Stories 93 / Random

Stories by georges simenon

pena di morte (italian)

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Il rischio maggiore, in questo genere di inchieste, è non farcela più. L’appostamento durava ormai da dodici giorni: con inesauribile pazienza, l’ispettore Janvier e il brigadiere Lucas si davano il cambio, ma anche Maigret si era già accollato un buon centinaio di ore, visto che era l’unico, in fin dei conti, a sapere più o meno dove voleva andare a parare.
Quella mattina Lucas gli aveva telefonato da boulevard des Batignolles:
«Credo che i piccioncini stiano per spiccare il volo... La cameriera mi ha appena detto che stanno chiudendo le valigie...».
Alle otto Maigret stava già di guardia dentro un taxi, con una valigia ai piedi, a pochi passi dall’Hôtel Beauséjour.
Pioveva. Era domenica. Alle otto e un quarto la coppia uscì dall’albergo con tre valigie e chiamò un taxi. Alle otto e mezzo la vettura si fermò davanti a una brasserie della Gare du Nord, di fronte al grande orologio. Anche Maigret scese dal taxi e, senza affatto nascondersi, si sedette a un tavolino non lontano da quello dei “piccioncini”.
Non solo piovigginava, ma cominciava a far freddo. La coppia si era sistemata accanto a un braciere. Non appena scorse il commissario, l’uomo portò istintivamente la mano al cappello a bombetta, mentre la sua compagna si strinse ancor di più nella pelliccia.
«Cameriere, un grog!».
Anche quei due bevevano un grog, mentre i passanti li sfioravano, il cameriere andava e veniva, e la vita di una domenica mattina attorno a una grande stazione continuava il suo corso come se non ci fosse stata in gioco la testa di un uomo.
La lancetta avanzava a scatti sul quadrante dell’orologio. Alle nove la coppia si alzò e si diresse a uno sportello.
«Due biglietti di sola andata in seconda classe per Bruxelles...».
«Un’andata in seconda per Bruxelles» fece eco Maigret.
Poi le banchine affollate, la ricerca di un posto sul rapido, lo scompartimento in fondo al binario, vicino alla locomotiva, in cui la coppia finalmente salì, lo stesso in cui il commissario sistemò la valigia nella reticella. Gente che si baciava. Il giovanotto con la bombetta scese per comprare dei giornali e tornò con un pacco di settimanali e riviste illustrate.
Era il rapido per Berlino. Pieno zeppo. Si udivano una miriade di lingue diverse. Partito il treno, il giovanotto si mise a leggere un giornale senza sfilarsi i guanti, mentre la sua compagna, che sembrava infreddolita, posò istintivamente la mano su quella di lui.
«C’è un vagone ristorante?» chiese qualcuno.
«Dopo la frontiera, credo!» rispose un altro.
«Ci fermiamo alla dogana?».
«No. Fanno i controlli a bordo dopo Saint-Quentin...».
La periferia, poi boschi a perdita d’occhio, poi Compiègne, dove il treno effettuò una breve sosta. Di tanto in tanto il giovanotto alzava gli occhi dal giornale e sbirciava il viso placido di Maigret.
Era stanco, si vedeva benissimo. Maigret, che gli rivolgeva le stesse occhiate furtive, lo trovava più pallido degli altri giorni, ancora più nervoso, più teso, ed era pronto a scommettere che non avrebbe saputo dire cosa stava leggendo da un’ora.
«Non hai fame?» gli chiese la donna.
«No...».
Alcuni fumavano, chi sigarette, chi la pipa. Era una giornata buia. Nei paesi s’intravedevano strade bagnate e deserte, chiese in cui forse stavano celebrando la messa.
Maigret, che da due settimane e mezzo non faceva altro che pensare a quell’inchiesta, abbandonò l’idea di riepilogarne mentalmente i fatti, proprio perché quasi non ne poteva più.
Il giovanotto seduto di fronte a lui era vestito sobriamente, come un inglese anziché come un parigino: abito grigio ferro, soprabito grigio con i bottoni nascosti, bombetta e, per completare l’insieme, un ombrello che aveva posato sulla reticella inferiore.
Se nello scompartimento fosse risuonato il suo nome, tutti avrebbero fatto un balzo sul sedile: fra i giornali aperti sulle varie ginocchia, infatti, almeno la metà parlavano ancora di lui.
Un bel nome: Jehan d’Oulmont. Un’ottima famiglia belga, più volte assurta agli onori della Storia.
Jehan d’Oulmont era biondo; aveva i lineamenti abbastanza fini, ma la pelle troppo sensibile, che si arrossava facilmente, e il viso spesso increspato da tic nervosi.
Due volte Maigret lo aveva avuto davanti, nel suo ufficio della Polizia giudiziaria, ed entrambe le volte, per delle ore, aveva cercato invano di incastrarlo.
«Lei ammette di essere, da due anni, un vero cruccio per la sua famiglia?».
«Questo riguarda la mia famiglia!».
«Dopo aver intrapreso gli studi di legge, è stato messo alla porta dall’Università di Lovanio a causa della sua condotta notoriamente indecorosa».
«Vivevo con una donna...».
«Precisiamo! Con la mantenuta di un negoziante di Anversa...».
«È un dettaglio senza importanza!».
«Ripudiato dalla sua famiglia, si è trasferito a Parigi... Dove è stato visto soprattutto alle corse dei cavalli e nei locali notturni... Si faceva chiamare conte d’Oulmont, titolo al quale non ha diritto...».
«C’è gente a cui piace...».
Sempre lo stesso sangue freddo, nonostante il pallore cadaverico.
«Ha conosciuto Sonia Lipchitz, del cui passato era perfettamente al corrente...».
«Non mi permetto di giudicare il passato di una donna...».
«A ventitré anni, Sonia Lipchitz ha già avuto numerosi protettori... L’ultimo le ha lasciato una discreta fortuna, che la signorina ha dilapidato in meno di due anni...».
«Il che dimostra che non sono interessato, giacché, in questo caso, sarei arrivato troppo tardi...».
«Lei sapeva, signor d’Oulmont, che suo zio, il conte Adalbert d’Oulmont – la sua famiglia ha il gusto per i nomi originali –, lei sapeva, dicevo, che una volta al mese suo zio aveva l’abitudine di trascorrere qualche giorno a Parigi, all’Hôtel du Louvre...».
«Per prendersi una rivincita sulla vita austera che era convinto di dover fare a Bruxelles...».
«Ammettiamo che sia così... Suo zio, vecchio habitué dell’albergo, prenotava sempre lo stesso appartamento, il 318... Tutte le mattine montava a cavallo al Bois, poi pranzava in un ristorante alla moda, quindi rientrava in albergo e ci restava fino alle cinque...».
«Aveva bisogno di riposo, no?» ribatté cinicamente il giovanotto. «Alla sua età!...».
«Alle cinque faceva salire barbiere e manicure, e...».
«E poi, fino alle due del mattino, bazzicava i locali dove s’incontrano le belle donne...».
«Esatto...».
Perché se il conte d’Oulmont, a una certa epoca della sua vita, era stato un elegante diplomatico, bisognava ammettere che con l’età si era calato sempre di più nella parte del vecchio dongiovanni: e non gli mancava nemmeno il parrucchino.
«Suo zio era ricco...».
«Me lo son sentito ripetere spesso...».
«Lei ha usufruito più volte del suo appoggio economico...».
«E delle sue lezioni di morale... Che compensavano il resto...».
«Due giorni prima del delitto lei gli ha presentato la sua amante, Sonia Lipchitz, in un bar degli Champs-Élysées...».
«Come un altro gli avrebbe presentato sua moglie...».
«Non proprio. Avete preso un aperitivo tutti e tre insieme, poi lei, con la scusa di un appuntamento di affari, li ha lasciati soli... In quel momento lei e Sonia eravate in bolletta, diciamo così. Dopo aver alloggiato per lungo tempo all’Hôtel de Berry, dalle parti degli Champs-Élysées, che avete lasciato senza pagare il conto, siete stati costretti a ripiegare su un albergo più modesto in boulevard des Batignolles...».
«Me ne fa una colpa?».
«Evidentemente a suo zio Sonia non è piaciuta, visto che l’ha piantata in asso subito dopo cena per recarsi in un teatrino...».
«E anche questo sarebbe colpa mia?».
«Due giorni dopo, un venerdì, verso le tre e mezzo, il conte d’Oulmont veniva assassinato in camera sua durante il pisolino quotidiano... Secondo i medici legali, è stato colpito violentemente con un tubo di piombo o una sbarra di ferro...».
«Sono stato perquisito...» osservò il giovane in tono sarcastico.
«Lo so! E aveva pure un alibi. Il giorno dopo mi ha mostrato il suo carnet delle scommesse, giacché è un fanatico delle corse... Il pomeriggio dell’omicidio lei era a Longchamp e ha puntato su due cavalli per ogni corsa... Lo provano le ricevute che abbiamo trovato nel suo soprabito, e altri frequentatori abituali l’hanno notata un paio di volte nel corso del pomeriggio...».
«E quindi...».
«Avrebbe comunque avuto il tempo, tra una corsa e l’altra, di saltare su un taxi e salire in camera di suo zio...».
«Qualcuno mi ha visto?».
«Lei ha sufficiente dimestichezza con l’Hôtel du Louvre per sapere che i clienti abituali vanno e vengono senza che nessuno vi badi... C’è un fattorino, però, a cui sembra di ricordare...».
«Piuttosto vago, non le pare?».
«A suo zio sono stati rubati trentaduemila franchi in banconote francesi».
«Se fossi stato io, avrei avuto tutto il tempo di passare la frontiera!».
«So anche questo. Al suo albergo non abbiamo trovato niente. Meglio così! Due giorni dopo, la sua amante ha impegnato i suoi due ultimi anelli al Crédit Municipal, e attualmente state vivendo con i cinquemila franchi che le hanno dato in cambio... »
«Lo vede?...».
Il caso era tutto lì! In altre parole, quasi il delitto perfetto! L’alibi era di quelli che è inutile cercare di confutare. Jehan era stato visto all’ippodromo quel pomeriggio. Ma a che ora?
Aveva scommesso. Ma la sua amante poteva aver puntato al posto suo in certe corse e, da Longchamp a rue de Rivoli, il tragitto è breve.
Un tubo di piombo, una mazza di ferro? Chiunque può procurarseli e disfarsene facilmente. E con un po’ di abilità chiunque può introdursi in un grande albergo senza farsi notare.
Il trucco degli anelli impegnati due giorni dopo? Il carnet delle scommesse?
«Lei stesso ammette» ribatteva d’Oulmont «che al mio caro zio capitava di ricevere delle donne in albergo. Perché non indaga in quella direzione?».
Da un punto di vista logico, il ragionamento non faceva una grinza. Tanto che in mancanza di elementi sufficienti, quando, dopo due interrogatori, Jehan si era presentato al Quai des Orfèvres manifestando il desiderio di tornare in Belgio, erano stati costretti a concedergli l’autorizzazione.
Ecco perché da dodici giorni Maigret applicava la sua vecchia tattica: mettergli qualcuno alle calcagna che non lo mollasse mai di un passo, ventiquattr’ore su ventiquattro, e senza nascondersi affatto perché, tra i due, il primo a non poterne più fosse d’Oulmont.
Ed ecco perché quella mattina Maigret si era seduto di proposito nello stesso scompartimento, proprio di fronte al giovanotto, il quale, vedendolo, aveva abbozzato un saluto e si era poi trovato costretto a recitare per ore la parte del disinvolto.
Un omicidio a scopo di rapina! Un omicidio senza attenuanti! Anzi, il fatto che a commetterlo fosse stato un parente della vittima, un ragazzo istruito e senza tare evidenti, costituiva un’aggravante! E per di più un omicidio commesso a sangue freddo! In modo pressoché scientifico!
Per i giurati, questo significa una testa che cade! Ed ecco che proprio quella testa, certo un po’ pallida, ancora china sulla rivista, si rialzò all’arrivo dei funzionari della dogana.
Ci mancò poco che gli altri passeggeri si mettessero a protestare. Maigret aveva dato disposizioni per telefono e la coppia fu oggetto di una perquisizione minuziosa, tanto minuziosa da rasentare l’indiscrezione.
Risultato: niente! Jehan d’Oulmont esibiva il suo sorriso pallido. Sorrideva a Maigret. Sapeva che era suo nemico. Sentiva anche lui che era una guerra di usura, una guerra in cui era in gioco la sua testa.
Uno di loro sapeva tutto: l’assassino. Quando, come, in quale istante, in che circostanze era stato commesso il crimine.
Ma l’altro, Maigret, che fumava la pipa nonostante le smorfie della sua vicina, infastidita dall’odore del tabacco, che cosa sapeva, cosa aveva scoperto?
Una guerra di nervi, proprio così! Passata la frontiera, Maigret non aveva più nemmeno il diritto di intervenire, e già si scorgevano le prime case dei minatori del Borinage.
Allora perché era lì? Perché non mollava? Perché seguiva la coppia mentre andava a prendere un aperitivo nel vagone ristorante, e si sedeva al loro stesso tavolo, muto e minaccioso?
E perché, a Bruxelles, sceglieva proprio il Palace, ossia l’albergo dove avevano preso un appartamento Jehan d’Oulmont e la sua amante?
Aveva forse scoperto una crepa nell’alibi? Jehan d’Oulmont aveva per caso tralasciato un dettaglio che lo tradiva?
Ma no! In quel caso lo avrebbero arrestato in Francia, lo avrebbero deferito ai tribunali francesi, e lì la pena di morte non gliel’avrebbe tolta nessuno...
Al Palace Maigret occupava la stanza accanto alla loro. E lasciava la porta aperta, scendeva al ristorante insieme a loro, passeggiava dietro d’Oulmont lungo le vetrine di rue Neuve, entrava nella medesima brasserie, sempre con la stessa ostinazione e la stessa apparente calma.
Sonia era agitata quasi quanto il compagno. L’indomani non si alzò prima delle due, e la coppia decise di pranzare in camera. Ed ecco che udirono squillare il telefono: anche Maigret ordinava da mangiare!
Un giorno... Due giorni... I cinquemila franchi stavano fondendo come neve al sole, ovviamente... E Maigret era sempre lì, con la pipa in bocca e le mani in tasca, cupo e paziente.
Ma che cosa sapeva? Chi avrebbe potuto dire che cosa sapeva?
A dire il vero, Maigret non sapeva niente! Maigret sentiva. Maigret era sicuro del fatto suo, sicuro di essere nel giusto – ci avrebbe scommesso la reputazione. Ciò nonostante, pur avendo girato e rigirato il problema nella sua testa, e fatto interrogare i tassisti di Parigi, soprattutto quelli che stazionavano davanti all’ippodromo, non aveva cavato un ragno dal buco.
«Cosa vuole! Con tutti quelli che vediamo... Può darsi...».
Tanto più che Jehan d’Oulmont non aveva nulla di particolare, e quelli a cui veniva mostrata la sua fotografia lo prendevano per qualcun altro.
Il fiuto non basta. La convinzione neppure. La giustizia esige una prova, e Maigret continuava a cercare senza sapere chi si sarebbe stancato per primo. Passeggiò dietro la coppia al Giardino botanico. Trascorse intere serate al cinema. Pranzò e cenò in ottime brasserie, di quelle che piacevano a lui, e fece il pieno di birra.
Alla pioggia era seguita una sorta di neve sciolta. Il martedì il commissario calcolò che alle sue vittime rimanevano poco più di trecento franchi belgi, e ipotizzò che forse era giunto il momento in cui finalmente avrebbero fatto ricorso al malloppo.
Maigret stava facendo una vita massacrante, e di notte, al minimo rumore nella stanza accanto, si doveva svegliare; ma era come quei cani che vengono sguinzagliati dietro ai cinghiali: pronti a farsi sbudellare piuttosto che indietreggiare.
La gente intorno a loro continuava a non sospettare niente. I camerieri servivano il diafano Jehan d’Oulmont come un cliente qualsiasi, senza immaginare che la sua testa non fosse più solidamente attaccata alle spalle. In un night qualcuno invitò a ballare Sonia, poi sparì; un’ora dopo la invitò di nuovo e si mise a giocherellare, come per stuzzicarla, con la sua borsetta. Il giovanotto aveva tutta l’aria del rampollo di buona famiglia, e da lontano rivolse a d’Oulmont un cenno amichevole.
Una cosa da nulla. E ormai erano a Bruxelles da tre giorni. Eppure, da quel momento, il commissario cominciò a nutrire la speranza di farcela.
E, da quel momento, cominciò anche a comportarsi in modo così insolito per lui che la signora Maigret ne sarebbe rimasta sconcertata. Si diresse verso il bar del locale e si mise a bere in compagnia delle entraîneuse che lo avevano preso d’assalto. Buttò giù diversi bicchieri con l’aria di spassarsela oltre i limiti della decenza, e alla fine, un po’ titubante, invitò Sonia a ballare.
«Se proprio ci tiene!» rispose lei, asciutta.
Lasciò la borsetta sul tavolo e gettò un’occhiata all’amante, ma d’Oulmont era stato a sua volta precettato da una delle signorine della casa.
Chi avrebbe potuto prevedere ciò che stava per succedere, mentre le due coppie, avvolte da una luce arancione, si mischiavano a tutte le altre?
Terminato il ballo, Maigret non era più solo. Un ometto vestito di nero avanzò al suo fianco sino al tavolo della coppia, e annunciò:
«Signor Jehan d’Oulmont?... Niente chiasso... Niente scandali... In nome della Pubblica Sicurezza belga, ho l’incarico di arrestarla...».
La borsa era sempre lì, sul tavolo, e Maigret sembrava assorbito da altri pensieri.
«Arrestarmi? E in virtù di cosa?».
«Di un mandato di estradizione che...».
A questo punto d’Oulmont allungò la mano verso la borsa, poi si alzò di scatto, puntò una pistola contro Maigret e...
«Un altro che non andrà in paradiso!» borbottò il commissario.
Vi fu uno sparo. Maigret rimase in piedi, con le mani in tasca. Jehan, con la pistola in pugno, sembrava fuori di sé. Chi stava ballando si diede alla fuga. La solita baraonda...
«Capisce?» disse Maigret al capo della Pubblica Sicurezza di Bruxelles. «Non avevo uno straccio di prova. Solo indizi! E sapevo che era intelligente quanto me...
«Non potevo dimostrare che avesse ucciso suo zio. E probabilmente l’avrebbe fatta franca, se...».
«Se?...».
«Se non fosse stato un ex studente di giurisprudenza, e se in Belgio ci fosse la pena di morte... Mi spiego... In Francia, ha ucciso suo zio perché aveva bisogno di soldi... Sa che lì ci rimetterà la testa... Anche rifugiandosi a Bruxelles, se si trovassero le prove della sua colpevolezza, non sfuggirebbe all’estradizione... E io gli sto alle calcagna! In altre parole, potrei avere degli indizi, o potrei avere delle prove... Non ha via di scampo...
«Anzi, sì... Una cosa può salvarlo dalla ghigliottina, una cosa che ha già salvato l’assassino Danse... Se commette un altro omicidio, prima di essere estradato verrà giudicato dalla giustizia belga, che ha bandito il patibolo, ma che lo manderà in prigione per il resto dei suoi giorni...
«E proprio sull’orlo di questo dilemma volevo spingerlo standogli col fiato sul collo... Gli mancava l’arma... Quel gesto della sua amante, stanotte, quando ormai erano tutti e due allo stremo, mi ha fatto venire il sospetto che, con la complicità di un vecchio amico, fossero riusciti a procurarsi un revolver e l’avessero nascosto nella borsetta...
«Mentre ballavamo, un agente l’ha sostituito con una pistola caricata a salve...
«Poi c’è stato l’arresto...
«Jehan d’Oulmont, in preda al panico, Jehan d’Oulmont, che rischia di rimetterci la testa, preferisce l’ergastolo in Belgio e spara...
«Chiaro?».
Chiaro, sì! Chiaro che, macchiandosi di un altro crimine, l’assassino del vecchio conte d’Oulmont aveva salva la vita. E, per di più, quel suo sorriso sarcastico non significava forse:
«Volevate la mia testa? Be’, non l’avrete!»?
La sua testa no! Però non era più in grado di nuocere. E Maigret poteva finalmente pensare ad altro.