Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

la campana di mugen (italian)

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Otto secoli fa, i preti di Mugenyama, nella provincia di Tōtōmi, volevano una grande campana per il loro tempio, così chiesero alle donne della parrocchia di aiutarli donando i loro vecchi specchi di bronzo per farne metallo.
(Ancora oggi, nei cortili di alcuni templi giapponesi, capita di vedere mucchi di vecchi specchi di bronzo donati proprio a tale scopo. La più grande collezione di questo tipo che io abbia mai visto era nel cortile di un tempio della scuola Jōdo, a Hakata, nel Kyūshū: quegli specchi erano stati donati per realizzare una statua di bronzo di Amida alta dieci metri.)
In quel tempo viveva a Mugenyama una giovane donna, moglie di un contadino, che portò il suo specchio al tempio per farlo fondere per la campana. In seguito, però, rimpianse amaramente il suo specchio. Cominciò a ripensare alle cose che le aveva raccontato sua madre sull’oggetto, e cioè che era appartenuto non solo a lei ma anche alla madre e alla nonna di sua madre; e si ricordò anche di certi sorrisi felici che aveva visto nel suo riflesso. Se avesse offerto ai preti una certa somma di denaro al posto dello specchio, la donna li avrebbe senza dubbio convinti a restituirle il tesoro di famiglia. Quei soldi, però, non ce li aveva. Ogni volta che andava al tempio, vedeva il suo specchio gettato nel cortile, dietro una ringhiera, in mezzo a un mucchio di cento altri specchi. Lo riconosceva grazie allo shō-chiku-bai in rilievo sul retro, cioè i tre emblemi portafortuna di pino, bambù e fiore di pruno, che avevano deliziato i suoi occhi di bambina quando sua madre le aveva fatto vedere lo specchio per la prima volta. Avrebbe tanto voluto trovare l’occasione per rubare lo specchio e nasconderlo, in modo da poterlo conservare per sempre. Ma l’occasione non arrivò mai, e la donna si fece molto triste: aveva l’impressione di aver scioccamente ceduto un pezzo della sua stessa vita. Pensava spesso a quel vecchio detto secondo cui uno specchio è l’anima di una donna – un detto che viene espresso in senso mistico incidendo il carattere cinese per “anima” sul retro di molti specchi di bronzo – e temeva che fosse vero, e in modi più inquietanti di quel che aveva sempre immaginato. Ma non osava fare parola con nessuno delle sue pene.
Ora, quando tutti gli specchi donati per la campana del tempio di Mugenyama furono mandati alla fonderia, i fabbri scoprirono che, in mezzo al mucchio, ce n’era uno che non riusciva a sciogliersi. Provarono con tutte le forze a fonderlo, ma quello resisteva a qualsiasi tentativo. Evidentemente, la donna che lo aveva donato doveva essersi pentita di averlo fatto. Non aveva presentato la sua offerta con cuore puro, e perciò la sua anima egoista, rimasta legata allo specchio, lo manteneva solido e freddo pur tra le fiamme della fornace.
La voce ovviamente si sparse in fretta, e in breve tutti sapevano a chi apparteneva lo specchio impossibile da sciogliere. Siccome il suo peccato segreto era stato messo a nudo, la povera donna fu travolta da imbarazzo e rabbia. Infine, non riuscendo più a sopportare la vergogna, si annegò, dopo aver scritto una lettera d’addio contenente queste parole:
«Quando sarò morta, non sarà difficile fondere lo specchio e forgiare la campana. Tuttavia, se qualcuno romperà quella campana facendola suonare, il mio spettro gli procurerà grandi ricchezze».
Dovete sapere che, secondo l’opinione comune, l’ultimo desiderio o promessa di qualcuno che muore in preda alla rabbia, o si suicida a causa del rancore, possiede una forza sovrannaturale. Dopo che lo specchio della defunta fu sciolto e la campana forgiata con successo, la gente cominciò a ripensare alle parole di quella lettera. Erano tutti sicuri che lo spirito della donna avrebbe donato grandi ricchezze a chi avesse distrutto la campana, così, appena la campana fu appesa nel cortile del tempio, una folla di gente si presentò per suonarla. Per quanto battessero il batacchio con vigore, però, la campana si rivelò solidissima e resistette a ogni assalto. Ciononostante, la gente non si fece scoraggiare. Giorno dopo giorno, a qualsiasi ora, continuavano a suonare la campana freneticamente, incuranti delle proteste dei preti. I rintocchi, alla fine, diventarono un tormento, e i preti non riuscivano più a sopportarli; così si disfecero della campana facendola rotolare giù da una collina, fin dentro un pantano. La palude era profonda, e la inghiottì completamente. Della campana non si seppe più nulla: resta solo la leggenda, e in questa storia è chiamata Mugen-Kane, o campana di Mugen.
*
Ora, nell’antico Giappone esistevano strane credenze sulla potenza magica di certe pratiche mentali suggerite, anche se non propriamente descritte, dal verbo nazoraeru. La parola, in sé, è impossibile da tradurre perché fa riferimento a vari tipi di magia mimetica, nonché all’esecuzione di vari atti di fede religiosi. Tra i significati più comuni di nazoraeru, secondo i dizionari, troviamo “imitare”, “comparare”, “assimilare”, ma il significato esoterico è “sostituire, con l’immaginazione, un oggetto o un’azione con un altro, in modo da produrre un risultato magico o miracoloso”.
Per esempio: se non è possibile costruirsi da soli un tempio buddhista, si può facilmente posare un sasso davanti all’effige del Buddha e provare lo stesso sentimento devoto che si sperimenterebbe costruendo un tempio, se si fosse ricchi abbastanza per farlo. Il merito guadagnato posando quel sasso è dunque uguale, o quasi uguale, al merito guadagnato erigendo un tempio. Se non è possibile leggere tutti i seimilasettecentosettantuno volumi dei testi buddhisti, si può costruire una libreria girevole che li contiene tutti, e girarla spingendola come un verricello. Se mentre si spinge proviamo il sincero desiderio di leggere tutti i seimilasettecentosettantuno volumi, si acquisterà lo stesso merito come se li avessimo letti davvero… Questi due esempi dovrebbero bastare a spiegare il significato di nazoraeru secondo il punto di vista religioso.
Il significato secondo il punto di vista magico, invece, non può essere spiegato senza ricorrere a un gran numero di esempi, ma per lo scopo di questo libro basterà il seguente. Se dovessimo costruire un omino di paglia, per lo stesso motivo per cui sorella Elena fece un omino di cera, e lo appendessimo con dei chiodi non più corti di dieci centimetri a un qualche albero del boschetto del tempio nell’ora del Bue, e se quella persona, rappresentata simbolicamente dall’omino di paglia, dovesse morire di lì a poco fra atroci sofferenze… ecco, questo illustrerebbe uno dei significati di nazoraeru. Oppure, supponiamo che un ladro sia entrato in casa vostra durante la notte, e si sia portato via oggetti di valore. Se riusciste a scoprire le impronte del ladro nel giardino, e bruciaste immediatamente un bastoncino moxa in corrispondenza di ciascuna impronta, le piante dei piedi del ladro prenderebbero fuoco e lui non troverebbe sollievo finché non tornasse indietro, di propria volontà, e si consegnasse alla vostra mercé.
Questo è un altro tipo di magia mimetica espressa dal verbo nazoraeru. Ma esiste anche un terzo tipo, illustrato dalle varie leggende intorno alla Mugen-Kane.
*
Dopo che la campana fu fatta rotolare dentro la palude, nessuno ebbe più l’occasione, ovviamente, di farla suonare forte per provare a romperla. Ma alcune persone, rimpiangendo l’opportunità perduta, cominciarono a colpire e rompere altri oggetti come sostituti immaginari della campana, sperando così di soddisfare lo spirito inquieto della proprietaria dello specchio. Una di queste persone era una donna chiamata Umegae, spesso citata dalle leggende giapponesi per via della sua relazione con Kajiwara Kagesue, un guerriero del clan Heike. Mentre la coppia era in viaggio, Kajiwara si ritrovò un giorno in seria difficoltà perché a corto di denaro, e Umegae, rammentandosi della tradizione della campana di Mugen, prese una bacinella di bronzo e, rappresentandola mentalmente come una campana, la colpì fino a romperla mentre chiedeva a gran voce la somma di trecento pezzi d’oro. Un ospite della locanda presso cui la coppia alloggiava chiese a cosa fossero dovuti quel baccano e quelle grida, e dopo aver scoperto la storia della campana, diede davvero trecento ryō d’oro a Umegae. Sulla bacinella di bronzo di Umegae fu composta anche una canzone, che le danzatrici cantano ancora oggi:
Umegae no chōzubachi tataite
o-kane ga deru naraba,
mina-san mi-uke wo
sōre tanomimasu.
(“Se, battendo la bacinella di Umegae, potessi anch’io far piovere dei soldi, li userei per comprare la libertà di tutte le mie compagne.”)
Dopo questa vicenda, la storia della Mugen-Kane divenne molto famosa, e in tanti cominciarono a seguire l’esempio di Umegae, sperando così di imitare la sua fortuna. Tra queste persone ci fu un contadino dissoluto che viveva vicino a Mugenyama, sulle sponde dello Oigawa. Avendo buttato al vento tutti i suoi averi con una vita peccaminosa, il contadino si fece un modellino della Mugen-Kane con il fango del suo orto, poi colpì quella campana di fango e la ruppe, mentre chiedeva a gran voce enormi ricchezze.
Così, dal terreno di fronte a lui emerse la figura di una donna biancovestita, con lunghi capelli sciolti, che teneva in mano un vasetto chiuso. E la donna disse: «Sono venuta per esaudire la tua fervente preghiera, come è giusto che sia. Tieni, dunque, questo vaso». Detto questo, gli consegnò il vasetto tra le mani e scomparve.
L’uomo corse tutto felice in casa per raccontare alla moglie la buona notizia. Posò sul tavolo davanti a lei il vasetto, che era parecchio pesante, e lo aprirono insieme. E scoprirono che era pieno, pieno fino all’orlo, di…
No! Non posso proprio dirvelo di cos’era pieno.