Stories 93 / Random

Stories by georges simenon

il signor lunedì (italian)

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Maigret rimase immobile per un po’ dinanzi al cancello nero che lo separava dal giardino, e sulla cui targa smaltata appariva il numero 47 bis. Erano le cinque di sera ed era buio pesto. Alle sue spalle scorreva quel ramo uggioso della Senna in cui si allunga l’isola deserta di Puteaux, con i suoi terreni incolti, i boschi cedui e gli alti pioppi.
Davanti a lui, invece, al di là del cancello, c’era una palazzina moderna di Neuilly, e tutto il quartiere del Bois de Boulogne, con la sua eleganza, la sua agiatezza e, in quel periodo dell’anno, il suo tappeto di foglie autunnali.
Il 47 bis si trovava all’angolo fra boulevard de la Seine e rue Maxime-Baès. Al primo piano si vedevano alcune finestre illuminate, e Maigret, che se ne stava curvo sotto la pioggia, si decise infine a premere il campanello. È sempre imbarazzante turbare la quiete di una casa, soprattutto una sera d’inverno quando, piena di un intimo tepore, è freddolosamente raccolta su se stessa, e a maggior ragione quando l’intruso viene dal Quai des Orfèvres, con le tasche gonfie di orribili documenti.
Al pianterreno si accese una luce, si aprì una porta e un domestico, prima di attraversare il giardino, cercò di distinguere il visitatore.
«Per che cos’è?» chiese senza aprire il cancello.
«Il dottor Barion è in casa, per favore?...».
L’atrio era elegante e, istintivamente, Maigret si cacciò la pipa in fondo alla tasca.
«Chi devo annunciare?».
«Lei dev’essere Martin Vignolet, l’autista» rispose il commissario, con gran sorpresa del suo interlocutore.
Intanto infilava il suo biglietto da visita in una busta e la richiudeva. Vignolet, un uomo tra i quarantacinque e i cinquant’anni, ossuto, con i capelli ispidi, e dalle evidenti origini contadine, salì al primo piano, tornò pochi istanti dopo e chiese a Maigret di seguirlo. I due passarono accanto a una carrozzina.
«Si accomodi, la prego» disse il dottor Armand Barion, aprendo la porta del suo studio.
Aveva gli occhi cerchiati e il pallore di chi non dorme da giorni. Prima di cominciare a parlare, Maigret udì dal piano di sotto delle voci di bambini che giocavano.
Entrando in quella casa, il commissario ne conosceva già tutti gli occupanti. Il dottor Barion, tisiologo ed ex interno all’ospedale Laennec, aveva aperto uno studio a Neuilly da non più di tre anni e, mentre si creava una clientela, proseguiva le sue ricerche di laboratorio. Era sposato e aveva tre figli: un maschio di sette anni, una femmina di cinque e un neonato di pochi mesi, quello di cui Maigret aveva visto la carrozzina.
La servitù era composta da Martin Vignolet, al tempo stesso autista e cameriere, da sua moglie Eugénie, cuoca, e poi, fino a tre settimane prima, da una giovane bretone di diciott’anni, Olga Boulanger.
«Suppongo, dottore, che lei conosca il motivo della mia visita. In seguito all’autopsia, i Boulanger, dietro consiglio del loro avvocato, hanno confermato la denuncia e si sono costituiti parte civile. Io ho ricevuto l’incarico di...».
Tutto il suo atteggiamento tradiva una sorta d’imbarazzo, ed era in effetti con un certo disagio che Maigret affrontava quell’inchiesta.
Tre settimane prima Olga Boulanger era morta in modo abbastanza misterioso, ma il medico dello stato civile aveva dato ugualmente l’autorizzazione alla sepoltura. I genitori, due autentici contadini bretoni, duri e diffidenti, erano giunti dal paese per le esequie e, Dio solo sa come, avevano saputo che la figlia era incinta di quattro mesi. Altrettanto inspiegabilmente, poi, erano entrati in contatto con Barthet, uno degli avvocati più feroci di Parigi.
Fatto sta che una settimana dopo, dietro suo consiglio, avevano preteso l’esumazione della salma e l’autopsia.
«Ho con me il rapporto» sospirò Maigret, portando la mano alla tasca.
«Lasci stare! Sono perfettamente al corrente, dal momento che ho assistito io il medico legale».
Era calmo, nonostante la stanchezza e forse anche l’ansia. Con indosso il camice da laboratorio, il viso illuminato dalla lampada, guardava Maigret dritto negli occhi, senza mai abbassare lo sguardo.
«Inutile dirle che l’aspettavo, commissario...».
Sulla scrivania, in una cornice di metallo, c’era una foto della moglie, trent’anni al massimo, una donna graziosa, fragile e raffinata.
«Poiché ha in tasca il rapporto del dottor Paul, saprà che abbiamo trovato l’intestino di quella poveretta costellato di minuscoli fori, che hanno causato un rapido avvelenamento del sangue. Saprà anche che, grazie a minuziose ricerche, siamo riusciti a determinare la causa di quei fori, e sia io che il mio illustre collega ne siamo rimasti sconcertati. Tanto che abbiamo sentito il bisogno di chiedere aiuto a un medico coloniale, al quale dobbiamo la soluzione dell’enigma...?»
Maigret annuì e Barion, come intuendo il suo desiderio, s’interruppe:
«Fumi pure, la prego... Io non fumo perché gran parte dei miei pazienti sono bambini... Un sigaro?... No?... Vado avanti... Pare che il metodo utilizzato per uccidere la mia domestica – giacché non ho alcun dubbio che sia stata uccisa – sia un procedimento diffuso in Malesia e nelle Nuove Ebridi... Si fa ingerire alla vittima una certa quantità di quella barba fine, pungente come spilli, che si trova sulle spighe, le spighe di segale per esempio... Questa barba si ferma nell’intestino e, a poco a poco, ne perfora le pareti, portando fatalmente...».
«Mi perdoni» sospirò Maigret. «L’autopsia ha anche confermato che Olga Boulanger era effettivamente incinta di quattro mesi e mezzo. Sa se frequentava qualcuno che...».
«No! Usciva poco, per non dire affatto. Era una ragazzina piuttosto goffa, con la faccia cosparsa di lentiggini...».
Si affrettò a riprendere il discorso:
«Le confesso, commissario, che da quando, dieci giorni fa, abbiamo effettuato l’autopsia, non mi occupo d’altro. Non ce l’ho con i Boulanger: sono gente semplice ed è ovvio che sporgano denuncia contro di me. La mia situazione sarebbe altrettanto tragica se non riuscissi a scoprire la verità. Per fortuna, in parte ci sono già riuscito...».
Maigret stentò a dissimulare la sorpresa. Era andato lì per istruire un’inchiesta, ed ecco che si ritrovava di fronte a un’inchiesta, per così dire, già pronta, dinanzi a un uomo calmo e preciso, che gli faceva un vero e proprio rapporto.
«Che giorno è oggi?... Giovedì?... Ebbene, da lunedì, commissario, ho la prova tangibile che non era la povera Olga la vittima designata... Come ci sono arrivato?... Nel modo più semplice... Occorreva scoprire tramite quale alimento la nostra cameriera aveva potuto ingerire quei fili di segale... Dato che lei non aveva certo in mente di uccidersi, e tanto meno in un modo così sofisticato e al tempo stesso estremamente doloroso, doveva esserci stato un intervento esterno...».
«Non crede che il suo autista, Martin, potrebbe aver avuto dei rapporti con lei?».
«Ne ho addirittura la certezza» confermò il dottor Barion. «L’ho interrogato in proposito, e ha finito col confessare».
«E lui non ha mai vissuto nelle colonie?».
«Solo in Algeria... Ma le posso assicurare fin d’ora che sta sbagliando strada... Con l’aiuto un po’ di mia moglie, un po’ della cuoca, ho pazientemente stilato una lista di tutti gli alimenti che sono entrati in casa nostra in questi ultimi tempi, e ne ho anche analizzati alcuni. Lunedì, mentre mi trovavo qui nello studio e disperavo ormai di ottenere un qualsiasi risultato, un rumore di passi sulla ghiaia ha attirato la mia attenzione, ed è lì che ho visto un vecchio entrare nella nostra cucina con l’aria di uno di famiglia...
«Era il signor Lunedì, come lo chiamiamo noi, del quale mi ero completamente scordato».
«Il signor Lunedì?» gli fece eco Maigret con un sorriso divertito.
«L’hanno soprannominato così i miei figli, perché viene tutti i lunedì. Un mendicante come quelli di una volta – stavo per dire di prima della guerra –, pulito e dignitoso, che fa ogni giorno un giro diverso, e da noi viene il lunedì... A poco a poco si sono instaurate delle consuetudini, come quella di tenergli da parte un pasto completo, sempre lo stesso peraltro, perché il lunedì da noi è giorno di gallina col riso, che lui mangia tranquillamente in cucina... Fa divertire i bambini, che chiacchierano volentieri con lui... Già parecchio tempo fa avevo notato che portava a ciascuno dei miei figli un bignè alla crema, e allora sono intervenuto...?»
Maigret, che era stato seduto per troppo tempo, si alzò, e il suo interlocutore proseguì:
«Sa come sono i negozianti, che preferiscono regalare ai poveri qualcosa dal banco piuttosto che dar loro dei soldi... Ho pensato che i bignè provenissero da un pasticciere del quartiere e che, presumibilmente, fossero del giorno prima... Per non dare un dispiacere a quel brav’uomo non gli ho detto niente, ma ho proibito ai miei figli di toccarli...».
«E se li mangiava la cameriera?».
«È probabile».
«E proprio in quei bignè...?».
«Questa settimana il signor Lunedì è venuto come sempre con i suoi due bignè avvolti in una carta color crema... Quando se n’è andato li ho analizzati – dopo glieli mostrerò –, e dentro vi ho trovato una quantità di barba di segale sufficiente a provocare i disturbi che hanno causato la morte di Olga... Capisce adesso? Non erano destinati alla povera Olga, ma ai miei figli...».
Dal piano di sotto continuavano a salire le voci dei bambini. C’era un bel tepore, un’atmosfera tranquilla; solo, di tanto in tanto, giungeva lo stridio delle auto sull’asfalto del lungofiume.
«Non ne ho ancora parlato con nessuno... Aspettavo lei...».
«Sospetta quel mendicante di...?».
«Il signor Lunedì? Neanche per sogno! D’altronde non le ho detto tutto, e il seguito basterà a scagionare quel poveretto... Ieri sono andato all’ospedale, poi ho fatto visita ad alcuni colleghi... Volevo sapere se, negli ultimi tempi, avevano registrato qualche caso analogo a quello di Olga Boulanger...?»
Si passò la mano sulla fronte. Aveva la voce roca.
«Ora, sono praticamente certo che almeno due persone sono morte allo stesso modo, una quasi due mesi fa, l’altra appena tre settimane fa...».
«Avevano mangiato dei dolci?».
«Questo non sono riuscito a scoprirlo: i medici, com’è ovvio, si sono sbagliati sulla causa del decesso, e non hanno ritenuto necessario far istruire un’inchiesta... Ecco, commissario!... Le ho detto quello che so, ed è sufficiente, come vede, a spaventarmi... Da qualche parte a Neuilly c’è un pazzo o una pazza che, non so come, riesce a mettere la morte nei bignè...».
«Poco fa mi ha detto che le vittime designate erano i suoi figli...».
«Sì... E ne sono tuttora convinto... Capisco la sua domanda. Come fa l’assassino a essere certo che siano proprio i bignè del signor Lunedì a...».
«Tanto più che ci sono stati altri casi!».
«Lo so... Non me lo spiego...».
Sembrava sincero, eppure Maigret non poteva fare a meno di scrutarlo di sottecchi.
«Permette una domanda personale?».
«Dica pure...».
«La prego di non offendersi. I Boulanger la accusano di aver avuto dei rapporti con la figlia...».
Il medico chinò la testa e rispose con voce sorda:
«Tanto lo sapevo che prima o poi ci saremmo arrivati!... Non voglio mentirle, commissario... Sì, è la verità, la sciocca verità, perché sciocco è il modo in cui è successo, una domenica che ero qui da solo con quella ragazza... Darei qualunque cosa perché mia moglie non venisse mai a saperlo: ne soffrirebbe troppo... D’altra parte posso darle la mia parola di medico che all’epoca Olga era già l’amante del mio autista...?»
«Sicché il bambino...».
«Non era mio, glielo assicuro... Le date non corrispondono nemmeno!... E in più Olga era una brava ragazza, e non le sarebbe mai passato per la testa di ricattarmi... Come vede, quindi...».
Maigret lo incalzò perché non avesse il tempo di riprendersi.
«E lei non conosce nessuno che... Un attimo... Prima mi ha parlato di un pazzo, o di una pazza...».
«Proprio così! Solo che è impossibile, materialmente impossibile! Il signor Lunedì non passa mai da lei prima di venire qui! Ci va dopo, e lei non lo fa entrare: gli lancia solo qualche moneta dalla finestra...».
«Ma di chi sta parlando?».
«Di Miss Wilfur... Lo vede? Si finisce sempre col pagare i propri errori!... Adoro mia moglie, però le ho tenuto nascoste due cose... La prima, la conosce già... L’altra è ancora più ridicola... Se non fosse buio, da questa finestra vedrebbe una casa in cui abitano un’inglese di trentotto anni, Laurence Wilfur, e la madre invalida... Sono la figlia e la vedova del colonnello Wilfur, dell’esercito coloniale... Una sera, più di un anno fa, dopo che entrambe erano tornate da un lungo soggiorno nel Sud della Francia, sono stato chiamato al capezzale della signorina, che si lamentava di dolori imprecisati...
«Sono rimasto alquanto sorpreso, in primo luogo perché non sono un medico generico, e poi perché non ho constatato alcun disturbo... Ma quel che mi ha stupito ancora di più è che, parlando con Laurence, ho scoperto che sapeva tutto di me, conosceva persino le mie piccole manie – e solo quando sono tornato qui nel mio studio e ho visto la sua finestra ho capito...
«Per farla breve, commissario... Per quanto assurdo possa sembrare, Miss Wilfur è innamorata di me, innamorata come può esserlo una donna della sua età che vive in compagnia di una vecchia in una casa immensa e tetra, ovvero innamorata come un’isterica...
«Ci sono cascato altre due volte... Sono andato da lei, e a un tratto, mentre l’auscultavo, mi ha preso la testa e mi ha baciato sulla bocca...
«Il giorno dopo ho ricevuto una lettera che cominciava con: “Tesoro mio”... E la cosa più sconcertante è che Miss Wilfur sembra convinta che siamo amanti!
«Le assicuro che non è così. Da allora la evito. Sono arrivato al punto di metterla alla porta, quando è venuta a importunarmi nel mio studio, e se non ho detto nulla a mia moglie l’ho fatto per discrezione professionale, oltre che per risparmiarle una gelosia senza fondamento...
«Non so nient’altro... Le ho detto tutto, come mi ero proposto di fare... Non sto accusando nessuno!... Non capisco!... Ma darei dieci anni di vita purché mia moglie non...».
Maigret si rendeva conto, adesso, che la calma di cui Barion aveva dato prova all’inizio era voluta, studiata, era il frutto di un enorme sforzo di volontà, e che ormai il giovane medico stava per scoppiare in singhiozzi davanti a lui.
«Lei conduca pure la sua inchiesta... Non vorrei influenzarla...».
Mentre il commissario attraversava l’atrio, si aprì una porta e due bambini, un maschio e una femmina più piccola, passarono correndo e ridendo. Martin richiuse il cancello alle sue spalle.
Quella settimana Maigret perlustrò il quartiere fino alla nausea. Passò ore intere a camminare su e giù per il lungofiume, con un’ostinazione tenace, sfidando la pioggia persistente e lo stupore di certi domestici che, avendolo notato, si chiedevano se quel losco figuro non stesse architettando qualche misfatto.
Vista da fuori, la casa del dottor Barion sembrava un’oasi di pace, di operosità e di lindore. Più volte Maigret scorse la signora Barion che spingeva personalmente la carrozzina dell’ultimo nato sul lungosenna. Un mattino in cui il cielo schiarì, si mise a guardare i due più grandicelli mentre giocavano in giardino, dove c’era un’altalena.
Quanto alla Wilfur, la vide solo una volta. Era alta, di costituzione robusta, senza un briciolo di grazia, afflitta da enormi piedi e da un portamento mascolino. A ogni buon conto, Maigret la seguì, ma lei si limitò a entrare in una libreria inglese del quartiere a cui era abbonata per restituire alcuni libri e prenderne altri.
Sicché, a poco a poco, Maigret allargò il raggio delle sue peregrinazioni, e si spinse fino ad avenue de Neuilly, dove individuò due pasticcerie. La prima, stretta e buia, con la facciata dipinta di un orribile giallo, sarebbe stata la cornice perfetta per quella lugubre storia di pasticcini letali. Ma invano il commissario cercò in vetrina e s’informò all’interno: lì non facevano bignè!
L’altra, la Pâtisserie Bigoreau, era la pasticceria elegante del quartiere, e aveva anche un paio di tavolini tondi di marmo dove si poteva prendere il tè. Lì tutto era lucente, zuccheroso, profumato. Una ragazza dalle guance imporporate andava e veniva allegramente, mentre alla cassa c’era una signora molto distinta, con un abito di seta nero.
Che proprio in quel luogo...? Maigret non si decideva ad agire. Più il tempo passava e il suo colloquio con Barion si allontanava, più ne riesaminava le accuse, per così dire, con la lente d’ingrandimento, e più il commissario ne scopriva la fragilità. Tanto che, in certi momenti, aveva la sensazione che si trattasse solo di un incubo grottesco, una storia inventata da capo a piedi da un megalomane, o da un uomo braccato...
Eppure il rapporto del medico legale confermava quanto diceva Barion: la povera Olga dal viso lentigginoso era davvero morta in seguito all’ingestione di barba di segale!
E le paste del lunedì successivo, i due bignè del fantomatico signor Lunedì, contenevano anch’esse, in mezzo alla crema, un bel po’ di quei filamenti. Ma non era possibile che vi fossero stati messi dopo?
Come se non bastasse, mentre il padre di Olga, che teneva una locanda al paese, se n’era tornato nel Finistère, la moglie non si scollava da Parigi e, parata in gran lutto, passava ore e ore al Quai des Orfèvres, facendo la posta fuori dall’ufficio di Maigret per avere notizie. Un’altra che credeva la polizia onnipotente! Poco ci mancava che non andasse su tutte le furie, e bisognava sentirla sibilare con le labbra tirate e l’espressione dura:
«Ma cosa aspetta ad arrestarlo?».
Il dottore, ovviamente! E magari avrebbe anche finito con l’accusare Maigret di una qualche losca complicità!
Il commissario decise ugualmente di aspettare il lunedì, sebbene provasse un vago rimorso, soprattutto vedendo ogni mattina un gran vassoio di bignè alla crema nella vetrina della Pâtisserie Bigoreau.
Chi gli dava la certezza che non fossero letali anche quelli, e che la ragazzina che con cautela ne portava via tre, o il bambino che ne divorava uno tornando da scuola, non avrebbero subito la stessa sorte di Olga?
All’una di lunedì Maigret era già appostato a pochi metri dalla pasticceria, ma fu solo alle due che avvistò il vecchio, e lo riconobbe senza averlo mai visto prima. La genialità dei bambini! Era proprio il signor Lunedì, che arrivava a passettini, calmo e serafico, sorridendo alla vita e assaporandone ogni istante, per non perderne nemmeno una briciola.
Aprì la porta della pasticceria con l’aria del frequentatore abituale, e da fuori Maigret poté constatare la giovialità di madre e figlia, che si misero a scherzare con lui.
Erano contente di vederlo, saltava agli occhi! La sua non era di quelle miserie che mettono tristezza. Il vecchio raccontò qualcosa che le fece ridere, finché la commessa grassottella si ricordò del rituale del lunedì, si sporse verso la vetrina e scelse due bignè, che impacchettò con garbo professionale nella carta color crema.
Dopodiché, senza fretta, il signor Lunedì entrò dal calzolaio lì accanto, che gli diede solo una monetina, poi dal tabaccaio all’angolo, dal quale ottenne un po’ di tabacco da fiuto.
Le sue giornate scorrevano senza imprevisti, era evidente. E i suoi benefattori del lunedì, quelli del martedì in un altro quartiere, quelli del mercoledì in un altro ancora, avrebbero potuto regolare l’orologio sulle sue visite.
Il vecchio non tardò a raggiungere boulevard de la Seine e, a mano a mano che si avvicinava alla casa del dottore, camminava con passo più brioso.
Quello sì che era un buon indirizzo. Là avrebbe pranzato come si deve, seduto a un tavolo, in una cucina linda e ben riscaldata, mangiando le stesse pietanze servite poco prima ai padroni. Entrò, come uno di casa, dalla porta di servizio, e Maigret suonò all’altra.
«Vorrei vedere subito il dottore» disse il commissario a Martin.
Fu fatto salire.
«Può chiedere che ci portino immediatamente i due bignè? Il vecchio è da basso...».
Mentre mangiava, il signor Lunedì non poteva neanche immaginare che nello studio medico due uomini stessero esaminando i dolci che aveva portato ai bambini.
«Niente!» concluse Barion dopo averli controllati attentamente.
Insomma, certe settimane le paste erano letali, altre erano innocue.
«La ringrazio...».
«Dove va?».
Troppo tardi! Maigret era già sulle scale.
«Si accomodi di qua, commissario...».
La povera signora Bigoreau era agitatissima all’idea che una delle sue clienti potesse venire a sapere che riceveva la visita di un poliziotto. Lo fece entrare in un salottino elegante con finestre dai vetri colorati, adiacente al negozio. C’erano torte messe a raffreddare su tutti i mobili, persino sui braccioli delle poltrone.
«Volevo chiederle perché dà sempre due bignè, e mai un altro tipo di dolci, al vecchio che viene tutti i lunedì...».
«È molto semplice... All’inizio gli davamo quel che capitava, spesso qualche dolce un po’ ammaccato, o dei pasticcini del giorno prima... Un paio di lunedì di fila, per puro caso, gli abbiamo regalato dei bignè, che sono delle paste piuttosto delicate... E quando poi gli abbiamo dato un’altra cosa, lui ha voluto lo stesso comprare due bignè...
«“Mi portano fortuna” ha detto.
«E allora, dato che è un bravo vecchietto, è diventata una consuetudine...».
«Un’altra domanda... Fra le sue clienti non vi è una certa Miss Wilfur?...».
«Sì... Perché me lo chiede?».
«Così... Una persona deliziosa, vero?».
«Lei trova?».
Il tono con cui lo disse incoraggiò Maigret a insistere:
«Un’originale, intendo dire...».
«Questo sì! Un’originale, come dice lei, che non sa mai quello che vuole! Se fossero tutte così, bisognerebbe raddoppiare il personale...».
«Viene spesso?».
«Mai!... Credo proprio di non averla mai vista... Ordina per telefono, mezzo in francese, mezzo in inglese, sicché c’è sempre qualche malinteso... Ma la prego, si sieda, commissario... Mi scusi se l’ho lasciata in piedi...».
«Ho finito, signora... E sono io a chiederle scusa per il disturbo».
Nella testa di Maigret ronzavano tre mezze frasi, che da sole spiegavano tutto. Parlando della Wilfur, la pasticciera aveva detto:
«Un’originale, che non sa mai quello che vuole...».
Poi:
«Se fossero tutte così, bisognerebbe raddoppiare il personale...».
Subito dopo, però, ammetteva di «non averla mai vista», ma di ricevere i suoi ordini per telefono, «mezzo in francese, mezzo in inglese».
Il commissario aveva preferito non insistere. Lo avrebbe fatto durante gli interrogatori ufficiali, lontano da quell’ambiente stucchevole. Senza contare che la signora Bigoreau avrebbe potuto ritrovare il suo orgoglio di negoziante e rifiutarsi di ammettere che accettava dei resi.
Perché di questo si trattava! Le sue parole non potevano significare altro! L’inglese ordinava per telefono, mezzo in francese, mezzo nella sua lingua. Poi mandava indietro quel che le era stato consegnato sostenendo che c’era stato uno sbaglio...
Mandava indietro i bignè!... Quelli in cui, mentre il garzone aspettava in cucina, lei aveva avuto il tempo di mettere la barba di segale!...
Con le mani affondate nelle tasche, Maigret camminava verso la casa del dottor Barion, e davanti al cancello quasi si scontrò con il signor Lunedì che stava uscendo.
«Allora, ha portato i suoi due bignè?» gli chiese allegramente.
E, giacché il vecchio rimaneva interdetto:
«Sono un amico di Barion... Pare che tutti i lunedì lei porti delle paste ai bambini... E, a questo proposito, mi chiedo perché sempre due bignè...».
«Non lo sa?... Eppure è semplicissimo!... Una volta ne avevo con me un paio che mi aveva dato la pasticciera, e i bambini li hanno visti... Mi hanno detto che erano le loro paste preferite... E allora, siccome è proprio brava gente, come non se ne trova più, che mi dà le stesse cose che mangiano loro, con tanto di dolce, caffè e tutto il resto, capisce?...».
Quando l’indomani Maigret si presentò da Miss Laurence Wilfur con un mandato d’arresto in tasca, la donna lo accolse con sussiego, minacciò di far intervenire il suo ambasciatore, dopodiché si difese caparbiamente, con un sangue freddo eccezionale.
«Sangue freddo che è un’ulteriore prova della sua follia!» disse lo psichiatra incaricato di esaminarla.
Proprio come le sue bugie, del resto! La Wilfur sosteneva infatti di essere da tempo l’amante del dottore, e addirittura di aspettare un figlio da lui.
L’esame medico dimostrò che era vergine. Un’ispezione minuziosa della casa, peraltro, portò alla scoperta di una gran quantità di spighe di segale nascoste in un secrètaire.
Per finire, si venne a sapere dalla madre che il colonnello Wilfur era morto alle Nuove Ebridi in seguito alle molteplici perforazioni intestinali procurategli con qualche intruglio dagli indigeni.
Maigret rivide Martin per l’interrogatorio definitivo.
«Cosa ne avresti fatto del bambino?» gli chiese.
«Sarei fuggito con Olga e avremmo aperto un bistrot in campagna...».
«E tua moglie?».
L’altro si limitò a un’alzata di spalle.
Miss Laurence Wilfur, innamorata del dottor Barion al punto da volerne uccidere i figli per ripicca, al punto da spiarne ogni minimo gesto, al punto da avvelenare i dolci di una pasticceria, tanto fermamente era decisa a raggiungere il suo scopo, Miss Laurence Wilfur, che aveva avuto l’idea quasi geniale di servirsi a sua insaputa del signor Lunedì, è stata internata a vita in una casa di cura.
E lì, da due anni, annuncia alle sue compagne che sta per mettere al mondo un figlio!