Stories 93 / Random

Stories by ernest hemingway

un giorno di attesa (italian)

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Entrò nella stanza per chiudere le finestre mentre eravamo ancora a letto e vidi che aveva una brutta cera. Era pallido, scosso da brividi, e camminava lentamente come se muoversi gli riuscisse doloroso.
«Che c’è, Schatz?»
«Ho mal di testa.»
«Meglio che torni a letto.»
«No. Sto bene.»
«Va’ a letto. Mi vesto e sono da te.»
Ma quando andai giù era vestito, seduto accanto al fuoco, con l’aria sbattuta di un ragazzo di nove anni che stava molto male. Quando gli misi la mano sulla fronte capii che aveva la febbre.
«Va’ a letto» dissi «sei malato.»
«Sto benissimo» disse lui.
Quando arrivò il medico gli misurò la temperatura.
«Quanto ha» gli chiesi.
«Centodue.»
Di sotto, il dottore lasciò tre diverse medicine in capsule di diverso colore con le istruzioni per somministrargliele. Una doveva far calare la febbre, l’altra purgarlo, e la terza combattere l’acidità. I germi dell’influenza possono esistere solo in ambiente acido, spiegò. Aveva l’aria di saper tutto dell’influenza e disse che se la febbre non saliva oltre i centoquattro non c’era nulla di cui preoccuparsi. Si trattava di una leggera epidemia influenzale e non c’era alcun pericolo, se evitavi di prenderti la polmonite.
Tornato nella stanza, presi nota della temperatura del ragazzo e segnai l’ora in cui dovevo dargli le diverse capsule.
«Vuoi che ti legga qualcosa?»
«D’accordo. Se credi» disse il ragazzo. Il suo viso era pallidissimo e sotto i suoi occhi c’erano delle aree scure. Lui giaceva immobile nel letto e sembrava molto distante da quello che succedeva.
Lessi ad alta voce qualcosa del Libro dei pirati di Howard Pyle; ma vedevo che non seguiva quello che leggevo.
«Come ti senti, Schatz?» gli chiesi.
«Sempre uguale, finora» disse lui.
Mi sedetti ai piedi del letto a leggere per conto mio mentre aspettavo che venisse l’ora di dargli un’altra capsula. Sarebbe stato naturale che si addormentasse, ma quando alzai gli occhi lui guardava verso i piedi del letto, con un’aria molto strana.
«Perché non cerchi di dormire? Ti sveglio io per la medicina.»
«Preferirei star sveglio.»
Dopo un po’ mi disse: «Non sei mica obbligato a stare qui con me, papà, se la cosa ti disturba».
«Non mi disturba affatto.»
«No, volevo dire che non sei mica obbligato a stare qui se la cosa ti disturba.»
Pensai che fosse un po’ stordito e, dopo avergli dato, alle undici, le capsule prescritte, andai fuori per un po’.
Era un giorno freddo e luminoso, col terreno coperto di un nevischio gelatosi in modo tale che sembrava che tutti gli alberi nudi, i cespugli, gli sterpi tagliati e tutta l’erba e il terreno spoglio fossero stati verniciati di ghiaccio. Portai il giovane setter irlandese a fare una passeggiatina per la strada e lungo un ruscello ghiacciato, ma era difficile stare in piedi e camminare sulla vitrea superficie e il cane rosso scivolava e sdrucciolava e io caddi due volte, pesantemente, una volta mollando il fucile che slittò via sul ghiaccio.
Alzammo uno stormo di quaglie da sotto un’alta scarpata argillosa coperta di cespugli spioventi e io ne uccisi due mentre sparivano dietro la cima dell’argine. Alcune andarono a posarsi sugli alberi, ma per la maggior parte si sparpagliarono tra i mucchi di sterpi, e bisognava saltare parecchie volte sui monticelli di sterpi coperti di ghiaccio prima che le quaglie volassero via. Il fatto che si alzassero mentre ti tenevi in equilibrio, traballando, sugli sterpi elastici e ghiacciati non facilitava la mira, e io ne uccisi due, cinque ne mancai, e presi la strada del ritorno soddisfatto di aver trovato uno stormo di quaglie così vicino a casa e felice che ne fossero rimaste ancora tante da permettermi di riprendere la caccia un altro giorno.
A casa mi dissero che il ragazzo si era rifiutato di far entrare chiunque in camera sua.
«Non potete entrare» diceva. «Non dovete prendere quello che ho io.»
Salii da lui e lo trovai esattamente nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato, pallido in volto, ma con gli zigomi arrossati dalla febbre, ancora con lo sguardo, come prima, fisso ai piedi del letto.
Gli misurai la temperatura.
«Quant’è?»
«Circa cento» dissi. Era centodue e quattro decimi.
«Era centodue» disse lui.
«Chi l’ha detto?»
«Il dottore.»
«La temperatura va benissimo» dissi io. «Non c’è da preoccuparsi.»
«Non mi preoccupo» disse lui «ma non posso far a meno di pensare.»
«Non pensare» dissi. «Non te la prendere.»
«Non me la prendo» disse lui, e guardò dritto davanti a sé. Era evidente che si sforzava di non perdere la calma.
«Prendi questa con un goccio d’acqua.»
«Credi che servirà a qualcosa?»
«Certo.»
Mi sedetti e aprii il Libro dei pirati e cominciai a leggere, ma vedevo che lui non mi seguiva e allora smisi.
«A che ora credi che morirò?» chiese lui.
«Cosa?»
«Quanto tempo passerà prima che io muoia?»
«Tu non stai per morire. Che ti salta in mente?»
«Oh, sì, sto per morire. L’ho sentito dire centodue.»
«Non si muore con la febbre a centodue. Che sciocchezze stai dicendo?»
«Si muore, invece. A scuola, in Francia, i ragazzi mi dicevano che con quarantaquattro gradi non si vive. Io ne ho centodue.»
Era tutto il giorno che aspettava di morire, dalle nove del mattino.
«Povero Schatz» dissi. «Povero vecchio Schatz. È come le miglia e i chilometri. Non stai per morire. È un termometro diverso. Su quel termometro trentasette è normale. Su questo è novantotto.»
«Sei sicuro?»
«Assolutamente» dissi. «È come le miglia e i chilometri. Sai, come quanti chilometri facciamo quando con la macchina andiamo a settanta miglia.»
«Oh» disse lui.
Ma i suoi occhi smisero a poco a poco di fissare i piedi del letto. E finalmente venne meno anche il dominio che aveva esercitato su se stesso, e il giorno dopo fu un giorno pigro e indolente, e lui piangeva molto facilmente per piccole cose senza importanza.