la compassione di benten (italian)
A Kyōto c’è un famoso tempio chiamato Amadera. Sadazumi Shinnō, il quinto figlio dell’imperatore Seiwa, trascorse gran parte della sua vita lì come sacerdote, e nel complesso del tempio si possono trovare le tombe di molte persone di prestigio.
L’edificio attuale, però, non è l’antico Amadera. Il tempio originale, con il passare di dieci secoli, divenne così fatiscente che fu necessario ricostruirlo da capo, nel quattordicesimo anno dell’era Genroku (1701 d.C.).
Per celebrare la ricostruzione di Amadera si tenne una grande festa, e fra le migliaia di partecipanti c’era un giovane studioso e poeta di nome Hanagaki Baishū. Si aggirò fra i viali e i giardini nuovi di zecca, deliziato da tutto ciò che vedeva, finché non raggiunse il punto dove sorgeva una fontana, dalla quale in passato si era abbeverato spesso. Lì, scoprì con sorpresa che il terreno intorno alla fonte era stato scavato per formare uno stagno quadrato, e su un angolo di quel laghetto era stata piazzata una tavoletta di legno con su scritto Tanjō-Sui (“Acqua della Nascita”). Notò anche che accanto al laghetto era stato eretto un piccolo ma grazioso tempietto dedicato alla dea Benten. Mentre Baishū ammirava questo nuovo santuario, un’improvvisa folata di vento gli depositò fra i piedi un tanzaku, sul quale era scritta la seguente poesia:
Shirushi areto
iwai zo somuru
tama hōki
torute bakari no
chigire naretomo.
Questa poesia – una poesia sul primo amore (hatsu koi) composta dal celebre Shunrei Kyō – non gli era sconosciuta; però era stata scritta su quel tanzaku da una mano femminile, e con una grafia così squisita che il giovane stentava a credere ai suoi occhi. C’era qualcosa nella forma dei caratteri, una grazia indefinibile, che alludeva a quegli anni di gioventù fra l’adolescenza e l’età matura; e il colore ricco e puro dell’inchiostro sembrava testimoniare l’innocenza e la bontà del cuore della scrivente.
Baishū ripiegò con cura il tanzaku e lo portò a casa con sé. Quando tornò a guardarlo, la scrittura gli parve ancora più meravigliosa della prima volta. Le sue conoscenze in materia di calligrafia gli rivelavano che la poesia era stata scritta da una ragazza che era molto giovane, molto intelligente, e probabilmente molto nobile di cuore.
Questa certezza bastò a delineare nella sua mente l’immagine di una persona molto attraente, e ben presto si ritrovò innamorato di una sconosciuta. Il suo primo pensiero fu quello di cercare l’autrice di quei versi e, se possibile, prenderla in moglie.
Però… come fare a trovarla? Chi era? Dove abitava? L’unica soluzione per trovarla, ne era certo, era affidarsi al favore degli dèi.
E in quel momento gli sovvenne che gli dèi dovevano già essere ben disposti a fornirgli aiuto. Il tanzaku gli era finito tra i piedi proprio mentre si trovava di fronte al tempio di Benten-sama, cioè la divinità al cospetto della quale gli innamorati erano soliti pregare per un’unione felice. Concluso questo, Baishū decise di cercare subito il supporto della dea. Andò immediatamente al tempio di Benten dell’Acqua di Nascita (Tanjō-sui-no-Benten), all’interno del complesso di Amadera, e lì, con tutto il fervore che aveva nel cuore, pronunciò la sua richiesta: «Oh, dea, abbi pietà di me! Aiutami a scoprire dove vive quella giovane che ha scritto il tanzaku! Concedimi una sola possibilità per incontrarla, anche solo per un istante!». E dopo aver formulato la sua preghiera, cominciò a osservare una cerimonia religiosa di sette giorni (nanuka mairi) in onore della dea, giurando al tempo stesso di trascorrere l’intera settima notte in adorazione al cospetto del suo altare.
Durante la settima notte – la notte della veglia –, nell’ora in cui il silenzio è più profondo, Baishū vide un uomo anziano dall’aspetto regale avvicinarsi a passo lento. Questa venerabile persona indossava abiti cerimoniali, e sulla testa bianca come neve portava un copricapo nero (eboshi) di quelli in uso tra individui di alto rango. Una volta raggiunto il tempio di Benten, l’uomo si inginocchiò al cospetto della struttura, come in rispettosa attesa di un qualche ordine. A quel punto le porte esterne del tempio si aprirono; la tenda di bambù che celava il santuario interno fu sollevata per metà, e ne uscì fuori un chigo – un ragazzino bellissimo, con lunghi capelli neri legati alla maniera antica. Si mise in piedi sulla soglia, e disse all’anziano con voce forte e limpida: «C’è qui una persona che prega da giorni per un’unione d’amore non appropriata alla sua attuale condizione, e in ogni caso difficile da realizzare. Ma poiché questo giovanotto è degno della nostra pietà, sei stato convocato per vedere se è possibile fare qualcosa per lui. Se dovesse palesarsi una qualche relazione fra le due parti in causa, risalente al periodo di una nascita precedente, sarà tuo compito presentarle l’una all’altra».
Ricevuto l’ordine, l’anziano si inchinò rispettosamente ai piedi del chigo: poi, rialzandosi, tirò fuori dalla sua vaporosa manica sinistra una cordicella rossa. Fece passare un capo di tale corda intorno al corpo di Baishū, come per legarlo. L’altro capo lo mise nella fiamma di una delle lanterne del tempio, e mentre la corda bruciava, l’uomo fece un gesto con la mano tre volte, come a chiamare avanti qualcuno che si nascondeva nel buio.
Immediatamente si udì un rumore di passi dal complesso di Amadera, e nel giro di un istante comparve una ragazza – una ragazza di bell’aspetto, quindici o sedici anni d’età. Si avvicinò con fare educato, ma molto timoroso nascondendo la parte inferiore del viso con un ventaglio, e andò a mettersi in ginocchio accanto a Baishū. Poi il chigo disse a Baishū: «Di recente hai sofferto molto per problemi di cuore, e questo tuo amore disperato ha compromesso persino la tua salute. Non potevamo lasciarti in una condizione tanto infelice, perciò abbiamo convocato il Vecchio sotto la Luna affinché ti mettesse in contatto con l’autrice di quel tanzaku. Eccola, è proprio qui accanto a te».
Detto questo, il chigo si ritirò dietro la tenda di bambù. Anche l’anziano se ne tornò da dove era arrivato, e la ragazza lo seguì. In quell’istante Baishū udì la grande campana di Amadera che suonava l’ora dell’alba. Si prostrò per rendere grazie di fronte all’altare di Benten dell’Acqua di Nascita, e poi si incamminò verso casa, sentendosi come se si fosse svegliato da un bellissimo sogno, felice per aver incontrato quella splendida persona a cui aveva rivolto le sue più ferventi preghiere – ma anche triste, nel timore che non l’avrebbe vista mai più.
Appena varcati i cancelli di Amadera, però, prima ancora di entrare nella strada, vide una giovane ragazza che camminava nella sua stessa direzione, e pur nel crepuscolo dell’alba la riconobbe subito come la persona che gli avevano presentato poco prima, al tempio di Benten. Quando Baishū accelerò il passo per superarla, lei si girò e lo salutò con un grazioso inchino. Dopodiché, lui si azzardò per la prima volta a parlarle, e la ragazza gli rispose con voce tanto dolce da riempirgli il cuore di gioia. Continuarono a camminare fra le strade ancora mute, chiacchierando amabilmente, finché non si ritrovarono davanti alla casa dove viveva Baishū. A quel punto l’uomo si fermò, e confidò alla ragazza le sue speranze e le sue paure. Sorridendo, lei gli chiese: «Ma come, non sai che mi hanno mandata qui per diventare tua moglie?». Ed entrò in casa insieme a lui.
Dopo il matrimonio, la ragazza superò ogni aspettativa del marito deliziandolo con la sua mente acuta e la sua bontà d’animo. Baishū scoprì inoltre che aveva molte più doti del previsto. Oltre a possedere una calligrafia elegante, sapeva dipingere immagini meravigliose; conosceva l’arte della disposizione dei fiori, l’arte del ricamo, l’arte della musica; sapeva tessere e cucire, e conosceva tutto il necessario su come mandare avanti una casa.
I due giovani si erano incontrati all’inizio dell’autunno, e vissero insieme in perfetta armonia fino all’inizio dell’inverno. Nulla, in quei mesi, turbò in alcun modo la loro pace. L’amore di Baishū per la sua dolce moglie non faceva che rafforzarsi con il passare del tempo. Eppure, stranamente, continuava a restare ignorante sulla sua storia personale: non sapeva nulla della sua famiglia. Lei non parlava mai di questi argomenti, e siccome l’aveva ricevuta in moglie per volontà divina, Baishū riteneva inappropriato farle domande indiscrete. A ogni modo, contrariamente ai timori di Baishū, non venne nessuno a portargliela via, né il Vecchio sotto la Luna né nessun altro. La gente non gli chiedeva mai niente in merito a sua moglie, e i vicini, per qualche motivo misterioso, si comportavano come se non si accorgessero della sua presenza.
Baishū era meravigliato da tutto questo. Ma c’erano esperienze ancora più strane in serbo per lui.
Un mattino d’inverno gli capitò di passare per un quartiere piuttosto remoto della città, quando si sentì chiamare forte per nome e vide un servitore che lo invitava a grandi cenni dal vialetto di una residenza privata. Siccome Baishū non riconobbe il volto di quell’uomo né aveva conoscenze in quella parte di Kyōto, fu decisamente sorpreso da quell’invito repentino. Il servitore però, facendosi avanti, lo salutò con grandissimo rispetto e disse: «Il mio signore sarebbe onorato di parlare con voi: degnatevi di entrare, vi prego, per un momento». Dopo un attimo di titubanza, Baishū si lasciò accompagnare in casa. Una persona distinta e riccamente vestita, che pareva essere il padrone di casa, lo accolse all’ingresso e lo portò nella sala per gli ospiti. Dopo i tradizionali convenevoli che ci si scambiano in occasione di un primo incontro, l’uomo si scusò per quell’invito improvvisato e disse: «Devo esservi sembrato molto scortese, a chiamarvi in modo così informale. Spero però che vorrete perdonare la mia maleducazione: dovete sapere che, ne sono convinto, è stata l’influenza della dea Benten a ispirare i miei atti. Ma permettetemi di spiegarmi meglio.
«Io ho una figlia, di circa sedici anni, che sa scrivere abbastanza bene, e se la cava anche in altre cose: possiede insomma le buone qualità di una donna comune. Siccome eravamo impazienti di renderla felice trovandole un buon marito, abbiamo pregato la dea Benten per chiederle aiuto, e abbiamo mandato presso ogni tempio di Benten della città un tanzaku scritto da nostra figlia. Qualche sera più tardi, la dea mi è apparsa in sogno e mi ha detto: “Abbiamo udito la tua preghiera, e abbiamo già fatto incontrare tua figlia alla persona che diverrà suo marito. Nel corso del prossimo inverno verrà a farti visita”. Non capendo il significato di quelle parole, perché non sapevo nulla di tale incontro, ero molto dubbioso; pensavo che fosse un sogno come tanti altri, privo di senso. Ma la scorsa notte ho nuovamente visto Benten-sama in sogno, e mi ha detto: “Domani quel giovane uomo di cui ti ho parlato passerà per questa strada: invitalo in casa tua, dunque, e chiedigli di diventare il marito di tua figlia. È un ragazzo di buon carattere, e tra qualche anno otterrà un rango molto più prestigioso di quello attuale”. Poi Benten-sama mi ha rivelato il vostro nome, la vostra età, il vostro luogo di nascita, e ha descritto le vostre fattezze e i vostri abiti con tale precisione che il mio servitore non ha incontrato nessuna difficoltà a riconoscervi, grazie alle informazioni che gli avevo fornito.»
Baishū si sentì disorientato, anziché rassicurato, da questa spiegazione, e riuscì a rispondere soltanto con una frase cordiale, ringraziando il padrone di casa per l’onore che gli aveva fatto. Ma quando l’uomo lo invitò in un’altra stanza, allo scopo di presentarlo alla fanciulla, l’imbarazzo di Baishū crebbe a dismisura. Non poteva certo permettersi di rifiutare la proposta, però, colto di sorpresa dalla circostanza straordinaria, non riuscì nemmeno a spiegare che aveva già una moglie – una moglie donatagli dalla dea Benten in persona, una moglie da cui non poteva nemmeno concepire di separarsi. Così, muto e trepidante, Baishū seguì il padrone di casa verso gli alloggi della ragazza.
E con sua somma sorpresa, quando gli venne presentata la figlia, Baishū scoprì che era la stessa persona che aveva già preso in moglie!
La stessa persona… eppure, non esattamente.
Colei che aveva conosciuto grazie al Vecchio sotto la Luna era solamente l’anima della sua amata.
Quella che si accingeva a sposare adesso, invece, nella casa del padre, era il corpo.
Questo fu il miracolo che Benten donò ai suoi fedeli, in risposta alle preghiere.
*
La storia originale si interrompe bruscamente in questo punto, lasciando molti interrogativi in sospeso. È un finale piuttosto insoddisfacente. Sarebbe bello sapere qualcosa di più sull’esperienza interiore della fanciulla vera, mentre la sua controparte fantasma era già sposata. Sarebbe bello sapere anche cosa ne fu del fantasma: continuò a condurre un’esistenza autonoma? Attese pazientemente il ritorno del marito? O fece forse visita alla sposa in carne e ossa, riunendosi con lei? Il libro non dice nulla in proposito. Un amico giapponese, però, mi ha fornito questa spiegazione: «La moglie spirituale aveva preso forma tramite il tanzaku. È probabile quindi che la fanciulla reale non sapesse nulla di quell’incontro al tempio di Benten. Scrivendo quei versi meravigliosi sul tanzaku, aveva trasferito una piccola parte del suo spirito nella carta. Così, dall’inchiostro è stato possibile evocare un alter ego della scrivente».