Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

kitsune (italian)

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I
Viaggiando per la regione di Hondo vi capiterà di vedere, sui lati ombrosi delle strade e in ogni boschetto antico, in cima a quasi tutte le colline e ai margini di ogni villaggio, un qualche piccolo tempio shintōista, di fronte al quale, o sui due lati, troverete statue in pietra di volpi sedute. Di solito sono una coppia, rivolte l’una verso l’altra. Ma potrebbero essercene anche una decina, o venti, o diverse centinaia, nel qual caso le statue sono molto piccole. E nelle città maggiori vi capiterà più di qualche volta di vedere, nel cortile di un grande miya, una folla incalcolabile di volpi di pietra di tutte le dimensioni, da statuette giocattolo alte pochi centimetri fino a monumenti colossali il cui piedistallo svetta sopra la vostra testa, migliaia di volpi sedute intorno al tempio in ranghi ordinati. Tali santuari e templi, è risaputo, sono dedicati a Inari, divinità del riso. Dopo aver viaggiato un po’ per il Giappone vi accorgerete che, ripensando a qualsiasi paese di campagna abbiate visitato, in un angolino della memoria comparirà sempre una coppia di volpi di pietra verdi e grigie, con il naso spezzato. Nei ricordi dei miei viaggi giapponesi queste immagini sono diventate un leitmotiv, un immancabile dettaglio pittoresco.
Nei dintorni della capitale e nella stessa Tōkyō – talvolta nei cimiteri –, si possono vedere bellissime raffigurazioni astratte delle volpi, eleganti come levrieri. Hanno occhi affusolati verdi o grigi, fatti di quarzo o di qualche altro materiale traslucido, ed esercitano un forte fascino, degno di creature mitologiche. Nelle campagne, invece, le statue delle volpi sono molto meno raffinate e artistiche. A Izumo, nello specifico, le sculture di pietra hanno un aspetto decisamente primitivo. La Provincia degli dèi vanta una stupefacente quantità e varietà di immagini di volpi – comiche, bizzarre, grottesche, o mostruose, ma quasi sempre molto rudimentali. Tuttavia, non me la sento di reputarle per questo meno interessanti. L’opera degli scultori del Tōkaidō segue la convenzione artistica che abbina leggerezza, grazia e intangibilità. Le volpi rustiche di Izumo invece non hanno alcuna grazia: sono grezze, ma tradiscono in innumerevoli modi i buffi vezzi dei loro creatori. Possono avere stati d’animo diversi: sono estrose, apatiche, curiose, capricciose, giocose, ironiche; possono guardare, dormicchiare, fare smorfie, strizzare gli occhi, arricciare il naso; aspettano con sorrisi sornioni; ascoltano furtive con le orecchie dritte, le bocche aperte o chiuse. Ciascuna di loro possiede una personalità intrigante, e hanno quasi tutte un’aria saccente e sarcastica, anche quelle con il naso spezzato. Inoltre, queste antiche volpi di campagna vantano una bellezza naturale che le loro moderne discendenti di Tōkyō non potranno mai sfoggiare. Mentre stavano sedute sui loro piedistalli, ad ascoltare il flusso e il riflusso dei secoli ridendo a crepapelle dell’umanità, il tempo le ha rivestite di manti maculati e variegati, dalle meravigliose tinte tenui. Sulla schiena hanno pellicce del più raffinato velluto verde, fatto di muschio antico, mentre le zampe e la punta della coda sono ornate dell’argento o dell’oro opaco delle muffe. E i luoghi in cui appaiono sono i più fatati: alti boschetti ombrosi dove gli uguisu cantano nel crepuscolo verde, sopra un qualche santuario silenzioso con lanterne e leoni di pietra talmente coperti di muschio da sembrare cose spuntate dal suolo, come funghi.
Trovo difficile capire come mai, di mille volpi, ce ne siano novecento con il naso spezzato. Si potrebbe pavimentare l’intera via principale della città di Matsue con la punta dei nasi mutilati delle volpi di Izumo. Un amico, alla mia manifestazione di incredulità sulla faccenda, mi ha risposto con una sola parola, semplice ma suggestiva: «Kodomo», cioè… "bambini".
II
Inari, il nome con cui il dio volpe è generalmente conosciuto, significa “portatore di riso”. Il nome originale della divinità però è “il nobile spirito del cibo”, cioè lo Uka-no-mi-tama-no-mikoto che compare nel Kojiki. È solo in tempi molto più recenti che ha assunto un nome relativo alla sua connessione con il culto della volpe: Miketsu-no-Kami, o "dio delle tre volpi". A questo proposito, l’idea che le volpi siano creature sovrannaturali non sembra essere stata introdotta in Giappone prima del decimo o dell’undicesimo secolo: per quanto nel cortile dei principali templi shintōisti sia spesso presente un altare dedicato a tale divinità, corredato da statue di volpi, varrà la pena notare che nell’intero vasto complesso del più antico tempio shintōista del Giappone – il Kitzuki – non si trova neanche un’immagine di una volpe. Ed è soltanto nell’arte moderna, nelle opere di Toyokuni e altri, che Inari comincia a essere rappresentato come un uomo barbuto a cavallo di una volpe bianca.
Inari non è venerato solo in qualità di dio del riso; in verità esistono molti Inari, proprio come nell’antica Grecia c’erano molte divinità chiamate Hermes, Zeus, Atena, Poseidone… gli eruditi sapevano che erano una cosa sola, ma nell’immaginario della gente comune erano entità ben diverse. Inari si è moltiplicato tramite ciascuno dei suoi diversi attributi. A Matsue, per esempio, c’è un Kamiya-san-no-Inari-san, che è il dio della tosse e del raffreddore – malattie parecchio comuni e decisamente gravi nella regione di Izumo. Questo dio ha un tempio a Kamachi, dove viene venerato con il nome volgare di Kaze-no-Kami e con quello formale di Kamiya-san-no-Inari. Quando una persona gli rivolge una preghiera e viene curata da raffreddore e tosse, è consuetudine portare al suo altare delle offerte di tofu.
A Oba, similmente, c’è un particolare Inari di grande fama. Legata alla parete del suo santuario c’è una grossa scatola piena di piccole volpi di creta. Il pellegrino che viene al tempio a pregare s’infila una di queste piccole volpi nella manica e se la porta a casa. Deve tenerla e trattarla con ogni onore finché la sua preghiera non verrà accolta; a quel punto deve riportarla al tempio, rimetterla nella scatola e, se possibile, lasciare una modesta offerta per il tempio.
Inari è venerato anche in veste di guaritore, e ancora più spesso come divinità in grado di donare ricchezza. (Forse perché nell’antico Giappone la ricchezza si misurava in koku di riso.) Perciò le sue volpi sono spesso rappresentate con delle chiavi in bocca. E in quanto divinità che può concedere ricchezza, in certe località Inari è diventato anche la divinità personale della classe delle jōro. C’è, per esempio, un tempio di Inari degno di essere visitato nella zona di Yoshiwara, a Yokohama. Condivide il cortile con un tempio di Benten, ed è insolitamente grande rispetto agli altri santuari di Inari. Si raggiunge passando sotto una successione di torii, uno dietro l’altro, tutti di altezza differente: man mano che ci si avvicina all’altare si fanno sempre più bassi e ravvicinati. Davanti a ogni torii c’è una coppia di strane volpi, una a destra e l’altra a sinistra. Le prime due sono grandi come levrieri; le seconde sono assai più piccole, e la dimensione cala proporzionalmente alla dimensione delle torii. Giunti ai piedi dei gradoni di legno del tempio, troviamo una coppia di volpi molto eleganti in pietra color grigio scuro, con dei nastri di tessuto rosso intorno al collo. Anche sui gradoni ci sono delle volpi di legno bianco, una su ciascun lato, e ogni coppia è più piccola di quella sottostante. Sulla soglia, infine, ci sono due volpi piccolissime, alte non più di sette centimetri, sedute su piedistalli azzurri. Hanno la punta della coda rivestita d’oro. E poi, guardando dentro il tempio, sulla sinistra sarà possibile scorgere una sorta di lungo tavolo basso con sopra migliaia di minuscole figurine di volpi, ancora più piccole di quelle sulla soglia, ma con una semplice coda bianca. Non c’è nessuna immagine di Inari; in verità, finora non ho mai visto una singola immagine di Inari in un tempio a lui dedicato. Sull’altare si trovano i consueti simboli dello shintōismo, e di fronte, proprio dirimpetto alla porta, c’è una specie di lanterna, con i lati di vetro e una base di legno munita di punte su cui infilare i ceri votivi.
E qui, di tanto in tanto, se rimanete a guardare, vi capiterà di vedere qualche ragazza avvenente, con labbra tinte di colori accesi e bellissimi indumenti antichi che nessuna donna nubile o sposata può permettersi di indossare. Queste ragazze si mettono alla base dei gradoni, lanciano una moneta nella scatola per le offerte vicina alla porta, ed esclamano: «O-rōsoku!» che significa “una nobile candela”. Di lì a poco, un uomo anziano esce da una stanza interna ed entra nella sala del santuario con un cero acceso, lo infila in una delle punte della lanterna, e se ne va. Tali offerte sono sempre accompagnate da preghiere segrete per la buona sorte. Ma questo Inari, a ogni modo, è venerato anche da molte persone al di fuori della classe delle jōro.
Quei nastri di tessuto rosso intorno al collo delle volpi sono a loro volta offerte votive.
III
A Izumo sembrano esserci più immagini di volpi rispetto alle altre province, e in questa regione, dal punto di vista della gente comune, esse non simboleggiano solamente il culto della divinità del riso. In verità, tra le classi più umili la vecchia concezione del dio dei campi di riso è stata messa in secondo piano o addirittura eclissata da uno strano culto completamente estraneo all’originale spirito shintōista: il culto della volpe. La venerazione per il dio è stata quasi soppiantata dalla venerazione per il suo seguace. In origine, la volpe era l’animale sacro di Inari proprio come la tartaruga è tutt’ora l’animale sacro di Kompira; il cervo è l’animale della Grande divinità di Kasuga; il ratto è l’animale di Daikoku; il pesce tai è l’animale di Ebisu; il serpente bianco di Benten; e il millepiedi di Bishamon, il dio delle battaglie. Con il passare dei secoli, però, la volpe ha usurpato la sua divinità, e le sue statue di pietra non sono l’unica dimostrazione di questo culto. Sul retro di quasi tutti i templi di Inari si può solitamente trovare, sulla parete esterna dell’edificio a circa mezzo metro da terra, un’apertura di venti centimetri di diametro perfettamente circolare. È spesso fatta in modo da poterla chiudere all’occorrenza con un’asse scorrevole. Questa apertura circolare è una tana per volpi, e se ne trovate una aperta e vi guardate all’interno, troverete con tutta probabilità offerte di tofu o altri cibi di cui le volpi sono ritenute ghiotte. Troverete anche, verosimilmente, dei chicchi di riso sparpagliati sul legno sotto o intorno al buco, oppure proprio sul bordo dello stesso; e potrebbe capitarvi di vedere qualche contadino che batte le mani davanti alla tana, mormora delle preghiere, e mangia uno o due chicchi di quel riso convinto che potrà aiutarlo a prevenire o curare una malattia. Ora, la volpe per cui viene costruita questa tana è una volpe invisibile, una volpe fantasma – quella che i contadini chiamano rispettosamente O-Kitsune-san. Nei rari casi in cui si abbassa a prendere forma visibile, si dice che abbia la pelliccia bianca come la neve.
Secondo l’opinione di alcuni, esistono molti tipi di volpi fantasma. Secondo altri ce ne sono soltanto due: la volpe di Inari (O-Kitsune-san) e la volpe selvatica (kitsune). Altri ancora suddividono le volpi in superiori e inferiori, sostenendo l’esistenza di quattro specie superiori – byakko, kokko, jenko e reiko – tutte in possesso di poteri sovrannaturali. Infine, c’è chi riconosce solo tre tipi di volpi: la volpe dei campi, la volpe degli uomini, e la volpe di Inari. Molti però confondono la volpe dei campi o la volpe selvatica con la volpe degli uomini, e altri identificano la volpe di Inari con la volpe degli uomini. È impossibile districarsi nel groviglio di queste credenze, specialmente tra la gente di campagna. Tali credenze, poi, variano di distretto in distretto. Il meglio che sono riuscito a fare, dopo aver vissuto per quattordici mesi a Izumo – dove questa superstizione è molto forte e caratterizzata da dettagli unici –, è stato redigere questo resoconto sommario.
Tutte le volpi hanno poteri sovrannaturali. Ci sono volpi buone e volpi cattive. La volpe di Inari è buona, e le volpi cattive hanno paura della volpe di Inari. La volpe peggiore è quella detta ninko o hito-kitsune (la volpe degli uomini): questa è in genere responsabile delle possessioni demoniache. Non è più grande di una faina, e anche la forma è più o meno simile, a eccezione della coda che è come la coda delle altre volpi. È raro vederla, perché resta invisibile a tutti tranne alle persone a cui si lega. Le piace vivere nelle case degli uomini, farsi nutrire da loro, e porta prosperità a qualunque famiglia in cui venga ben accolta. Farà in modo che i campi di riso non restino mai a corto d’acqua, né la pentola a corto di riso. Ma se si sentirà offesa, porterà sciagura a tutta la casa e rovinerà il raccolto. Anche la volpe selvatica (nogitsune) è cattiva. Certe volte prende possesso delle persone, ma è soprattutto una maga, esperta in incantesimi ingannatori. Ha il potere di assumere qualsiasi forma e di rendersi invisibile, ma i cani riescono sempre a vederla, perciò ha un’enorme paura di loro. In aggiunta, se mentre sta assumendo un’altra forma l’ombra della volpe ricade sull’acqua, l’acqua rifletterà sempre l’ombra autentica della volpe. Quando la trovano, i contadini la uccidono; chi uccide una volpe, però, incorre nel rischio di venire maledetto dai parenti della volpe uccisa, o addirittura dal suo stesso ki, o spirito. Se tuttavia si mangia la carne di volpe, si è protetti dalle eventuali maledizioni. La nogitsune prende dimora nelle case degli uomini. Quando una famiglia ospita in casa una volpe si tratta solitamente della tipologia più piccola, detta ninko, ma talvolta le due specie vivono insieme sotto lo stesso tetto. Alcuni dicono che, se raggiunge l’età di cento anni, la nogitsune diventa tutta bianca e ascende al rango di volpe di Inari.
Ci sono strane contraddizioni in queste credenze, e altre ambiguità ancora emergeranno nelle pagine successive di questo mio riassunto. È difficile descrivere con esattezza il mito popolare sulle volpi, non solo perché gli stessi credenti hanno le idee confuse al riguardo, ma anche per l’ampia varietà di elementi da cui il mito ha attinto per prendere forma. La sua origine è cinese, ma in Giappone si è mescolato in modo imprevedibile con il culto di una divinità shintōista, per poi modificarsi ed espandersi tramite i concetti buddhisti di taumaturgia e magia. Per quel che compete alla gente comune, non sarà sbagliato dire che venera le volpi perché, forse, ha semplicemente paura di loro. La gente di campagna venera tutt’ora ciò che teme.
IV
Non è affatto certo che la distinzione popolare fra le diverse classi di volpi, o quella fra la volpe di Inari e la volpe demoniaca, sia mai stata stabilita in maniera più chiara di adesso, a eccezione dei libri degli antichi intellettuali. In effetti, esiste una lettera inviata da Hideyoshi al dio volpe da cui si può dedurre che al tempo del grande taikō la volpe di Inari e la volpe demone fossero considerate alla stessa stregua. Questa lettera è tutt’ora conservata a Nara, nel tempio buddhista chiamato Tōdaiji.
Kyōto, il diciassettesimo giorno del terzo mese
Per Inari Daimyōjin:
Mio Signore, debbo umilmente informarvi che una delle volpi sotto la vostra giurisdizione ha stregato una delle mie servitrici, causando gravi problemi a lei e ad altri. Mi trovo dunque costretto a chiedervi di investigare scrupolosamente sulla vicenda, e di adoperarvi per scoprire la ragione che ha portato il vostro suddito a comportarsi in tal modo, mettendomi al corrente dei risultati.
Se non dovessero emergere giustificazioni per il comportamento della volpe, dovrete arrestarla e punirla immediatamente. Se tarderete a prendere l’iniziativa, darò ordine di uccidere ogni volpe sul territorio.
Se desideraste apprendere altri particolari sull’accaduto, potrete chiedere ogni dettaglio all’alto sacerdote Yoshida.
Scusandomi per le imperfezioni di questa mia lettera, vi saluto con ogni onore.
Il vostro obbediente servitore,
Hideyoshi Taikō
Dovevano certamente esserci delle distinzioni locali, relative al culto di Inari da parte della casta militare. Fra i samurai di Izumo, il dio del riso era per ovvie ragioni una divinità assai popolare, e nel giardino di quasi tutte le vecchie residenze di shizoku di Matsue si può ancora trovare un piccolo altare di Inari Daimyōjin, con piccole volpi di pietra sedute davanti. Nell’immaginario delle classi sociali inferiori, poi, tutte le famiglie di samurai possedevano volpi domestiche. Le volpi dei samurai però non incutevano timore. Erano considerate “volpi buone”, e pare che la credenza sulle ninko o le hito-kitsune non abbia creato nessun problema alle famiglie di samurai di Matsue durante il periodo feudale. È soltanto da quando la casta militare è stata abolita, e il suo nome è mutato in shizoku passando a indicare una semplice classe borghese, che alcune famiglie sono finite vittima della superstizione a causa di matrimoni misti con le classi mercantili, o chōnin, presso cui la credenza è sempre stata forte.
Secondo la gente di campagna, i più grandi possessori di volpi erano i daimyō di Izumo, i Matsudaira. Si credeva che uno di loro usasse le volpi per mandare messaggi a Tōkyō (si noti che, secondo la credenza popolare, una volpe era in grado di andare da Yokohama a Londra in poche ore): a Matsue circolava una storia su una volpe, rimasta catturata in una trappola vicino a Tōkyō, che portava legata al collo una lettera scritta dal principe di Izumo quella mattina stessa. Il grande tempio di Inari nei terreni del castello, O-Shiroyama-no-Inari-sama, con le sue mille migliaia di volpi di pietra, è considerato dalla gente di campagna una prova lampante di come i Matsudaira venerassero non tanto Inari, quanto le volpi.
Oggi, tuttavia, non è più possibile stabilire una distinzione fra i generi di questa zoologia spettrale, in cui le specie si mescolano tra loro. Non è nemmeno più possibile separare il ki (o “anima”) della volpe dal nobile spirito del cibo, poiché i due concetti, nella religione rudimentale dei contadini, si sono irrimediabilmente sovrapposti nel nome Inari. L’antica mitologia shintōista è in realtà molto esplicita nella definizione del nobile spirito del cibo, e non dice una parola in merito alle volpi. I contadini di Izumo, però, proprio come i contadini dell’Europa cattolica, si sono fatti la propria mitologia da soli. In risposta alla domanda se preghino Inari in quanto divinità buona oppure maligna, vi diranno che Inari è buono, e che le volpi di Inari sono buone. Vi racconteranno che ci sono volpi bianche e volpi scure, volpi da venerare e volpi da ammazzare, volpi buone che fanno kon-kon e volpi cattive che fanno kwai-kwai. I contadini posseduti da una volpe, invece, esclamano: «Io sono Inari, Tamabushi-no-Inari!», o qualche altro Inari.
V
Le volpi goblin sono particolarmente temute a Izumo per via di tre abitudini malvagie a loro attribuite. La prima è quella di ingannare la gente tramite incantesimi, a scopo di vendetta o per pura cattiveria. La seconda è quella di stabilirsi in casa di qualcuno, diventando membro della famiglia – ma rendendo tale famiglia il terrore del vicinato. La terza e peggiore di tutte è quella di entrare nel corpo delle persone e renderle vittima di possessione diabolica, tormentandole fino a trascinarle nella follia. Questa afflizione è chiamata kitsune-tsuki.
Per illudere gli uomini, le volpi goblin amano assumere soprattutto la forma di una bellissima donna; molto più raramente, quando vogliono ingannare una persona dell’altro sesso, scelgono la forma di un ragazzo. Innumerevoli sono le storie, tramandate per via orale o scritta, sulle astuzie delle donne-volpi. E quando una donna è maestra nell’arte di ridurre in schiavitù gli uomini, spogliandoli di tutte le loro ricchezze, la gente la chiama con un insulto tremendo: kitsune.
Molti, in realtà, sostengono che le volpi non assumano mai veramente forma umana, ma che sia tutto un inganno esercitato grazie a una sorta di potere magnetico, o confondendo la vista delle vittime grazie a un qualche effluvio magico.
Non sempre le volpi appaiono con le sembianze di una donna per fini malvagi. Ci sono molte storie, nonché un’opera teatrale davvero bella, su volpi che presero la forma di una bellissima donna, sposarono un uomo e gli diedero figli, il tutto come gesto di gratitudine per un favore ricevuto: l’unico elemento che turbava la felicità della famiglia era una certa strana tendenza carnivora da parte dei figli. Se si tratta di perseguire uno scopo diabolico, poi, l’aspetto di una donna non sempre è il travestimento migliore. Esistono uomini del tutto insensibili alla stregoneria femminile. Le volpi, tuttavia, non sono mai a corto di maschere; sanno assumere più forme di Proteo. Inoltre, sono in grado di farti vedere, sentire o immaginare tutto quel che vogliono farti vedere, sentire o immaginare. Possono farti vedere scene fuori dal tempo e dallo spazio; possono rievocare il passato e rivelare il futuro. Il loro potere non è mai stato cancellato dall’arrivo delle idee occidentali: non sono state proprio le volpi, infatti, appena qualche anno fa, a lanciare dei treni fantasma in corsa sulla ferrovia del Tōkkaidō, seminando la confusione e il panico fra gli ingegneri della ditta? Come tutti i goblin, però, le volpi preferiscono insediarsi in luoghi isolati. Di notte si divertono a creare strane luci spettrali, simili a luci di lanterna, che baluginano in luoghi pericolosi. Per difendersi da questo tranello, bisogna ricordarsi di giungere le mani in un certo modo specifico, lasciando un’apertura a forma di diamante fra le dita incrociate: basterà soffiarci attraverso, puntando le mani in direzione della luce, per estinguere la fiamma fantasma – pronunciando nel mentre alcune formule buddhiste.
Non è soltanto di notte, però, che le volpi fanno sfoggio del loro potere malefico: anche in pieno giorno potrebbero cercare di attirarvi verso morte certa, o farvi scappare in direzione del pericolo spaventandovi con qualche apparizione, oppure ancora farvi immaginare di aver sentito un terremoto. Di conseguenza, i contadini di una volta, quando vedevano qualcosa di strano, ci pensavano sempre due volte prima di credere ai propri occhi. Il più interessante e prezioso testimone della spettacolare eruzione del Bandai-san nel 1888 – che ridusse in briciole l’enorme vulcano e devastò un’area di quarantatré chilometri quadrati, radendo al suolo foreste, spostando il corso dei fiumi, e seppellendo svariati villaggi insieme a tutti i loro abitanti – fu un vecchio contadino che aveva osservato l’intero cataclisma dalla cima di una montagna lì accanto, tranquillo e pacifico come se fosse stato a teatro. Aveva visto una colonna nera di cenere e vapore innalzarsi fino ai seimila metri, per poi aprirsi come un ombrello a oscurare il sole. Poi si era sentito cadere addosso una strana pioggia, più calda dell’acqua per fare il bagno. Dopodiché tutto era diventato nero, e aveva sentito la montagna scuotersi fino alle radici sotto ai suoi piedi, aveva udito un rombo di tuono che pareva il suono della fine del mondo. Ma era rimasto fermo e calmo finché tutto non era finito. Aveva deciso nella sua testa di non cedere alla paura, sicuro che l’intera catastrofe fosse un’illusione causata dalla stregoneria di una volpe.
VI
Strana è la pazzia in cui cadono quelli posseduti da una volpe demone. Certe volte corrono nudi per strada, strillando. Certe altre volte si stendono a terra e schiumano dalla bocca, uggiolando come fa una volpe. E in un qualche punto del corpo del posseduto appare un rigonfiamento, che si muove sotto la pelle come se godesse di vita propria. Se provi a pungerlo con un ago, schizza via da qualche altra parte. E per quanto si provi a stringerlo e schiacciarlo con forza, scivolerà sempre tra le dita. Si dice anche che i posseduti comincino a parlare e scrivere in lingue che non conoscevano prima del fatto. Mangiano solo cibi che si ritiene piacciano alle volpi – tofu, aburage, azukimeshi, eccetera – e mangiano parecchio, sostenendo che non sono loro, bensì le volpi, ad avere fame.
Non di rado capita che le vittime di queste possessioni vengano trattate con le cattive maniere dai familiari: devono sopportare gravi ustioni e pestaggi, nella speranza di scacciare in tal modo la volpe. Se ancora non basta, si manda a chiamare lo hōin o yamabushi: l’esorcista. L’esorcista discute con la volpe, che parla tramite la bocca del posseduto. Una volta ridotta al silenzio tramite le argomentazioni religiose del prete, e convintasi che sia malvagio possedere le persone, la volpe in genere accetta di andarsene a patto di ricevere tofu o altro cibo in abbondanza; il cibo promesso dev’essere portato immediatamente presso lo specifico tempio di Inari di cui la volpe si è dichiarata seguace. La volpe demone, infatti, indipendentemente da chi l’abbia mandata, si presenta in genere come servitrice di un qualche Inari – anche se talvolta afferma di essere lei stessa il dio.
Appena è stato liberato dal possessore, il posseduto crolla a terra privo di sensi, e resta accasciato per molto tempo. E si dice, inoltre, che chi è stato vittima di possessione da parte di una volpe non sarà mai più in grado di mangiare tofu, aburage, azukimeshi, o altri di questi cibi di cui le volpi vanno ghiotte.
VII
La leggenda vuole che la volpe dell’uomo (hito-kitsune) non possa essere vista. Ma se si trova vicino all’acqua, si può vedere la sua ombra sulla superficie. Quelli che “hanno le volpi”, quindi, preferiscono evitare di avvicinarsi a fiumi o laghetti.
La volpe invisibile, come già accennato, si lega alle persone. Come un vero servitore giapponese, diventa parte integrante della famiglia. Ma se una figlia di quella famiglia si sposa, la volpe non si limita a spostarsi nella nuova famiglia seguendo la sposa, ma colonizza insieme alle sue compagne tutte le famiglie imparentate per matrimonio o altro vincolo con quella del marito. Ora, si dice che ogni famiglia di volpi sia composta da settantacinque creature – non una di meno e non una di più – e tutte devono essere sfamate. Per quanto tali volpi, prese singolarmente, mangino ben poco – come del resto tutti i fantasmi –, è comunque costoso mantenerle. I possessori di volpi (kitsune-mochi) devono dar loro da mangiare a intervalli regolari, e le volpi pretendono di mangiare prima delle persone – tutte e settantacinque. Appena il riso ha finito di cuocere nel kama, un gran pentolone di ferro, il kitsune-mochi batte un forte colpo sul lato del contenitore, e apre il coperchio. A quel punto le volpi emergono dal pavimento. E anche se il loro mangiare è inudibile all’orecchio umano e invisibile all’occhio umano, il livello del riso scende lentamente. Per questo motivo, per la gente povera è una sciagura avere le volpi.
Il costo di sfamare le volpi, tuttavia, non è l’aspetto peggiore del loro mantenimento. Le volpi non hanno un codice etico prestabilito, e più volte si sono dimostrate alleate infedeli. Talvolta portano prosperità alla famiglia, e la proteggono per lungo tempo; ma se, nonostante gli sforzi di questi settantacinque invisibili seguaci, una qualche sciagura dovesse abbattersi sulla famiglia, le volpi scapperebbero subito altrove portandosi dietro gli oggetti preziosi della casa. E tutti i bei regali che le volpi portano ai loro padroni sono in realtà oggetti rubati a qualcun altro. Perciò è considerato un atto estremamente immorale adottare le volpi. Può anche rivelarsi pericoloso per la pubblica quiete, perché tali volpi, essendo dei goblin privi degli scrupoli umani, agiscono senza pensare alle conseguenze. Può capitare che una volpe rubi il borsello del vicino durante la notte e lo depositi sull’uscio del padrone, così che al mattino ne nascerà senza dubbio una discussione.
Un’altra cattiva abitudine delle volpi è quella di rivelare in pubblico quel che sentono dire in privato, divertendosi a creare scandali indesiderati. Per esempio, una volpe legata alla famiglia di Kobayashi-san sente il suo padrone lamentarsi del vicino Nakayama-san, che gli sta segretamente antipatico. Lo zelante seguace, a quel punto, corre subito a casa di Nakayama-san, entra nel suo corpo e lo sfinisce di tormenti, dicendo: «Io sono una seguace di Kobayashi-san, al quale hai fatto questo e quest’altro torto, e finché lui non mi ordinerà di andarmene, resterò qui a torturarti».
E infine, ma si tratta del rischio più grave dell’ospitare volpi, c’è il pericolo che possano irritarsi con qualche membro della famiglia. Le volpi possono essere buone amiche, e rendere ricca la casa in cui prendono domicilio. Ma non essendo creature umane, esse ragionano e reagiscono come goblin più che come persone, ed è quindi difficile evitare di indispettirle. Nel momento più inaspettato potrebbero sentirsi offese senza alcun motivo apparente, e le conseguenze della loro rabbia sono imprevedibili. Le volpi infatti possiedono l’infinita visione istintiva; il ten-ni-tsun, o l’orecchio-che-tutto-sente; il ta-shin-tsun, che è la conoscenza dei più intimi segreti altrui; lo shiyuku-mei-tsun, che è la conoscenza del passato; lo zhin-kiyan-tsun, cioè la conoscenza universale del presente; e infine il potere di trasformazione e trasmutazione. Senza nemmeno considerare il suo talento per la stregoneria, dunque, la volpe è già un animale dotato per natura di mezzi pressoché onnipotenti per scopi malvagi.
VIII
Per tutte queste ragioni, ma ce ne sono indubbiamente molte altre, quando si sparge la voce che una famiglia ospiti delle volpi, viene subito emarginata. Organizzare un matrimonio con una famiglia di possessori di volpi è una cosa fuori discussione, e a Izumo ci sono molte ragazze belle e intelligenti che non riescono a trovare marito per via della superstizione nei confronti della famiglia. Come regola generale, le ragazze di Izumo preferiscono non sposarsi con uomini di altre province, ma le figlie di un kitsune-mochi sono costrette a sposarsi con un’altra famiglia di kitsune-mochi, o a trovarsi un marito che viva lontano dalla Provincia degli dèi. Le famiglie di possessori di volpi più ricche non hanno troppi problemi ad accasare le figlie in uno dei due modi sopra indicati, ma molte stupende ragazze di famiglia povera sono condannate dalla superstizione a rimanere nubili. Non mancano certo le persone in grado di amarle e desiderose di sposarle – ad esempio, uomini che hanno studiato presso le scuole pubbliche e che non credono alle volpi. Il problema è che, nei distretti di campagna, solo i facoltosi possono permettersi di sfidare apertamente le credenze popolari. Le conseguenze di un tale gesto, infatti, ricadrebbero non solo sul marito ma sulla sua intera famiglia, nonché sui suoi consanguinei in generale. E sono conseguenze su cui pensarci due volte!
Alcuni degli uomini che ospitano volpi, così si crede, sanno invece come volgere la superstizione in loro favore. La gente di campagna, generalmente parlando, ha paura di offendere un kitsune-mochi, perché questo potrebbe mandare i suoi servitori invisibili a prendere possesso dei detrattori. Per questo motivo, alcuni kitsune-mochi hanno ottenuto una grande influenza sulla comunità in cui vivono. Nella città di Yonago, per esempio, c’è un certo chōnin facoltoso la cui parola è praticamente legge, e le cui opinioni non vengono mai contestate. È in sostanza il governatore del luogo, destinato a diventare un uomo molto, molto ricco – e tutto perché la gente dice che abbia le volpi.
I lottatori, intesi come classe sociale, amano vantarsi di essere immuni alla possessione da parte delle volpi, e non hanno alcun timore né dei kitsune-mochi, né dei loro amici spettrali. Gli uomini molto forti, infatti, si ritengono resistenti a qualsiasi scherzo dei goblin. Si dice che le volpi abbiano paura di loro, e si raccontano storie dove una volpe ha dichiarato: «Avrei preferito entrare nel corpo di tuo fratello, ma lui è troppo forte per me, così ho preso possesso del tuo, per consumare la mia vendetta contro un membro della tua famiglia».
IX
Ora, la superstizione sulle volpi non coinvolge solo le persone: tocca anche le proprietà personali. Per esempio, influenza il valore delle proprietà immobiliari di Izumo per centinaia di migliaia di yen.
I terreni di una famiglia che si ritiene abbia le volpi non saranno mai venduti a un prezzo onesto. La gente ha paura di comprarli, perché teme che le volpi possano maledire i nuovi proprietari. La difficoltà di trovare un compratore aumenta ulteriormente nel caso di terreni terrazzati per farne campi di riso, nei distretti di montagna. La necessità primaria per questo tipo di agricoltura è l’irrigazione, realizzata con centinaia di modi ingegnosi che sfidano gli ostacoli naturali. Ci sono stagioni in cui l’acqua scarseggia, al punto che i contadini sono costretti a contendersela. Si teme, dunque, che nei terreni infestati dalle volpi queste creature possano spostare l’acqua da un campo all’altro, oppure, per dispetto, fare buchi nei canali e distruggere così il raccolto.
Non mancano tuttavia uomini scaltri, pronti a trarre vantaggio da questa strana credenza. Quindici anni fa, un signore di Matsue, esperto di agricoltura secondo la scuola moderna, ha investito proprio sulla paura delle volpi, acquistando un vasto appezzamento nella zona orientale di Izumo che nessuno si azzardava a comprare. Quei terreni hanno oggi un valore sestuplicato, e producono generosi raccolti grazie al suo innovativo sistema di coltivazione: se li vendesse adesso, guadagnerebbe una fortuna. Il successo di quest’uomo, insieme al fatto che fosse un ufficiale del governo, ha spezzato la maledizione: oggi nessuno dice più che i suoi campi siano infestati dalle volpi. Il successo da solo, però, non sarebbe mai bastato a liberare il suolo dall’ignobile superstizione. Se il coltivatore è riuscito a scacciare le volpi, lo ha fatto in virtù del potere conferitogli dalla sua posizione ufficiale. Presso la gente di campagna, la parola “governo” è apotropaica.
A dirla tutta, il coltivatore più ricco e di maggiore successo di tutta Izumo, con un patrimonio superiore a centomila yen – Wakuri-san di Chinomiya, a Kandegori –, è quasi universalmente ritenuto un kitsune-mochi dalla gente di paese. Circolano bizzarre storie sul suo conto. Alcuni raccontano che un giorno un uomo molto povero trovò nel bosco un cucciolo di volpe bianco, così lo portò a casa, lo accudì, e gli diede tofu, azukimeshi e aburage in abbondanza – tre fra i cibi preferiti dalle volpi –, e da allora fu benedetto dalla fortuna. Altri dicono che in casa sua vi sia una speciale zashiki, o “stanza degli ospiti”, per le volpi, e che una volta al mese allestisca proprio lì un grande banchetto per centinaia di hito-kitsune. Ma Chinomiya-no-Wakuri, come lo chiama la gente, può permettersi di ridere di queste storie. È un uomo raffinato, altamente rispettato in quelle cerchie sociali sofisticate dove la superstizione non ha cittadinanza.
X
Quando una ninko viene a bussare a casa di notte, produce uno specifico suono ovattato sulla porta, dal quale un orecchio esperto può intuire che il visitatore è una volpe. Le volpi, infatti, bussano alla porta con la coda. Se aprite, troverete sull’uscio un uomo, o forse una bellissima ragazza, che vi parlerà solo con frammenti di frasi – eppure, per qualche motivo, riuscirete a capire perfettamente il suo discorso. Le volpi non possono pronunciare parole intere, ma solo alcune parti, come «Nish… sa…» per dire “Nishida-san”; «degoz…» per “degozarimasu”; o «uch… de…?» per “uchi desuka?”. A quel punto, se siete un amico delle volpi, il visitatore vi offrirà un qualche piccolo dono, per poi svanire all’istante nel buio. Di qualsiasi cosa si tratti, l’oggetto vi apparirà molto più piccolo quando lo ritroverete al mattino: quando le volpi fanno un regalo, solo una parte è reale.
Una sera, mentre tornava a casa passando per una via chiamata Horomachi, uno shizoku di Matsue vide una volpe che scappava a zampe levate, rincorsa da dei cani. L’uomo colpì i cani con il suo ombrello, permettendo alla volpe di mettersi in salvo. La sera successiva sentì qualcuno bussare alla porta, e una volta aperto il to vide una ragazza molto bella in piedi sull’uscio, che gli disse: «La scorsa notte sarei morta, se non fosse stato per la vostra nobile gentilezza. Non so proprio come ringraziarvi: questo è solo un piccolo, umile regalo». Gli depositò un pacchetto fra i piedi e andò via. Quando aprì il pacco, l’uomo vi trovò due splendide anatre e due pezzi d’argento – quelle monete affusolate, pesanti, a forma di foglia, ciascuna del valore di dieci o dodici dollari, oggi ricercate a caro prezzo dai collezionisti di cose antiche. Dopo un po’, una delle monete si trasformò davanti ai suoi occhi in un mucchietto d’erba; l’altra invece rimase sempre buona.
Sugitean-san, un medico di Matsue, venne convocato una sera per assistere una donna in travaglio presso un’abitazione fuori città, su una collina chiamata Shiraga. Fu accompagnato da un servitore che teneva in mano una lanterna di carta con sopra dipinto uno stemma aristocratico. La casa in cui entrò era sfarzosa, e venne accolto con la sublime cordialità tipica dei samurai. La madre partorì un maschietto in salute. La famiglia offrì al medico una cena eccellente, lo intrattenne con sobrietà, e poi lo rimandò a casa carico di regali e soldi. Il giorno successivo, secondo l’etichetta giapponese, il medico tornò dalla famiglia per sdebitarsi e porgere i suoi ringraziamenti. Ma non riuscì più a trovare la casa; su Shiragayama non c’era nulla a parte foresta. Rientrato a casa, il medico riesaminò le monete d’oro con cui lo avevano pagato. Erano tutte buone eccetto una, che si era trasformata in erba.
XI
In tanti si sono approfittati in modo insolito delle superstizioni sul dio volpe.
A Matsue, parecchi anni fa, c’era una tofuya che godeva di una clientela stranamente numerosa. Una tofuya è un negozio che vende tofu, una sorta di formaggio fatto con la soia che, all’aspetto, somiglia alla buona crema pasticcera. Fra tutte le cose commestibili, le volpi sono soprattutto ghiotte di tofu e soba, che è una pasta di grano saraceno. C’è anche una leggenda secondo cui una volpe, nei panni di un uomo elegantemente vestito, si recò una volta al Nogi-no-Kuriharaya, una popolare sobaya sulle sponde del lago, e mangiò moltissima soba. Ma appena il cliente se ne fu andato, le monete con cui aveva pagato il conto si trasformarono in trucioli.
Il proprietario della tofuya ebbe un’esperienza differente. C’era un uomo vestito di stracci che andava al suo negozio ogni sera per comprare una porzione di tofu, che divorava seduta stante con l’avidità di chi pativa la fame. Ci andò ogni sera per settimane intere, e non parlava mai; una sera, però, il proprietario vide la punta di una folta coda bianca che spuntava da sotto gli stracci dello sconosciuto. Quell’immagine gli suscitò strane deduzioni, e ancor più strane speranze. Da quella notte cominciò a trattare il misterioso visitatore con ossequiosa gentilezza. Ci volle un altro mese, però, prima che lo sconosciuto parlasse. A quel punto disse così: «Anche se ai tuoi occhi sembro un uomo, non sono un uomo, e ho assunto forma umana specificamente per venire da te. Io vengo da Taka-machi, dove sorge il mio tempio, a cui spesso tu fai visita. E volendoti ricompensare per la tua devozione e bontà di cuore, sono venuto stanotte per salvarti da un grave pericolo. In virtù del potere che possiedo, infatti, so che domani questa strada brucerà, e tutte le case finiranno distrutte eccetto la tua. Per salvarti, farò un incantesimo. Ma affinché io possa farlo, devi aprire la tua cantina (kura) per farmi entrare, e non permettere a nessuno di guardarmi, perché se un solo occhio umano mi dovesse vedere, l’incantesimo fallirà».
Il negoziante, con ferventi parole di gratitudine, aprì il magazzino e vi accompagnò devotamente il presunto Inari, dando ordini affinché nessuno dei suoi familiari o servitori restasse di guardia. E familiari e servitori obbedirono così bene agli ordini che l’intero contenuto del magazzino, insieme a tutti gli oggetti preziosi della famiglia, venne rubato senza il minimo disturbo durante la notte. Al mattino, il negoziante trovò il kura completamente vuoto. E non ci fu nessun incendio.
C’è anche una storia, ben testimoniata, su un altro ricco negoziante di Matsue che cadde facilmente preda di un altro sedicente Inari. Questo Inari gli disse che, se avesse lasciato una certa somma di denaro, qualsiasi somma, presso un certo miya durante la notte, il mattino dopo ne avrebbe ritrovato il doppio, come ricompensa per una vita di devozione. Il negoziante portò per diverse volte delle piccole somme al miya, e nel giro di dodici ore le trovava sempre raddoppiate. Così cominciò a depositare somme più grandi, anch’esse similmente moltiplicate; si arrischiò a portare anche qualche centinaia di dollari, che furono duplicate. Infine, si convinse a ritirare tutti i suoi soldi dalla banca e li piazzò di sera presso l’altare del dio: non li rivide mai più.
XII
La letteratura si è occupata spesso delle volpi – le volpi spettrali, s’intende. Alcune opere in cui compaiono risalgono addirittura all’undicesimo secolo. Nelle storie antiche e nei romanzetti moderni, nelle tradizioni culturali e nelle leggende popolari, le volpi interpretano sempre ruoli fantastici. Ci sono storie bellissime sulle volpi, molto tristi e talvolta tragiche. Ci sono leggende sulle volpi che sono state discusse da grandi studiosi, e altre che sono conosciute da ogni bambino giapponese: la storia di Tamamonomae, per esempio, la bellissima favorita dell’imperatore Toba, il cui nome è diventato proverbiale e che alla fine si rivelò essere una volpe demone dalle nove code e con la pelliccia d’oro. La parte più interessante della letteratura in materia di volpi, però, si trova sui palchi teatrali, dove è possibile inscenare le credenze popolari in chiave umoristica. È ciò che accade nel seguente estratto dalla commedia di Hiza-Kuruge, scritta da un certo Jippensha Ikku.
(Kidahachi e Iyaji stanno viaggiando da Yedo a Ōsaka. Giunti a poca distanza da Akasaka, Kidahachi accelera il passo e precede il compagno, per assicurarsi di trovare una sistemazione presso la migliore locanda. Iyaji, proseguendo a ritmo rilassato, fa una breve sosta in un piccolo locale ai bordi della strada, gestito da un’anziana signora.)
SIGNORA: Prendete del tè, prego.
IYAJI: Grazie! Quanto dista la prossima città? Akasaka, intendo.
SIGNORA: Circa un ri. Ma se viaggiate senza compagni, vi suggerisco di passare qui la notte, perché c’è in giro una volpe cattiva che strega i viaggiatori.
IYAJI: Queste cose mi fanno paura. Ma devo proseguire; il mio compagno mi precede da un pezzo, e mi starà già aspettando.
(Dopo aver pagato per cibo e bevande, Iyaji si rimette in cammino. La notte è molto buia, e si sente molto nervoso per quel che gli ha raccontato la donna. Dopo aver camminato per un bel tratto, sente all’improvviso il guaito di una volpe: kon-kon. Preso dallo spavento, comincia a gridare a pieni polmoni.)
IYAJI: Se ti avvicini, ti ammazzo!
(Nel frattempo, Kidahachi, che ha udito anch’egli le storie della signora e ne è rimasto spaventato, ha deciso di aspettare Iyaji e dice tra sé e sé, nel buio: «Se non lo aspetto, finiremo sicuramente vittime di un’illusione». A un tratto sente la voce di Iyaji, ed esclama:)
KIDAHACHI: O-Iyaji-san!
IYAJI: Che ci fai tu qui?
KIDAHACHI: Volevo precederti, è vero. Ma poi mi è presa paura, e così ho deciso di fermarmi qui ad aspettarti.
IYAJI (immaginando che la volpe abbia assunto le sembianze di Kidahachi per ingannarlo): Non pensare che sia tanto facile gabbarmi!
KIDAHACHI: Ma che dici! Ecco, tieni questi bei mochi che ho comprato per te.
IYAJI: Lo sterco di cavallo non si può mangiare!
KIDAHACHI: Non essere sospettoso! Io sono davvero Kidahachi.
IYAJI (avventandosi contro l’interlocutore): Sì, certo: hai assunto la forma di Kidahachi per ingannarmi!
KIDAHACHI: Ma che stai dicendo? Che hai intenzione di farmi?
IYAJI: Ho intenzione di ucciderti! (Lo scaglia a terra.)
KIDAHACHI: Oh! Che male che mi hai fatto! Lasciami, ti prego!
IYAJI: Se ti sei davvero fatto male, allora mostrati nella tua vera forma! (I due lottano.)
KIDAHACHI: Che stai facendo? Perché metti la mano proprio lì?
IYAJI: Cerco la coda. Se non tiri subito fuori la coda, ti costringo io! (Prende il suo panno, e lo usa per legare le mani di Kidahachi dietro la schiena: poi comincia a trascinarlo.)
KIDAHACHI: Slegami, ti prego! Slegami subito!
(A questo punto hanno quasi raggiunto Akasaka, e Iyaji, vedendo un cane, chiama l’animale e tira Kidahachi lì accanto, perché si ritiene che i cani siano in grado di riconoscere le volpi vanificando qualsiasi camuffamento. Il cane però non reagisce in alcun modo a Kidahachi. Iyaji allora slega l’amico e si scusa, e i due ridono insieme per lo spavento che si sono presi.)
XIII
Il dio volpe però ha anche tanti aspetti positivi.
Per esempio, in una via davvero remota di Matsue – una di quelle strade dove nessun forestiero passerà mai a meno che non si sia perso – c’è un tempio chiamato Jigyōba-no-Inari, o anche Kodomo-no-Inari, cioè “Inari dei bambini”. È molto piccolo, ma anche molto famoso, e di recente ha ricevuto in dono una nuova coppia di volpi di pietra, molto grandi, con i denti indorati e un’espressione caratteristica, un po’ buffa e bonaria. Stanno sui due lati del portale: il maschio ride con le fauci aperte, e la femmina sta più dimessa, con la bocca chiusa. Nel cortile si trovano una gran quantità di volpi, piccole e antiche, con il naso, la testa o la coda spezzati; due grandi karashishi al cui cospetto c’è una fila di sandali di paglia (waraji), appesi come offerta votiva da fedeli con il male ai piedi che hanno pregato il karashishi-sama di guarirli; e un santuario di Kōjin, occupato dai resti di varie bambole per bambini.
Le porte d’accesso al santuario di Jigyōba-no-Inari, come quelle del santuario di Yaegaki, sono tutte bianche per via degli innumerevoli biglietti di carta legati alla grata, e ogni biglietto contiene una preghiera. In questo caso, però, le preghiere sono tutte originali e curiose. Sulla destra e sulla sinistra delle porte, e anche in alto, ci sono strane immaginine votive attaccate alle pareti, principalmente di bambini che fanno il bagno o si fanno rasare la testa. Ce n’è anche un paio che raffigurano bambini che giocano. Ora, lasciate che vi spieghi il motivo di queste stranezze. Saprete già senza dubbio che i bambini giapponesi, come anche gli adulti giapponesi, devono farsi un bagno caldo ogni giorno, e inoltre c’è l’usanza di radere la testa ai bambini molto piccoli, sia maschi sia femmine. Ma per quanto l’atavica pazienza e il forte istinto ancestrale li portino a obbedire alle regole, i bambini sopportano poco volentieri sia il rasoio sia il bagno caldo, per via della loro pelle delicata. Il bagno caldo dei giapponesi, infatti, è davvero rovente (non meno di quarantatré gradi, a spanne) e anche gli stranieri adulti hanno bisogno di un po’ di tempo per abituarsi, e per imparare ad apprezzarne le qualità igieniche. Inoltre, il rasoio giapponese è uno strumento meno sofisticato del nostro: viene usato senza schiuma, e fa sempre pizzicare la pelle a meno che non venga impugnato da mani espertissime. Infine, c’è da dire che i genitori giapponesi non sono mai dispotici con i figli: li coccolano e li viziano, e non li costringono mai a fare qualcosa con le cattive maniere. Per loro, quindi, è un bel dilemma quando i bambini scappano dalla vasca da bagno o fanno i capricci davanti al rasoio.
I genitori di quei bambini che rifiutano di farsi lavare o rasare si rivolgono quindi a Jigyōba-no-Inari. Implorano il dio di mandare uno dei suoi seguaci a distrarre il bambino, facendogli tornare il buon umore e rendendolo docile e felice, maggiormente disposto a sopportare il bagnetto. Si fa ricorso a Inari anche per i bambini capricciosi o malati. Se la preghiera viene esaudita, i fedeli portano un piccolo dono al tempio: certe volte si tratta di un’immagine votiva, proprio come quelle appese intorno alla porta, per dimostrare il successo della petizione. A giudicare dal numero di tali immagini, e dalla prosperità del tempio, la popolarità del Kodomo-no-Inari sembra decisamente meritata. Nei pochi minuti che ho passato nel cortile del tempio ho visto ben tre giovani madri con i neonati sulla schiena recarsi all’altare per lasciare delle offerte. Ho notato che uno dei bambini, dal viso bellissimo, non era mai stato rasato. Il suo doveva essere un caso particolarmente ostinato.
Mentre tornavo da un visita al Jigyōba-no-Inari, il mio servitore giapponese, che mi aveva accompagnato lì, mi raccontò questa storia. Il figlio del suo vicino di casa, un bimbo di sette anni, era uscito a giocare un mattino ed era scomparso per due giorni. I genitori non si erano preoccupati, sulle prime, pensando che fosse andato a casa di un parente dove talvolta si tratteneva per un giorno o due. Ma alla sera del secondo giorno scoprirono che il bambino non era mai stato nella casa del parente. Cominciarono subito le ricerche, ma pur chiedendo e frugando da tutte le parti, il bambino non si trovava. A tarda notte, tuttavia, qualcuno bussò alla porta dell’abitazione della famiglia, e la madre, corsa ad aprire, trovò il figlio che dormiva della grossa per terra. Non riuscì mai a scoprire chi aveva bussato. Il bambino, dopo essersi svegliato, rise e disse che, nel mattino della scomparsa, aveva incontrato un ragazzino all’incirca della sua età, con degli occhi molto belli, che lo aveva convinto a seguirlo nel bosco dove avevano giocato insieme per tutto il giorno, la notte e il giorno successivo, facendo giochi molto buffi e strani. Alla fine però si era addormentato, e il nuovo amico lo aveva riportato a casa. Non aveva fame. L’amico gli aveva promesso: «Torno a trovarti domani».
Ma il misterioso amichetto non venne mai, e nel vicinato non viveva nessun ragazzo corrispondente a quella descrizione. Tutti supposero che quel bambino fosse una volpe in vena di scherzi – e il suo compagno di divertimenti attese a lungo e invano il ritorno del suo caro amico.
XIV
Una trentina di anni fa viveva a Matsue un ex lottatore di nome Tobikawa, che era acerrimo nemico delle volpi e amava cacciarle e ucciderle. La gente credeva che la sua forza straordinaria lo rendesse immune a ogni tipo di stregoneria, ma alcuni anziani predissero che non sarebbe morto di morte naturale. La profezia si avverò: Tobikawa morì in maniera davvero singolare. L’uomo aveva una passione smodata per gli scherzi. Un giorno si travestì da tengu, una sorta di goblin sacro con ali, artigli e un lungo naso, e salì in cima a un alto albero in un boschetto consacrato vicino a Rakusan: di lì a poco, i contadini ignari cominciarono ad affollarsi ai piedi dell’albero, venerando il tengu e lasciandogli offerte. Assai divertito dallo spettacolo, Tobikawa provò a calarsi meglio nel ruolo e iniziò a saltare leggiadro da un ramo all’altro, ma a un tratto mise un piede in fallo e cadde, rompendosi il collo.
XV
Tutte queste strane credenze, tuttavia, stanno svanendo a poco a poco. Anno dopo anno, i santuari di Inari finiscono in macerie e nessuno li ricostruisce. Anno dopo anno, gli scultori realizzano sempre meno statue di Inari. Anno dopo anno, sempre meno vittime di possessione da parte di volpi vengono portate in ospedale, per essere curate secondo i migliori metodi scientifici da medici giapponesi che parlano tedesco. La causa non è da ricercare nella decadenza dell’antica fede: le superstizioni vivono sempre più a lungo delle religioni. E il problema non è neanche l’acceso proselitismo dei missionari occidentali, molti dei quali professano un’autentica fede nel diavolo. È una questione puramente educativa. Il nemico onnipotente della superstizione è la scuola pubblica, dove si insegna la scienza moderna scevra dal giogo di pregiudizi e settarismi; dove non esiste ragazzo o ragazza di quattordici anni che non conosca nomi celebri come Tyndall, Darwin, Huxley o Herbert Spencer. Le piccole mani birichine che rompono il naso del dio volpe oggi sanno anche scrivere saggi sull’evoluzione delle piante o sulla geologia di Izumo. Non c’è più spazio per le volpi fantasma nel meraviglioso mondo naturale che i nuovi studi svelano alle nuove generazioni. Gli esorcisti e riformatori più potenti sono sempre loro, i kodomo.