Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

alla deriva (italian)

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C’era un tifone in arrivo: io stavo seduto sull’argine in mezzo al forte vento, guardando i frangenti, e c’era il vecchio Amano Jinsuke seduto insieme a me. A sudest era tutto cupo e bluastro, a eccezione del mare che aveva uno strano colore brunito. Si stavano già alzando dei cavalloni torreggianti. S’infrangevano a cento metri da noi, producendo un suono di tempesta e terremoto, e la loro schiuma risaliva il pendio bagnandoci la faccia con schizzi affilati. Dopo ciascuno schianto, la risacca sulla spiaggia faceva un rumore identico al ruggito di un treno a piena velocità. Dissi ad Amano Jinsuke che mi faceva tanta paura, e lui rise.
«Una volta ho nuotato per due giorni e due notti in un mare peggiore di questo» mi disse. «Avevo diciannove anni all’epoca. Di una ciurma di otto persone, fui l’unico a salvarmi.
«La nostra nave si chiamava Fukuju Maru: era di proprietà di Mayeda Jingorō, uno di questa città. Tutti gli uomini dell’equipaggio eccetto uno erano di Yaidzu. Il capitano era Saito Kichiyemon, un uomo di più di sessant’anni: viveva a Jō-no-Koshi, la strada qui alle nostre spalle. A bordo c’era un altro uomo anziano di nome Nito Shōshichi, che viveva nel quartiere di Araya. E poi c’era Terao Kankichi, quarantadue anni; suo fratello Minosuke, un ragazzo di sedici, c’era anche lui con noi. I Terao vivevano ad Araya. Poi c’era Saito Heikichi, trent’anni; e c’era un signore di nome Matsuhirō, che veniva da Suō, ma si era stabilito a Yaidzu. Un altro della ciurma era Washino Otokichi: viveva a Jō-no-Koshi e aveva solo ventun anni. Io ero il più giovane a bordo, a eccezione di Terao Minosuke.
«Partimmo da Yaidzu il mattino del decimo giorno del settimo mese di Manyen gwannen – nell’anno della Scimmia – in direzione di Sanuki. La notte dell’undicesimo giorno, a largo di Kishō, fummo sorpresi da un tifone proveniente da sudest. Poco prima della mezzanotte, la nave si rovesciò. Quando mi accorsi che si stava ribaltando, io afferrai un’asse di legno, la gettai fuori bordo, e saltai giù. Soffiava un vento da far paura, e la notte era così buia che non si vedeva a un metro di distanza, ma fui abbastanza fortunato da ritrovare la tavola in acqua, e mi ci aggrappai. Nel giro di un attimo, la nave era affondata. Vicino a me nell’acqua c’erano Washino Otokichi e i fratelli Terao, e anche Matsuhirō, tutti che nuotavano. Degli altri non c’era traccia: probabilmente erano affondati insieme alla nave. Noi cinque continuammo a chiamarli, mentre facevamo su e giù fra le onde del mare grosso, e notai che tutti tranne Terao Kankichi avevano trovato una tavola o un qualche pezzo di legno. Così gridai a Kankichi: “Tu hai dei figli, e io sono molto giovane: prendila tu questa tavola!”. Ma lui mi urlò in risposta: “Con un mare così le tavole sono pericolose! Sta’ lontano dai pezzi di legno, Jinyō! Rischi di farti male!”. Prima che potessi rispondergli, un’onda simile a una montagna nera si schiantò sopra di noi. Rimasi parecchio tempo sott’acqua, e quando risalii, di Kankichi non c’era più traccia. Gli uomini più giovani stavano ancora a galla, ma erano stati portati via alla mia sinistra: non riuscivo a vederli, ci chiamavamo gridando. Io cercavo di assecondare il movimento delle onde, ma quelli mi urlavano: “Jinyō! Jinyō! Da questa parte, vieni qui!”. Io però sapevo bene che andare verso di loro sarebbe stato molto pericoloso, perché ogni volta che un’onda mi prendeva di lato finivo sommerso. Così gridai in risposta: “Seguite la marea! Seguite la corrente!”. Ma loro sembravano non capire, e continuavano a chiamarmi: “Kocchi e koi! Kocchi e koi!” e le loro voci suonavano di volta in volta più lontane. Avevo paura di rispondere, adesso… Quello era il grido che lanciano le anime degli annegati quando cercano compagnia: “Kocchi e koi! Kocchi e koi!”.
«Dopo qualche tempo le grida cessarono, e sentivo solo il mare, il vento e la pioggia. Era così buio che le onde restavano invisibili finché non mi arrivavano addosso: enormi ombre nere che ti risucchiavano. La loro spinta costante, però, mi aiutava a trovare l’orientamento. La pioggia, in qualche modo, evitava che si gonfiassero troppo: se non fosse stato per la pioggia, nessuno sarebbe sopravvissuto tanto a lungo in un mare del genere. Ora dopo ora, il vento soffiava sempre più forte e i cavalloni s’ingrossavano, e io pregai tutta la notte chiedendo aiuto a Jizō-sama di Ogawa, e poi… delle luci? Sì, c’erano delle luci sull’acqua, ma non tante; quelle luci grandi, che brillano come candele…
«All’alba il mare aveva un aspetto orribile, un colore verde fangoso: le onde sembravano colline, e il vento era tremendo. La pioggia e gli spruzzi creavano una foschia sopra il pelo dell’acqua che cancellava l’orizzonte. Ma se anche ci fosse stata terra in vista, non avrei potuto fare niente a parte lottare per restare a galla. Avevo fame, tantissima fame, e in breve i crampi allo stomaco divennero insopportabili. Feci su e giù con i cavalloni per tutto il giorno, alla deriva in mezzo al vento e alla pioggia, e non c’era traccia di terraferma. Non sapevo dove stessi andando: sotto quel cielo era impossibile distinguere l’est dall’ovest.
«Con il buio, il vento si placò, ma la pioggia batteva ancora forte, e ogni cosa era nera. I crampi della fame passarono, ma mi sentivo debole, così debole che, ne ero sicuro, stavo per affogare. C’erano di nuovo delle voci che mi chiamavano, proprio come la notte prima: “Kocchi e koi! Kocchi e koi!”… E tutto a un tratto vidi i quattro superstiti della Fukuju Maru – non più a galla, ma in piedi accanto a me: Terao Kankichi, Terao Minosuke, Washino Otokochi e il signor Matsuhirō. Mi guardavano tutti con facce arrabbiate, e il giovane Minosuke esclamò, come per farmi una ramanzina: “Io sto sgobbando per sistemare il timone, e tu, Jinsuke, te ne stai a dormire come sempre!”. Poi Terao Kankichi, quello a cui avevo offerto la mia tavola di legno, si chinò sopra di me con un kakemono fra le mani, mezzo srotolato, e disse: “Jinyō! Qui c’è un’immagine di Amida Buddha, guarda! È il momento giusto per recitare il nenbutsu!”. Parlava in modo strano, un modo che mi faceva paura. Io guardai l’immagine del Buddha e cominciai a recitare la preghiera, la voce scossa dai brividi: “Namu Amida Butsu! Namu Amida Butsu!”. In quell’esatto momento provai una fitta di dolore, come un ago infuocato che mi attraversava fianchi e cosce, e mi accorsi che avevo perso la presa sulla tavola, ed ero nel mare. Quel dolore era stato causato da un katsuo-no-eboshi… Non hai mai visto un katsuo-no-eboshi? È una medusa fatta a forma di eboshi, il copricapo dei preti shintōisti, ed è chiamata katsuo-no-eboshi perché è il cibo preferito del pesce katsuo (la palamita). Quando vedono comparire tante di queste meduse, i pescatori sanno che potranno catturare un bel po’ di katsuo. Ha il corpo trasparente come vetro, ma sotto ha una specie di frangia viola, con lunghi filamenti dello stesso colore; e quando questi fili ti toccano, provocano un dolore intenso e persistente… Quel dolore, però, mi rinvigorì: se non fossi stato punto dalla medusa forse non mi sarei più svegliato. Mi issai di nuovo sulla tavola e tornai a pregare Jizō-sama di Ogawa, e anche Kompira-sama: in quel modo riuscii a restare sveglio fino al mattino.
«Prima dell’alba la pioggia cessò, e il cielo iniziò a schiarirsi tanto che si riusciva a vedere qualche stella. Quando venne l’alba mi prese di nuovo sonno, e fui svegliato da una botta sulla testa. Era stato un grosso uccello di mare a colpirmi. Il sole stava sorgendo dietro alle nuvole, e le onde si erano placate. In quell’istante, un piccolo uccello marrone mi volò davanti alla faccia, un uccello costiero (non conosco il suo nome), e pensai che dovesse esserci terra nelle vicinanze. Mi guardai dietro le spalle e vidi le montagne. Il loro profilo non mi era familiare: erano azzurre, sembravano lontane nove o dieci ri. Presi la decisione di pagaiare in quella direzione, anche se avevo ben poche speranze di raggiungere la costa. Mi era tornata la fame, una fame tremenda!
«Remai con le mani verso le montagne, ora dopo ora. Mi addormentai una terza volta, e di nuovo un uccello di mare mi diede un colpo. Pagaiai per tutto il giorno. Verso sera, guardando le montagne, mi resi conto che mi stavo avvicinando, ma calcolai che ci sarebbero voluti due giorni per raggiungere la costa. Avevo quasi perso la speranza quando infine intravidi una nave, una grossa giunca. Veleggiava verso la mia posizione, ma capii subito che, se non avessi nuotato veloce, sarebbe passata troppo lontana per notarmi. Era la mia ultima occasione: abbandonai la tavola e cominciai a nuotare più forte che potevo. Riuscii ad arrivare a circa un paio di chō dalla nave, e poi lanciai un grido. Ma non c’era anima viva sul ponte, e nessuno mi rispose. Nel giro di un minuto, la nave mi aveva superato. Il sole stava calando, e io mi disperai. Tutto a un tratto, però, un uomo comparve sul ponte e mi gridò: “Non venire fin qui a nuoto! Risparmia le forze! Ti mandiamo noi una scialuppa!”. Poi vidi che stavano ammainando le vele, e provai una tale gioia che mi sembrò di trovare nuove energie, e cominciai a nuotare svelto. A quel punto la giunca calò in acqua una scialuppa, e mentre si avvicinava, un uomo mi fece: “C’è qualcun altro? E tu hai lasciato qualcosa in giro?”. Io risposi: “Avevo solo una tavola di legno”. In quell’istante sentii tutta la forza evaporare di colpo: sentivo gli uomini della barca che mi trascinavano a bordo, ma non riuscivo a muovermi né a parlare, e ogni cosa divenne scura.
«Dopo qualche tempo udii di nuovo le voci, quelle degli uomini della Fukuju Maru: “Jinyō! Jinyō!”, e mi venne paura. Poi qualcuno mi diede uno scossone e disse: “Oi! Oi! È solo un sogno!”, e vidi che ero sdraiato sul ponte della giunca, sotto una lanterna appesa (perché era notte), e accanto a me c’era un uomo anziano, uno sconosciuto, in ginocchio con una tazza di riso bollito in mano. “Prova a mangiare qualcosa” mi disse, molto dolcemente. Io avrei voluto tirarmi su, ma non ci riuscivo: così quell’uomo mi imboccò dalla tazza. Quando l’ebbi finita ne chiesi ancora, ma il vecchio rispose: “Ora no; devi dormire, prima”. Poi gli sentii dire a qualcun altro: “Non dargli niente finché non te lo dico io: se lo lasci mangiare troppo, morirà”. Dormii un altro po’, e altre due volte durante quella notte mi diedero del riso, del morbido riso bollito, una tazzina alla volta.
«Al mattino mi sentivo molto meglio, e l’anziano, quello che mi aveva portato il riso, venne a farmi delle domande. Quando seppe che la nostra nave era affondata e che avevo passato tutto quel tempo in mare, espresse grande pietà nei miei confronti. Mi disse che nell’arco di due giorni e due notti, alla deriva, avevo percorso più di venticinque ri. “Siamo andati a cercare la tua tavola” disse “e l’abbiamo issata a bordo. Magari un giorno vorrai offrirla al tempio di Kompira-sama.” Io lo ringraziai, ma risposi che preferivo offrirla al tempio di Jizō-sama di Ogawa, a Yaidzu, perché era Jizō-sama di Ogawa quello a cui avevo rivolto più spesso le mie preghiere.
«Quel vecchio gentile era il capitano, nonché il proprietario, della giunca. Era un’imbarcazione di Banshū, ed era diretta al porto di Kuki, a Kishō… Il nome Kuki si scrive con il carattere per “demone”, perciò il significato completo è “i nove demoni”. Tutti gli uomini dell’equipaggio furono molto buoni con me. Ero nudo, a parte un perizoma, quando mi avevano portato a bordo, e mi trovarono dei vestiti adatti. Uno mi diede dei pantaloni, un altro una camicia, e un altro ancora una cintura; in molti mi diedero asciugamani e sandali, e tutti insieme fecero una colletta di denaro per me, una somma tra i sei e i sette ryō.
«Quando arrivammo a Kuki – un posticino accogliente, nonostante il nome strano – il capitano mi accompagnò a un buon ostello, e con un paio di giorni di riposo recuperai le forze. Poi il governatore del distretto, il Jitō come lo chiamavamo a quei tempi, mi mandò a cercare, si fece raccontare la mia storia e la fece trascrivere dai servitori. Mi disse che avrebbe inviato un rapporto sull’accaduto al Jitō del distretto di Yaidzu, il quale avrebbe poi trovato un modo per riportarmi a casa. Ma il capitano di Banshū, l’uomo che mi aveva salvato, si offrì di accompagnarmi con la sua nave, e di fare lui da messaggero nei confronti del Jitō; i due ebbero una lunga discussione. A quei tempi non c’erano telegrafi né lettere, e mandare un messaggero speciale (hikyaku) da Kuki a Yaidzu sarebbe costato almeno cinquanta ryō D’altro canto, però, esistevano leggi e consuetudini particolari per casi del genere, leggi molto diverse da quelle di oggi. Nel frattempo, una nave di Yaidzu attraccò nel vicino porto di Arasha, e una donna di Kuki, che quel giorno si trovava per caso ad Arasha, raccontò al capitano di Yaidzu che io mi trovavo a Kuki. La nave di Yaidzu, allora, venne a Kuki, e il Jitō decise di rimandarmi a casa insieme ai nuovi arrivati, sotto la responsabilità del capitano di Yaidzu, a cui affidò un ordine scritto.
«Tra una cosa e l’altra, quando tornai a Yaidzu era passato circa un mese dal naufragio della Fukuju Maru. Arrivammo al porto di notte, e io non andai subito a casa: ai miei familiari sarebbe preso un colpo. Anche se in città non era ancora giunta nessuna notizia ufficiale sul destino della nave, i pescherecci avevano recuperato diversi oggetti appartenenti a essa, e poiché il tifone si era abbattuto all’improvviso, con forza tremenda, era opinione comune che la Fukuju Maru fosse affondata e che tutto l’equipaggio fosse annegato… Di nessuno degli altri uomini si era più saputo nulla, del resto… Quella notte andai a casa di un amico: al mattino mandai a chiamare i miei genitori e mio fratello, e loro vennero a prendermi…
«Da allora, una volta all’anno vado al tempio di Kompira a Sanuki: tutte le persone che sono scampate a un naufragio vanno lì, per offrire i loro ringraziamenti. E vado spesso anche al tempio di Jizō-sama di Ogawa. Se verrai insieme a me, domani, ti farò vedere quella tavola di legno.»