vino del wyoming (italian)
Era un caldo pomeriggio nel Wyoming; le montagne erano lontanissime e si vedeva la neve sulle cime, ma non facevano ombra, e nella valle i campi di grano erano gialli, la strada polverosa di macchine in transito, e tutte le casette di legno alla periferia della città cuocevano al sole. Sopra la veranda posteriore dei Fontan c’era l’ombra gettata da un albero e io ero là seduto a un tavolo e madame Fontan portò su dalla cantina della birra fresca. Una macchina lasciò lo stradone e venne su per la traversa, e si fermò di fianco alla casa. Due uomini scesero ed entrarono dal cancello. Io misi le bottiglie sotto il tavolo. Madame Fontan si alzò.
«Dov’è Sam?» chiese dalla porta uno degli uomini.
«Non c’è. È alle miniere.»
«Ha della birra?»
«No. Non ce l’ho. Quella è l’ultima bottiglia. Tutta finita.»
«Lui cosa beve?»
«Quella è l’ultima bottiglia. Tutta finita.»
«Su, ci dia un po’ di birra. Mi conosce.»
«Non ce l’ho. Quella è l’ultima bottiglia. Tutta finita.»
«Dai, andiamo in qualche posto dove si possa avere della vera birra» disse uno, e i due uomini tornarono alla macchina. Uno dei due camminava con passo incerto. La macchina partì a strappi, svoltò sulla strada, e proseguì e scomparve.
«Metta la birra sul tavolo» disse madame Fontan. «Sì, accidenti, che le salta in mente? Che le prende? Mica si beve dal pavimento.»
«Non sapevo chi erano» dissi io.
«Sono ubriachi» disse lei. «Ecco quello che dà fastidio. Poi vanno in qualche altro posto e dicono che l’hanno avuta qui. Forse non si ricordano nemmeno.» Parlava in francese, ma solo di quando in quando, e nelle sue frasi c’erano molte parole inglesi e alcune costruzioni inglesi.
«Dov’è Fontan?»
«Il fait les vendanges. Oh, mio Dio, il est pazzo pour le vin.»
«A lei invece piace la birra?»
«Oui, j’aime la bière, mais Fontan, il est pazzo pour le vin.»
Era una donna anziana e rotondetta con un bel colorito rubicondo e i capelli bianchi. Era pulitissima e la casa era pulitissima e ordinata. Veniva da Lens.
«Dove ha mangiato?»
«In albergo.»
«Mangez ici. Il ne faut pas manger à l’hôtel ou au restaurant. Mangez ici!»
«Non voglio disturbarla. Del resto, in albergo si mangia benissimo.»
«Io non mangio mai in albergo. Forse si mangia benissimo lì. In America ho mangiato al ristorante solo una volta in vita mia. Sa cosa mi hanno dato? Mi hanno dato del maiale che era crudo!»
«Davvero?»
«Non conto frottole. Era maiale che non era cotto! Et mon fils est marié avec une américaine, et tout le temps il a mangé les fagioli en scatola.»
«Da quanto tempo è sposato?»
«Oh, mio Dio, non lo so. Sua moglie pesa più di cento chili. Non lavora. Non fa da mangiare. Gli dà fagioli en scatola.»
«Cosa fa?»
«Legge sempre. Rien que des libri. Sta a letto tout le temps e legge libri. Ormai non può più avere un altro bambino. È troppo grassa. Non c’è posto.»
«Ha qualcosa che non va?»
«Legge libri dalla mattina alla sera. Lui è un bravo ragazzo. Lavora sodo. Lavorava nelle miniere; adesso lavora in un ranch. Non aveva mai lavorato in un ranch, e il padrone del ranch ha detto a Fontan che non aveva mai visto nessuno lavorare in quel ranch meglio di quel ragazzo. Poi torna a casa e lei non gli dà niente da mangiare.»
«Perché non chiede il divorzio?»
«Non ha i soldi per divorziare. Per giunta, il est pazzo pour elle.»
«È bella?»
«Così pensa lui. Quando l’ha portata a casa ho creduto di morire. È un ragazzo così perbene e sgobba sodo dalla mattina alla sera e non va mai in giro e non dà fastidio a nessuno. Poi va a lavorare nei campi petroliferi e torna a casa con quest’indienne che già allora pesava più di ottanta chili.»
«Elle est indienne?»
«È indiana sì. Certo, santo Dio. Non fa che dire figlio di puttana e porco qui porco là. Non lavora.»
«Ora dov’è?»
«Au show.»
«Non capisco.»
«Au show. Al cinema. Non fa che leggere e andare al cinema.»
«Ha ancora un po’ di birra?»
«Mio Dio, sì. Certo. Venga a mangiare da noi, stasera.»
«Va bene. Cosa devo portare?»
«Non porti niente. Niente di niente. Forse Fontan avrà del vino.»
Quella sera cenai dai Fontan. Mangiavamo in sala da pranzo e c’era una tovaglia pulita. Assaggiammo il vino nuovo. Era molto leggero e limpido e buono, e sapeva ancora d’uva. A tavola c’erano Fontan e madame e il ragazzino, André.
«Oggi cos’ha fatto?» chiese Fontan. Era un vecchio dal fisico minuto fiaccato dal lavoro in miniera, con due baffi grigi spioventi e l’occhio vivo, e veniva dal Centre vicino a Saint-Etienne.
«Ho lavorato al mio libro.»
«I suoi libri erano a posto?» chiese madame.
«Sta dicendo che scrive un libro come uno scrittore. Un roman» spiegò Fontan.
«Papà, posso andare al cinema?» chiese André.
«Certo» disse Fontan. André si rivolse a me.
«Quanti anni mi darebbe? Crede che possa dimostrarne quattordici?» Era un ragazzetto magrolino, ma la faccia ne dimostrava almeno sedici.
«Sì. Ne dimostri quattordici.»
«Quando vado al cinema mi accuccio giù così e cerco di sembrare piccino.» La sua voce era molto stridula e acuta. «Se gli do un quarto di dollaro se lo tengono tutto, ma se gli do solo quindici cent mi fanno entrare lo stesso.»
«Allora ti do solo quindici cent» disse Fontan.
«No. Dammi il quarto. Lo cambierò strada facendo.»
«ll faut revenir tout de suite après le show» disse madame Fontan.
«Tornerò a casa subito.» André uscì dalla porta. Fuori la sera si stava rinfrescando. Il ragazzo lasciò la porta aperta e una brezza fresca entrò nella stanza.
«Mangez!» disse madame Fontan. «Non ha mangiato niente.» Avevo mangiato due porzioni di pollo con patate fritte, tre pannocchie di granturco, qualche cetriolo a fette, e due porzioni d’insalata.
«Magari vuole un po’ di kek» disse Fontan.
«Avrei dovuto trovargli un po’ di kek» disse madame Fontan. «Mangez du fromage. Mangez du fromagio tenerò. Vous n’avez rien mangé. Avrei dovuto trovare del kek. Gli americani mangiano sempre il kek.»
«Mais j’ai rudement bien mangé.»
«Mangez! Vous n’avez rien mangé. Mangi tutto. Noi non mettiamo da parte nulla. Mangi tutto.»
«Prenda un altro po’ d’insalata» disse Fontan.
«Vado a prendere dell’altra birra» disse madame Fontan. «Se lavora tutto il giorno in una fabbrica di libri, avrà fame.»
«Elle ne comprend pas que vous êtes écrivain» disse Fontan. Era un vecchio delicato che usava lo slang e conosceva le canzoni popolari di quando, alla fine degli anni novanta, aveva fatto il servizio militare. «I libri se li scrive lui» spiegò a madame.
«I libri li scrive lei?» chiese madame.
«Certe volte.»
«Oh!» disse lei. «Oh! Li scrive lei. Oh! Be’, avrà fame anche così. Mangez! Je vais chercher de la bière.»
La sentimmo scendere le scale della cantina. Fontan mi sorrise. Era molto tollerante della gente che non aveva la sua esperienza e la sua conoscenza del mondo.
Quando André tornò dal cinema eravamo ancora seduti in cucina e stavamo parlando della caccia.
«Il giorno della festa del lavoro siamo andati tutti a Clear Creek» disse madame. «Oh, mio Dio, avrebbe dovuto esserci. Siamo andati tutti in autocarro. Tout le monde est allé dans le autocarro. Nous sommes partis le dimanche. C’est le autocarro de Charley.»
«On a mangé, on a bu du vin, de la bière, et il avait aussi un français qui a apporté de l’absinthe» disse Fontan. «Un français de la Californie!»
«Mio Dio, nous avons chanté. C’è questo agricoltore che viene a vedere cosa succede, e gli offriamo qualcosa da bere, ed è rimasto con noi per un po’. Poi c’erano degli italiani che sono venuti anche loro, e anche loro vogliono stare con noi. E abbiamo cantato una canzone sugli italiani, e quelli mica la capiscono. Non sapevano che non li volevamo, ma abbiamo fatto finta che non ci fossero, e dopo un po’ sono andati via.»
«Quanti pesci avete preso?»
«Très peu. Per un po’ siamo andati a pescare, poi siamo tornati indietro a cantare. Nous avons chanté, vous savez.»
«Quella notte» disse madame «toutes les femmes dorment dans le autocarro. Les hommes à côté du feu. Quella notte sento Fontan che viene a prendere dell’altro vino e gli dico: Fontan, Dio mio, lasciane un po’ per domani. Domani non avranno niente da bere, e allora se ne pentiranno.»
«Mais nous avons tout bu» disse Fontan. «Et le lendemain il ne reste rien.»
«Cos’avete fatto?»
«Nous avons pêché sérieusement.»
«E delle belle trote, sissignore. Mio Dio, sì. Tutte uguali: due etti l’una.»
«Quanto?»
«Due etti. Della misura giusta da mangiare. Tutte grandi uguali: due etti.»
«Che gliene sembra dell’America?» mi chiese Fontan.
«È il mio paese, vede. Perciò mi piace, perché è il mio paese. Mais on ne mange pas très bien. D’antan, oui. Mais maintenant, non.»
«No» disse madame. «On ne mange pas très bien.» Scosse la testa. «Et aussi, il y a trop de polacchi. Quand j’étais petite ma mère m’a dit: “Vous mangez comme les polacchi”. Je n’ai jamais compris ce qu’est un polacco. Mais maintenant en Amérique je comprends. Il y a trop de polacchi. Et, mio Dio, il sont sales, les polacchi.»
«È bello per la caccia e per la pesca» dissi io.
«Oui. Ça, c’est le meilleur. La chasse et la pêche» disse Fontan.
«Qu’est ce que vous avez comme fusil?»
«Un calibro dodici a pompa.»
«Il est bon, le pompa» disse Fontan con un cenno del capo.
«Je veux aller à la chasse moi-même» disse André con la sua voce acuta da bambino.
«Tu ne peux pas» disse Fontan. Si rivolse a me.
«Ils sont des sauvages, les ragazzi, vous savez. Ils sont des sauvages. Ils veulent sparer les uns les autres.»
«Je veux aller tout seul» disse André, molto stridulo ed eccitato.
«Tu non ci puoi andare» disse madame Fontan. «Sei troppo giovane.»
«Je veux aller tout seul» disse André con voce stridula. «Je veux sparer les rats d’eau.»
«Cosa sono i rats d’eau?» domandai.
«Non li conosce? Li conosce di sicuro. Quelli che chiamano i topi muschiati.»
André aveva tirato fuori dalla credenza il fucile calibro ventidue e lo teneva tra le mani sotto la luce.
«Ils sont des sauvages» spiegò Fontan. «Ils veulent sparer les uns les autres.»
«Je veux aller tout seul» strillò André. Guardava con aria disperata lungo la canna del fucile. «Je veux sparer les rats d’eau. Je connais beaucoup de rats d’eau.»
«Dammi quel fucile» disse Fontan. Tornò a spiegarmi: «Sono dei selvaggi. Si sparerebbero l’un l’altro».
André non mollava il fucile.
«On peut guarder. On ne fait pas de mal. On peut guarder.»
«Il est pazzo pour sparer» disse madame Fontan. «Mais il est trop jeune.»
André rimise nella credenza il fucile calibro ventidue.
«Quando sarò più grande sparerò ai topi muschiati e anche ai conigli» disse in inglese. «Una volta sono uscito col papà e lui ha colpito un coniglio solo un po’ e io ho sparato e l’ho colpito.»
«C’est vrai» Fontan annuì. «Il a tué un coniglio.»
«Ma lo aveva colpito prima lui» disse André. «Io voglio andarci da solo e sparare da solo. L’anno prossimo potrò farlo.» Si sedette in un angolo e cominciò a leggere un libro. Lo avevo preso in mano quando, dopo cena, eravamo andati a sederci in cucina. Era un libro della biblioteca: Frank sulla cannoniera.
«Il aime les libri» disse madame Fontan. «Ma è meglio che andare in giro di notte a rubare con gli altri ragazzi.»
«I libri vanno bene» disse Fontan. «Monsieur il fait les libri.»
«Sì, è vero, giustissimo. Ma troppi libri fanno male» disse madame Fontan. «Ici, c’est une maladie, les libri. C’est comme les chiese. Ici il y a trop de chiese. En France il y a seulement les catholiques et les protestants: et très peu de protestants. Mais ici rien que de chiese. Quand j’étais venue ici je disait: Oh, mio Dio, cosa sono tutte queste chiese?»
«C’est vrai» disse Fontan. «Il y a trop de chiese.»
«L’altro giorno» disse madame Fontan «c’era qui una ragazzina francese con sua madre, la cugina di Fontan, e mi ha detto: “En Amérique il ne faut pas étre catholique. Non è bene essere catholique. Agli americani non piace che la gente sia catholique. È come il regime secco”. Io le ho detto: “Cosa vuoi essere? Eh? Se sei catholique è meglio essere catholique”. Ma lei ha detto: “No, in America non è bene essere catholique”. Ma io credo che sia meglio essere catholique, se lo sei. Ce n’est pas bon de changer sa religion. Mio Dio, no.»
«Voi qui andate a messa?»
«No. In America non ci vado, solo una volta ogni tanto. Mais je reste catholique. Non va bene cambiare la religione.»
«On dit que Schmidt est catholique» disse Fontan.
«On dit, mais on ne sait jamais» disse madame Fontan. «Io non credo che Schmidt sia catholique. In America non ci sono molti catholiques.»
«Noi siamo catholiques» dissi io.
«Certo, ma voi vivete in Francia» disse madame Fontan. «Je ne crois pas que Schmidt est catholique. È mai vissuto in Francia?»
«Les polacchi sont catholiques» disse Fontan.
«È vero» disse madame Fontan. «Vanno in chiesa, poi si pigliano a coltellate fino a casa e per tutta la domenica si ammazzano tra loro. Ma non sono dei veri catholiques. Sono dei catholiques polacchi.»
«I catholiques sono tutti uguali» disse Fontan. «Un catholique vale l’altro.»
«Io non credo che Schmidt sia catholique» disse madame Fontan. «Se è catholique è veramente strano. Moi, je ne crois pas.»
«Il est catholique» dissi io.
«Schmidt è catholique» rifletté madame Fontan. «Non ci avrei creduto. Mio Dio, il est catholique.»
«Marie, va chercher de la bière» disse Fontan. «Monsieur a soif: moi aussi.»
«Sì, va bene» disse madame Fontan dall’altra stanza. Andò giù e sentimmo le scale cigolare. André leggeva, seduto nell’angolo. Io e Fontan eravamo a tavola, e lui versò nei nostri due bicchieri la birra dell’ultima bottiglia, lasciandone un po’ nel fondo.
«C’est un bon pays pour la chasse» disse Fontan. «J’aime beaucoup sparer les canards.»
«Mais il y a de très bonnes chasses aussi en France» dissi io.
«C’est vrai» disse Fontan. «Nous avons beaucoup de gibiers là-bas.»
Madame Fontan su per le scale con le bottiglie di birra in mano. «Il est catholique» disse. «Dio mio, Schmidt est catholique.»
«Crede che lo eleggeranno presidente?» chiese Fontan.
«No» dissi io.
Il pomeriggio seguente andai in macchina dai Fontan, attraverso l’ombra della città, poi lungo la strada polverosa, svoltando nella traversa e lasciando la macchina vicino allo steccato. Era un’altra giornata molto calda. Madame Fontan si affacciò alla porta di dietro. Sembrava la moglie di Babbo Natale, linda e rosea e bianca di capelli com’era, e ancheggiante quando camminava.
«Mio Dio, salve» disse. «Fa caldo, mio Dio.» Tornò in casa a prendere della birra. Io mi sedetti sulla veranda posteriore e contemplai, oltre lo schermo delle foglie dell’albero, le onde di calore e, lontanissimo, i monti. Erano monti bruni e rugosi, dominati da tre cime e da un ghiacciaio coperto di neve che si vedevano tra gli alberi. La neve appariva bianchissima e pura e irreale. Madame Fontan uscì e mise le bottiglie sul tavolo.
«Cosa vede laggiù?»
«La neve.»
«C’est jolie, la neige.»
«Ne beva un bicchiere anche lei.»
«Volentieri.»
Si sedette su una seggiola vicino a me. «Schmidt» disse. «Se lo eleggeranno presidente, crede che non avremo più fastidi col vino e con la birra?»
«Certo» dissi. «Si fidi di Schmidt.»
«Abbiamo già pagato settecentocinquantacinque dollari di multa quando hanno arrestato Fontan. Due volte ci ha arrestato la polizia e una i governi. Tutti soldi che avevamo guadagnato, Fontan lavorando in miniera e io facendo la lavandaia. Tutti, li abbiamo sborsati. Avevano messo Fontan in galera. Il n’a jamais fait du mal à personne.»
«È un galantuomo» dissi io. «È un delitto.»
«Non facciamo dei prezzi troppo alti. Il vino un dollaro al litro. La birra dieci cent la bottiglia. Non vendiamo mai la birra prima che sia buona. In un sacco di posti vendono la birra appena fatta, così a tutti viene mal di testa. Che storia è quella? Mettono Fontan in galera e si prendono settecentocinquantacinque dollari.»
«È una vergogna» dissi. «Dov’è Fontan?»
«Col vino. Ora deve tenerlo d’occhio, per spillarlo al momento giusto.» Sorrise. Non pensava più ai soldi. «Vous savez, il est pazzo pour le vin. Ieri sera ne ha portato un po’ a casa, quello che ha bevuto lei, e un po’ del nuovo. Il nuovo più recente. Non è pronto, ancora, ma lui ne ha bevuto un po’ e stamattina ne ha messo un po’ nel caffè. Dans son café, vous savez! Il est pazzo pour le vin! Il est comme ça. Son pays est comme ça. Dove sto io, nel nord, non bevono vino. Bevono tutti la birra. Dalle nostre parti c’era una grande fabbrica di birra, proprio vicino a noi. Quando ero bambina non mi piaceva l’odore dei luppoli sui carri. E nemmeno in campagna. ]e n’aime pas les houblons. No, mio Dio, neanche un po’. Il padrone della fabbrica di birra disse a me e a mia sorella di andare in fabbrica a bere la birra, così ci sarebbe piaciuto il luppolo. È vero. Dopo ci piacque davvero. Ci fece dare della birra, lui. E dopo il luppolo ci piacque, eccome. Ma Fontan, il est pazzo pour le vin. Una volta ha ammazzato un coniglio e voleva che lo cucinassi con una salsa di vino, che preparassi una salsa nera con vino e burro e funghi e cipolla e tutto, dentro, per il coniglio. Mio dio, faccio la salsa, come no, e lui mangia tutto e ha detto: “La sauce est meilleure que le coniglio”. Dans son pays c’est comme ça. Il y a beaucoup de gibiers et de vin. Moi, j’aime les pommes de terre, le saucisson et la bière. C’est bon, la bière. C’est très bon pour la santé.»
«Fa bene» dissi io. «La birra, e anche il vino.»
«Lei è come Fontan. Ma qui c’era una cosa che non avevo mai visto. Forse non l’ha mai vista neanche lei. C’erano degli americani che sono venuti qui e hanno messo il whisky nella birra.»
«No» dissi.
«Oui. Mio Dio, sì, è vero. Et aussi une femme qui a vomi sur la table!»
«Comment?»
«C’est vrai. Elle a vomi sur la table. Et aprés elle a vomi dans ses scarpe. E dopo sono tornati a dire che volevano venire ancora a fare un’altra festa il sabato dopo, e io dico no, mio Dio, no! Quando sono venuti ho chiuso la porta a chiave.»
«È brutto quando si ubriacano.»
«D’inverno, quando i ragazzi vanno a ballare, vengono in macchina e aspettano fuori e dicono a Fontan: “Ehi, Sam, vendici una bottiglia di vino”, o comprano la birra, e poi tirano fuori dalle tasche una bottiglia di whisky di contrabbando e la versano nella birra e la bevono. Mio Dio, è la prima volta in vita mia che ho visto una cosa simile. Mettono il whisky nella birra. Mio Dio, questo non lo capisco!»
«Vogliono farsi venire la nausea, così sanno di essere ubriachi.»
«Una volta un tizio che viene qui è venuto da me e ha detto che voleva che gli preparassi una gran cena e che avrebbero bevuto due o tre bottiglie di vino, e che sarebbero venute anche le loro ragazze, e che poi sarebbero andati a ballare. Va bene, ho detto io. Così ho preparato una gran cena, e quando sono arrivati avevano già bevuto molto. Allora hanno messo il whisky nel vino. Mio Dio, sì. Ho detto a Fontan: “On va être malade!”. “Oui” il dit. Così queste ragazze hanno vomitato, belle ragazze, anche, ragazze perbene. Hanno vomitato sulla tavola. Fontan ha cercato di prenderle a braccetto e di mostrargli dove potevano vomitare liberamente, al gabinetto, ma quei tizi hanno detto di no, che stavano bene lì a tavola.»
Intanto era entrato Fontan. «Quando sono tornati ho chiuso la porta a chiave. “No” ho detto. “Nemmeno per centocinquanta dollari”. Mio Dio, no.»
«C’è una parola per questa gente quando si comporta così, in francese» disse Fontan. Ritto sulla veranda, sembrava vecchissimo e fiaccato dal caldo.
«Quale?»
«Cochon» disse con delicatezza, esitando a servirsi di una parola così forte. «Erano come il cochon. C’est un mot très fort» si scusò «mais vomir sur la table…» Scosse malinconicamente il capo.
«Cochons» dissi io. «Ecco cosa sono: cochons. Salauds.»
La volgarità delle parole riusciva sgradita a Fontan, che fu lieto di cambiare discorso.
«Il y a des gens très gentils, très sensibles, qui viennent aussi» disse. «Ci sono gli ufficiali del forte. Uomini molto perbene. Brave persone. Tutti quelli che sono stati in Francia vogliono venire a bere il vino. Gli piace molto, il vino.»
«C’era un uomo» disse madame Fontan «e sua moglie non lo lascia mai uscire. Così lui le dice che è stanco, e va a letto, e quando lei va al cinema lui corre subito qui, certe volte in pigiama, con un semplice cappotto sulle spalle. “Marie, un po’ di birra” dice “per amor di Dio”. Si siede lì, in pigiama, e beve la sua birra, e poi va su al forte e si rimette a letto prima che sua moglie torni dal cinema.»
«C’est un original» disse Fontan «mais vraiment gentil. È una brava persona.»
«Mio Dio, sì, proprio una brava persona» disse madame Fontan. «È sempre a letto quando sua moglie torna dal cinema.»
«Domani devo andar via» dissi. «Alla riserva dei Crow. Ci andiamo per l’apertura della caccia al gallo delle praterie.»
«Sì? Torni qui, prima di partire. Tornerà, vero?»
«Senz’altro.»
«Allora il vino sarà fatto» disse Fontan. «Berremo una bottiglia insieme.»
«Tre bottiglie» disse madame Fontan.
«Tornerò» dissi.
«Contiamo su di lei» disse Fontan.
«Buonanotte» dissi io.
Tornammo dalla partita di caccia nel primo pomeriggio. Eravamo in piedi dalle cinque del mattino. Il giorno prima avevamo fatto buona caccia, ma quel mattino non avevamo visto un solo gallo delle praterie. Viaggiando nella macchina scoperta, avevamo un gran caldo e ci fermammo a mangiare all’ombra, sotto un albero lungo la strada. Il sole era alto e l’ombra piccolissima. Mangiammo dei panini e dei cracker spalmati col ripieno dei panini, ed eravamo assetati e stanchi, e lieti quando, finalmente, lasciammo la prateria e imboccammo lo stradone per tornare in città. Sorprendemmo un branco di cani delle praterie e fermammo la macchina per sparargli con la pistola. Ne colpimmo due ma poi smettemmo, perché le pallottole che mancavano il bersaglio rimbalzavano sui sassi e sulla terra battuta e sibilavano via attraverso i campi, e oltre i campi c’erano degli alberi lungo un corso d’acqua, con una casa, e non volevamo metterci nei guai se qualche proiettile vagante avesse colpito la casa. Allora ci rimettemmo in viaggio, e finalmente arrivammo sulla strada che scendeva verso le case alla periferia della città. Oltre la pianura si vedevano le montagne. Quel giorno erano blu, e la neve sui picchi più alti brillava come un pezzo di vetro. L’estate era agli sgoccioli, ma in alta montagna non era ancora caduta la neve nuova; c’era solo la neve vecchia sciolta dal sole, e il ghiaccio, che da lontano brillava vivamente.
Volevamo qualcosa di fresco e un po’ d’ombra. Eravamo scottati dal sole e avevamo le labbra coperte di vesciche prodotte dal sole e dalla polvere alcalina. Svoltammo nella traversa dei Fontan, fermammo la macchina davanti alla casa ed entrammo. Nella sala da pranzo faceva fresco. Madame Fontan era sola.
«Solo due bottiglie di birra» disse. «È finita tutta. Quella nuova non è ancora buona.»
Le detti alcuni uccelli. «Bene» disse. «Magnifico. Grazie. Molto bene.» Uscì per riporre gli uccelli in un posto più fresco. Quando finimmo la birra mi alzai. «Dobbiamo andare» dissi.
«Tornate stasera, no? Fontan avrà il vino.»
«Torneremo prima di partire.»
«Partite?»
«Sì. Dobbiamo partire in mattinata.»
«Peccato che dobbiate andar via. Venite stasera. Fontan avrà il vino. Faremo una fête prima che partiate.»
«Verremo prima di partire.»
Ma quel pomeriggio c’erano telegrammi da spedire, la macchina da controllare – una gomma era stata tagliata da un sasso e bisognava vulcanizzarla – e, senza macchina, andai io a piedi in città, a fare tutte le cose che dovevano essere fatte prima che potessimo partire. Quando venne l’ora di cena ero troppo stanco per uscire. Non avevamo voglia di sentire una lingua straniera. Volevamo solo andare a letto presto.
Mentre stavo a letto, prima di addormentarmi, con tutta la roba da estate ammonticchiata qua e là e pronta per essere messa in valigia, con le finestre aperte e l’aria fresca dei monti che entrava nella stanza, pensai che era un peccato non essere andati dai Fontan: ma di lì a poco dormivo già. L’indomani passammo l’intera mattinata a fare le valigie. L’estate era finita. Pranzammo, e alle due eravamo pronti a partire.
«Dobbiamo andare a salutare i Fontan» dissi.
«Sì, dobbiamo.»
«Temo che ieri sera ci abbiano aspettato.»
«Forse avremmo dovuto andarci.»
«Vorrei che ci fossimo andati.»
Salutammo l’uomo al banco dell’albergo, e Larry e gli altri amici, e poi, in macchina, andammo dai Fontan. C’erano entrambi, monsieur e madame. Furono lieti di vederci. Fontan sembrava vecchio e stanco.
«Credevamo che veniste, ieri sera» disse madame Fontan. «Fontan aveva preparato tre bottiglie di vino. Quando non siete venuti, le ha bevute tutte lui.»
«Possiamo fermarci solo un minuto» dissi. «Siamo venuti a salutarvi. Volevamo venire, ieri sera. Ne avevamo l’intenzione, ma eravamo troppo stanchi dopo la partita di caccia.»
«Va’ a prendere un po’ di vino» disse Fontan.
«Non ce n’è. L’hai bevuto tutto tu.»
Fontan sembrava veramente sconvolto.
«Vado a prenderne un po’» disse. «Starò via pochi minuti. L’ho finito ieri sera. L’avevamo tenuto per lei.»
«Lo sapevo che eravate stanchi. “Mio Dio” dicevo “sono troppo stanchi per venire”» disse madame Fontan. «Va’ a prendere un po’ di vino, Fontan.»
«La porto io in macchina» dissi.
«Va bene» disse Fontan. «Così faremo prima.»
Tornammo con la macchina sulla strada maestra e dopo circa un chilometro e mezzo svoltammo in una traversa.
«Quel vino le piacerà» disse Fontan. «È venuto bene. Potrà berlo a cena, stasera.»
Ci fermammo davanti a una casa di legno. Fontan bussò alla porta. Nessuno rispose. Girammo intorno alla casa. Era chiusa anche la porta di dietro. Intorno alla porta di dietro c’erano delle lattine vuote. Guardammo dalla finestra. Dentro non c’era nessuno. La cucina era sporca e disordinata, ma tutte le porte e le finestre erano ermeticamente chiuse.
«Quella figlia di puttana. Dov’è andata?» disse Fontan. Era disperato.
«So dove posso trovare una chiave» disse. «Lei stia qui.» Lo vidi camminare per la strada fino alla casa più vicina, bussare alla porta, parlare con la donna che era andata ad aprire e finalmente tornare indietro. Aveva una chiave. La provammo sulla porta d’ingresso e su quella di servizio, ma non andava bene.
«Quella figlia di puttana» disse Fontan. «Chissà dov’è andata.»
Guardando dalla finestra si vedeva dove tenevano il vino. Vicino alla finestra si sentiva l’odore dell’interno della casa. Era un odore dolciastro e nauseante come quello di una casa indiana. A un tratto Fontan prese un asse di legno e cominciò a scavare la terra sotto la porta di servizio.
«Sono capace di entrare» disse. «Sono capace, figlia di puttana.»
Nel cortile della casa accanto c’era un uomo che stava trafficando intorno a una delle ruote anteriori di una vecchia Ford.
«Meglio di no» dissi. «Quell’uomo la vedrà. Sta guardando.»
Fontan si raddrizzò. «Proviamo ancora una volta con la chiave» disse. Provammo con la chiave e la chiave non andava bene. Faceva mezzo giro da tutt’e due le parti.
«Non possiamo entrare» dissi. «Meglio tornare indietro.»
«Sfondo dietro» propose Fontan.
«No, non posso lasciarle correre questo rischio.»
«Lo faccio.»
«No» dissi io. «Quell’uomo vedrebbe. Così scoprirebbero il vino.»
Risalimmo in macchina e tornammo dai Fontan, fermandoci strada facendo per lasciar giù la chiave. Fontan non disse nulla ma bestemmiava in inglese. Era avvilito e pronunciava parole incoerenti. Entrammo in casa.
«Quella figlia di puttana!» disse. «Non abbiamo potuto prendere il vino. Il mio vino, fatto da me.»
Ogni felicità scomparve dal viso di madame Fontan. Fontan si sedette in un angolo con la testa tra le mani.
«Dobbiamo andare» dissi io. «Non importa per il vino. Bevetelo alla nostra salute quando saremo partiti.»
«Dov’è andata quella matta?» chiese madame Fontan.
«Non lo so» disse Fontan. «Non so dov’è andata. Così ve ne andate senza vino.»
«Fa niente» dissi io.
«Non va bene» disse madame Fontan. Scosse il capo.
«Dobbiamo andare» dissi. «Arrivederci e buona fortuna. Grazie per i bei momenti.»
Fontan crollò il capo. Era proprio a terra. Madame Fontan aveva un’espressione rattristata.
«Non ve la prendete per il vino» dissi io.
«Lui voleva che beveste il suo vino» disse madame Fontan. «Potrete tornare l’anno prossimo?»
«No. Forse l’anno dopo.»
«Vedi?» le disse Fontan.
«Arrivederci» dissi. «Non pensate al vino. Bevetene un goccio alla nostra salute quando saremo partiti.» Fontan scosse la testa. Non sorrise. Era un uomo distrutto e lo sapeva.
«Quella figlia di puttana» disse tra sé.
«Ieri sera ne ha bevuto tre bottiglie» disse madame Fontan per consolarlo. Lui scosse la testa.
«Arrivederci» disse.
Madame Fontan aveva le lacrime agli occhi.
«Arrivederci» disse. Le dispiaceva per Fontan.
«Arrivederci» dicemmo noi. Eravamo tutti molto giù di corda. Loro si fermarono sulla soglia e noi salimmo in macchina, e io avviai il motore. Salutammo con la mano. Erano sulla veranda, con un’aria molto triste. Fontan sembrava vecchissimo, e madame Fontan sembrava depressa. Ci salutò con la mano e Fontan entrò in casa. Noi svoltammo sulla strada maestra.
«Com’erano avviliti. Fontan era proprio a terra.»
«Avremmo dovuto andarci, ieri sera.»
«Sì, avremmo dovuto andarci.»
Avevamo attraversato la città e stavamo viaggiando sulla strada liscia dall’altra parte, con le stoppie dei campi di grano da tutt’e due le parti e le montagne lontano sulla destra. Sembrava di essere in Spagna, invece era il Wyoming.
«Spero che la fortuna li assista.»
«Non sarà così» dissi io «e Schmidt non diventerà presidente.»
La strada di cemento finì. Ora la strada era coperta di ghiaia e noi lasciammo la pianura e cominciammo a salire tra due colline pedemontane; la strada era ripida e descriveva una curva. La terra delle colline era rossa, la salvia cresceva in macchie grigie, e mentre la strada saliva si potevano vedere le montagne, oltre le colline e, lontano, oltre il fondo pianeggiante della valle. Ora erano ancora più lontane e sembravano la Spagna più che mai. La strada descrisse una curva e riprese a salire, e davanti a noi c’erano degli urogalli che facevano il loro bagno di polvere in mezzo alla strada. Quando ci avvicinammo volarono via, con le ali che battevano veloci, poi che planavano in lunghe scivolate, e si posarono sul versante sotto di noi.
«Come sono grossi e come sono belli. Sono più grossi delle pernici europee.»
«È un bel posto per la chasse, dice Fontan.»
«E quando non si potrà più andare a chasse?.»
«Allora saranno morti.»
«Il ragazzo no.»
«Nulla garantisce che non sarà morto anche lui» dissi io.
«Avremmo dovuto andarci, ieri sera.»
«Oh, sì» dissi. «Avremmo dovuto andarci.»