Stories 93 / Random

Stories by georges simenon

la finestra aperta (italian)

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Era mezzogiorno meno cinque quando i tre uomini si ritrovarono di fronte al 116 bis di rue Montmartre, quasi all’angolo con rue des Jeûneurs.
«Andiamo?».
«Beviamo qualcosa e andiamo...».
Presero un aperitivo al bar lì vicino, poi, con il bavero del cappotto rialzato e le mani in tasca per ripararsi dal freddo, entrarono nel cortile del palazzo, cercarono la scala C, e quando l’ebbero trovata salirono al secondo piano. Su ogni porta di quel vecchio edificio labirintico c’era una targa di smalto o di ottone con il nome di una ditta, dal fabbricante di fiori artificiali alla società cinematografica. Arrivati al secondo piano, in fondo a un corridoio buio, sulla targa lessero: «Le Commerce Français». Il brigadiere Lucas passò per primo, aprì la porta e con la mano si sfiorò la tesa del cappello.
«C’è Oscar Laget?».
Nell’anticamera, un uomo sulla cinquantina stava seduto dietro un tavolo coperto da un tappeto verde ed era intento a incollare francobolli su una pila di buste. Sulle prime si limitò a scrollare la testa, poi qualcosa dovette colpirlo nell’aspetto dei visitatori perché, osservandoli con maggior attenzione, parve intuire e si alzò in piedi.
«Non viene mai in ufficio la mattina» spiegò. «Per che cos’è?».
«Ho un mandato d’arresto» rispose Lucas indicando un foglio di carta che gli spuntava dalla tasca. «Dove possiamo trovarlo?».
«A quest’ora è irreperibile... Dev’essere alla Borsa, o in uno dei ristoranti nei paraggi. Sarà di ritorno alle quattro...».
Lucas scambiò un’occhiata con i colleghi.
«Ci faccia vedere il suo ufficio...».
Docilmente, l’uomo lo precedette lungo uno stretto corridoio, aprì una porta e gli mostrò un ufficio effettivamente vuoto.
«Vabbè! Torniamo alle quattro...».
Se quella volta Maigret si occupò dell’inchiesta fin dall’inizio, fu per puro caso. Alle tre si trovava nel suo ufficio del Quai des Orfèvres, quando giunse per telefono la segnalazione di un accoltellamento fra algerini dalle parti di porte d’Italie. Gli algerini erano di competenza del brigadiere Lucas.
«Non posso andarci, capo. Alle quattro devo essere in rue Montmartre per un arresto...».
«L’arresto di chi?».
«Laget... Sa, quello del Commerce Français... Il mandato emesso dalla sezione finanziaria della procura...».
«Tu fila a porte d’Italie... In rue Montmartre ci vado io...».
Maigret lavorò fino alle quattro meno dieci, poi saltò su un taxi insieme agli altri due ispettori. Passò sotto l’androne e quando fu nel cortile, di fronte al reticolo di scale fatiscenti, chiese d’istinto:
«C’è una seconda uscita?».
«Non credo...».
Niente di che, insomma! Il banale arresto di un piccolo finanziere imbroglione!
«Secondo piano, capo... Giri a destra...».
Una seccatura, ecco tutto. Il tizio sui cinquanta, che rispondeva al nome di Ernest Descharneau, era sempre seduto al suo tavolo, anche se adesso sulle buste non incollava più francobolli, ma scriveva gli indirizzi. Di fronte a lui, in anticamera, aspettavano annoiate quattro o cinque persone.
«È arrivato Oscar Laget?» chiese Maigret senza togliersi la pipa di bocca.
«Non ancora... Sarà qui da un momento all’altro... Anche questi signori sono qui per lui...».
Occhiata ai «signori» in questione: tutti creditori, ovviamente, dall’aria più o meno miserabile, appostati lì da un paio d’ore nella speranza di strappare qualche soldo a Laget. Maigret, dopo aver vuotato la pipa sul pavimento già lurido, ebbe tutto il tempo di caricarsene un’altra.
«Che spifferi avete qui!» brontolò alzando il bavero di velluto del cappotto.
Ernest Descharneau, chinandosi un po’ di lato, tese l’orecchio e mormorò:
«Credo che sia lui...».
«Perché? Non entra da questa porta?».
«Passa sempre dal retro...» rispose l’altro alzandosi. «Vado a dirgli...».
Ma non ebbe il tempo di terminar la frase che dall’ufficio di Laget si udì un’esplosione. Descharneau fece per precipitarsi, ma Maigret lo spinse di lato e passò per primo.
Il corridoio faceva gomito. In fondo, una finestra aperta – ecco da dove veniva la corrente d’aria! – si affacciava su un cortiletto, e, passando, Maigret da buon freddoloso la chiuse. Si aspettava di trovare la porta di Laget chiusa a chiave, ma non era così. Nell’ufficio, l’uomo d’affari, piccolo e grasso, era seduto alla scrivania, rovesciato all’indietro, con una ferita aperta sulla tempia destra; sul tappeto, appena sotto la mano penzolante, c’era una pistola.
«Non faccia entrare nessuno!» borbottò Maigret voltandosi.
Ebbe subito la sensazione che qualcosa non quadrasse, ma ancora non sapeva cosa. Fiutava in giro, osservava tutto, con quel suo atteggiamento tipico, le mani in tasca, il cappello un po’ all’indietro. Alla fine il suo sguardo si posò su un paio di scarpe da donna che spuntavano da sotto la tenda della finestra.
«E lei cosa ci fa, lì?» bofonchiò.
Nello stesso istante, una donna ancora giovane, avvolta in una pelliccia, uscì dal nascondiglio e, fissando i tre uomini con occhi pieni d’angoscia, balbettò:
«Chi siete? Perché siete qui?».
«E lei?».
«Io sono la signora Laget!».
L’ispettore che si era chinato sul corpo si rialzò e dichiarò placidamente:
«È morto!...».
L’ispettore Janvier fu incaricato di avvisare il commissario di zona, la procura e la scientifica, mentre Maigret, con aria torva, girava in tondo nella stanza rischiarata dalla luce cruda del giorno.
«Da quanto tempo si trova in quest’ufficio?» chiese d’un tratto alla signora Laget, guardandola di sottecchi.
«Sono arrivata pochi secondi prima di lei... Quando ho sentito dei passi, ho preferito nascondermi dietro la tenda...».
«E perché?».
«Non lo so... Volevo prima capire...».
«Capire cosa?».
«Cos’era successo... Siete sicuri che sia morto?».
Non piangeva, ma sembrava sconvolta, e Maigret preferì non insistere. Si avvicinò al secondo ispettore e gli disse sottovoce:
«Tu resta qui e tienila d’occhio, che non tocchi niente...».
Poi tornò in anticamera: i clienti erano ancora al loro posto.
«Non muovetevi da qui!... Potrei aver bisogno di voi...».
«È morto?».
«Che più morto non si può... Quanto a lei,» disse rivolto a Descharneau «gradirei scambiare due parole a quattrocchi...».
«Possiamo andare nell’ufficio della signora Laget... A meno che non ci sia già lei...».
L’ufficio si trovava di fronte a quello del morto. Per non essere disturbato, Maigret chiuse la porta a chiave, poi, quasi senza pensarci, si mise ad armeggiare con la chiavetta della stufa, che tirava male, e alla fine indicò una sedia all’impiegato.
«Si sieda... Nome... Età... Mi racconti tutto quello che sa...».
Mentre gli intimava di sedersi, lui se ne restava in piedi e, fedele alle abitudini, passeggiava per la stanza.
«Ernest Descharneau, cinquantaquattro anni, ex commerciante e tenente di riserva...».
«E attualmente fattorino?» borbottò Maigret.
«Non proprio» lo corresse Descharneau con una punta di amarezza. «Ma lei ha ragione: più o meno, è quello che faccio».
A dispetto degli abiti consunti, manteneva un aspetto curato e una certa distinzione nei modi, quella distinzione incolore tipica di chi ha conosciuto delle avversità.
«Prima della guerra avevo un negozio in boulevard de Courcelles, e gli affari non andavano male».
«Che cosa vendeva?».
«Armi, munizioni e articoli da caccia... Poi sono partito al fronte come soldato semplice, e dopo tre anni sono diventato tenente di artiglieria...».
Solo allora Maigret notò un nastrino rosso sul risvolto del gilet. Osservò pure che, mentre parlava con una concitazione quasi affannosa, l’uomo tendeva costantemente l’orecchio per sentire i rumori provenienti dalle altre stanze.
«Ho conosciuto Oscar Laget nella Champagne. Era un mio subordinato...».
«Soldato semplice?».
«Sì... Poi è diventato sergente... Alla fine della guerra, ho trovato il mio negozio chiuso e mia moglie ammalata... Mi restavano un po’ di soldi, ma ho avuto la sventura di investirli in un’impresa che è fallita nel giro di un anno... Mia moglie è morta...».
Si udirono dei passi: Maigret intuì che doveva essere la polizia di zona, ma non si scomodò.
«E poi?» incalzò, seduto sul bordo della scrivania.
«All’epoca Laget aveva messo su una ditta di prodotti chimici, e così andai a trovarlo... Gli uffici erano in boulevard Haussmann... Mi prese come piazzista... Visto che era venuto ad arrestarlo, lei avrà un’idea di che genere d’uomo fosse...».
«Me lo dica lo stesso!».
A tratti, Maigret sembrava ascoltarlo a malapena.
«La ditta di prodotti chimici è rimasta in piedi tre anni, e ho messo da parte qualche risparmio... Un bel giorno, Laget ha chiuso baracca, e io mi sono ritrovato in mezzo a una strada... È lì che ha cominciato ad avere guai con la giustizia, eppure, nel giro di un anno, aveva già aperto con gran clamore un’altra impresa: Le Commerce Francais... ?»
Descharneau era incerto se proseguire il suo racconto, chiedendosi se a Maigret interessasse davvero, mentre dalle altre stanze continuavano a provenire voci e rumori di passi.
«A un certo punto è arrivato ad avere anche sessanta dipendenti, e gli uffici occupavano tre piani di un palazzo moderno, in rue Beaubourg. Pubblicava dei periodici di settore, bollettini di varie corporazioni: macellai, conciatori, ufficiali giudiziari...».
«Ed è stato assunto anche lei?».
«Sì, quando sono tornato a trovarlo, mi ha preso con sé, ma senza una mansione precisa: ero, per così dire, il suo braccio destro... Sicché mi ha nominato procuratore di quasi tutte le società che metteva in piedi, e a volte anche amministratore...».
«Il che significa che adesso avrà dei guai con la giustizia pure lei?».
«È probabile» assentì Descharneau con voce sorda. «È difficile spiegare come stavano le cose... Anche quando avevamo sessanta dipendenti, ci capitava di correr dietro a duemila franchi... Laget e la moglie avevano una macchina per ciascuno... Si erano fatti costruire una villa in campagna da ottocentomila franchi, ma ai domestici poteva succedere di non essere pagati per tre mesi di fila... Tappavamo una falla e se ne apriva un’altra... Laget spariva per un paio di giorni, poi ricompariva agitatissimo dalla porta di servizio, e mi faceva firmare delle carte...
«“Svelto... Questa volta facciamo fortuna!...”.
«Non sapevo neanche cosa firmavo... Appena mostravo la minima esitazione, mi dava dell’ingrato, mi ricordava che mi aveva, per così dire, salvato dal lastrico...
«Aveva anche degli sprazzi di generosità... Quando giravano soldi, era capace di darmi venti o trentamila franchi, così, senza motivo. Salvo poi, l’indomani o il giorno dopo, chiedermeli indietro...
«Dopo diversi alti e bassi, siamo finiti qui... La signora Laget ha voluto prendere in mano le cose, e viene in ufficio tutti i giorni...».
A un tratto Maigret si tolse la pipa di bocca.
«Dove ha pranzato?».
La domanda, pur semplicissima, fece sobbalzare Descharneau.
«Quando?... Oggi?... Aspetti... Sono uscito un momento a comprare un po’ di pane e del salame... Ci devono essere ancora la pelle e le briciole nel mio cestino...».
«Non è venuto nessuno?».
«Cosa intende? Alle due sono arrivati dei creditori, come al solito... È per questo che Laget non osava più salire dalla scala principale... C’è un’uscita su rue des Jeûneurs... Bisogna attraversare degli stabili, dei corridoi, fare tutto un giro all’interno dei due palazzi, ma lui preferiva così...».
«E la moglie?».
«Anche lei!».
«Arriva in ufficio sempre alle quattro?».
«No! Di solito viene alle due... Ma oggi è il primo mercoledì del mese, e va al ministero a ritirare la pensione... È una vedova di guerra risposata...».
«Pensa che sarebbe stata capace di uccidere il marito?».
«Non lo so».
«E Laget, pensa che sarebbe stato capace di suicidarsi?».
«Non lo so... Quel che sapevo, gliel’ho detto... Adesso mi chiedo che fine farò io...».
Maigret andò alla porta e la aprì.
«Ci rivediamo tra un po’...».
Quando entrò nell’ufficio di Laget c’erano dieci o quindici persone che si davano da fare e le luci erano accese. Il fotografo della scientifica aveva appena terminato e stava riponendo le sue attrezzature. Il giudice istruttore e un giovane sostituto parlottavano fra loro a bassa voce, mentre la signora Laget se ne stava seduta in un angolo con la faccia tirata, come stordita da tutto quel baccano e quell’agitazione.
«Trovato niente?» chiese il commissario di zona a Maigret.
«Ancora no. E lei?».
«Abbiamo rinvenuto il bossolo, ed effettivamente è stato sparato con questa pistola... La signora Laget riconosce l’arma del marito, che teneva sempre nel cassetto della scrivania...».
«Può venire un attimo, signora Laget?».
Maigret la condusse nell’ufficio dove aveva interrogato Descharneau.
«Mi perdoni se la importuno in questo momento... Volevo solo rivolgerle un paio di domande... Anzitutto, che cosa pensa di Descharneau?».
«Quell’uomo deve tutto a mio marito... Oscar l’ha salvato dalla miseria... Lo trattava come il suo uomo di fiducia... Perché? Descharneau gliene ha parlato male?... Ne sarebbe capace... È un vecchio inacidito...».
«Seconda cosa» tagliò corto Maigret. «Quand’è stata l’ultima volta che è venuta qui in ufficio?».
«Oggi alle due, per prendere i miei documenti prima di andare al ministero... Fino a qualche mese fa, la mia pensione di vedova di guerra non la ritiravo nemmeno... Ma, vista la situazione...».
«E suo marito a che ora tornava solitamente, al pomeriggio?».
«In realtà, alle tre... Le spiego... Spesso era costretto a pranzi d’affari troppo abbondanti, e magari alzava il gomito con i clienti... E, siccome di notte soffriva d’insonnia, aveva preso l’abitudine di fare un riposino nel suo ufficio fino alle quattro...».
«E oggi?».
«Non lo so... Alle due Descharneau mi ha riferito soltanto che mio marito mi avrebbe aspettato alle quattro in punto per una questione importante...».
«E non le ha detto della polizia?».
«No!».
«La ringrazio».
Mentre la riconduceva alla porta, Maigret continuava a sforzarsi di mettere a fuoco la sensazione che aveva provato entrando nell’ufficio di Laget. Ma non appena gli sembrava di esserci vicino, ecco che gli sfuggiva di nuovo.
Adesso aveva caldo e, sempre col cappello sulla nuca e la pipa fra i denti, uscì in anticamera con l’aria di chi non sa cosa fare. I quattro che erano venuti da Laget a reclamare soldi stavano ancora aspettando: Maigret li osservò uno a uno; ad attirare la sua attenzione fu soprattutto un giovane alto, emaciato, con gli abiti consunti.
«A che ora è arrivato, lei?».
«Intorno alle due e dieci, due e un quarto, commissario...».
Descharneau, che aveva ripreso il suo posto, tese le orecchie.
«Non è venuto nessuno, da allora?».
«Solo questi signori...».
E indicò i suoi vicini, che si limitarono ad annuire.
«Non è uscito nessuno?... No?... Un attimo!... Il fattorino è sempre rimasto al suo posto?».
«Sì, sempre».
Poi, tutt’a un tratto il giovane parve riflettere.
«Aspetti!... Solo una volta si è alzato ed è andato in corridoio per rispondere al telefono...».
«A che ora?».
«E chi lo sa!... Saranno state le quattro meno un quarto... Sì, è stato un po’ prima che arrivasse lei...».
«Dica un po’, Descharneau, chi era al telefono?».
«Non ne ho idea... Uno che aveva sbagliato numero...».
«Ne è sicuro?».
«Sì... Cercava... cercava lo studio di un dentista...».
Nel rispondere, Descharneau aveva lanciato un’occhiata alla pila di buste sulla scrivania, come in cerca d’ispirazione. Erano lettere circolari che Laget spediva a migliaia di indirizzi. Istintivamente, il commissario fece lo stesso e, sulla prima busta del mucchio, lesse: «M. Eugène Devries, chirurgo dentista, rue...».
Dovette fare uno sforzo per rimanere serio!
«Allora?» chiese Maigret, ritornando dal giudice e dal sostituto procuratore.
«Suicidio!» affermò quest’ultimo. «Secondo il medico, il colpo è stato sparato a neanche quindici centimetri dal viso... Quindi, a meno che Laget non avesse una gran voglia di farsi ammazzare...».
«O stesse dormendo...» interloquì Maigret. I due uomini rialzarono la testa.
«Perché, lei crede invece che sia stato...?».
E lo sguardo del giudice si posò sulla signora Laget, a cui stavano appunto prendendo le impronte digitali e che assunse un atteggiamento pieno di dignità.
«Ancora non lo so» ammise Maigret. «Certo, se di delitto si tratta, è un capolavoro... Commesso sotto il naso della polizia, per così dire... Come se l’assassino avesse volutamente aspettato che fossimo presenti...».
Vedendo passare il medico legale, Maigret lo fermò.
«E lei, dottore, non ha notato nulla d’insolito?».
«A dir la verità, no... La morte è stata immediata, questo è certo...».
«E dopo?».
«Cosa intende?».
«Niente... Laget doveva essere un tipo ancora più freddoloso di me... Se ha notato, lo schienale della poltrona è attaccato al termosifone...».
Il giudice e il sostituto si scambiarono un’occhiata. Maigret batté di nuovo il fornelletto della pipa contro il tacco. Per decenza, la faccia di Laget era stata coperta con un asciugamano a nido d’ape preso dal lavabo. Gli inquirenti, insomma, avevano finito, e non aspettavano che un cenno per andarsene.
«Senta un po’...» fece a un tratto Maigret rivolgendosi al commissario di zona. «Vedo che ci sono due telefoni sulla scrivania: uno collegato con la linea esterna e uno interno... Penso che comunichi con l’anticamera... Può provare a chiamarci da lì?».
Il commissario uscì. Gli altri aspettarono con gli occhi puntati su Maigret, che aveva l’aria assente. Passò un minuto, ne passarono due. Poi il commissario tornò, stupito:
«Non avete sentito niente?... Eppure ho fatto suonare tante volte...».
Maigret si girò verso il giudice:
«Le dispiacerebbe venire un momento con me?».
E lo condusse nell’ufficio dove aveva già ricevuto Descharneau e la signora Laget.
Là rimase in piedi, con le spalle al fuoco, nella sua posizione preferita, e si mise a parlare in tono volutamente banale, come per scusarsi di essere arrivato così in fretta alla soluzione e non umiliare troppo il magistrato.
«Il caso ha voluto che mi trovassi qui al momento giusto, e che osservassi il fattorino...».
«È stato lui a...? Ma è impossibile, dal momento che...».
«Aspetti! Suppongo che anche lei avrà riconosciuto in quell’uomo, sia fisicamente che moralmente, uno di quei falliti che rappresentano forse il retaggio più triste che la guerra ci abbia lasciato, o quanto meno le vittime più deplorevoli... Un uomo che è stato, un tempo, il tenente Descharneau, e che all’epoca possedeva certamente un alto valore morale!... Dopo l’armistizio non ritrova più niente di quella che era la sua vita... La sua impresa fallisce, la moglie muore... Ed è Laget, la cui volgarità e la cui assenza di scrupoli trionfano in quel periodo caotico, a raccattarlo...?»
Silenzio. Maigret si caricò per la quarta volta la pipa.
«E sarei tentato di dire: tutto qui!» sospirò. «Laget si serve di Descharneau come un individuo della sua risma può servirsi di un onest’uomo... E l’onestà dell’ex tenente insorge a più riprese, poi, fra sussulti e ribellioni, si affievolisce, sicché alla fine il suo sentimento dominante nei confronti di colui che si proclama suo benefattore è l’odio... Un odio tanto più tenace in quanto Laget precipita a sua volta, per cui, in definitiva, Descharneau ha venduto la propria onestà per un piatto di lenticchie...».
«Non vedo dove vuole...».
«Andare a parare? Neanch’io. O, perlomeno, non lo vedevo fino a poco fa. M’immaginavo solo quei due, il capo e il dipendente, ovvero il sergente e il tenente di una volta che avevano invertito i ruoli... M’immaginavo questi uffici presi d’assalto da turpi creditori e ufficiali giudiziari, poi gli espedienti, le società fasulle, le tratte non pagate e gli assegni scoperti, tutto lo squallido corredo dei tracolli come questo...».
«Ed è appunto il motivo del mandato d’arresto che...».
«Permette un istante?».
Maigret aprì la porta e chiamò Descharneau, che comparve con aria spaventata.
«Senta un po’, Descharneau... Quanti procedimenti giudiziari aveva avuto Laget?».
«Non lo so... Cinque, forse sei...».
«E ogni volta l’ha fatta franca, non è così?».
«Sì... Aveva le conoscenze giuste...».
«Grazie! Può andare!».
Non appena il fattorino uscì, Maigret si rivolse di nuovo al giudice.
«Ecco qua! Descharneau non ha voluto che Laget la facesse franca anche stavolta... Quell’uomo è malato, lo ha visto anche lei... Ci scommetto che ha un’ulcera, se non un tumore allo stomaco... Ormai non è più in grado di rimontare la china... Se avessimo arrestato Laget, tempo un giorno e sarebbe diventato un relitto, e prima o poi l’avremmo ritrovato alla mensa dei poveri... Ora, a torto o a ragione, Descharneau ritiene che sia stato Laget a ridurlo così...».
«Ma come ha potuto, materialmente...?».
«Le dico la mia opinione, e basteranno pochi minuti per avere la conferma... Oggi, a mezzogiorno, un brigadiere e due ispettori vengono per arrestare Laget, ma lui non c’è e Descharneau li fa tornare alle quattro...
«Tenga conto che, da mesi, il nostro uomo passa intere giornate a incollare francobolli e copiare indirizzi nell’anticamera dell’ufficio, e che ha avuto il tempo di architettare mille modi, uno più complicato dell’altro, per vendicarsi...
«Ha ammesso che oggi, contrariamente al solito, non è andato a pranzo, e ho il sospetto che ne abbia approfittato per fare un certo lavoretto, di cui più tardi cercheremo le tracce...
«Perché l’occasione è perfetta, pressoché unica!... Gli altri giorni la signora Laget arriva in ufficio alle due, come un’impiegata... Soltanto il primo mercoledì del mese va al ministero del Tesoro a ritirare la pensione.
«Quando passa da qui per prendere i documenti, Descharneau le dice che il marito l’aspetterà nel suo ufficio alle quattro in punto, e lei non ha alcun motivo di dubitarne...
«Da quel momento in poi è tutto molto facile, persino troppo... L’anticamera, come ogni pomeriggio, si riempie di creditori, i quali potranno testimoniare che Descharneau non si è mosso da lì...
«Tranne una volta... Alle quattro meno un quarto – noti bene l’ora! – sente uno squillo, apparentemente quello del telefono, ma, guarda caso, Descharneau afferma che si è trattato di uno sbaglio e improvvisa una risposta imbarazzata.
«Tra poco scopriremo se sotto la scrivania dell’anticamera c’è un pulsante che aziona un campanello... La cosa non mi stupirebbe affatto, giacché il fattorino doveva avere un modo per avvertire il capo in caso di visite particolarmente seccanti...».
«Questo è facilmente verificabile» intervenne il giudice.
«E anche il resto. Alle quattro meno un quarto Descharneau si introduce dunque nell’ufficio del suo capo, dove lo ha udito entrare una mezz’ora prima. Laget sta dormendo, come al solito... Descharneau, ex armaiolo, non ha avuto difficoltà a procurarsi un silenziatore, che inserisce sulla pistola del cassetto, e spara a bruciapelo...».
«Ma...».
«Aspetti! Si rimette in tasca il silenziatore o, più probabilmente, lo butta nel gabinetto... Poi torna in anticamera ad aspettare, ed è lì che arriviamo noi...
«Allora ci dice che Laget non tarderà... Noi pazientiamo come gli altri... Descharneau tende l’orecchio e, intorno alle quattro, sente arrivare la signora Laget, e, mentre lei sta ancora salendo le scale di servizio, preme sul campanello del telefono interno...».
«Non la seguo...».
«Non capisce che è necessaria una detonazione per far credere che solo in quel momento Laget viene ucciso o si toglie la vita?... Poco fa, il commissario di zona ha cercato di far funzionare il telefono interno, ma non ci è riuscito... Scommetto che il filo è stato collegato a un banale petardo, che poi è stato posto sul davanzale della finestra in corridoio, la quale, mi sono scordato di dirle, quando siamo arrivati era aperta... Tutto avviene quindi in nostra presenza, sotto il nostro naso... Noi ci precipitiamo e, senza saperlo, spaventiamo la signora Laget, che si nasconde dietro la tenda».
Maigret sorrise.
«Entrando in quell’ufficio, sono rimasto colpito da qualcosa di anomalo... Adesso capisco cos’era... Da bravo fumatore incallito, riesco a fare la distinzione tra fumo caldo e fumo freddo... Ora, nell’ufficio di Laget si sentiva, certo, odore di polvere da sparo, ma di polvere da sparo fredda... Per quanto riguarda poi lo stato di rigidità del cadavere, il medico legale, al quale risottoporremo la questione, è stato tratto in inganno dal fatto che il corpo era appoggiato al termosifone, il che...».
Sul davanzale della finestra furono ritrovati i resti del petardo e un pezzo di filo di rame collegato al telefono interno.
«Non è vero!» gridò Descharneau il primo giorno.
Ma l’indomani fu trovato morto nella sua cella: si era impiccato ricavando delle strisce di tela dalla camicia.