jeumont, 51 minuti di sosta! (italian)
Immerso in un sonno compatto, Maigret sentì vagamente uno squillo, ma non si rese conto che era il telefono, né che sua moglie si era sporta sopra di lui per rispondere:
«È Popaul!» annunciò lei dopo aver scosso il marito. «Vuole parlarti...».
«Sei tu, Popaul?» grugnì Maigret, ancora mezzo addormentato.
«Sei tu, zio?» udì dall’altro capo del filo.
Erano le tre del mattino. Il letto era caldo, i vetri coperti di fiori di ghiaccio perché fuori gelava, e a maggior ragione gelava a Jeumont, da dove chiamava Popaul.
«Cosa vai dicendo?... Aspetta!... Prendo nota dei nomi... Otto... Sì, lettera per lettera, è più sicuro...».
La signora Maigret sbirciava il marito chiedendosi una cosa sola: dovrà alzarsi o no? Ovviamente si alzò, di pessimo umore, e le spiegò:
«Lì, a Jeumont, è stato commesso un delitto, e Popaul si è preso la responsabilità di trattenere un intero vagone...».
Popaul era Paul Vinchon, il nipote di Maigret, ispettore alla frontiera con il Belgio.
«Dove vai?».
«Prima vado al Quai, per raccogliere qualche informazione. Poi, forse mi toccherà prendere il primo treno...».
Era sempre sul 106 che capitavano le grane: un treno che partiva da Berlino alle undici del mattino con un paio di vagoni provenienti da Varsavia, passava da Liegi alle 23,44, ora in cui la stazione era deserta (aspettavano solo che partisse il 106 per chiudere), e che arrivava infine a Erquelinnes all’1,57.
I predellini dei vagoni erano bianchi di brina, quella notte, e scivolosi. A Erquelinnes i doganieri belgi che, essendo il treno in uscita, non avevano granché da fare, attraversarono i corridoi, aprirono qualche scompartimento a caso e tornarono in fretta a radunarsi attorno alla stufa.
Alle 2,14 il treno si metteva già in moto per passare la frontiera e raggiungere Jeumont alle 2,17.
«Jeumont, 51 minuti di sosta!...» gridava un addetto correndo con una lanterna sul marciapiede.
Nella maggior parte degli scompartimenti i viaggiatori dormivano ancora, le luci erano basse e le tendine chiuse sui finestrini.
«Passeggeri di seconda e terza classe, scendere per la dogana!» si udì gridare lungo il convoglio.
All’ispettore Paul Vinchon bastò uno sguardo per accorgersi che le tendine che venivano aperte e le luci che si accendevano erano più del solito. Corrugò la fronte e si avvicinò al capotreno.
«Come mai così tanti passeggeri in prima, oggi?».
«Domani si apre a Parigi il congresso internazionale dei dentisti. Ne abbiamo almeno venticinque più del solito...».
Vinchon salì nel vagone di testa e aprì le porte degli scompartimenti l’una dopo l’altra, borbottando con voce monotona:
«Preparare i passaporti, prego!».
Se i passeggeri erano ancora addormentati e le luci basse, Vinchon le accendeva, e dall’ombra si vedevano emergere delle facce gonfie di un sonno poco ristoratore.
«Preparare i passaporti, prego...».
Cinque minuti dopo, quando ripassò, incrociò i doganieri che ispezionavano gli scompartimenti di prima classe facendo uscire tutti in corridoio, controllando i sedili, setacciando ogni angolo.
«Passaporti, carte d’identità...».
Poi toccò a un vagone tedesco con i sedili di velluto rosso. In genere gli scompartimenti di quel tipo non erano occupati da più di quattro passeggeri, ma quella notte, per via dei dentisti che avevano preso d’assalto il treno, i viaggiatori erano sei.
Popaul scoccò un’occhiata ammirativa all’affascinante passeggera seduta nell’angolo a sinistra, accanto al corridoio, che viaggiava con passaporto austriaco. Gli altri li guardò a malapena, a eccezione dell’uomo seduto in fondo allo scompartimento che, protetto da una spessa coperta, non si era mosso.
«Passaporto!» ripeté Vinchon toccandogli la spalla.
Gli altri viaggiatori avevano cominciato ad aprire le valigie per gli agenti della dogana, che sarebbero arrivati da un momento all’altro. Vinchon scosse di nuovo il passeggero addormentato, lo vide scivolare di lato, e un secondo dopo si accorse che era morto.
Scoppiò un parapiglia. Lo scompartimento era troppo stretto per contenere tutti, e quando arrivò la barella fu un’impresa caricare il corpo, che risultò particolarmente pesante.
«Portatelo all’infermeria!» ordinò Vinchon, il quale, poco dopo, riuscì a scovare tra i passeggeri un medico tedesco.
Nel frattempo, per ogni evenienza, aveva chiesto a un doganiere di sorvegliare lo scompartimento. La giovane austriaca era l’unica a voler scendere per prendere una boccata d’aria e, quando le fu negato il permesso, fece spallucce con aria sdegnosa.
«Sa dirmi di cosa è morto?» chiese Vinchon al medico.
Questi sembrò perplesso, e alla fine decise di spogliare il cadavere con l’aiuto dell’ispettore. Anche così, sulle prime non notarono ferite, e solo dopo un lungo esame il tedesco mostrò, sotto la piega d’adipe del petto, un segno a malapena visibile.
«Gli hanno trafitto il cuore con uno spillone...» dichiarò.
Entro dodici o tredici minuti al massimo il treno avrebbe lasciato la stazione. Il commissario speciale non c’era. Vinchon, agitatissimo, dovette prendere una decisione su due piedi: corse verso il capostazione e ordinò che sganciassero il vagone.
I passeggeri non sapevano esattamente cosa stesse succedendo. Non appena appresero che il loro vagone sarebbe rimasto a Jeumont e furono invitati a trovar posto altrove, i viaggiatori degli scompartimenti vicini si misero a protestare. E ancor di più protestarono i passeggeri che avevano viaggiato con il morto quando Vinchon li informò che era costretto a trattenerli fino all’indomani.
Cos’altro poteva fare, dal momento che tra di loro c’era un assassino? Ciò nonostante, una volta che il treno fu ripartito con un vagone e sei passeggeri in meno, Vinchon cominciò a sentirsi le gambe molli e chiamò al telefono lo zio.
Alle tre e quarantacinque del mattino, Maigret era al Quai des Orfèvres, dove c’erano pochissime stanze illuminate. Il commissario chiese a un ispettore di guardia di fargli un caffè e si accese la pipa. Alle quattro, mentre l’ufficio si riempiva di fumo, aveva già Berlino in linea e dettava a un collega tedesco i nomi e gli indirizzi fornitigli dal nipote.
Chiese poi di parlare con Vienna, giacché una delle passeggere dello scompartimento veniva da lì, dopodiché dettò un telegramma per Varsavia, perché c’era anche una certa signora Irvitch, di Vilnius.
Nel frattempo, a Jeumont, nell’ufficio del commissario speciale della stazione, Paul Vinchon teneva testa alle sue cinque vittime, ciascuna delle quali reagiva secondo il proprio temperamento. Se non altro, nella stanza c’era un bel fuoco, una di quelle grosse stufe da stazione che ingoiano enormi quantità di carbone. Vinchon aveva fatto anche portare delle poltroncine dagli uffici vicini, le classiche poltrone amministrative di legno nero, coi piedi torniti e il velluto liso.
«Vi prometto che cercheremo di accelerare al massimo le procedure, ma per il momento sono costretto a trattenervi tutti qui...».
Se voleva redigere un rapporto accettabile entro il mattino seguente non aveva un minuto da perdere. I passaporti erano sulla sua scrivania. Il corpo di Otto Braun (così si chiamava la vittima, come indicava il passaporto che gli avevano trovato in tasca) nell’infermeria.
«Se desiderate, posso farvi servire delle bevande calde... Ma dovete decidervi in fretta, perché il buffet sta per chiudere...».
Già alle quattro e dieci, però, Vinchon venne interrotto dallo squillo del telefono.
«Pronto... Aulnoye?... Come dice?... Certo!... È probabile che ci sia un legame, sì... Me lo mandi col primo treno... Anche i documenti, si capisce...».
Si spostò nell’ufficio a fianco per telefonare a Maigret senza farsi sentire.
«Sei tu, zio?... Ci sono novità!... Pochi minuti fa, quando il treno si è fermato alla stazione di Aulnoye, hanno visto un uomo sbucare da sotto un vagone... C’è stato un inseguimento piuttosto movimentato, ma alla fine l’hanno preso... Aveva addosso un pacchetto di titoli avvolti in una tela cerata: titoli internazionali, soprattutto petroliferi, per un valore considerevole... L’uomo ha detto di chiamarsi Jef Bebelmans, nato ad Anversa, di professione acrobata... Sì!... Me lo mandano col primo treno... Anche tu, zio, conti di arrivare con il primo treno?... Ah no?... Alle dieci e venti?... Grazie, zio...».
E tornò dalla sua combriccola, come la chiamava lui. Quando spuntò l’alba, la luce era così glaciale che a tutti sembrò facesse ancora più freddo del giorno prima. In stazione arrivarono dei viaggiatori per prendere un treno regionale. Intanto Vinchon, sordo alle proteste dei suoi «clienti», ormai intontiti dalla stanchezza, continuava a lavorare.
Non persero tempo. Del resto non c’era un minuto da perdere: era il classico caso che può ingenerare complicazioni diplomatiche. Non si poteva trattenere all’infinito cinque viaggiatori di nazionalità diverse, tutti con i documenti in regola, per il solo fatto che nel loro scompartimento era stato ucciso un uomo...
Maigret arrivò alle dieci e venti, come aveva annunciato. Alle undici, su un binario morto dov’era stato spostato il vagone, ebbe luogo la ricostruzione. Il grigiore, il freddo e la stanchezza generale contribuirono a renderla un’esperienza un po’ irreale. Due volte una delle viaggiatrici scoppiò in una risata nervosa, prova che doveva aver esagerato con i grog per riscaldarsi.
«Prima di tutto, mettete il morto al suo posto!» ordinò Maigret. «Suppongo che le tendine ai finestrini fossero abbassate...».
«Non abbiamo toccato nulla...» dichiarò il nipote.
Certo sarebbe stato meglio aspettare la notte, o addirittura l’ora precisa del delitto. Ma poiché non c’era tempo...
Stando al passaporto, Otto Braun aveva cinquantotto anni, era nato a Brema e aveva esercitato la professione di banchiere a Stoccarda. Ne aveva tutta l’aria, del resto: era un pingue, facoltoso signore, con abiti di buon taglio, il cranio rasato e le fattezze marcatamente israelite.
Queste erano le informazioni appena giunte da Berlino su di lui:
«... Costretto a cessare la sua attività finanziaria dopo la rivoluzione nazionalsocialista, ha dato però garanzie di fedeltà al governo e non ha mai avuto fastidi... Si dice fosse molto ricco... Ha elargito un milione di marchi alla cassa del partito...».
In una tasca del morto Maigret trovò il conto di un albergo di Berlino, il Kaiserhof, dove Otto Braun, proveniente da Stoccarda, si era fermato per tre giorni.
I cinque viaggiatori erano in piedi nel corridoio e seguivano, chi con sguardo cupo, chi esasperato, l’andirivieni del commissario. Il quale, indicando la reticella sopra il posto di Braun, chiese:
«Questi bagagli sono suoi?».
«Sono miei!» fece la voce pungente di Lena Leinbach, l’austriaca.
«Le dispiace sedersi al posto che occupava stanotte?».
La donna obbedì di malagrazia, muovendosi a scatti, il che tradiva un principio di ubriachezza. Indossava una sontuosa pelliccia di visone sopra una toilette estremamente elegante, e aveva le dita tutte inanellate.
Da Vienna avevano telegrafato:
«... Prostituta d’alto bordo con al suo attivo numerose avventure nelle capitali dell’Europa centrale, ma che non ha mai avuto noie con la polizia... È stata a lungo l’amante di un principe tedesco...».
«Chi di voi è salito a Berlino?» chiese Maigret, rivolgendosi agli altri.
«Lei permette?» rispose uno degli uomini in perfetto francese.
E, difatti, era francese: Adolphe Bonvoisin, di Lille.
«Nessuno può informarla meglio di me, visto che occupavo lo scompartimento fin da Varsavia... Eravamo in due... Io vengo da Leopoli: sono rappresentante di filati e la mia casa madre ha una filiale in Polonia... Anche la signora è salita insieme a me, a Varsavia...».
E indicò una donna di una certa età, un’ebrea come Otto Braun, bruna, grassa e con le gambe gonfie, avvolta in un cappotto di astrakan.
«Signora Irvitch, di Vilnius».
Dato che non parlava francese, si spiegarono in tedesco. La signora Irvitch, moglie di un grosso commerciante di pellicce, si recava a Parigi per una visita da uno specialista, e protestava vivamente per...
«Si sieda al posto che occupava ieri!».
Rimanevano gli altri due, entrambi uomini.
«Nome?» chiese Maigret al primo, un tipo alto e magro, molto distinto, con un’aria da ufficiale.
«Thomas Hauke, di Amburgo...».
Sul suo conto Berlino era meno stringata:
«... Condannato nel 1924 a due anni di prigione per traffico di gioielli rubati... Da allora sotto stretta sorveglianza... Frequentava i ritrovi mondani di diverse capitali europee. Si sospetta sia dedito al commercio clandestino di cocaina e morfina...».
Infine l’ultimo: un uomo di trentacinque anni, con gli occhiali, il cranio rasato, i lineamenti duri.
«Dottor Gellhorn, di Colonia...» si presentò.
E lì vi fu un malinteso ridicolo. Maigret gli domandò come mai, quando avevano trovato il suo compagno di viaggio esanime, non se n’era occupato.
«Perché non sono dottore in medicina, ma in archeologia...».
Ecco come risultavano ora collocati i viaggiatori, conformemente alla disposizione della notte precedente:
Otto Braun Ad. Bonvoisin Signora Irvitch
Thomas Hauke Dott. Gellhorn Lena Leinbach
Ovviamente tutti, tranne Otto Braun, ormai nell’impossibilità di testimoniare, negavano di aver commesso il delitto. Così come tutti dichiaravano di non sapere nulla.
Nel frattempo, Maigret aveva fatto quattro chiacchiere con Jef Bebelmans, l’acrobata di Anversa che era sgusciato fuori da sotto un vagone ad Aulnoye con addosso due o tre milioni di titoli al portatore.
Sulle prime Bebelmans, messo di fronte al cadavere, non aveva battuto ciglio e si era limitato a chiedere:
«Chi è?».
Dopodiché gli avevano trovato in tasca un biglietto di terza classe Berlino-Parigi, anche se parte del viaggio se l’era fatta attaccato al telaio del vagone, probabilmente per evitare che scoprissero i titoli alla frontiera.
Ma Bebelmans non era molto loquace. Era un buontempone, e si accontentava di rispondere:
«Far domande è il suo mestiere. Solo che io non ho proprio niente da dire...».
Le informazioni sul suo conto non erano particolarmente edificanti: ex acrobata, aveva lavorato come cameriere in alcuni night club, prima a Bruxelles, poi a Berlino.
«Dunque,» cominciò Maigret, fumando a brevi boccate nonostante la presenza di due donne, «lei, Bonvoisin, e la signora Irvitch eravate a bordo del treno fin da Varsavia. Chi è salito a Berlino?».
«Per prima la signora...» dichiarò Bonvoisin indicando Lena Leinbach.
«I suoi bagagli, signora?».
La donna indicò la reticella sopra il morto, dove c’erano tre lussuose valigie di coccodrillo protette da una fodera beige.
«Sicché ha messo i suoi bagagli da questa parte e si è seduta dall’altra... Nell’angolo diametralmente opposto...».
«Il morto... voglio dire, quel signore, è salito dopo...» interloquì Bonvoisin, che aveva una gran voglia di parlare.
«Senza bagagli?».
«Aveva solo un plaid...».
Maigret si consultò con il nipote. Nuovo inventario del portafoglio del morto: saltò fuori la ricevuta di alcuni bagagli voluminosi. Essendo questi ormai a Parigi, il commissario fece telefonare affinché venissero aperti con la massima urgenza.
«Vabbè! Procediamo... Questo signore?» disse poi indicando Hauke.
«È salito a Colonia...».
«È esatto, signor Hauke?».
«Per esser precisi, a Colonia ho cambiato scompartimento... Il mio era non fumatori...».
Il dottor Gellhorn era salito a Colonia, dove abitava. Mentre Maigret, con le mani in tasca, interrogava i viaggiatori, bofonchiando tra sé e sé e scrutandoli uno per uno, Paul Vinchon, da bravo segretario, prendeva appunti. Ecco quello che scrisse:
Bonvoisin: «Fino alla frontiera tedesca, a parte la signora Irvitch e il sottoscritto, nessuno sembrava conoscersi... Dopo la dogana, ci siamo tutti sistemati alla bell’e meglio per dormire e abbiamo abbassato le luci... A Liegi la signora di fronte a me (Lena Leinbach) ha fatto per uscire in corridoio. Subito, il signore all’angolo opposto (Otto Braun) si è alzato e le ha chiesto in tedesco dove andava.
«“Voglio prendere una boccata d’aria” ha detto lei.
«E lui, potrei giurarci, le ha risposto:
«“Non muoverti da qui!”».
Poi Bonvoisin aggiungeva:
«A Namur voleva scendere di nuovo, ma Otto Braun, che sembrava addormentato, si è mosso, e lei è rimasta al suo posto. A Charleroi si sono parlati ancora, ma stavo prendendo sonno e ho solo un vago ricordo...».
A Charleroi, dunque, Otto Braun era ancora vivo! Lo era anche a Erquelinnes? Impossibile saperlo. Il doganiere si era limitato a sbirciare attraverso uno spiraglio della porta, e poiché tutti dormivano era passato oltre.
Dunque, non poteva essere altrimenti: fra Charleroi e Jeumont, ovvero in un lasso di tempo di un’ora e mezzo circa, uno dei viaggiatori si era alzato, si era avvicinato a Otto Braun e gli aveva affondato uno spillone nel cuore.
Bonvoisin era l’unico che non avrebbe avuto bisogno di alzarsi. Per raggiungere il tedesco gli sarebbe bastato sporgersi verso destra. Dopo di lui, quello posizionato meglio era Hauke, di fronte alla vittima, poi veniva il dottor Gellhorn e per ultime le due donne.
Maigret, nonostante il freddo, aveva la fronte imperlata di sudore. Lena Leinbach lo guardava con aria rabbiosa, mentre la signora Irvitch si lamentava dei reumatismi e si consolava parlando in polacco con Bonvoisin.
Thomas Hauke era il più dignitoso, il più distaccato, mentre Gellhorn brontolava che gli stavano facendo perdere un appuntamento importante al Louvre.
Negli appunti di Vinchon si legge ancora:
Maigret, a Lena: «A Berlino dove abitava?».
Lena: «Ci sono stata appena otto giorni. Alloggiavo al Kaiserhof, come al solito...».
M.: «Conosceva Otto Braun?».
L. L.: «No! Può darsi che mi sia capitato di incrociarlo nella hall, o in ascensore...».
M.: «Perché allora, passata la frontiera tedesca, lui si è messo a parlarle come se la conoscesse?».
L. L. (in tono ironico): «Forse perché, sentendosi all’estero, si è fatto più ardito... In Germania un ebreo non può corteggiare un’ariana...».
M.: «Ed è per questo che le ha proibito di scendere a Liegi e a Namur?».
L. L.: «Mi ha solo detto che rischiavo di prendere freddo...».
L’interrogatorio non era ancora concluso quando giunse una telefonata da Parigi. I bauli di Otto Braun (ben sei!) contenevano una tale quantità di indumenti, biancheria ed effetti personali da lasciar supporre che l’ex banchiere fosse partito per molto tempo, se non per sempre.
Ma denaro, nemmeno l’ombra! E nel portafoglio c’erano solo quattrocento marchi! Quanto agli altri viaggiatori, avevano con sé:
Lena Leinbach: 500 franchi francesi, 50 marchi, 300 corone.
Dottor Gellhorn: 800 marchi.
Thomas Hauke: 40 marchi e 20 franchi francesi.
Signora Irvitch: 30 marchi, 100 franchi e lettera di credito su una banca polacca a Parigi.
Bonvoisin: 12 złoty, 10 marchi, 5000 franchi francesi.
Restavano da perquisire i bagagli a mano che si trovavano nello scompartimento. La borsa da viaggio di Hauke conteneva solo un abito di ricambio, uno smoking e della biancheria. Quella di Bonvoisin, due mazzi di carte da gioco di contrabbando. Ma la vera scoperta fu che nelle valigie di Lena Leinbach, perfettamente dissimulato sotto i flaconi da toilette in cristallo e oro e la biancheria fine, c’era un doppiofondo.
Solo che in tutte e tre era vuoto! Interrogata in proposito, Lena Leinbach si limitò a rispondere:
«Ho comprato queste valigie da una signora che trafficava merce di contrabbando. Era un’ottima occasione... Io non me ne sono mai servita...».
Chi aveva ucciso Otto Braun tra Charleroi e Jeumont, nella semioscurità bluastra dello scompartimento?
Parigi cominciava a preoccuparsi. Chiesero di parlare al telefono con Maigret. La faccenda era destinata a far scalpore e a generare complicazioni. Gli estremi dei titoli trovati addosso a Jef Bebelmans erano stati trasmessi alle principali banche, ma non risultava che fossero stati bloccati.
Quella sorta di sgradevole ricostruzione dei fatti nello scompartimento, cominciata alle undici, si concluse soltanto alle due, e solo perché la signora Irvitch, dopo aver dichiarato in polacco che non avrebbe sopportato quella puzza di cadavere un minuto di più, era svenuta.
Paul Vinchon era pallido: aveva l’impressione che lo zio non desse prova del solito sangue freddo o, più esattamente, della solita sicurezza.
«Tutto bene, zio?» gli chiese a bassa voce mentre attraversavano i binari.
«Mi piacerebbe trovare quello spillone!» si limitò a sospirare Maigret. «Trattienili tutti ancora per un’ora».
«Ma la signora Irvitch si è sentita male!».
«E io che ci posso fare?».
«Il dottor Gellhorn dice...».
«E tu lascialo dire!» tagliò corto seccamente il commissario.
Dopodiché se ne andò a mangiare, da solo, al buffet della stazione.
«Sta’ zitto!» tuonava Maigret un’ora dopo rivolgendosi al nipote, che cercava, senza riuscirci, di darsi un contegno. «Sei capace solo di procurarmi seccature... Io ti dico quello che ho da dirti... Poi, ti avverto, dovrai cavartela da solo, e se non te la cavi, inutile chiamare lo zietto... Lo zietto ne ha fin sopra i capelli...».
Poi, cambiando tono:
«Allora! L’unica spiegazione logica dei fatti è questa. Sta a te trovare le prove o ottenere delle confessioni. Cerca di seguirmi:
«1. Otto Braun, ricco com’è, non è venuto in Francia con sei bauli e non so quanti completi, e soltanto 400 marchi nel portafoglio...
«2. Se durante il tragitto in Germania lui e Lena Leinbach hanno finto di non conoscersi e, passata la frontiera belga, hanno cominciato a darsi del tu, dev’esserci un motivo...
«3. Braun non ha voluto che lei scendesse né a Liegi, né a Namur, né a Charleroi...
«4. Ciò nonostante Lena ha continuato a tentare disperatamente di scendere dal treno...
«5. Un certo Jef Bebelmans, che è salito a Berlino e non ha mai visto Braun (altrimenti avrebbe almeno sussultato di fronte al suo cadavere!), è stato trovato con addosso titoli per due o tre milioni...».
Dopodiché, sempre di pessimo umore, proseguì:
«Ora ti spiego! Otto Braun, in quanto ebreo, preferisce trasferire la sua fortuna, o perlomeno una parte di essa, fuori dalla Germania.
«Sapendo che i suoi bagagli saranno minuziosamente perquisiti, a Berlino si mette in contatto con una prostituta d’alto bordo e le ordina un set di valigie col doppiofondo, valigie che peraltro saranno controllate con minor zelo in quanto piene di oggetti femminili.
«Solo che Lena Leinbach, come ogni prostituta che si rispetti, ha un favorito, tale Thomas Hauke. Thomas Hauke, che è uno specialista, trova il modo a Berlino, e probabilmente allo stesso Kaiserhof, di trafugare i titoli nascosti nel doppiofondo delle valigie, e questo in combutta con Lena.
«La quale sale a bordo per prima e sistema le valigie dove Braun, che nutre comunque qualche sospetto, le ha indicato... Lei si siede nell’angolo opposto, perché devono far finta di non conoscersi...
«A Colonia, Hauke prende posto nello scompartimento per tenere la situazione sotto controllo, mentre una comparsa, probabilmente un topo d’appartamento, Jef Bebelmans, viaggia in terza classe con i titoli, nonché l’incarico, a ogni frontiera, di andarsi a fare un giro sotto il treno...
«Una volta passato il confine, Otto Braun ovviamente non corre più alcun pericolo. E in qualunque momento potrebbe saltargli in testa di aprire le valigie della sua accompagnatrice per riprendersi i titoli... Ecco perché, prima a Liegi, poi a Namur e ancora a Charleroi, Lena Leinbach tenta di scendere dal treno e filarsela all’inglese...
«Braun non si fida di lei? Sospetta qualcosa? O, semplicemente, è innamorato? Fatto sta che la tiene d’occhio e Lena comincia ad agitarsi perché, una volta a Parigi, lui non potrà non accorgersi del furto...
«C’è persino il rischio che lo scopra alla frontiera francese dove, non avendo motivo di nascondere i titoli, Braun potrebbe decidere di sollevare il doppiofondo. Anche Thomas Hauke si rende conto della situazione...».
«Ed è lui a ucciderlo?» chiese Vinchon.
«Credo proprio di no. Se Hauke si fosse alzato con quell’intenzione, uno degli altri due passeggeri l’avrebbe visto. Per conto mio, Braun è stato ucciso quando tu sei passato la prima volta e hai detto:
«“Preparare i passaporti...”.
«In quel momento tutti si sono alzati, nel buio, con gli occhi pieni di sonno... Solo Lena aveva un motivo per mettersi di fronte a Braun e sporgersi verso di lui per prendere le valigie, e ci scommetto che è lì...».
«E lo spillone?».
«Trovalo!» borbottò Maigret. «Basterebbe una spilla da donna... Se a Lena Leinbach non fosse capitato fra i piedi uno come te, che si è preso la briga di far spogliare il cadavere, chissà per quanto si sarebbe andati avanti a credere che si trattasse di morte naturale... Sei stato tu a metterci in questa grana... E dovrai essere tu a sbrogliartela... Fa’ credere a Lena che Bebelmans ha vuotato il sacco, a Bebelmans che Hauke l’ha venduto, tutti i vecchi trucchi, che diamine...».
E, mentre Vinchon faceva quel che lo zio gli aveva detto di fare, lui se ne andò a bersi una birra. I vecchi trucchi funzionano sempre, e difatti, alla fine, funzionarono. Decisivo fu il fatto che Lena Leinbach portasse un’enorme freccia di brillanti appuntata sul cappello. Popaul, come lo chiamava Maigret, indicandola le disse:
«È inutile che neghi, signora Leinbach... È sporca di sangue...».
Non era vero! Fatto sta che la donna fu colta da una crisi di nervi e confessò.