il caso di boulevard beaumarchais (italian)
Alle otto meno dieci, quando Martin, della polizia dei giochi e delle scommesse, uscì dal suo ufficio, rimase sorpreso nel trovare il corridoio ancora pieno di giornalisti e fotografi. Faceva molto freddo, e alcuni di loro mangiavano un panino con il bavero del cappotto rialzato.
«Maigret non ha ancora finito?» chiese passando.
In fondo al vasto corridoio, invece di imboccare le scale, Martin spinse una porta a vetri. Come tutti gli uffici della Giudiziaria, anche quello era piuttosto mal illuminato. Nel centro della stanza, che era poi l’anticamera della direzione, troneggiava un enorme divano rotondo foderato di velluto rosso. Vi era seduto un uomo, con indosso cappotto e cappello. A pochi passi, due ispettori, in piedi, fumavano una sigaretta, mentre il vecchio usciere stava cenando nel suo gabbiotto di vetro.
Martin si caricò la pipa. Tempo un quarto d’ora e sarebbe stato a casa, a tavola con tutta la famiglia. Se passava di lì a dare un’occhiata, era per semplice curiosità, visto che da due giorni non si parlava d’altro.
«Come va?» chiese sottovoce a uno dei due ispettori.
Questi, sospirando, indicò la seconda porta, quella dell’ufficio di Maigret.
«Con chi è?».
«Sempre con la cognata...».
L’uomo sul divano, sentendoli bisbigliare, alzò lentamente la testa e li guardò con occhi cupi, come per esprimere un muto rimprovero. Era un tipo magro e d’aspetto malaticcio, sui quarant’anni, forse un po’ meno, con due occhiaie profondissime e un paio di baffetti neri.
«È qui da stamattina...» aggiunse l’ispettore con un soffio di voce.
Proprio in quell’istante Maigret comparve sulla soglia del suo ufficio: attraverso la porta aperta, s’intravide la stanza piena di fumo e, su una poltroncina verde, una figura di donna, giovanissima, bionda.
«Lucas!...» chiamò Maigret, cercando con lo sguardo gli ispettori, quasi facesse ormai fatica a vederci chiaro. «Fa’ un salto a prendermi dei panini... Passa dalla brasserie e digli di portar su anche qualche birra...».
Martin colse l’occasione per stringergli la mano.
«Tutto bene?».
Maigret, congestionato, aveva gli occhi lucidi e l’aria di chi avrebbe dato chissà cosa per una boccata d’aria fresca.
«Sai che ti dico?» sussurrò il commissario al collega. «Se entro stasera non ho risolto il caso, mollo l’inchiesta... Ti sembra impossibile, eh?... Be’, non ce la faccio più a star chiuso lì dentro...».
L’uomo sul divano, che non poteva udirli, aspettava trepidante, ma il commissario se ne tornò nel suo ufficio, la porta si richiuse e Martin questa volta se ne andò a casa, mentre la lancetta dell’orologio a muro avanzava di un altro minuto e dal corridoio giungevano gli scoppi di voce dei giornalisti.
E dire che, sulle prime, sembrava un caso dei più banali. La domenica precedente, in boulevard Beaumarchais, al quarto piano di un palazzo che al pianterreno ospitava il laboratorio di un fabbricante di pipe, Louise Voivin, ventisei anni, era deceduta all’improvviso manifestando i sintomi tipici dell’avvelenamento.
L’appartamento, signorile, confortevole e potenzialmente allegro, era abitato, oltre che da Louise Voivin, dal marito Ferdinand, mediatore in pietre preziose, e dalla sorella diciottenne della stessa Louise, Nicole.
Ed era proprio Nicole che da parecchie ore si trovava nell’ufficio di Maigret, e che teneva duro, mordicchiando il fazzoletto, nervosa certo, ma ancora lucida malgrado l’atmosfera soffocante.
Sulla scrivania c’era una lampada con un ampio paralume verde che ne schermava la luce. Il viso di Maigret, più alto del paralume, rimaneva in penombra. La ragazza invece, seduta su una poltroncina piuttosto bassa, era illuminata in pieno. Le tende alla finestra non erano state chiuse, e si vedevano le gocce di pioggia scorrere sui vetri scuri e scintillare al riverbero dei lampioni sul lungofiume.
«Adesso ci portano da bere» sospirò Maigret con sollievo.
Il commissario aveva talmente caldo che si sarebbe tolto volentieri gilet e solino, mentre la sua ospite si teneva addosso la pelliccia grigia, e in testa un colbacco della medesima pelliccia, che, con quei capelli di un biondo chiarissimo, le dava un’aria ancora più nordica.
Cosa chiederle che non le avesse già chiesto? Eppure Maigret non si rassegnava a lasciarla andare via. Sentiva confusamente il bisogno di tenerla là, a portata di mano, mentre il cognato continuava ad aspettare in anticamera.
Per darsi un contegno, sfogliava il fascicolo, come se a furia di rileggere gli stessi particolari potesse venirgli un’ispirazione.
Già nel primo rapporto su quanto era accaduto la domenica, quello della polizia di zona, nonostante la semplicità qualcosa non quadrava.
«... Al quarto piano, in una stanza situata in fondo all’appartamento, troviamo il corpo di Louise Voivin steso a terra. Il dottor Blind, chiamato dalla famiglia mezz’ora fa, dichiara che la donna è morta pochi minuti orsono in preda ad atroci convulsioni e attribuisce senza esitazioni il decesso a un avvelenamento, criminale o accidentale, provocato probabilmente dall’ingestione di una potente dose di digitalina...».
E, un po’ oltre:
«... Interrogato il marito, Ferdinand Voivin, di anni trentasette, che sostiene di non saperne nulla... Dichiara altresì che da diversi mesi la moglie dava segni di nevrastenia...
«... Interrogata la sorella di Louise Voivin, Nicole Lamure, di anni diciotto, nata a Orléans, le cui dichiarazioni coincidono con quelle del cognato...
«Interrogata la portinaia, la quale afferma che da tempo Louise Voivin, di salute cagionevole, temeva che qualcuno potesse avvelenarla...».
A proposito, era la domenica di Ognissanti. Cadeva una pioggia gelida, e nell’aria aleggiava il profumo dei crisantemi e l’odore d’incenso delle chiese. Verso sera, il procuratore, fradicio e con le scarpe infangate, arrivò per il suo sopralluogo in boulevard Beaumarchais, dove il laboratorio del fabbricante di pipe era chiuso.
Fin qui, era la drammaticità di routine, l’atmosfera di quasi tutti i casi. La vera tragedia i giornalisti che aspettavano là fuori non la sospettavano ancora, perché soltanto adesso, nell’aria surriscaldata del suo ufficio, Maigret l’aveva scoperta.
E pregustava impaziente il refrigerio di una bella birra, evitando nel frattempo di posare lo sguardo sulla ragazza che, con la faccia tirata, fissava un angolo della scrivania.
«Avanti!» gridò il commissario.
Il cameriere della Brasserie Dauphine posò sulla scrivania le birre e i panini, e lanciò un’occhiata alla «cliente» di Maigret.
«Va bene?».
«Sì... Porti qualcosa anche al signore in anticamera!».
Ma Voivin, quando gli fu offerto di che rifocillarsi, scosse la testa come a significare che non ne aveva la forza.
Maigret, in piedi, addentava il panino a grandi morsi, mentre l’ospite sbocconcellava il suo.
«Da quanto tempo erano sposati?».
«Otto anni...».
Una storia banale di gente senza grandi ambizioni. Ferdinand Voivin, piccolo mediatore in pietre preziose, aveva incontrato Louise Lamure, i cui genitori erano proprietari di un negozio di scarpe, a Orléans, dove si era recato per alcune perizie.
«Dunque lei, Nicole, a quell’epoca era una bambina...».
«Avevo dieci anni...».
«Suppongo che allora» cercò di scherzare Maigret «non fosse ancora innamorata di suo cognato...».
«Non lo so...».
Il commissario le lanciò un’occhiata di sbieco, e gli passò la voglia di ridere.
«Sicché, un anno fa, alla morte di vostro padre, sua sorella e suo cognato l’hanno presa in casa...».
«Sì, sono andata a vivere da loro...».
«E quando, per l’esattezza, è diventata l’amante di Voivin?».
«Il 17 maggio...» annunciò lei senza esitazioni, quasi con orgoglio.
«Lo ama?».
«Sì...».
Nel vederla così fiera e appassionata, sarebbe stato lecito immaginarsi un Voivin bello e romantico, capace di ispirare un tale amore. Ora – ed era uno degli aspetti sconcertanti della faccenda –, costui era un uomo così insignificante che occorreva fare uno sforzo per ricordarne la faccia. Persino la sua professione era priva di poesia. Passava metà della sua vita nei caffè di rue La Fayette, dove si teneva la borsa delle pietre preziose, e soltanto da un mese era riuscito a comprarsi un’utilitaria d’occasione. Per giunta, non godeva di buona salute.
«E sua sorella?».
«Mia sorella era gelosa».
«Amava il marito?».
«Non lo so...».
«Cos’ha detto quando vi ha sorpresi insieme?».
«Non ha detto niente... Mi ha scritto... Da allora non ci siamo più rivolte la parola...».
«E quando è stato?».
«Il 2 giugno... Era la terza volta che succedeva...».
«In boulevard Beaumarchais?».
«Sì... In camera mia... Ferdinand credeva che Louise fosse uscita, e invece era in cucina con la donna di servizio...».
«Lei non ha pensato di andare ad abitare altrove?».
«Io avrei voluto... È stata mia sorella a impormi di rimanere...».
«Perché?».
«Per poterci controllare meglio... Diceva che se me ne andavo sarebbe stato troppo facile per suo marito venirmi a trovare di nascosto...».
«E in casa?».
«Non ci lasciava mai soli... Portava sempre delle pantofole di feltro, per avvicinarsi senza far rumore...».
«Come avete fatto a vivere sotto lo stesso tetto per mesi senza rivolgervi la parola?».
«Ci scambiavamo dei bigliettini... Mia sorella scriveva, che so: “Prepara la tua biancheria da lavare per domani...”. Oppure: “Non usare la vasca. C’è una perdita...”».
«E Voivin?».
«Era molto infelice... Fin dall’inizio si è rifiutato di dormire in camera con lei e ha sistemato un divano in salotto... Mi ha giurato che non avevano più rapporti...».
Maigret contò sulle dita:
«Giugno... luglio... agosto... settembre... ottobre... Cinque mesi!... Quindi, per cinque mesi, siete andati avanti così?».
Lei annuì, semplicemente, come se fosse stato perfettamente naturale.
«Ferdinand Voivin non le ha mai detto di volersi sbarazzare della moglie?».
«Mai! Lo giuro...».
«E non le ha mai proposto di fuggire insieme?».
«Lei non lo conosce» sospirò la ragazza scrollando la testa. «È un uomo onesto, capisce? È così anche negli affari... Quando ha firmato un contratto, lo rispetta a ogni costo... Chieda a tutti quelli che lavorano con lui...».
«Ciò non toglie che, da diversi mesi, sua sorella aveva il presentimento di una fine imminente... Ha scritto tre lettere a un’amica di collegio, e in tutte e tre parla di avvelenamento...?»
«Lo so! Mia sorella era come impazzita. A furia di spiarci... Quasi ogni notte apriva piano piano la porta della mia stanza e, nel buio, sentivo la sua mano che mi toccava la faccia per assicurarsi che fossi nel mio letto, e che fossi sola...».
«E, dal 2 giugno, lei non ha più avuto occasione di appartarsi con Voivin?...».
«Sì, tre o quattro volte, fuori... Ma mia sorella è sempre venuta a saperlo... E ci aspettava sul portone dell’albergo... Mi seguiva dappertutto... Una volta è scesa per strada in pantofole perché non aveva fatto in tempo a mettersi le scarpe».
Maigret aveva visitato l’appartamento, una casa scialba quanto lo stesso Voivin. Si immaginava la vita di quei tre... E tornava continuamente sulle stesse domande, come i cavalli di una giostra che girano sempre in tondo senza mai trovare un’uscita.
«Lei sapeva che, nella farmacia del bagno, c’era un pacchetto di bicarbonato di sodio?».
Era il nocciolo della questione. Dopo la morte di Louise Voivin, l’appartamento era stato perquisito. Quasi subito avevano rinvenuto un bicchiere contenente i residui di un medicinale. Dalle analisi risultava essere digitalina sciolta nell’acqua.
Solo che, accanto al bicchiere, avevano trovato un pacchetto sulla cui etichetta c’era scritto: «Bicarbonato di sodio». E invece quel pacchetto conteneva digitalina in quantità sufficiente a provocare una strage.
«Lei cosa stava facendo, domenica pomeriggio?».
«Quello che facevo tutte le domeniche. Era il giorno più difficile. Ferdinand era in salotto a controllare delle fatture. Io leggevo in camera mia. Mia sorella doveva essere nella sua...».
«Ricorda cosa avevate mangiato a mezzogiorno?».
«Sì, me lo ricordo benissimo: lepre... L’aveva mandata uno dei clienti di Ferdinand...».
E continuava a pronunciare il nome di Ferdinand con fervore, quasi fosse stato il più bello e il più straordinario degli uomini.
«È molto addolorata dalla morte di sua sorella?».
«No!».
Non lo nascondeva. Anzi, levò la testa e mostrò il viso.
«Mia sorella l’ha fatto troppo soffrire...».
«E lui?».
«Era forse colpa sua?... So che non l’ha mai amata... Ha vissuto otto anni con lei, ma non è mai stato felice... Mia sorella era sempre triste, malata... Già durante il primo anno di matrimonio aveva dovuto essere operata, e da allora si può dire che non è più stata una donna come le altre...».
Maigret uscì di nuovo dall’ufficio e si fermò sulla soglia a osservare l’uomo prostrato sul divano. Gli aveva già rivolto qualche domanda, il giorno prima, e non era certo di volersi imbarcare con lui in uno di quegli interrogatori interminabili, spossanti per entrambe le parti.
«Non ha voluto mangiar niente?» chiese sottovoce a uno dei due ispettori.
«No... Dice che non ha fame...».
«Ma figuriamoci!...».
E, cercando di farsi coraggio, tornò nel suo ufficio, dove Nicole non si era mossa di un millimetro.
«A proposito di malattie... Chi di voi soffre di mal di stomaco?».
«Ferdinand!» rispose lei senza esitazioni. «Non tanto spesso, ma a volte gli capita, soprattutto se ha avuto delle palpitazioni...».
«Perché, soffre anche di palpitazioni?».
«È stato curato per il cuore, due anni fa mi pare, ma è praticamente guarito...».
«Sa se suo cognato ha avuto mal di stomaco nel corso delle ultime settimane?».
«Sì!» fece lei, sempre categorica.
«Quando, esattamente?».
«Un giorno che siamo stati male tutti quanti...».
«Sa dirmi cosa avevate mangiato?».
«Non me lo ricordo più...».
«Avete chiamato il medico?».
«No! Ferdinand non ha voluto... Quella notte abbiamo avuto tutti mal di testa e nausea, e Ferdinand ha pensato a una fuga di gas...».
«Ed è stata l’unica volta?».
«Sì... Perlomeno in modo così forte...».
«Intende dire che ci sono stati altri malesseri?».
«So dove vuole andare a parare, commissario... Ma non riuscirà a farmi perdere la calma... Resisterò fino all’ultimo, nonostante tutto, perché so che Ferdinand è innocente... Se c’era qualcuno che avrebbe potuto avvelenare mia sorella, quella ero io, non lui. Come vede, non ho paura ad ammetterlo...».
«Però non l’ha fatto?» disse Maigret con un tono strano.
«No... Non ci ho nemmeno pensato... L’avrei uccisa in un altro modo, non so come... Negli ultimi tempi eravamo tutti malati, è vero... Ma avrei voluto vedere lei... Ha un’idea della vita che facevamo?... Quand’era il momento di andare a tavola, c’era sempre uno dei tre che non mangiava... Sa quante donne di servizio abbiamo cambiato in cinque mesi?... Otto!... Dicevano che non volevano rimanerci, in quella casa di matti...».
Le cedettero i nervi e scoppiò a piangere. Non era la prima volta che le succedeva durante l’interrogatorio, ma quasi subito tornava padrona di sé e guardava Maigret negli occhi, come per anticipare le sue domande.
«Non so nemmeno se aprivamo ancora le finestre... E io ero arrivata al punto che non osavo andare neanche più fino all’angolo della strada, perché sapevo benissimo che avrei avuto mia sorella alle costole...».
«Quindi, secondo lei, Louise si sarebbe suicidata?».
Nicole non rispose subito, prova che quella domanda la turbava.
«In altre parole, ritiene che sua sorella sia riuscita a procurarsi una grande quantità di digitalina e che, invece di cercare di avvelenare lei, si sia data volontariamente la morte?».
«Non lo so...» ammise la ragazza.
E si capiva che nemmeno quell’ipotesi le appariva credibile, perché non collimava con il carattere della sorella.
«Allora?».
«È un mistero... In ogni caso, non è stato Ferdinand!...».
«E lei?».
Se con questo sperava di farle perdere le staffe, si sbagliava. Nicole alzò la testa e ancora una volta sostenne il suo sguardo, con un’aria vagamente ironica.
«Credo che faremmo meglio a chiamare suo cognato» borbottò Maigret. «Anzi... Aspetti un attimo... Mentre io lo ricevo, lei si accomoderà in anticamera...».
«Che cosa deve dirgli?».
Era scattata in piedi, improvvisamente nervosa. E si sfogava sul fazzoletto, strappandone dei pezzettini con i denti.
«Fatelo entrare!» gridò Maigret socchiudendo la porta. «La signorina aspetterà fuori...».
E la fece uscire davanti a Voivin, al quale indicò la poltroncina su cui fino a un attimo prima era seduta la ragazza.
«Una birra?».
Voivin si limitò a scrollare il capo.
«Non ha fame?... Le chiedo scusa se l’ho fatta aspettare... Sua cognata aveva un sacco di cose da raccontarmi... A proposito, cosa contate di fare adesso?».
L’uomo alzò faticosamente la testa, guardò il commissario prima con stupore, poi con diffidenza, come se desse per scontato che non lo avrebbero lasciato andare.
«Una domanda, Voivin... Dal momento che, per via di sua moglie, Nicole non poteva parlarle liberamente, immagino che le scrivesse...».
L’uomo cercò di cogliere il nesso, poi scosse di nuovo la testa.
«No...».
«Perché? Innamorata com’è, e innamorato come è lei...».
«Era impossibile... Mia moglie avrebbe trovato le lettere... Passava il tempo a frugare in tutta la casa, nei miei vestiti, persino nelle mie scarpe...».
Maigret sospirò. Avrebbe dato chissà cosa pur di vedere Nicole consumarsi d’amore per qualcun altro, chiunque altro, ma non per quell’essere mediocre, mediocre in tutto, perfino nella sua disperazione.
«Non avreste potuto trovare un nascondiglio?...».
«Gliel’ho detto, Louise l’avrebbe trovato...».
Il commissario parve accantonare la questione.
«Pazienza... A proposito... C’è un’altra cosa che volevo chiederle... Quando lei ha sofferto di disturbi al cuore...».
Ferdinand sorrise mestamente.
«Mi aspettavo questa domanda...».
«Allora risponda!».
«Ebbene sì, mi hanno prescritto la digitalina... Ma sono già due anni che non la prendo più...».
«A ogni modo ne conosceva gli effetti, e certo dovevano averla avvisata che, a dosi massicce...».
«Mi creda, commissario, non ho ucciso mia moglie...».
«E io sono convinto che non sia stata neppure Nicole...».
«Sospettava di lei?».
«Ma no! Stia calmo! Lei mi sta dicendo che non ha ucciso sua moglie. E Nicole non è stata. Adesso le faccio una domanda a cui le concedo di non rispondere. Mi ascolti bene, Voivin... Conoscendo sua moglie come la conosceva lei, gelosa com’era, capace di tenersi in casa la sorella pur di non darle la possibilità di incontrarsi di nascosto con lei, conoscendola, dicevo, lei oserebbe sostenere che sua moglie abbia potuto anche solo prendere in considerazione l’idea di suicidarsi, e di lasciarvi così campo libero?... Ci rifletta...».
«Non lo so...».
«Andiamo! È libero di non rispondere, ma niente menzogne, Voivin... Niente scappatoie...».
Le labbra dell’uomo tremavano. E un fetore riempì improvvisamente la stanza, la reazione del suo corpo al panico. Maigret, senza dire una parola, andò ad aprire la finestra, poi tornò alla scrivania, si caricò lentamente la pipa e finì l’ultimo sorso di birra.
«Le darò una mano, d’accordo?» gli disse con dolcezza.
«Suppongo che preferisca non far entrare sua cognata...».
Voivin piangeva, forse non meno per l’umiliazione che per il dolore, e Maigret parlava camminando su e giù per la stanza, evitando di guardarlo.
«Mi interrompa se sbaglio... Ma non credo di sbagliarmi... Le capita di andare ad Anversa di tanto in tanto?».
«Sì...».
«Proprio come pensavo... Ad Anversa e ad Amsterdam, dove si tengono le più importanti borse di diamanti... Laggiù è riuscito a procurarsi una certa quantità di digitalina più facilmente che in Francia, e correndo meno rischi, il che spiega l’inutilità delle nostre ricerche a Parigi e dintorni...».
«Ho sete!» gemette Voivin con la gola serrata.
E lo disse con un tono così umile che Maigret ne fu imbarazzato. Prese una bottiglia di acquavite dall’armadio e gliene versò un gran bicchiere.
«Già per natura lei non ha un temperamento allegro... Poi sposa una ragazza che, nemmeno un anno dopo il matrimonio, subisce un’operazione che di colpo la fa invecchiare di parecchi anni... Lei continua a lavorare, senza gioia, diligentemente, come in tutto quel che fa, e a un certo punto soffre di disturbi al cuore... È così?».
«Non era niente di grave...».
«Poco importa... Ma ecco che le casca fra le braccia sua cognata, e tutt’a un tratto scopre la giovinezza e la gioia di vivere... È innamorato!... È pazzo d’amore!... Ma è troppo il suo rispetto della parola data per abbandonare sua moglie e rifarsi una vita... Lei è un debole, un vigliacco, oserei dire... Il giorno in cui sua moglie vi scopre, non reagisce...».
«Vorrei proprio sapere cosa avrebbe fatto lei al posto mio!».
«Non ha importanza... La vita in boulevard Beaumarchais si trasforma in un inferno: ogni giorno, ogni minuto è un supplizio... Se lei è incapace di lasciare sua moglie, lo è tanto più di rinunciare a sua cognata... M’interrompa se...».
«È così!».
«Lei è uno di quei deboli che provocano catastrofi! So di cosa parlo... Sì, lei è uno di quelli che, per timore della solitudine, sono capaci di trascinar con sé nella fossa una famiglia intera... Dal momento che la vita ormai le è diventata impossibile, ha pensato di far morire tutti e tre: ecco perchè ha comprato tutto quel veleno... Giusto?»
«Come l’ha capito?».
«Fin qui era facile... Era la morte di sua moglie, e di sua moglie soltanto, che non riuscivo a spiegarmi... Ma la spiegazione me l’ha fornita lei... Procediamo per gradi... Anzitutto, ammetta che almeno un paio di volte ha organizzato una sorta di prova generale, ovvero ha messo una piccola dose di digitalina nel cibo, facendo star male tutti quanti...».
«Volevo sapere...».
«Appunto... Aveva paura... Non era sicuro di voler morire... E cercava di rendersi conto degli effetti della sostanza usandone piccolissime dosi... Quanto al resto, è stata la sua risposta a una delle mie ultime domande a chiarirmi ogni cosa... Sua moglie controllava ogni suo gesto, frugava in ogni angolo della casa, persino nelle sue scarpe... Stando così le cose, dove nascondere della digitalina?... E quale medicina lei, Voivin, era il solo a prendere?».
Sconvolto, l’uomo alzò lo sguardo senza proferire parola.
«Da lì in poi, tutto è chiaro. La digitalina è dissimulata dietro l’inoffensiva etichetta “Bicarbonato di sodio”... E chissà, magari lei avrebbe esitato ancora per settimane, se non per mesi...».
«Credo che non ci sarei mai riuscito!» gemette Voivin.
«Poco importa... Avrebbe, in ogni caso, esitato a lungo, se non si fosse verificato quell’incidente... Un suo cliente le ha regalato una lepre... Sua moglie, debole di salute, non la digerisce, va all’armadietto della farmacia, trova del bicarbonato di sodio e ne versa un cucchiaio in un bicchiere...».
Voivin si nascondeva il viso fra le mani.
«Tutto qui!» tagliò corto Maigret spalancando la finestra già aperta. «Senta... Di là c’è un bagno... Vuole andare a rinfrescarsi prima che chiami sua cognata?».
L’uomo scivolò come un’ombra nella stanza accanto. Maigret aprì la porta.
«Le dispiace venire, signorina Nicole? Suo cognato torna subito...».
Poi, bruscamente:
«Dica, lei non ha mica voglia di morire?».
«No!».
«Meglio così! Allora stia attenta...».
«A cosa?».
«Niente... A non lasciarsi trascinare...».
«Cosa le ha detto?».
«Non mi ha detto niente!».
«Crede ancora che sia colpevole?».
«Se la vedrà con lui...».
«Dov’è?».
A Maigret scappò un sorrisino, e girò la testa.
«Si... si sta riprendendo!» disse.
Poi riaccese la pipa che si era spenta, mentre Voivin riappariva nell’ufficio camminando a tentoni, come se la luce lo abbagliasse.
«Ferdinand!» gridò Nicole.
«Ah no! Non qui... Per favore...» borbottò Maigret.