rue pigalle (italian)
Il cliente occasionale che si fosse trovato a entrare nel ristorante Da Marina, probabilmente non si sarebbe accorto di nulla. Lucien, il padrone, infagottato in un maglione beige che lo faceva sembrare più basso e tarchiato, trafficava con le sue bottiglie dietro il bancone, travasava, ritappava, sostituiva meticolosamente la guarnizione del rubinetto, e la sua aria imbronciata la si sarebbe potuta imputare all’ora e al tempo.
Era infatti una mattinata grigia e più fredda del solito, una di quelle mattine in cui ci si aspetta la neve e si ha voglia di starsene a letto. Mancava qualche minuto alle nove, e rue Pigalle non era molto animata.
Il suddetto cliente si sarebbe però chiesto chi fosse quell’omone col cappotto pesante che fumava la pipa, seduto con le spalle alla stufa, mentre riscaldava fra le mani il bicchiere che aveva davanti, e certo non avrebbe pensato al commissario Maigret, della Polizia giudiziaria.
China per terra, avrebbe visto la serva, Julie, una bretone dall’aria perennemente spaventata, col viso punteggiato di lentiggini e il grembiule sudicio, intenta a strofinare le gambe dei tavoli.
Nei ristoranti di Pigalle è raro che si cominci di buonora. C’erano ancora le pulizie da fare, bicchieri sporchi dappertutto, e dalla porta aperta della cucina si vedeva la padrona in persona, Marina, ancora più sporca e trasandata della sua sguattera.
L’atmosfera era tranquilla, familiare. Al tavolo in fondo c’erano ancora due avventori, ma non avevano poi una così brutta cera, nonostante la barba lunga e gli abiti gualciti, di chi ha passato la notte in piedi.
In verità, il cliente che fosse entrato all’improvviso avrebbe avuto l’impressione di un ristorante come gli altri, un ristorante frequentato da habitué, non tanto pulito, certo, ma nemmeno sgradevole in quel freddo mattutino.
Lo stesso cliente, però, avrebbe probabilmente cambiato idea vedendo tutt’a un tratto Maigret avvicinarsi all’attaccapanni, frugare nelle tasche del cappotto di cammello di uno dei due uomini e, senza batter ciglio, cavarne un pugno americano, commentando bonariamente:
«Ehi, Christiani!... È sempre lo stesso?».
Una mezz’ora prima, arrivando al Quai des Orfèvres, Maigret aveva ricevuto la telefonata di un uomo che insisteva per parlare con lui in persona. L’interlocutore si sforzava palesemente di alterare la voce.
«È lei, commissario?... Senta un po’, c’è stata baruffa stanotte, da Marina... Se va a fare un giro da quelle parti, può darsi che incontri il suo amico Christiani... E potrebbe venirle in mente di chiedergli notizie di Martino... Sa, il piccoletto di Antibes, che ha un fratello che si è appena imbarcato per la Guyana?...».
Non ci vollero più di cinque minuti perché Maigret venisse informato che la telefonata proveniva da un bar tabacchi di rue Notre-Dame-de-Lorette. Un quarto d’ora dopo il commissario scendeva da un taxi all’angolo di rue Pigalle: era il momento in cui si lavano le strade, e i fiotti d’acqua spingevano cumuli di sporcizia lungo i canali di scolo.
Maigret, pur essendo ancora all’oscuro di tutto, era certo che si trattasse di una faccenda seria, se non serissima, perché quel genere di soffiate non erano quasi mai campate per aria.
E già mentre risaliva la strada a passo lento ne ebbe la conferma. Praticamente di fronte al ristorante Da Marina sbucava, inatteso fra tanti locali notturni, un baretto tenuto da alverniati. E lì dentro, appostati dietro la porta a vetri, il commissario riconobbe due uomini, il Nizzardo e Pepito, due tipi che non si facevano mai vedere in giro così presto, e tanto meno in un bar come quello.
Un istante dopo, Maigret entrò nel ristorante dirimpetto e, in fondo al locale, scorse Christiani in compagnia di una giovane recluta, René Lecoeur, detto il Contabile perché aveva lavorato come impiegato di banca a Marsiglia.
In quel genere di affari, non bisognava stupirsi di niente.
Maigret portò la mano alla bombetta e salutò tutti come un qualsiasi cliente abituale che viene a bersi il suo bicchierino.
«Tutto bene, Lucien?».
Ma non gli sfuggì il tremolio del tovagliolo fra le mani del padrone, né che la cameriera, raddrizzandosi di scatto, aveva picchiato la testa sotto un tavolo.
«Fatto il pienone, stanotte?... Un caffè e un bicchierino di calvados...».
Poi, entrando in cucina:
«Tutto bene, Marina?... Ho visto che ti hanno rotto uno specchio, dietro il bancone...».
Gli era subito saltato all’occhio: in uno degli specchi si notava l’impatto di un proiettile.
«È roba vecchia...» si affrettò a spiegare Lucien. «Un tipo mai visto prima, che aveva appena comprato una pistola senza sapere che era carica...».
Da quel momento in poi, tutto procedette al rallentatore. Dopo più di un quarto d’ora che Maigret era lì, non erano state scambiate nemmeno venti frasi. La serva continuava il suo lavoro, Lucien se ne stava dietro al banco, Marina si dava da fare in cucina, e intanto il commissario fumava la sua pipa, sorseggiava il suo calvados, ogni tanto andava a dare un’occhiata al bistrot di fronte e poi se ne ritornava accanto alla stufa.
Maigret conosceva quel locale come le sue tasche. Lucien, dopo aver avuto qualche noia a Marsiglia, si era messo in riga e, insieme alla moglie, aveva aperto quel ristorantino. La clientela era composta soprattutto da vecchi amici: pregiudicati, si capisce, ma che per lo più avevano, come lui, messo giudizio, se non si erano addirittura imborghesiti.
Era il caso di Christiani, uno che dieci anni prima, al momento del suo arresto, non ci aveva pensato due volte a colpire Maigret con un tirapugni, e che adesso era proprietario di due case di tolleranza, una a Parigi e l’altra a Barcelonnette.
Lo stesso, suppergiù, valeva per i due nel bar di fronte, soprattutto per il Nizzardo, le cui case purtroppo facevano concorrenza a quelle di Christiani.
Il Nizzardo apparteneva alla banda dei Marsigliesi, come si diceva nel giro, mentre Christiani era il capo dei Corsi.
«Di un po’, è da tanto che il tuo amichetto staziona dall’alverniate qui di fronte?».
«Io non mi occupo di uno come lui!» ribatté Christiani con aria sprezzante.
«Può darsi! Si direbbe però che lui si occupi di te. Anzi, se non sapessi che sei un uomo, potrei anche pensare che è la sua presenza in quel bistrot a impedirti di uscire...?»
Pausa. Sorso di calvados.
«Già... È proprio così che m’immaginerei le cose... Stanotte, per qualche motivo, c’è stata baruffa... E da allora il Nizzardo e Pepito vi stanno aspettando fuori, sicché non avete potuto far altro che dormire tutti e due sui divanetti...».
Mentre parlava, si avvicinò al Contabile, tamburellando le dita sulle finte pieghe del gilet.
«Quello che mi chiedo, però, è cosa possa essere successo, visto che, come tutti sanno, a Lucien non piace subire danni, e tu non sei più il tipo da comprometterti... A proposito, il fratello di Martino, che si è imbarcato ieri all’Île de Ré, ti manda i suoi saluti...».
E tutto questo veniva detto in tono cordiale! Addirittura affabile! Ciò non toglie che Christiani aveva fatto un salto sulla sedia e Maigret, approfittando che il Contabile fosse in piedi, gli aveva palpato le tasche e ne aveva tratto un grosso coltello a serramanico.
«Attento, giovanotto!... È pericoloso andare in giro con gingilli di questo genere... E tu, Christiani, non hai niente per me?».
L’altro fece spallucce, tirò fuori un revolver Smith & Wesson e lo porse al commissario.
«Ma guarda un po’: manca una pallottola... Probabilmente la stessa che ha rotto lo specchio... Mi stupisce, a questo proposito, che tu non l’abbia sostituita e non ti sia preoccupato di pulire la canna...».
Si infilò coltello, tirapugni e revolver nella tasca del cappotto e, senza darlo a vedere, si mise a ispezionare ogni angolo, perfino la ghiacciaia e la cabina del telefono. Ma era soprattutto il suo cervello a lavorare. Cercava di capire. Imbastiva delle ipotesi, che scartava l’una dopo l’altra.
«Sai che il Nizzardo ha detto a Martino che suo fratello è stato “venduto?” Questo, almeno, è quel che ho sentito... Se ti passo la dritta, è perche tu gli stia alla larga: potrebbe avere delle rimostranze da farti, e di solito gira armato... »
«Dove vuole andare a parare, commissario?» borbottò Christiani, mantenendosi, in apparenza, calmo quanto lui.
«Da nessuna parte... Mi piacerebbe incontrare Martino... Non so perché, ma sarei curioso di vederlo...».
Nel frattempo, Maigret aveva controllato che non ci fosse nessun altro, vivo o morto, nascosto nel locale, ivi compreso in cucina e nella camera da letto di Lucien e Marina, attigua al ristorante.
Alle nove e mezzo un fattorino consegnò una cassa di aperitivi, poi, quasi contemporaneamente, si fermò davanti al palazzo un enorme furgone giallo dei Voyages Duchemin, che dopo un po’ ripartì.
«Dammi una fetta di salame, Marina, di quello che fai tu...».
Maigret si interruppe di colpo e aggrottò la fronte: dalla camera da letto era sbucato un altro uomo, che sembrava sorpreso quanto lui.
«E tu da dove salti fuori?».
«Stavo... riposando...».
Era Fred, il socio di Christiani in certi affari; mentiva, perché Maigret si era appena assicurato che la stanza fosse vuota.
«A quanto vedo,» borbottò il commissario «siete tutti talmente affezionati a questo locale che non volete più andarvene!... Forza! Fuori il ferro...».
Fred ebbe un attimo di esitazione, poi gli porse il revolver, anche lui uno Smith & Wesson, questa volta con le cartucce al completo.
«Poi me la ridà?».
«Può darsi... Dipende da quello che mi dirà Martino... Arriverà da un momento all’altro... Gli ho dato appuntamento qui...».
Scrutò i loro volti, e vide René Lecoeur prima sbiancare, poi buttar giù un bicchiere pieno fino all’orlo.
Ancora uno sforzo... Doveva trovare qualcosa, a qualunque costo. E, nel preciso istante in cui, buttando l’occhio alla strada, vide passare un camion, trovò quello che cercava.
«Va’ nella cabina e stacca il ricevitore...» ordinò a Christiani.
Non voleva andarci lui per non perdere di vista i tre gaglioffi.
«Chiedi la Polizia giudiziaria... Fatti passare Lucas... È in linea?... Dammi la cornetta...».
Per fortuna il filo era abbastanza lungo.
«Lucas?... Telefona subito ai Voyages Duchemin... Bisogna rintracciare uno dei loro furgoni, quello che ha appena fatto una consegna o ritirato della merce in rue Pigalle... Chiaro?... Scopri di cosa si tratta... Sbrigati!... Sì, io resto qui...».
Poi, rivolto verso la cucina:
«Marina! Questo salame?».
«Eccolo, commissario... Eccolo...».
«Non credo che i signori vogliano favorire... Se il sottoscritto ha visto giusto, non devono avere molto appetito...».
Alle undici e dieci ancora nessuno si era mosso, inclusi il Nizzardo e il suo compare nel bar di fronte. Alle undici e undici Lucas saltò giù da un taxi, eccitatissimo, spinse la porta e fece segno a Maigret che aveva qualcosa di importante da dirgli.
«Parla pure davanti a questi signori, sono amici...».
«Sono riuscito a intercettare il furgone in boulevard Rochechouart... Hanno ritirato un baule... Il cliente ha telefonato da questo palazzo... Un inquilino del terzo piano, il signor Béchevel... Un baule enorme, o meglio un cassone, da spedire a Quimper con la posta normale...?»
«E tu l’hai lasciato partire, spero!» scherzò Maigret.
«L’ho fatto aprire... C’era dentro un cadavere, quello di Martino, il fratello di...».
«Lo so... Poi?...».
«Il dottor Paul era a casa, ed è venuto subito... Nel corpo c’era ancora la pallottola, e l’ho recuperata...».
Maigret se la rigirò fra le dita con aria indifferente, mormorando come fra sé e sé:
«Una Browning 6,35... Vedi come casca male: questi signori, che hanno passato la notte qui, hanno solo delle Smith & Wesson...».
Nessuno poteva prevedere quel che avrebbe fatto. Perfino in quel momento, chiunque fosse entrato non avrebbe intuito la drammaticità della situazione, e Lucien, sempre dietro il suo bancone, s’industriava per tenersi occupato.
«Vuoi che ti dica quel che penso?... Tanto rimarrà fra noi, giusto?... Stanotte Martino, che aveva alzato un po’ il gomito, si è messo in testa che, se hanno imbarcato suo fratello, la colpa è di Christiani... Allora è venuto a chiedergli spiegazioni... E, cosa vuoi, era così nervoso che gli è capitato un incidente... Mi segui?».
Anche Lucas si domandava dove volesse andare a parare il suo capo. Christiani si accese una sigaretta ed espirò il fumo con finta disinvoltura.
«Solo che, in strada, c’erano il Nizzardo e Pepito... Non hanno osato entrare, ma hanno preferito aspettare che gli altri uscissero.
«Ci sei, adesso?... Ecco perché i nostri amici qui presenti hanno dormito sui divanetti. Intanto il Nizzardo rimaneva di guardia qui fuori, poi, alle prime ore del mattino, è andato ad appostarsi dall’alverniate... La vera seccatura era quel benedetto cadavere: non si poteva mica lasciarglielo sul gobbo a Lucien... Tu cosa avresti fatto, Christiani?... Tu che sei un tipo intelligente...»
Christiani fece spallucce con aria sdegnosa.
«Di’ un po’, Lucien... Chi è ’sto Béchevel che abita al terzo?...».
«Un vecchio invalido...».
«Proprio come pensavo... All’alba qualcuno è salito da lui e gli ha fatto capire che era meglio non fare storie... Prima che si svegliasse il palazzo, hanno portato su il cadavere passando dal retro e l’hanno chiuso dentro un baule del vecchio... Poi hanno telefonato ai Voyages Duchemin... Va’ su al terzo a chiedere se è andata così... Scommetto quello che vuoi che ti darà i connotati di Fred, perché è stato lui a incaricarsi del lavoretto...».
«E questo cosa prova?» grugnì Fred.
«Di certo non prova che sei stato tu a farlo secco... Marina!... Dai anche a loro un po’ di salame, va’. Li porto al Quai, e mi sa che le cose andranno per le lunghe...».
Come se la situazione non fosse affatto drammatica! Tant’è che un tizio entrò da Lucien per riscuotere un pagamento e non si accorse di nulla.
«Non hai ancora niente da dirmi, Christiani?».
«Niente...».
«E tu, Contabile? A proposito, è la prima volta che ti trovo immischiato in una faccenda seria...».
«Non capisco di cosa parla» fece il ragazzo con voce tesa.
«Allora, non ci resta che aspettare Lucas...».
Aspettarono. Anche gli altri, nel bar di fronte, aspettavano. La strada era sempre più animata mentre il cielo si andava schiarendo un po’ e la luce diventava più bianca.
«Una vera sfortuna, Lucien, che sia capitato nel tuo locale!... Mai lasciar rompere gli specchi... Porta iella...?.
Lucas era già di ritorno.
«Aveva ragione!...» annunciò. «Ho trovato quel pover’uomo imbavagliato... Mi ha descritto l’aggressore, e i connotati sono quelli di Fred, ma dice che stanotte ce n’era un altro che non è riuscito a vedere... Gli sono saltati addosso mentre dormiva...».
«Basta così!... Chiama un taxi... Aspetta!... Telefona anche alla centrale perché mandino qualcuno a tener d’occhio quelli di fronte, che non facciano cagnara...».
Poi, grattandosi la testa, Maigret guardò i tre marpioni e sospirò:
«Chissà che nel frattempo non salti fuori chi di voi ha sparato...».
Intanto, con l’aria di chi ha tempo da perdere e non sa che fare, tirò fuori tutta la santabarbara e la dispose su un tavolo, mettendo il tirapugni accanto alle pistole di Christiani e di Fred, e un po’ più in là il coltello di Lecoeur.
«Non lasciarti spaventare da quello che sto per dirti, figliolo» disse al ragazzo, che sembrava sul punto di svenire. «Per te è la prima volta, ma probabilmente non sarà l’ultima... Questa pistola, vedi, è effettivamente quella di Christiani, che è nel mestiere da troppo tempo per accontentarsi di una misera Browning come quella che ha ucciso Martino... Fred è anche lui un veterano a cui piacciono le armi serie... Quando è scoppiata la lite, Christiani ha sparato, ma qualcuno deve avergli spinto il braccio perché il colpo è finito contro lo specchio... Poi hai tirato tu, con la tua misera Browning...».
«Io non ho nessuna Browning» riuscì a proferire il Contabile.
«Appunto! Ed è proprio perché non ce l’hai che sei stato tu a sparare. Fred si è tenuto in tasca la pistola perché sapeva che lo avrebbe discolpato. Christiani non ha nemmeno pulito la sua, per mostrare che ha esploso un colpo solo, e che il proiettile è andato a vuoto... Tutti e due sanno cos’è una perizia, e sono stati al gioco... Tu, invece, la tua dovevi farla sparire, perché avrebbe dimostrato che l’assassino sei tu... Dove l’hai messa?».
«Io non ho ucciso nessuno!».
«Ti ho chiesto dove l’hai messa... Fattelo dire da Christiani... È troppo tardi per fare il furbo...».
«Non troverà nessuna Browning...».
Maigret gli lanciò un’occhiata di commiserazione e mormorò un «Povero imbecille!» che si udì appena.
Doppiamente povero e doppiamente imbecille, perché non era con lui che Martino ce l’aveva, e perché, se aveva mirato giusto, era solo per provare agli altri che aveva fegato.
Quando tornò Lucas, Maigret gli intimò sottovoce:
«Cerca dappertutto... Specialmente sul tetto... Non sono così stupidi da aver nascosto la pistola da Lucien, né a casa del vecchio... Se sopra, in fondo alle scale, c’è una finestrella che dà sul tetto...».
Poi si portò via tutta la comitiva, mentre un paio di passanti che ostentavano un’aria troppo innocente per essere vera tenevano d’occhio il bistrot di fronte.
Christiani, avvolto nel suo cappotto di cammello, aveva assunto il contegno del buon borghese arrestato per errore che verrà subito rilasciato con tanto di scuse. Fred faceva il gradasso. Il Contabile si sforzava di mantenere i nervi saldi.
Una vicenda da manuale. Maigret diceva sempre che, senza l’intervento del caso, il cinquanta per cento dei criminali la farebbe franca, e senza le soffiate l’altro cinquanta per cento rimarrebbe in libertà.
Poteva sembrare una battuta, soprattutto quando la declamava con il suo vocione cordiale.
Fatto sta che lì la soffiata c’era stata, e poi ci aveva messo lo zampino il caso, facendogli cadere l’occhio sul furgone giallo dei Voyages Duchemin.
Ma non c’entrava anche una buona percentuale di mestiere, di esperienza del genere umano, e di quello che si chiama fiuto?
Alle tre del pomeriggio veniva trovata la Browning sul tetto, dove era stata effettivamente lanciata attraverso la finestrella.
Alle tre e mezzo il Contabile confessava piangendo, e Christiani, dando l’indirizzo di un celebre avvocato, dichiarava:
«Vedrà che me la caverò con sei mesi!».
Al che Maigret, senza guardarlo, sospirò:
«Io, quella volta del tirapugni, me l’ero cavata con due denti...».