Stories 93 / Random

Stories by georges simenon

un errore di maigret (italian)

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Esistono persone alle quali non si può nemmeno spaccare la faccia, per paura di sporcarsi le mani! Da tre o quattro ore, da quando gli avevano affidato il caso di rue Saint-Denis, Maigret aveva i nervi a fior di pelle: era il Maigret delle giornate storte, il Maigret nauseato, disgustato al punto da diventare sfuggente, il Maigret cui nessuno al Quai des Orfèvres osava rivolgere la parola.
«Chiamami un taxi!» ordinò all’usciere.
E mentre scortava il suo «cliente» per i corridoi, poi giù dalle scale, attraverso il cortile e fuori sul marciapiede, dava proprio l’impressione di tenerlo con le pinze.
«Al 27 bis di rue Saint-Denis...».
Maigret tirò verso di sé i lembi del cappotto, quasi volesse evitare qualsiasi contatto con quell’individuo.
Eppure non era nemmeno un pregiudicato. Aveva la fedina penale immacolata. Faceva il commerciante. Era un uomo sui quarantacinque anni, vestito in modo decoroso, senza ricercatezza: un completo non nuovissimo, ma di taglio discreto; un cappotto di ratina grigia dell’anno precedente. Dal fisico, si sarebbe detto uno di quei tipi - come se ne incontrano tanti nelle zone commerciali - che vendono aspirapolvere elettrici o trafficano in faccende di commissioni.
Si chiamava Eugène Labri. Un francese nato al Cairo, o a Port-Said. Grasso. Con gli occhi scuri e lucidi. Ossequioso.
«Prego, dopo di lei, signor commissario».
E Maigret sibilava fra i denti:
«Farabutto!».
Avrebbe preferito aver a che fare con uno di quei giovincelli contagiati dal fascino del crimine che, un bel giorno, fanno secca una portinaia o svaligiano una negoziante. Avrebbe scambiato volentieri due parole con un vero topo d’appartamento, di quelli che conoscono il proprio mestiere e che lo esercitano con una sorta di coscienza professionale...
E invece aveva di fronte un informatore, una spia, una canaglia di mezza tacca, un piccolo borghese che gli faceva i salamelecchi.
Aveva di fronte il proprietario della Librairie Spéciale, in rue Saint-Denis, e già il nome era tutto un programma.
Situata fra una salumeria e un parrucchiere, la libreria era chiusa e Labri dovette usare le chiavi per aprire un’imposta. Era una bottega lunga e stretta, quasi un corridoio. La vetrina non era più larga di un metro, ma un metro così ben sfruttato che vi ci stava un’intera collezione di volumi dai titoli promettenti, dalle copertine ammiccanti, avvolti nel cellophane per infittirne il mistero.
Erano le cinque del pomeriggio, l’ora in cui, il giorno prima, doveva aver avuto luogo il delitto. La folla sfilava sul marciapiede, alcuni passavano con pacchettini di cibarie, i taxi sfrecciavano ignari...
Maigret richiuse la porta e, visto che c’era – quelli come Labri erano prudenti –, mise la catenella, poi spinse l’uomo perché avanzasse.
«Mostrami il tuo ufficio...».
Quasi quasi avrebbe preferito dargli del lei! L’altro continuava a mostrarsi premuroso come se stesse ricevendo un cliente.
«Faccia attenzione alla scala... È piuttosto ripida...».
In fondo, dietro il banco, c’era una scala stretta, come se ne trovano in quei bistrot dove si è dovuta ricavare una toilette di fortuna nel seminterrato.
Labri non la smetteva di profondersi in smancerie:
«Chiedo scusa se le passo davanti...».
Da basso c’era una tenda di velluto rosso, e dietro la tenda uno strano stanzino: un po’ biblioteca, a giudicare dagli scaffali colmi di libri, un po’ boudoir, a giudicare dal divano, rosso anche quello, e dal grande specchio sul fondo.
Quel che probabilmente i clienti non sospettavano era che, di fianco alla tenda, nella penombra, si trovava una porta: Labri l’aprì con disinvoltura e accese la luce.
«Come vede, è molto sobrio...» si scusò con uno dei suoi sorrisi che a Maigret veniva voglia di spappolare con un pugno.
In effetti, era sobrio. Una scrivania di legno chiaro di quelle fabbricate in serie. Uno schedario di metallo dipinto di verde. A destra, un fornelletto a gas, una teiera e qualche tazza... Un attaccapanni e una bacinella per lavarsi le mani...
La mole di Maigret era troppo imponente per quello scantinato trasformato in antro del vizio, in trappola per avvinazzati, dove il suo cappello sfiorava il soffitto. Si sentiva soffocare...
«Da dove spiavi quello che succedeva di là?».
Come un bravo bottegaio che mostri i libri tenuti aggiornati, Labri sollevò un calendario appeso al muro rivelando un’apertura che dava sul boudoir attiguo.
«Da qui... Spegnevo la luce... Dall’altra parte c’è un finto specchio...».
A Maigret saliva alle labbra come un ritornello sempre la stessa parola:
«Farabutto!».
Un mascalzone, sì! Ma un mascalzone prudente, un mascalzone armato di Codice penale e che aveva fatto una sorta di accordo con la polizia. Grazie a una pubblicità mirata, la Librairie Spéciale attirava nel negozio di rue Saint-Denis gli appassionati di letteratura erotica.
«La signorina Émilienne mostrerà personalmente agli interessati...» promettevano i volantini.
Capitava, in effetti, che la signorina Émilienne, la commessa, scendesse nel boudoir con qualche panciuto cliente per presentargli una qualche edizione rara da quattro o cinquecento franchi.
... Mentre Labri, dal suo spioncino...
I fatti erano semplici. Due giorni prima Labri aveva venduto il negozio, e doveva occuparsene ancora per otto giorni prima di consegnarlo all’acquirente.
«... La commessa rimarrà ovviamente a disposizione del nuovo proprietario...» prevedeva il contratto.
La vigilia, alle undici di sera, due brigadieri in bicicletta si erano stupiti di trovare il negozio ancora illuminato. Uno dei due era entrato: non vedendo nessuno al pianterreno, era sceso nel seminterrato come aveva appena fatto Maigret, e nel boudoir aveva scoperto il cadavere di una giovane donna.
Era la signorina Émilienne, la commessa che Labri aveva rifilato al suo successore insieme alla libreria.
Già dal mattino Labri, che abitava in un appartamentino in rue de Metz, era stato interrogato dal commissario di quartiere e all’inizio aveva mentito.
«Verso le cinque, come faccio sempre,» aveva dichiarato «ho preparato il tè sul fornelletto. La signorina Émilienne è venuta a prenderne una tazza, che penso abbia bevuto nella stanza accanto. Io ho preso il tè da solo, poi, dato che avevo degli appuntamenti in centro, me ne sono andato e ho lasciato alla commessa il compito di chiudere... La signorina Émilienne era con me da quattro anni, e avevo cieca fiducia in lei...».
Con ogni evidenza la signorina Émilienne era stata avvelenata dalla tazza di tè che aveva bevuto.
Il commissario che aveva torchiato Labri prima di Maigret non era andato tanto per il sottile, come dimostrava il livido sulla tempia destra dell’uomo. E, nel giro di un’ora, aveva ottenuto la seguente confessione:
«Ammetto che, verso le sei, mentre sbrigavo le ultime incombenze nel mio ufficio, ho trovato la mia commessa inerte nel boudoir... Ho pensato che stesse dormendo... Me ne sono andato con l’idea di ritornare più tardi...».
Era una versione quasi plausibile, giacché il medico legale attribuiva il decesso all’ingestione di una forte dose di sonnifero.
«Quindi, quando lei se n’è andato la signorina Émilienne non era morta?».
«Me ne sarei accorto... Non era fredda...».
«Non le è venuto in mente di chiamare un dottore?».
«Nel nostro lavoro, è meglio evitare gli scandali... Lei lo sa quanto me...».
E aveva calcato sulle ultime parole, lasciando così intendere che gli capitava di rendersi utile alla polizia procurando certe informazioni.
Insomma, lui aveva lasciato la signorina Émilienne quand’era ancora viva. Poi, diceva, non era più potuto tornare in rue Saint-Denis, la faccenda gli era uscita di mente e se n’era andato a dormire.
Questi erano i fatti che Maigret, con una smorfia di disprezzo sulle labbra, rimuginava nel suo capoccione, mentre in rue Saint-Denis la vita di un quartiere popolare continuava il suo corso e, in uno scantinato dal profumo nauseabondo, Labri si atteggiava a commerciante in regola con le leggi dello Stato e con la propria coscienza.
«Io non ho niente da rimproverarmi, glielo giuro... Può controllare questi volumi uno per uno... Le copertine saranno anche accattivanti, ma il contenuto è assolutamente irreprensibile... Ed è appunto per questo che per venderli ci voleva una ragazza abile... Capisce?... Quando i clienti scendevano giù con Émilienne, diventavano intraprendenti... Lei li rimetteva al loro posto e li costringeva ad acquistare un’opera costosa...».
Sorrideva! Trovava la cosa divertente!
«Se non l’avessi trattata bene, non sarebbe rimasta con me quattro anni... Ero io a preparare il tè... I pomeriggi sono lunghi...».
Soprattutto in quell’ufficetto senza ossigeno, in quel seminterrato che pareva così lontano dalla vita!
«So cosa pensa... Mi accusano di aver ucciso Émilienne... Ma, innanzitutto, che interesse avrei avuto, visto che il contratto di vendita dice che lei faceva parte del negozio?... Il mio acquirente ha firmato un certo numero di tratte, e avrei rischiato delle noie con i pagamenti... E dunque...».
Parlava con bonarietà, strizzando l’occhio a Maigret per prenderlo a testimone della propria buona fede.
«Del resto, come l’avrei avvelenata?... Mi hanno detto stamattina che, stando al medico, aveva ingerito otto compresse di sonnifero... Ha mai preso un sonnifero, lei?... No?... A me è capitato... È così amaro che non si pu? certo farlo mandar giù a qualcuno a sua insaputa...? »
«Eh già!...».
E se Maigret diceva: «Eh già», era perché a questo aveva una risposta. La signorina Émilienne, che aveva visto all’Istituto di medicina legale, era una ragazza cagionevole di salute, e proprio il suo pallore doveva risultare attraente per i clienti. Ma Labri, recitando la parte del buon paparino, poteva averle fatto trangugiare il tè amaro spacciandolo per una tisana medicinale.
«Le assicuro che sta sbagliando strada, signor commissario! Se fossi stato io a somministrarle il sonnifero, avrei fatto in modo che l’effetto non si producesse nel mio negozio, così da non aver fastidi...».
Ci aveva già pensato, quella canaglia! Anticipava le accuse. Era come se stesse conducendo la sua piccola controinchiesta...
«Che interesse avrei avuto?».
Già, che interesse? Era la domanda che si poneva anche Maigret, perché ormai aveva inquadrato il genere e sapeva che non era tipo da fare qualcosa per niente.
Maigret fumava la sua pipa e intanto rovistava nei cassetti della scrivania, finché, in uno schedario, trovò alcune lettere che erano state archiviate fra la corrispondenza commerciale, e che invece erano lettere d’amore.
Granville, 6 agosto
«Mio adorato,
«sono tre giorni che sto lontana da te e mi sembra impossibile, tesoro mio, rimanere più a lungo senza la tua presenza, senza...».
E così via, per due pagine. Firmato:
«Colei che sarà la tua amante per sempre, Émilienne».
Maigret squadrava il suo pingue interlocutore, fumava, mordeva il freno.
«Un dramma d’amore?» gli chiese con feroce sarcasmo.
E l’altro, civettuolo:
«E perché no?».
Quanto erano lontani dal mondo reale, dalla gente sana di corpo e di mente che camminava lassù, per la via, oltre quello spiraglio che fungeva da finestra, nell’aria fredda dell’inverno!
Maigret guardava lo spioncino che permetteva di sorvegliare il boudoir al di là del muro, poi guardava quell’essere immondo, e a stento tratteneva i suoi grossi pugni.
«Non vorrai mica pretendere che si è suicidata?».
«Io non avevo alcun interesse a ucciderla e a procurarmi dei guai, soprattutto adesso che sto per ritirarmi nei dintorni di Nizza, dove ho comprato una villa...».
Labri si difendeva con le unghie e con i denti, o meglio, viscido com’era sgusciava fra le dita, e la collera del commissario cresceva. Maigret sapeva, all’occorrenza, mettersi al posto di uno che aveva fatto un colpo di testa per cercare di capirne la psicologia. I mercanti di sogni di Montparnasse e i mercanti di corpi di Montmartre non avevano segreti per lui.
Di Parigi conosceva, per così dire, ogni sasso, però mai – e se ne pentiva – era sceso in un antro di quella specie e aveva incollato la faccia allo spioncino di uno come Labri.
«Più ci rifletterà, più si convincerà che sono innocente e che tutta questa storia mi arreca danno...».
Tirava fuori parole così! Parlava del suo traffico come se fosse stato un commercio regolare! Poco ci mancava che non esibisse i libri contabili!
«Più ci rifletterò,» non poté fare a meno di ribattere Maigret «e più avrò voglia di spaccarti la faccia!».
Non poteva più vederla, quella faccia, che era brutta e bella insieme, perché l’indolenza della bocca, del mento veniva compensata da un certo languore degli occhi...
Era un essere ignobile nel vero senso della parola, il classico individuo a cui, in virtù di un certo fascino, si perdona tutto il resto.
Di fronte a quell’uomo Maigret provava una rabbia non dissimile a quella di un padre che si trova a dover vendicare la propria figlia.
Tutt’a un tratto avanzò verso di lui e gli mise il pugno chiuso sotto il naso.
«Confessa!» tuonò.
L’oscena paura dell’altro, sintomo della sua viltà, non faceva che peggiorare le cose.
«Confessa, farabutto!... So benissimo, perdio, che hai preso le tue precauzioni...».
E Labri indietreggiava, si appiattiva contro il muro, ogni fibra del suo corpo sembrava cedere.
«Émilienne era la tua amante... Era al corrente di tutte le porcherie che hai architettato qui... È per questo che hai preferito ucciderla prima di andare a campare di rendita nella tua villa a Nizza...».
«Signor commissario...».
«Confessa, ti dico!... Confessa che, con la scusa di farle prendere una medicina qualunque, l’hai avvelenata... E poi, visto che ci metteva tanto a morire, te ne sei andato, da quel lurido vigliacco che sei...».
«Signor commissario...».
Maigret non pensava nemmeno più al vento dell’est che, fuori, faceva rialzare il bavero dei cappotti e spazzava via i miasmi della città. Rivedeva la ragazza dal viso lungo, gli occhi slavati, le labbra sottili, che era sempre stata cagionevole e che Labri aveva confinato in quello scantinato per truffare dei vecchi libidinosi.
«Confessa, farabutto...».
«Glielo giuro, signor...».
«Non giurare! Confessa!».
«Si pentirà del suo modo d’agire...».
Era la frase sbagliata, quella che poteva mandare Maigret fuori dai gangheri.
«Cos’hai detto?».
«Ho detto che se ne pentirà... Sta facendo un errore... Lei abusa della sua forza...».
«Cos’hai detto?».
«Che abusa...».
«E tu osi dire questo dopo le lettere di quella ragazza?... Osi sostenere che non eri il suo...».
Stava davvero per colpirlo. Aveva già il pugno alzato quando squillò il telefono.
«Pronto!... È lei, commissario?... Abbiamo appena ricevuto dal medico legale le conclusioni dell’autopsia... Pronto!...».
Labri, addossato al muro, non muoveva un muscolo. Maigret, esasperato, urlò nell’apparecchio:
«Sì, ti sento!».
E si tratteneva dal terminare il suo gesto...
«Allora?... Cosa c’è?...».
E la voce del brigadiere Lucas, dall’altro capo del filo:
«Ecco... Come le stavo dicendo... La ragazza è... Cioè, pare che fosse ancora vergine...».
Come un automa, Maigret riagganciò. Di colpo gli era tutto chiaro. Poteva succedergli di sbagliare, ma non gli ci voleva molto per rendersene conto.
«Vedo con piacere che ha ritrovato la calma...» fu la malaugurata uscita di Labri.
«Come?».
«Niente... Io...».
Maigret serrò i pugni con tutte le sue forze, perché adesso sapeva che era ancor peggio di quel che avesse immaginato. Fissava con uno sguardo quasi distaccato quel mascalzone contro il quale non aveva più alcun potere.
«È vero... Non l’hai uccisa tu...» sospirò.
Di fronte alla legge degli uomini, infatti, Labri non era responsabile!
«Non l’hai uccisa tu...».
Non con le sue mani, no! Né con il veleno! L’aveva uccisa con quello scantinato, che infettava come un morbo infamante una strada brulicante di vita.
Quella Émilienne che aveva risposto un giorno al suo annuncio «Cercasi commessa di bell’aspetto» era una ragazzina del tutto sprovveduta! Sbarcata dalla sua provincia, di Parigi aveva visto solo quella trappola per vecchi signori, che lei aveva l’incarico di far sbavare...
Labri era il solo uomo che avesse frequentato...
Labri, con la sua faccia paffuta ma lo sguardo di velluto, le aveva fatto credere, da bravo commerciante, che si può essere amanti senza...
Perché aveva ragione! Non l’aveva toccata! Era troppo furbo. Non voleva, per la soddisfazione di un istante, privarsi della gallina dalle uova d’oro. E lei, da Granville, dov’era in vacanza, gli scriveva: «La tua amante»... senza sapere che per essere amanti...
E già! Era tutto chiaro! Maigret si era sbagliato! Émilienne non sapeva! Émilienne, quando vendeva i suoi libri dall’altro lato dello spioncino, aveva bisogno di tutta la sua innocenza per... per fare l’innocente! Per far prosperare gli affari! Per essere più vera del vero! Più sciocca del vero! Per essere quella che i vecchi clienti abituali indicavano sussurrando:
«È davvero una sprovveduta!».
Usando però un’altra parola, che caratterizzava meglio lo stato fisico di Émilienne...
Fino al giorno in cui la ragazza aveva appreso che faceva parte della merce, che veniva ceduta ai nuovi proprietari del negozio, che Labri sarebbe partito senza di lei, Labri di cui credeva di essere l’amante...
Ed Émilienne, sconvolta, aveva preferito suicidarsi! Labri, in preda al panico, l’aveva abbandonata nello scantinato, lasciando ad altri il compito di scoprirne il cadavere!
«Cosa le dicevo?» mormorò Labri con un sorrisetto, contemplando un Maigret avvilito.
Allora il commissario si guardò attorno per essere certo di trovarsi davvero in quel seminterrato, lontano dalla vita e dalle sue leggi.
«Mi sono sbagliato» borbottò. «Capita a tutti!».
E, giacché era comunque un atto doveroso, gli sferrò un pugno in piena faccia. Poi sospirò rasserenato e, vedendo Labri tastarsi un dente che dondolava, commentò:
«Potrai sempre dire che sei caduto dalla scala! È talmente ripida!...».