Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

la monaca del tempio di amida (italian)

Save as PDF
I
Quando il marito di O-Toyo – un lontano cugino, accolto in famiglia per amore – fu convocato dal suo signore nella capitale, lei non si sentì in ansia per il futuro. Si sentiva solo triste. Era la prima volta dal giorno del matrimonio che venivano separati. Ma la donna aveva il padre e la madre a tenerle compagnia, nonché il suo figlioletto – che amava più di entrambi i genitori, anche se non lo avrebbe ammesso nemmeno a se stessa. Inoltre, aveva tante cose da fare. C’erano le varie faccende domestiche di cui occuparsi, e molti abiti da tessere, sia di seta sia di cotone.
Una volta al giorno, sempre alla stessa ora, andava nella stanza preferita del marito e serviva, su eleganti vassoi laccati, dei piccoli rinfreschi sofisticati: questi pasti in miniatura vengono in genere offerti agli spiriti degli antenati o agli dèi. O-Toyo poggiava i vassoi nell’angolo della stanza rivolto a est, e poi vi metteva davanti il cuscino per inginocchiarsi del marito. Li sistemava così perché lui era partito verso Oriente. Prima di portare via il cibo, la donna sollevava sempre il coperchio della ciotolina da zuppa per vedere se c’era vapore sulla superficie interna laccata. Si diceva infatti che, se c’è del vapore sull’interno del coperchio, vuol dire che la persona amata sta bene. Se invece non c’è, vuol dire che è morta, perché significa che la sua anima è tornata indietro da sola per cercare nutrimento. Giorno dopo giorno, O-Toyo trovava l’interno laccato sempre imperlato di vapore.
Il bambino era una gioia costante. Aveva tre anni, e adorava porre domande di cui gli dèi soli conoscevano la risposta. Quando voleva giocare, la madre metteva da parte il lavoro per dedicarsi a lui. Quando voleva riposare, lei gli raccontava storie fantastiche, o provava diligentemente a rispondere alle sue domande su cose che nessun uomo potrà mai capire. Di sera, dopo aver acceso le piccole lanterne davanti alle tavolette e alle icone sacre, insegnava al figlio come muovere le labbra per pronunciare le preghiere filiali. E dopo averlo messo a letto, si portava il lavoro in camera e continuava a guardare il suo viso, così dolce e pacifico. Certe volte il bambino sorrideva nel sonno, e la madre capiva che la divina Kwannon stava giocando alle ombre cinesi con lui, così sussurrava la lode buddhista alla Fanciulla «che abbassa sempre lo sguardo sul mondo quando sente il suono di una preghiera».
Ogni tanto, nella stagione in cui le giornate erano più limpide, O-Toyo saliva sulla montagna di Dake portandosi il figlioletto sulla schiena. Il bambino adorava quelle gite, per quello che sua madre gli insegnava a guardare, ma soprattutto per quello che gli insegnava ad ascoltare. Il ripido sentiero passava attraverso boschetti e foreste, calcava pendii erbosi, e aggirava rocce di forma strana; e c’erano fiori che raccontavano storie dal centro dei petali, e alberi che contenevano spiriti. I piccioni facevano korup-korup; e le colombe singhiozzavano owaō, owaō; le cicale frinivano, gorgheggiavano e trillavano.
Tutte le persone che aspettano il ritorno di un caro assente fanno, se possono, un pellegrinaggio sul monte chiamato Dake. È visibile da ogni punto della città, e dalla sua cima si possono vedere diverse province. Sulla vetta c’è una pietra di forma e altezza simili a una persona, messa in posizione verticale, e tutt’intorno ci sono dei ciottoli. Lì accanto c’è anche un piccolo santuario shintōista eretto in onore dello spirito di una principessa antica. La principessa, infatti, piangeva per l’assenza dell’amato ed era solita attendere il suo arrivo in cima a quella montagna, finché non morì di nostalgia e fu trasformata in pietra. La gente del posto costruì dunque il santuario, e chi ama persone distanti si reca tutt’ora in quel luogo a pregare per il ritorno dei propri cari: dopo aver pregato, ciascuno si porta a casa uno dei ciottoli ammonticchiati sotto la pietra. E quando l’amato ritorna, bisogna riportare il ciottolo sulla pila in cima alla montagna, aggiungendovi dei nuovi sassi in segno di ricordo e ringraziamento.
Quando O-Toyo e il figlioletto tornavano a casa dopo una di quelle scampagnate, c’era sempre un soffice crepuscolo, perché la strada era lunga, e dovevano prendere la barca sia all’andata sia al ritorno per muoversi fra l’acquitrino dei campi di riso intorno alla città – il che è un modo ben lento di viaggiare. Certe volte camminavano sotto il chiarore di stelle e lucciole; certe altre c’era anche la luna, e O-Toyo cantava al figlio, con voce soave, la filastrocca di Izumo sulla luna:
Nono-san,
piccola signora Luna,
quanti anni hai?
«Tredici giorni,
tredici e nove anni»
Sei ancora giovane
Ecco il motivo di
quell’obi rosso brillante
legato ben stretto
e quella bella fascia bianca
intorno ai fianchi.
La darai al cavallo?
«Oh, no, no!»
La darai alla mucca?
«Oh, no, no!»
E poi, in mezzo alla notte blu, fra gli umidi chilometri di campi coltivati, si alzava quel gran coro dolce e gorgogliante che sembra essere la voce del suolo stesso – cioè il canto delle rane. E O-Toyo ne traduceva le sillabe al figlio: «Me kayui! Me kayui!», “Mi pizzicano gli occhi, voglio dormire.”
Ed erano momenti felici.
II
Ma poi, per due volte nello spazio di soli tre giorni, le venne inferto un colpo al cuore da quei padroni della vita e della morte le cui ragioni appartengono ai misteri eterni. All’inizio le fu detto che il dolce marito a cui tante preghiere aveva inviato non sarebbe mai potuto tornare da lei, essendo stato restituito alla polvere da cui tutte le forme di vita vengono prese in prestito. E poco dopo scoprì che il suo bambino si era addormentato di un sonno così profondo che il medico cinese non riusciva più a svegliarlo. O-Toyo apprese queste notizie come si distinguono delle sagome tra i lampi dei fulmini. Tra un lampo e l’altro, e tutto intorno a essi, c’era il più totale buio che è la compassione degli dèi.
Passò; e la donna si rialzò per affrontare un nemico il cui nome è Memoria. Di fronte alla gente riusciva a mostrarsi quella di sempre, gentile e sorridente. Ma quando restava da sola in compagnia di quel visitatore, si scopriva meno forte. Disponeva giocattoli e vestitini sui tappetini del pavimento, e li guardava, parlava con quegli oggetti a bisbigli e sussurri, e sorrideva muta. I sorrisi, però, finivano sempre per scoppiare in un pianto selvaggio, disperato, e O-Toyo batteva la testa sul pavimento, ponendo vane domande agli dèi.
Un giorno pensò di concedersi una strana consolazione: quel rituale che la gente chiama toritsu-banashi, l’evocazione dei morti. Che male c’era a richiamare il suo bambino per un solo, breve minuto? La sua piccola anima si sarebbe turbata, ma non sarebbe stato felice di sopportare quella breve pena per il bene della madre? Ma certo che sì!
(Per richiamare indietro i defunti occorre rivolgersi a un qualche prete, buddhista o shintōista, che conosca i riti di incantamento. Ed è necessario portare al prete la tavoletta mortuaria, o ihai, del defunto.
Si eseguono le cerimonie di purificazione; si accendono candele e incensi davanti alla ihai, e si recitano preghiere o versi dei sûtra, facendo offerte di fiori e riso. In questo particolare caso, però, il riso non dev’essere cotto.
Dopo aver preparato tutto, il prete, prendendo nella mano sinistra uno strumento di forma simile a un arco e battendovi sopra rapidamente con la destra, invoca il nome del defunto ed esclama: «Kitazo yo! Kitazo yo! Kitazo yo!», che significa “Sono qui!”. Mentre grida, il tono della sua voce cambia poco a poco fino a trasformarsi nella voce del defunto, perché lo spirito di quest’ultimo è entrato nel suo corpo.
A quel punto il defunto risponderà in fretta alle domande poste dai fedeli, ma senza mai smettere di esclamare: «Svelti, svelti! Perché questo mio ritorno è doloroso, e non mi posso attardare!». Dopo aver risposto, lo spettro si dilegua e il prete cade a terra di faccia, privo di sensi.
Ora, richiamare indietro i defunti non è cosa buona. Perché, così facendo, la loro condizione peggiora. Una volta rientrati nell’aldilà, essi vengono retrocessi a un rango inferiore rispetto a quello che occupavano prima.
Oggi questi riti non sono permessi dalla legge. Un tempo servivano a rincuorare i parenti in lutto; ma la legge è una legge corretta, e giusta – visto che certi uomini amano farsi beffe del divino che abita in ogni cuore umano.)
Così accadde che O-Toyo, una notte, si ritrovò in un piccolo tempio isolato ai margini della città, inginocchiata davanti alla ihai del suo bambino, mentre il prete pronunciava il rito di incantamento. E in quell’istante, dalle labbra dell’officiante uscì una voce che le pareva di conoscere – una voce amata più di ogni altra – ma debole e molto flebile, come il singhiozzare del vento.
E quella vocina le fece, piangendo: «Chiedimi, madre, ma svelta, svelta! Lunga è la strada, e oscura; non posso trattenermi a lungo».
Tremando, lei disse: «Perché sono costretta a piangere mio figlio? È forse questa la giustizia degli dèi?».
E la risposta che le giunse fu: «O madre, non struggerti per me! Se sono morto, infatti, è stato solo affinché non morissi tu. Quell’anno fu un anno di sofferenze e malattie, e io venni a sapere che saresti morta; così, pregando, mi fu concesso di prendere il tuo posto.
«O madre, non piangere per me! Non è bene piangere per i morti. La loro strada silenziosa passa sopra il Fiume di Lacrime, e quando le madri piangono il livello del fiume sale, e le anime non riescono più a passare, restando costrette a vagare senza meta. Perciò, ti prego, non dolerti, o madre mia! Mi è sufficiente un poco d’acqua ogni tanto.»
III
Da quel giorno nessuno la vide piangere mai più. O-Toyo continuò a svolgere, soave e silenziosa come nei giorni passati, gli onesti compiti di una figlia.
Le stagioni passarono, e suo padre pensò di trovarle un nuovo marito. Così disse alla moglie: «Se nostra figlia avesse un altro figlio, sarebbe una grande gioia per lei e per tutti noi».
Ma la saggia donna rispose: «Lei non è infelice. È impossibile che si sposi di nuovo. È diventata come una bambina, che non sa nulla di pene o peccati».
Era vero: O-Toyo aveva perso ogni cognizione del vero dolore. Aveva cominciato a provare una strana ossessione per gli oggetti piccoli. All’inizio si era lamentata che il suo letto era troppo grande, forse per la sensazione di vuoto lasciata dal figlio perduto; poi però, giorno dopo giorno, anche le altre cose le sembrarono troppo grandi – la casa stessa, le camere della famiglia, la nicchia e i suoi grandi vasi da fiori, persino gli utensili domestici. Insisteva per mangiare il riso con bacchette in miniatura da ciotole molto piccole, come quelle che usano i bambini. La gente la prendeva amabilmente in giro per queste cose, mentre per il resto era del tutto normale. Gli anziani si consultavano spesso in merito a lei. Alla fine il padre disse: «Potrebbe essere un patimento, per nostra figlia, ritrovarsi a vivere con degli sconosciuti. Ma siccome noi siamo anziani, potrebbe presto arrivare il momento di lasciarla. Forse potremmo sistemarla facendola diventare monaca. Potremmo costruire anche un piccolo tempio per lei».
Il giorno successivo la madre chiese a O-Toyo: «Non ti piacerebbe diventare una santa monaca, e vivere in un tempio molto, molto piccolo, con un altare piccolissimo, e piccole icone del Buddha? Noi ti staremmo sempre vicini. Se l’idea ti piace, chiameremo un prete per insegnarti i sûtra».
A O-Toyo piaceva l’idea, e chiese di farsi fare un abito da monaca estremamente piccolo. Ma la madre disse: «Una buona monaca può avere tutte le cose piccole che desidera, a eccezione del vestito. Il vestito dev’essere largo: è questa la legge di Buddha».
Così la convinse a indossare lo stesso vestito delle altre monache.
IV
Le fecero costruire un piccolo an-dera, o tempio femminile, in un cortile vuoto dove un tempo sorgeva un tempio diverso e più grande, chiamato Amidaji. Anche il nuovo an-dera fu chiamato Amidaji venne dedicato ad Amida-Nyōrai e ad altri Buddha. Fu provvisto di un piccolissimo altare con suppellettili in miniatura. C’era un minuscolo leggio con una minuscola copia dei sûtra, minuscoli paravento, campane e kakemono. O-Toyo abitò lì per molti anni dopo la dipartita dei genitori. La gente la chiamava Amidaji bikuni, che significa “la monaca del tempio di Amida”.
Poco fuori dalle porte del tempio c’era una statua di Jizō. Questo era un Jizō speciale: era l’amico dei bambini malati. C’erano quasi sempre delle offerte di tortine di riso ai suoi piedi. Ciò significava che qualcuno stava pregando per un bambino malato, e il numero di tortine di riso corrispondeva agli anni del bambino. Molto spesso c’erano solo due o tre tortine; qualche volta sette, o al massimo dieci. La Amidaji no bikuni si prendeva cura della statua, cambiava ogni giorno l’incenso e i fiori presi dal giardino del tempio – perché dietro lo an-dera c’era un piccolo giardino.
Dopo aver fatto il suo giro mattutino a chiedere l’elemosina, in genere si sedeva di fronte a un piccolissimo telaio, per tessere degli abiti troppo minuti perché qualcuno potesse davvero indossarli. Alla fine, però, certi negozianti che conoscevano la sua storia finivano sempre per acquistare i suoi filati, e le davano in cambio piccole tazzine, minuscoli vasi da fiori, e buffi alberi nani per il giardino.
Il suo più grande piacere era stare in compagnia dei bambini, e i bambini non mancavano mai. In Giappone, si trascorre la maggior parte della vita infantile nel cortile di un tempio, e il cortile dell’Amidaji fu testimone di molte infanzie felici. Tutte le madri della via erano contente di far giocare lì i bambini, ma li ammonivano sempre affinché non prendessero in giro bikuni-san. «Certe volte ha dei modi strani» dicevano, «ma è perché un tempo aveva un figlio piccolo, che è morto, e il dolore fu troppo da sopportare per il suo cuore di madre. Quindi dovete essere molto buoni e rispettosi con lei.»
I bambini erano buoni, certo, ma non esattamente rispettosi come prevede l’etichetta. Avevano capito la situazione molto meglio degli adulti. La chiamavano sempre bikuni-san e la salutavano cordialmente, ma per il resto la trattavano normalmente, come una di loro. Giocavano insieme a lei, e O-Toyo serviva loro il tè in tazzine piccolissime, e preparava grandi mucchi di tortine di riso poco più grandi di un pisello, e tesseva con il suo telaio fili di cotone e di seta per fare gli abiti delle bambole. Così, per quei bambini divenne come una vera sorella.
Giocavano con lei tutti giorni finché non diventavano troppo grandi per giocare, e lasciavano il cortile del tempio di Amida per avviarsi all’amaro lavoro della vita, a diventare padri e madri di bambini che poi prendevano il loro posto nel cortile. Questi bambini imparavano ad amare bikuni-san proprio come avevano fatto i genitori. E bikuni-san visse così tanto che arrivò a giocare con i figli dei figli dei figli di quelli che avevano assistito alla costruzione del tempio.
A detta della gente, O-Toyo non sapeva cosa fosse il desiderio. Riceveva sempre più di quello di cui necessitava. Per questo poteva dedicarsi ai bambini quanto e come voleva, o divertirsi a dare da mangiare a certi buffi animaletti. Gli uccellini facevano il nido nel suo tempio, e mangiavano dalle sue mani, ma avevano imparato a non posarsi mai sulle teste dei Buddha.
Alcuni giorni dopo il suo funerale, una gran folla di bambini fece visita alla mia casa. Una bambina di nove anni parlò a nome di tutti: «Signore, siamo venuti a chiedervi un favore in nome della bikuni-san che è morta. È stata eretta per lei una haka molto grande. È una haka molto bella. Però noi vogliamo farle anche una haka molto, molto piccola, perché quando era con noi diceva sempre di volere una haka molto piccola. Il tagliapietre ci ha promesso che la realizzerà apposta per noi, e la farà davvero carina, se riusciamo a portargli i soldi. Perciò vi chiediamo, gentile signore, se voleste donare qualcosa».
«Ma certamente» risposi io. «Ma voi, adesso, non avete più un posto dove giocare.»
La bambina rispose, sorridendo: «Continueremo a giocare nel cortile del tempio di Amida. L’hanno sepolta lì. Ci sentirà mentre giochiamo, e sarà felice».