinto: magari era morta e sepolta da ben prima che lui nascesse!
Ciononostante, giorno dopo giorno la sconsolata passione di Tokkei cresceva. Non riusciva a mangiare; non riusciva a dormire; non riusciva nemmeno a tenersi la mente occupata con quegli studi che un tempo lo avevano entusiasmato. Se ne stava seduto per ore davanti al paravento, parlando al ritratto, ignorando o dimenticando qualsiasi altra cosa. E infine si ammalò, e soffriva così tanto che credette di morire.
Ora, fra gli amici di Tokkei c’era un venerabile studioso che conosceva tanti fatti strani sui vecchi dipinti e sul cuore dei giovani. Questo anziano maestro, venuto a sapere della malattia di Tokkei, andò a fargli visita, e quando vide il paravento capì subito cos’era successo. Sottoposto alle domande dell’amico, Tokkei gli confessò tutto e affermò: «Se non riuscirò a trovare una donna identica a questa, morirò».
L’anziano disse: «Questa immagine fu dipinta da Hishigawa Kichibei, è un ritratto dal vivo. La persona rappresentata non è più a questo mondo. Ma si dice che Hishigawa Kichibei abbia dipinto tanto la sua mente quanto la sua forma, e che lo spirito della donna viva ancora nel paravento. Perciò, io credo che tu possa conquistarla».
Tokkei si tirò su per metà dal letto, fissando ansioso l’amico.
«Devi darle un nome,» proseguì l’uomo «e devi sederti davanti al suo ritratto ogni giorno, tenendo sempre il pensiero fisso su di lei, mentre la chiami dolcemente con il nome che le hai assegnato, finché non ti risponderà…»
«Mi risponderà!» esclamò l’innamorato, il fiato rotto dall’emozione.
«Oh, sì» riprese l’amico. «Ti risponderà di certo. Ma quando ti risponderà, devi farti trovare pronto a offrirle quel che ti sto per dire…»
«Le offrirò la mia vita!» esclamò Tokkei.
«No» fece l’anziano. «Dovrai offrirle un bicchiere, miscelando dei vini acquistati presso cento botteghe diverse. A quel punto lei uscirà dal paravento per berlo. Vedrai che allora, probabilmente, sarà lei a dirti cosa fare.»
Detto questo il vecchio studioso se ne andò. Grazie ai suoi consigli, Tokkei si risollevò dall’angoscia. Si mise immediatamente seduto davanti al paravento, e cominciò a chiamare la ragazza dipinta con un nome femminile (quale fosse, il narratore giapponese si dimentica di dirlo), ancora e ancora, con voce gentile. Quel giorno la ragazza non rispose, né l’indomani e neanche il giorno successivo. Tokkei però non perse né la fiducia né la pazienza, e dopo tanti giorni, all’improvviso, la ragazza rispose al richiamo: «Hai!» (“Sì”).
Svelto, sveltissimo, Tokkei versò il vino proveniente da cento botteghe in un piccolo bicchiere, e glielo porse con riverenza. Allora la ragazza uscì dal paravento, e camminando sui tappetini della stanza andò a inginocchiarsi per prendere il bicchiere dalle mani di Tokkei, chiedendogli, con un sorriso grazioso: «Com’è possibile che tu mi ami così tanto?».
Così dice il narratore giapponese: «La ragazza era molto più bella rispetto al dipinto: era bella fino alla punta delle unghie, bella anche nel cuore e nell’indole, più meravigliosa di qualsiasi altra persona al mondo». Quale risposta diede Tokkei a quella domanda non è riportata dal racconto: non ci resta che immaginarla.
«Ma non ti stancherai presto di me?» chiese ancora lei.
«Mai, finché avrò vita!» negò lui.
«E dopo?» insistette lei – perché le mogli giapponesi non si accontentano di un giuramento d’amore che dura una vita sola.
«Promettiamoci l’uno all’altra» propose allora Tokkei «per lo spazio di sette esistenze.»
«Se smetterai di essere gentile con me» disse lei «tornerò nel paravento.»
Così si scambiarono la promessa. Immagino che Tokkei fosse un ragazzo onesto, perché la moglie non tornò mai nel paravento. Al posto del ritratto era rimasta una figura vuota.
Concludendo, l’autore giapponese esclama: «Quant’è raro che accadano cose del genere al mondo!».