Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

la daruma di otokichi (italian)

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I
Oggi i bambini sono entusiasti, perché la scorsa notte una pesante nevicata ci ha catapultati in quello che i poeti giapponesi chiamano con il bel nome di “mondo d’argento”… E devo ammetterlo, questi poeti non indugiano certo in iperboli quando cantano il fascino dell’inverno. In Giappone infatti l’inverno è bellissimo, è fantastico. Non suscita mai immagini malinconiche sulla “morte della natura”, perché la natura rimane palesemente viva anche durante i giorni del Grande Freddo. Non offende nemmeno il piacere estetico dello sguardo con degli “alberi scheletro”, perché i boschi sono composti in larga misura da sempreverdi. E la neve, che si posa soffice sugli aghi dei pini o costringe i bambù a mostrare la loro flessuosa eleganza sotto il peso temporaneo dei fiocchi, non suggerisce mai ai poeti orientali la fosca sensazione di una tormenta. Il fascino tutto speciale dell’inverno giapponese è dovuto proprio alla sua neve, che si accumula scolpendo forme grottesche e inimmaginabili sopra il tappeto verde di boschi e giardini.
Questo mattino due miei allievi, Aki e Niimi, si stavano divertendo insieme ai bambini a fare una yuki-daruma, e io mi divertivo a guardarli. Le regole per fare una yuki-daruma sono antiche e molto semplici. Prima si modella una grossa palla di neve – poco più di un metro di diametro, se possibile – a rappresentare il corpo tozzo della daruma. Poi si fa una palla di neve più piccola, circa mezzo metro, a rappresentare la testa; questa palla più piccola va messa sopra all’altra, compattando della neve fra le due parti per tenerle ferme. Con due pezzi di carbone tondi si fanno gli occhi della daruma, e per naso e bocca bastano altri due pezzetti irregolari. Infine, bisogna scavare un buco nel pancione, che sarà l’ombelico, e infilarci dentro una candela accesa. Il calore della candela, piano piano, allargherà l’apertura.
Mi sono dimenticato però di spiegare il termine yuki-daruma o “daruma di neve”. Daruma è un’abbreviazione del nome Bodai-Daruma – trascrizione giapponese del sanscrito “Bodhidharma”. E chi era Bodhidharma?
Bodhidharma, o Bodhitara, fu il ventottesimo patriarca del buddhismo, successore del grande Kâsyapa. Si recò in Cina come missionario buddhista nel primo anno della dinastia Ryō (520 d.C.) e proprio in Cina fondò la grande scuola zen (dhyâna), “dottrina del pensiero trasmesso tramite il pensiero”, cioè senza parole, né scritte né pronunciate. Dice il professor Bunyiu Nanjio nel suo Storia delle dodici scuole buddhiste: «Accanto a tutte le dottrine del Mahâyâna e Hînayâna, c’è una dottrina segreta che segue una linea di trasmissione indipendente, e che non viene mai menzionata. Secondo questa dottrina, è possibile vedere la cosiddetta chiave per il pensiero di Buddha, o la natura di Buddha, direttamente tramite il pensiero». La tradizione della dottrina zen è curiosa. Mentre Buddha stava predicando sul picco dell’Avvoltoio, gli apparve il grande Brahma che porse un fiore dorato al Benedetto invitandolo così a predicare la Legge. Il Benedetto accettò il fiore celeste e lo prese in mano, ma non disse niente. La folla di spettatori si stupì per quel silenzio, ma il venerabile Kâsyapa sorrise. E il Benedetto disse al venerabile Kâsyapa: «Ho formulato il meraviglioso pensiero del Nirvana, l’Occhio della Vera Legge, e voglio passarlo a te…». Così la dottrina fu trasmessa a Kâsyapa con la sola forza del pensiero, e con il solo pensiero Kâsyapa la trasmise ad Ananda, e con il solo pensiero fu trasmessa di patriarca in patriarca fino al tempo di Bodhidharma, che la comunicò al suo successore, il secondo patriarca cinese della scuola. Alcuni autori sostengono che Bodhidharma abbia vissuto anche in Giappone, ma sembrano esserci poche basi per confermarlo. A ogni modo, la dottrina zen fu introdotta in Giappone non prima dell’ottavo secolo.
Ora, delle molte leggende su Daruma, la più famosa è la storia di quando rimase per nove anni ininterrotti in meditazione, e a forza di stare seduto gli si staccarono le gambe. Per quel motivo, le immagini lo rappresentano senza gambe.
Daruma, dunque, è un nome che si porta dietro una reputazione importante. Gli artisti e i giocattolai dell’Estremo Oriente, però, non si sono mai lasciati frenare dalla sua fama e hanno dato libero sfogo al proprio umorismo – inizialmente suscitato, è fuor di dubbio, proprio dalla storia delle gambe. Per secoli, questo leggendario inconveniente è stato oggetto di incisioni e disegni comici, e intere generazioni di bambini giapponesi hanno giocato con una specie di bambola Daruma fatta in modo che, per quanto tu la spinga o la ribalti, quella ritorna sempre in posizione seduta. Questo gioco tutt’ora popolare, chiamato okiagari-koboshi (“il pretino sempreinpiedi”), potrebbe essere stato ideato, o rivisitato, a partire da un giocattolo cinese fondato sullo stesso principio, e chiamato puh-tau-ung (“il vecchio che non casca”). Si può trovare una menzione dello okiagari-koboshi in un’opera teatrale giapponese chiamata Manjū-Kui, composta nel quattordicesimo secolo. A quanto pare, le prime versioni di questo giocattolo non erano ispirate a Daruma. Tuttavia, c’è una filastrocca per bambini, risalente al diciassettesimo secolo, che dimostra come le bambole Daruma fossero già diffuse più di duecento anni fa:
Hi ni! fu ni!
Fundan Daruma ga
akai zukin kaburi sunmaita!
(“Una volta! due volte!… Daruma dal cappuccio rosso torna sempre a testa in su!”)
Stando a questa canzoncina si direbbe che la forma del giocattolo non sia cambiata molto dal diciassettesimo secolo a oggi; Daruma porta ancora il cappuccio, ed è sempre dipinto di rosso, tutto il corpo a eccezione della faccia.
Oltre alla daruma di neve già descritto e alla bambola daruma (in genere fatta di cartapesta), ci sono altre innumerevoli varianti comiche del Daruma: figurine modellate o intagliate in quasi ogni genere di materiale, e di dimensione compresa tra i minuscoli Daruma di metallo, lunghi un centimetro, da usare come fermagli, e i grandi Daruma di legno, alti fino a un metro, che i venditori di tabacco giapponesi hanno adottato come insegna… L’arte popolare, insomma, ha inventato molti modi per deridere e dissacrare la sacra leggenda dei nove anni di meditazione.
II
La yuki-daruma nel mio giardino mi ha fatto tornare in mente una bambola daruma molto particolare che ho trovato tanti anni fa, in un certo villaggio di pescatori sulla costa orientale dove passai una bella estate. Non c’erano alberghi in quel luogo, ma un brav’uomo di nome Otokichi, che aveva una bottega di pescivendolo, mi lasciava usare la parte superiore della casa, e mi serviva del pesce cucinato in mille modi meravigliosi.
Una mattina mi chiamò nel suo negozio per farmi vedere un hōbō davvero pregiato… Non so se avete mai visto qualcosa di simile a un hōbō. Sembra una specie di farfalla o falena gigantesca, e bisogna guardarlo da vicino per accorgersi che non è un insetto ma un pesce, una sorta di gallinella. Ha quattro pinne disposte come due paia d’ali: quelle superiori sono scure, con brillanti macchie azzurro chiaro; quelle inferiori sono rosso cupo. Sembra anche avere delle zampe come una farfalla, zampe affusolate con cui correre veloce…
«È buono da mangiare?» chiesi io.
«He!» rispose Otokichi. «Ve lo preparerò per la cena.»
(A ogni domanda che gli si poneva, anche domande che presupponevano una risposta negativa, Otokichi introduceva sempre la risposta con l’esclamazione He, “Sì”, pronunciata con tono così simpatico e sincero che l’ascoltatore dimenticava subito tutte le tribolazioni dell’esistenza.)
Dopodiché mi misi a girare per il negozio, guardando gli articoli. Su un lato c’erano file di scaffali con scatole di pesce essiccato, pacchetti di alghe commestibili, coppie di sandali di paglia, fiaschette per metterci il sake, e bottiglie di limonata! Dal lato opposto, su in cima, notai che c’era il kamidana – lo “scaffale per gli dèi”; e notai anche, sotto al kamidana, uno scaffale più piccolo su cui c’era una figurina rossa di daruma. Quell’oggetto, evidentemente, non era un giocattolo: c’erano delle offerte lì accanto. Non mi sorprese trovare una Daruma fra le divinità domestiche, perché sapevo che in diverse parti del Giappone c’era l’abitudine di mandargli preghiere a beneficio dei bambini affetti dal vaiolo. Tuttavia rimasi piuttosto colpito dall’aspetto singolare della daruma di Otokichi: aveva un occhio solo, un occhio grande e arcigno che sembrava scrutare attraverso la polvere del negozio come l’occhio di un grande gufo. Era l’occhio destro, ed era fatto di carta smaltata. L’orbita dell’occhio sinistro invece era bianca, senza alcun dettaglio.
Così chiesi a Otokichi: «Otokichi-san! Non è che i bambini hanno staccato l’occhio di Daruma-sama?».
«He, he!» ridacchiò Otokichi compiaciuto, mentre metteva sul tagliere un sontuoso katsuo. «Non ce l’ha mai avuto l’occhio sinistro.»
«È stato fatto così?» chiesi io.
«He!» fece lui, mentre infilzava il lungo coltello, senza fare rumore, attraverso il corpo argentato. «La gente di qui fa soltanto Daruma ciechi. Quando ho preso quello, non ce li aveva proprio gli occhi. L’occhio destro gliel’ho fatto io l’anno scorso, dopo una giornata di pesca fortunata.»
«Ma perché non fargli entrambi gli occhi?» indagai. «Sembra così triste con un occhio solo!»
«He, he!» rispose Otokichi, mentre disponeva abilmente le fette di carne rosa e argento su listarelle di vetro. «Quando avremo un’altra giornata fortunata come quella, allora gli darò l’altro occhio.»
Più tardi, quel giorno, mi misi a passeggiare per le strade del villaggio, occhieggiando dentro case e botteghe, e scoprii varie daruma in vari stadi di lavorazione – alcune senza occhi, alcune con un occhio solo, e altre con due. Mi rammentai che a Izumo era soprattutto Hotai, il dio degli agi dalla pancia grossa, che riceveva ricompense pratiche in cambio dei suoi favori. Ogni volta che i suoi fedeli avevano un motivo per essergli grati, la statuetta sdraiata di Hotai veniva messa su un morbido cuscino, e si aggiungeva un ulteriore cuscino per ogni successiva grazia ricevuta. Mi venne in mente, però, che non era possibile dare a Daruma più di due occhi: con tre sarebbe diventato una specie di goblin, quelli chiamati mitsume-kozō… Così, dopo aver chiesto in giro, appresi che quando un Daruma ha ricevuto il suo paio di occhi, viene messo via, insieme a un mucchietto di piccole offerte, per sfare spazio a un successore orbo. La speranza è che il Daruma cieco faccia cose prodigiose, visto che deve lavorare per guadagnarsi i suoi occhi.
Ci sono tante piccole divinità buffe come queste in Giappone, talmente tante che servirebbe un libro davvero enorme per descriverle, e ho scoperto che i fedeli di queste bizzarre divinità sono quasi sempre persone schiette, al limite del patetico. Secondo la mia esperienza, potrei quasi affermare che più rudimentale è il dio, più onesto è il fedele – anche se non voglio condurre i miei lettori a deduzioni affrettate. Non voglio suggerire, per esempio, che l’apice massimo dell’onestà coincida con il punto in cui gli dèi svaniscono. Mi azzardo solo a sostenere questo: la fede negli dèi molto piccoli, gli dèi-giocattolo, pertiene a quella semplicità di cuore che, in questo mondo corrotto, rappresenta la cosa più vicina alla pura bontà.
La sera prima che io lasciassi il villaggio, Otokichi mi portò il conto, cioè la cifra dovuta per un vitto e alloggio di due mesi, e la somma si rivelò irragionevolmente bassa. Era ovvio aspettarsi un qualche tipo di dono dal padrone di casa, secondo la cordiale tradizione giapponese, ma anche al netto di questo, il conto era assurdamente generoso. Il minimo che potevo fare per mostrargli il mio apprezzamento era dargli il doppio di quanto richiesto, e la contentezza di Otokichi, al tempo stesso perfettamente naturale e dignitosa come da etichetta, fu una vista meravigliosa.
Il giorno successivo ero già in piedi e vestito alle tre e mezza di notte per prendere un treno espresso, ma persino a quell’ora antelucana trovai una colazione calda ad attendermi al piano terra, con la piccola figlia bruna di Otokichi pronta a servirmela… Mentre buttavo giù l’ultima ciotola di tè caldo, il mio sguardo vagò inconsapevolmente in direzione degli dèi domestici, le cui piccole lanterne erano ancora accese. Così mi accorsi che c’era una luce accesa anche di fronte a Daruma, e nel giro di un istante notai che la daruma mi stava guardando dritto in faccia… con tutti e due gli occhi!