Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

hōrai (italian)

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Profonde visioni d’azzurro che sfumano verso l’alto… mare e cielo connessi da un bagliore velato. È un giorno di primavera, e l’ora è quella del mattino. Solo cielo e mare, un’unica immensità cerulea… A largo, le onde rifrangono uno scintillio d’argento, tra i mulinelli di schiuma che s’intrecciano. Poco più oltre, però, non c’è più nessun movimento percepibile, nulla al di fuori del puro colore: il blu tiepido e soffuso dell’acqua che si allarga a confondersi con il blu del cielo. L’orizzonte non esiste: solo miglia e miglia di mare che s’impennano nello spazio, una concavità infinita che apre una voragine sotto di te e poi si inarca in un’immensa muraglia, il colore sempre più intenso man mano che ascende. In lontananza, però, in mezzo al blu tenue c’è una visione flebile, sospesa: le torri di un palazzo, con alti tetti a punta e ricurvi come lune – il presagio di un qualche splendore strano e antico, illuminato da un raggio di sole vago come un ricordo.
… Quel che ho cercato di descrivere è un kakemono – sarebbe a dire, un dipinto su seta giapponese, appeso alla parete della mia stanzetta – il cui titolo è Shinkirō, che significa “miraggio”. Ma i contorni di tale miraggio sono inconfondibili. Si tratta dei portali luccicanti di Hōrai, il luogo sacro, e quelli sono i tetti rischiarati dalla luna del palazzo del Re Drago: e la loro foggia, seppur dipinta da un pennello giapponese odierno, è la tipica foggia delle cose cinesi di duecentodieci anni fa…
Nei libri cinesi di quell’epoca, il luogo è descritto come segue.
A Hōrai non esistono morte né dolore, e non c’è inverno. I fiori non appassiscono mai, né i frutti marciscono; e basta che un uomo assaggi una sola volta uno di quei frutti che non proverà mai più fame o sete in vita sua. A Hōrai crescono piante incantate come so-rin-shi, riku-gō-aoi e ban-kon-tō, che guariscono malattie di ogni genere, e vi cresce anche l’erba magica yō-shin-shi, che risveglia i morti. Questa erba magica è innaffiata da un’acqua fatata, che bevendola concede la gioventù eterna. La gente di Hōrai mangia il riso in ciotole molto, molto piccole; ma il riso nella ciotola non finisce mai, per quanto ce se ne abbuffi, finché la persona non si considera sazia. E la gente di Hōrai beve il vino da bicchieri molto, molto piccoli; nessun uomo al mondo però, nemmeno il più forte bevitore, è in grado di svuotare uno di quei bicchieri, finché non è vinto dal piacevole torpore dell’ubriachezza.
Questo e molto altro tramandano le leggende dell’epoca della dinastia Shin. Ma che gli autori di queste leggende abbiano visto davvero Hōrai, anche solo in forma di miraggio, non è credibile. Nella realtà, infatti, in questa terra non ci sono frutti incantati che lasciano chi li consuma perennemente sazio, né erba magica che risveglia i morti, né fonti di acqua fatata, né ciotole sempre piene di riso, né bicchieri sempre pieni di vino. Non è vero che miseria e morte non hanno mai varcato le porte di Hōrai, né che non esista inverno. L’inverno a Hōrai è freddo: i venti fanno gelare le ossa e la neve si accumula mostruosa sui tetti del Re Drago.
Ciononostante, esistono altre cose meravigliose a Hōrai, e la più prodigiosa di tutte non è mai stata menzionata da nessun autore cinese. Mi riferisco all’atmosfera di Hōrai. È un’atmosfera unica che si trova solo in questo luogo, e grazie a essa il sole di Hōrai splende con una luce più bianca rispetto agli altri paesi, una luce lattata che non abbaglia mai, straordinariamente limpida ma anche tenue. Questa atmosfera non appartiene alla nostra era umana: è immensamente antica, tanto antica che fa paura a pensarci, e non dipende da una particolare miscela di azoto e ossigeno. Non è fatta d’aria, anzi, bensì da spiriti: la sostanza di quintilioni di quintilioni di generazioni di anime, tutte fuse in un’unica sconfinata luminescenza – anime di persone che ragionavano in modi totalmente diversi dai nostri. Quando un uomo mortale inala questa atmosfera introduce nel proprio sangue i fremiti di questi spiriti, ed essi modificano i suoi sensi, rimodellano le sue concezioni di spazio e tempo, al punto che egli comincia a vedere il mondo come lo vedevano loro, a percepirlo come lo percepivano loro, e a pensare come pensavano loro. Questi mutamenti avvengono lenti e silenziosi, come un sonno, e alla luce di tutto questo potremmo descrivere Hōrai diversamente:
Poiché a Hōrai il grande male è cosa ignota, i cuori della gente non invecchiano mai. E siccome il loro cuore resta sempre giovane, gli abitanti di Hōrai sorridono dal giorno della nascita a quello della morte – a eccezione di quando gli dèi seminano angoscia fra di loro, e i volti allora restano velati finché la pena non scompare. Tutte le persone di Hōrai amano e confidano nel prossimo, come se fossero tutti membri di un’unica famiglia; e la voce delle donne è come il canto degli usignoli, perché i loro cuori sono leggeri come le anime degli uccelli; e le maniche delle fanciulle, quando giocano, svolazzano come se fossero ali, soffici e ampie. A Hōrai nulla è celato tranne il lutto, perché non c’è alcun motivo di vergognarsi, e niente è chiuso a chiave, perché non potrebbe mai esserci nessun furto; tanto di notte quanto di giorno, tutte le porte restano aperte, perché non c’è nulla di cui avere paura. E siccome tutti i suoi abitanti sono creature fatate, per quanto mortali, ogni cosa a Hōrai, eccetto il palazzo del Re Drago, è piccola, buffa e pittoresca – e questa gente fatata mangia davvero il riso da ciotole molto piccole, e beve il vino da bicchieri molto, molto piccoli…
Si direbbe che gran parte di quanto descritto dipenda dall’inalazione di quell’atmosfera magica… ma non solo. L’incantesimo prodotto dai morti, infatti, non è che il fascino di un ideale, l’attrattiva di un’antica speranza; e una traccia di quella speranza si è concretizzata nel cuore di tante persone, nella semplice bellezza di una vita di altruismo, nei gentili modi femminili…
Ora, malvagi venti da Occidente stanno soffiando sopra Hōrai, e ahimè la sua atmosfera magica sta evaporando tra le raffiche. Ne resta solo qualche macchia isolata, o qualche fascia – come quelle lunghe bande di nuvole lucenti che solcano i paesaggi dei pittori giapponesi. Sotto questi sbuffi di vapore elfico si può ancora trovare Hōrai, ma non altrove… Non dimenticate che Hōrai è chiamata anche Shinkirō, che significa Miraggio – la Visione dell’Intangibile. E questa Visione sta svanendo, destinata a riapparire solo in immagini, poesie e sogni…