omaggio alla svizzera (italian)
Parte prima
Ritratto del signor Wheeler a Montreaux
Nel caffè della stazione faceva caldo e c’era una buona luce. Il legno dei tavoli brillava, a furia di essere strofinato, e c’erano dei cestini di ciambelline salate in sacchetti di carta satinata. Le sedie erano intagliate, ma il fondo era logoro e comodo. Sul muro c’era un orologio di legno intagliato e un banco in fondo alla sala. Fuori dalla finestra nevicava.
Due facchini della stazione bevevano vino bianco seduti al tavolo sotto l’orologio. Entrò un altro facchino e disse che il Simplon-Orient Express aveva un’ora di ritardo a Saint-Maurice. Uscì. La cameriera si avvicinò al tavolo del signor Wheeler.
«L’Express ha un’ora di ritardo, signore» disse. «Vuole che le porti un po’ di caffè?»
«Se crede che non mi terrà sveglio.»
«Come?» Chiese la cameriera.
«Me lo porti» disse il signor Wheeler.
«Grazie.»
Lei andò in cucina a prendere il caffè e il signor Wheeler guardò fuori dalla finestra la neve che cadeva nella luce della banchina.
«Parla altre lingue oltre l’inglese?» chiese alla cameriera.
«Oh, sì, signore. Parlo tedesco e francese e i dialetti.»
«Posso offrirle qualcosa da bere?»
«Oh, no, signore. Non è permesso bere con i clienti nel caffè.»
«Un sigaro?»
«Oh, no, signore. Non fumo, signore.»
«Bene» disse il signor Wheeler. Tornò a guardare fuori dalla finestra, bevve il caffè e accese una sigaretta.
«Fräulein» chiamò. La cameriera lo raggiunse.
«Cosa desidera, signore?»
«Lei» disse lui.
«Non deve scherzare così con me.»
«Non sto scherzando.»
«Allora non deve dirlo.»
«Non ho tempo di discutere» disse il signor Wheeler. «Il treno arriva fra quaranta minuti. Se viene su con me le do cento franchi.»
«Non dovrebbe dire queste cose, signore. Chiederò al facchino di parlarle.»
«Non voglio un facchino» disse il signor Wheeler. «Né un poliziotto né uno di quei ragazzi che vendono le sigarette. Voglio lei.»
«Se parla così deve andarsene. Non può stare qui a parlare così.»
«Perché non va via lei, allora? Se va via, non posso parlarle.»
La cameriera se ne andò. Il signor Wheeler controllò se andava a parlare con i facchini. Non lo fece.
«Mademoiselle» chiamò. La cameriera si avvicinò. «Mi porti una bottiglia di Sion, per piacere.»
«Sì, signore.»
Il signor Wheeler la guardò uscire, poi rientrare col vino e portarlo al suo tavolo. Consultò l’orologio.
«Le do duecento franchi» disse.
«Per piacere, non dica queste cose.»
«Duecento franchi sono un mucchio di quattrini.»
«Lei non vuole dire queste cose!» disse la cameriera. Sta perdendo la padronanza dell’inglese. Il signor Wheeler la guardò con interesse.
«Duecento franchi.»
«Lei è odioso.»
«Allora, perché non se ne va? Non posso parlarle se lei non è qui.»
La cameriera lasciò il tavolo e si avvicinò al banco. Per un po’ il signor Wheeler bevve il vino e sorrise tra sé.
«Mademoiselle» chiamò. La cameriera finse di non udirlo. «Mademoiselle» chiamò ancora. La cameriera si avvicinò.
«Desidera qualcosa?»
«Moltissimo. Le darò trecento franchi.»
«Lei è un essere odioso.»
«Trecento franchi svizzeri.»
Lei andò via e il signor Wheeler la seguì con lo sguardo. Un facchino aprì la porta. Era quello che aveva in consegna i bagagli del signor Wheeler.
«Sta arrivando il treno, signore» disse in francese. Il signor Wheeler si alzò.
«Mademoiselle» chiamò. La cameriera si diresse verso il tavolo. «Il vino quant’è?»
«Sette franchi.»
Il signor Wheeler contò otto franchi e li lasciò sul tavolo. Si mise il paltò e seguì il facchino sulla banchina dove cadeva la neve.
«Au revoir, mademoiselle» disse. La cameriera lo guardò uscire. È brutto, pensava, brutto e odioso. Trecento franchi per una cosa che non costa niente. Quante volte l’ho fatto per niente. E qui non avrei saputo dove andare. Se avesse avuto un briciolo di buonsenso avrebbe capito che qui era impossibile. Mancava il tempo e non c’era il posto. Trecento franchi per una cosa così. Che gente questi americani.
Ritto sulla banchina di cemento vicino ai suoi bagagli, guardando in fondo ai binari verso il fanale del treno in arrivo sotto la neve, il signor Wheeler pensava che era un passatempo veramente a buon mercato. Aveva speso, in pratica, a parte la cena, solo sette franchi per una bottiglia di vino e un franco di mancia. Settantacinque centesimi sarebbe stato meglio. Si sarebbe sentito meglio, adesso, se la mancia fosse stata di settantacinque centesimi. Un franco svizzero vale cinque franchi francesi. Il signor Wheeler era diretto a Parigi. Era molto parsimonioso e le donne non lo interessavano. Era già stato in quella stazione e sapeva che non c’era nessun posto dove andare. Il signor Wheeler non correva mai rischi.
Parte seconda
Il signor Johnson ne parla a Vevey
Nel caffè della stazione faceva caldo e c’era una buona luce; i tavoli brillavano, a furia di essere strofinati, e su alcuni c’erano delle tovaglie a righe bianche e rosse; e sugli altri c’erano delle tovaglie a righe bianche e blu e su tutti dei cestini di ciambelline salate in sacchetti di carta satinata. Le sedie erano intagliate, ma il fondo di legno era logoro e comodo. C’era un orologio sul muro, un banco di zinco in fondo alla sala, e fuori dalla finestra nevicava. Due facchini della stazione bevevano vino nuovo seduti al tavolo sotto l’orologio.
Un altro facchino entrò e disse che il Simplon-Orient Express aveva un’ora di ritardo a Saint-Maurice. La cameriera si avvicinò al tavolo del signor Johnson.
«L’Express ha un’ora di ritardo, signore» disse. «Vuole che le porti un po’ di caffè?»
«Se per lei non è un disturbo troppo grande.»
«Come?» chiese la cameriera.
«Me lo porti.»
«Grazie.»
Lei andò in cucina a prendere il caffè e il signor Johnson guardò fuori dalla finestra la neve che cadeva nella luce della banchina.
«Parla altre lingue oltre l’inglese?» chiese alla cameriera.
«Oh, sì, parlo tedesco e francese e i dialetti.»
«Posso offrirle qualcosa da bere?»
«Oh, no, signore, non è permesso bere con i clienti del caffè.»
«Un sigaro?»
«Oh, no, signore» rise lei. «Non fumo, signore.»
«Neanch’io» disse Johnson. «È una cattiva abitudine.»
La cameriera se ne andò e Johnson accese una sigaretta e bevve il caffè. L’orologio sul muro segnava un quarto alle dieci. Il suo orologio era un po’ avanti. Il treno avrebbe dovuto arrivare alle dieci e trenta: un’ora di ritardo voleva dire le undici e trenta. Johnson chiamò la cameriera.
«Signorina!»
«Cosa desidera, signore?»
«Non vorrebbe giocare con me?» chiese Johnson. La cameriera arrossì.
«No, signore.»
«Non pensavo a nulla di violento. Non vorrebbe venire con me a vedere la vita notturna di Vevey? Porti un’amica, se vuole.»
«Devo lavorare» disse la cameriera. «Ho il mio turno qui.»
«Lo so» disse Johnson. «Ma non potrebbe farsi sostituire? Durante la guerra civile lo facevano.»
«Oh, no, signore. Devo starci proprio io, personalmente.»
«Dove ha imparato l’inglese?»
«Alla Berlitz School, signore.»
«Mi dica» disse Johnson. «Com’erano gli studenti della Berlitz, scatenati? Pomiciavano, mettevano le mani addosso? C’erano molti furbacchioni? Ha mai incontrato Scott Fitzgerald?»
«Come?»
«Volevo dire, i suoi giorni di scuola sono stati i più felici della sua vita? Che squadra aveva, la Berlitz, l’autunno scorso?»
«Sta scherzando, signore?»
«Solo un po’» disse Johnson. «È una gran brava ragazza, lei. E non vuole giocare con me?»
«Oh, no, signore» disse la cameriera. «Devo portarle qualcosa?»
«Sì» disse Johnson. «Vuole portarmi la lista dei vini?»
«Sì, signore.»
Con la lista dei vini Johnson si avvicinò al tavolo dov’erano seduti i tre facchini, che alzarono gli occhi per guardarlo. Erano persone anziane.
«Wollen Sie trinken?» domandò. Uno di essi annuì e sorrise.
«Oui, monsieur.»
«Parla francese?»
«Oui, monsieur.»
«Cosa beviamo? Connaissez-vous des champagnes?»
«Non, monsieur.»
«Faut les connaitre» disse Johnson. «Fräulein» chiamò la cameriera. «Berremo champagne.»
«Quale champagne preferirebbe, signore?»
«Il migliore» disse Johnson. «Lequelle est le migliore?» chiese ai facchini.
«Le meilleur?» chiese il facchino che aveva parlato per primo.
«Assolutamente.»
Il facchino prese dalla tasca della giacca un paio di occhiali cerchiati d’oro e studiò la lista. Passò il dito sui quattro nomi scritti a macchina e sui prezzi.
«Sportsman» disse. «Lo Sportsman è il migliore.»
«Siete d’accordo, signori?» chiese Johnson agli altri. Uno annuì. L’altro disse in francese: «Non li conosco personalmente ma ho sentito parlare spesso dello Sportsman. È buono».
«Una bottiglia di Sportsman» disse Johnson alla cameriera. Guardò il prezzo sulla carta dei vini: undici franchi svizzeri. «Facciamo due. Vi secca se mi siedo qui con voi?» chiese al facchino che aveva proposto lo Sportsman.
«Si accomodi. Si metta qui, prego.» Il facchino gli sorrise. Stava piegando gli occhiali e mettendoli nell’astuccio. «È il compleanno del signore?»
«No» disse Johnson. «Non è una fête. Mia moglie ha deciso di chiedere il divorzio.»
«Ah» disse il facchino. «Speriamo di no.» L’altro facchino scosse la testa. Il terzo sembrava un po’ sordo.
«Si tratta indubbiamente di un’esperienza piuttosto comune» disse Johnson «come la prima visita dal dentista o la prima volta che una ragazza ha le mestruazioni, ma devo ammettere che ci sono rimasto male.»
«È comprensibile» disse il facchino più vecchio. «Mi rendo conto.»
«Nessuno di lorsignori è divorziato?» chiese Johnson. Aveva smesso di scherzare con la lingua e ora parlava un buon francese e lo parlava già da qualche tempo.
«No» disse il facchino che aveva ordinato lo Sportsman. «Non si divorzia molto da queste parti. Ci sono dei signori che sono divorziati, ma non tanti.»
«Da noi» disse Johnson «è diverso. Praticamente tutti sono divorziati.»
«È vero» confermò il facchino. «L’ho letto sul giornale.»
«Io stesso sono un po’ in ritardo» riprese Johnson. «È la prima volta che divorzio. Ho trentacinque anni.»
«Mais vous êtes encore jeune» disse il facchino. Agli altri spiegò: «Monsieur n’a que trente-cinq ans». Gli altri facchini annuirono. «È molto giovane» disse uno.
«Ed è davvero la prima volta che divorzia?» chiese il facchino.
«Assolutamente» disse Johnson. «Stappi il vino, per piacere, mademoiselle.»
«E costa molto?»
«Diecimila franchi.»
«Soldi svizzeri?»
«No, soldi francesi.»
«Oh, sì. Duemila franchi svizzeri. Anche così, non è a buon mercato.»
«No.»
«E perché uno lo fa?»
«Gli viene chiesto.»
«Ma perché glielo chiedono?»
«Per sposare qualcun altro.»
«Ma è idiota.»
«Sono d’accordo con lei» disse Johnson. La cameriera riempì i quattro bicchieri. Tutti li alzarono.
«Prosit» disse Johnson.
«A votre santé, monsieur» disse il facchino. Gli altri due facchini dissero: «Salut». Lo champagne sapeva di sidro rosa dolce.
«È un sistema svizzero quello di rispondere sempre in una lingua diversa?» chiese Johnson.
«No» disse il facchino. «Il francese è più raffinato. Inoltre, questa è la Svizzera Romanda.»
«Ma lei parla tedesco?»
«Sì. Dalle mie parti parlano tedesco.»
«Capisco» disse Johnson «e lei dice che non ha mai divorziato?»
«No. Costerebbe troppo. Per di più, non mi sono mai sposato.»
«Ah» disse Johnson. «E questi altri signori?»
«Loro sì che sono sposati.»
«Le piace essere sposato?» chiese Johnson a uno dei facchini.
«Cosa?»
«Le piace la vita matrimoniale?»
«Oui. C’est normal.»
«Esattamente» disse Johnson. «Et vous, monsieur?»
«Ça va» disse l’altro facchino.
«Pour moi» disse Johnson «ça ne va pas.»
«Monsieur sta per divorziare» spiegò il primo facchino.
«Oh» disse il secondo facchino.
«Ah ah» disse il terzo facchino.
«Be’» disse Johnson «l’argomento mi sembra esaurito. I miei problemi non v’interessano» disse rivolto al primo facchino.
«Ma sì» disse il facchino.
«Be’, parliamo d’altro.»
«Come desidera.»
«Di che cosa possiamo parlare?»
«Lei fa dello sport?»
«No» disse Johnson. «Mia moglie sì, però.»
«Cosa fa per divertirsi?»
«Sono uno scrittore.»
«Si guadagna bene?»
«No. Ma più avanti, quando si è conosciuti, sì.»
«Interessante.»
«No» disse Johnson «non è interessante. Scusate, signori, ma devo lasciarvi. Bevete voi l’altra bottiglia, eh?»
«Ma il treno arriva solo fra tre quarti d’ora.»
«Lo so» disse Johnson. Arrivò la cameriera e lui pagò il vino e la cena.
«Esce, signore?» chiese lei.
«Sì» disse Johnson «solo quattro passi. Lascio qui i bagagli.»
Si mise la sciarpa, il paltò e il cappello. Fuori la neve era fitta. Johnson si voltò indietro a guardare, dalla finestra, i tre facchini seduti a tavola. La cameriera stava riempiendo i bicchieri con l’ultimo vino della bottiglia aperta. Quella chiusa la riportò al banco. Così ci guadagnano tre franchi e qualcosa per uno, pensò Johnson. Si voltò e camminò fino in fondo alla banchina. Nel caffè aveva pensato che parlarne gli avrebbe dato un po’ di sollievo; invece non gli aveva dato alcun sollievo; lo aveva solo disgustato di se stesso.
Parte terza
Il figlio di un socio a Territet
Nel caffè della stazione di Territet faceva un po’ troppo caldo; la luce era viva e i tavoli lucidi a furia di essere strofinati. Sui tavoli c’erano dei cestini con ciambelline salate in sacchetti di carta satinata e sottocoppa di cartone per i bicchieri di birra, in modo che i bicchieri umidi non lasciassero cerchi sul legno. Le sedie erano intagliate, ma il fondo di legno era logoro e molto comodo. C’era un orologio sul muro, un banco in fondo alla sala, e fuori dalla finestra nevicava. Seduto a un tavolo sotto l’orologio c’era un vecchio che beveva il caffè e leggeva il giornale della sera. Un facchino entrò e disse che il Simplon-Orient Express aveva un’ora di ritardo a Saint-Maurice. La cameriera si avvicinò al tavolo del signor Harris. Il signor Harris aveva appena finito di cenare.
«L’Express ha un’ora di ritardo, signore. Vuole che le porti un po’ di caffè?»
«Se crede.»
«Come?» chiese la cameriera.
«Va bene» disse il signor Harris.
«Grazie, signore» disse la cameriera.
Lei andò in cucina a prendere il caffè e il signor Harris ci mise lo zucchero, schiacciò le zollette col cucchiaino, e guardò fuori dalla finestra la neve che cadeva alla luce della banchina.
«Parla altre lingue oltre l’inglese?» domandò alla cameriera.
«Oh, sì, signore. Parlo tedesco e francese e i dialetti.»
«Quale le piace di più?»
«Sono tutte molto simili, signore. Non posso dire che una mi piaccia più dell’altra.»
«Posso offrirle da bere, o un caffè?»
«Oh, no, signore, non è permesso bere con i clienti nel caffè.»
«Un sigaro?»
«Oh, no, signore» rise lei. «Non fumo, signore.»
«Neanch’io» disse Harris «non sono d’accordo con David Belasco.»
«Prego?»
«Belasco. David Belasco. Lo può sempre riconoscere perché porta il colletto alla rovescia. Ma non sono d’accordo con lui. È anche morto, ormai, per di più.»
«Vuole scusarmi, signore?» chiese la cameriera.
«Certamente» disse Harris. Si sporse in avanti sulla seggiola e guardò fuori dalla finestra. Dall’altra parte della sala il vecchio aveva piegato il giornale. Guardò il signor Harris e poi prese la sua tazza di caffè e il piattino e camminò fino al tavolo di Harris.
«Chiedo scusa se disturbo» disse in inglese «ma mi è appena accaduto di pensare che lei potrebbe essere un membro della National Geographic Society.»
«Si accomodi, la prego» disse Harris. Il signore si mise a sedere.
«Posso offrirle un altro caffè o un liquore?»
«Grazie» disse il signore.
«Gradisce un kirsch?»
«Volentieri. Offro io, però.»
«No, insisto.» Harris chiamò la cameriera. Il vecchio signore prese un portafoglio di pelle da una tasca interna della giacca. Tolse un grosso elastico e ne estrasse diverse carte, ne scelse una e la porse a Harris.
«Ecco il mio certificato d’iscrizione» disse. «In America conoscete Frederick J. Roussel?»
«Temo di no.»
«Credo sia una persona molto importante.»
«Di dov’è? Sa di che parte degli Stati Uniti?»
«Di Washington, naturalmente. Non è lì la sede centrale della società?»
«Credo di sì.»
«Lei crede. Non ne è certo?»
«Manco da tanto tempo» disse Harris.
«Lei non è un socio, allora?»
«No. Mio padre sì, però. Lui è iscritto da moltissimi anni.»
«Allora conoscerà sicuramente Frederick J. Roussel. È uno dei dirigenti della società. Noterà che è stato il signor Roussel a proporre la mia iscrizione.»
«Ne sono veramente lieto.»
«Mi dispiace che lei non sia un socio. Non potrebbe farsi presentare da suo padre?»
«Credo di sì» disse Harris. «Al mio ritorno lo farò senz’altro.»
«Mi permetto di consigliarglielo» disse il signore. «Conosce la rivista, naturalmente.»
«Certo.»
«Ha visto il numero con le tavole a colori della fauna nordamericana?»
«Sì. L’ho a Parigi.»
«E il numero col panorama dei vulcani dell’Alaska?»
«Era una meraviglia.»
«A me sono piaciute moltissimo anche le fotografie delle bestie feroci di George Shiras terzo.»
«Erano maledettamente belle.»
«Prego?»
«Erano eccellenti. Quel diavolaccio di Shiras…»
«Diavolaccio, lo chiama lei?»
«Siamo vecchi amici» disse Harris.
«Capisco. Conosce George Shiras terzo. Dev’essere una persona molto interessante.»
«Sì. È forse l’uomo più interessante che conosca.»
«E conosce George Shiras secondo? È interessante anche lui?»
«Oh, non così interessante.»
«Pensavo che fosse molto interessante.»
«È strano, sa. Non è così interessante. Mi sono chiesto spesso perché.»
«Uhm» disse il signore. «Avrei creduto che in quella famiglia tutti fossero interessanti.»
«Ricorda il panorama del deserto del Sahara?» chiese Harris.
«Il deserto del Sahara? È stato una quindicina di anni fa.»
«Esatto. Era uno dei preferiti da mio padre.»
«Non preferisce i numeri più recenti?»
«Probabilmente sì. Ma il panorama del Sahara gli piaceva moltissimo.»
«Era straordinario. Ma per il suo valore artistico superava di gran lunga il suo interesse scientifico.»
«Non saprei» disse Harris. «Il vento che sollevava tutta quella sabbia e l’arabo col cammello inginocchiato verso la Mecca.»
«Se ben ricordo, l’arabo era in piedi e teneva il cammello per la cavezza.»
«Ha perfettamente ragione» disse Harris. «Pensavo al libro del colonnello Lawrence.»
«Il libro di Lawrence tratta dell’Arabia, mi pare.»
«Verissimo» disse Harris. «È stato l’arabo a farmelo venire in mente.»
«Dev’essere un giovanotto molto interessante.»
«Credo di sì.»
«Sa cosa stia facendo, adesso?»
«È nella Royal Air Force.»
«E perché?»
«Gli piace.»
«Sa se appartenga alla National Geographic Society?»
«Me lo domando anch’io.»
«Sarebbe un socio molto apprezzato. Sono le persone come lui che vogliono come soci. Io sarei felicissimo di proporlo se lei crede che lo accetterebbero volentieri.»
«Io credo di sì.»
«Ho proposto uno scienziato di Vevey e un mio collega di Losanna e sono stati eletti tutt’e due. Credo sarebbero molto contenti se proponessi il colonnello Lawrence.»
«È una magnifica idea» disse Harris. «Viene spesso qui al caffè?»
«Vengo qui dopo cena a prendere il caffè.»
«Insegna all’università?»
«Sono in pensione.»
«Io sto solo aspettando il treno» disse Harris. «Vado a Parigi e parto da Le Havre per gli Stati Uniti.»
«Non sono mai stato in America. Ma mi piacerebbe moltissimo andarci. Forse un giorno o l’altro parteciperò a una riunione della società. Sarei assai lieto di conoscere suo padre.»
«Sono certo che anche lui sarebbe stato molto lieto di conoscerla, ma è morto l’anno scorso. Strano a dirsi, si è sparato.»
«Mi spiace moltissimo, davvero. Sono certo che la sua scomparsa è stata un colpo per la scienza, oltre che per i suoi familiari.»
«La scienza lo ha sopportato benissimo.»
«Ecco il mio biglietto da visita» disse Harris. «Le sue iniziali erano E.J. anziché E.D. So che sarebbe stato lieto di conoscerla.»
«Sarebbe stato un grande piacere.» Il signore tirò fuori un biglietto dal portafoglio e lo diede a Harris. Diceva:
DOTT. SIGISMUND WYER, PH.D.
Socio della National Geographic Society
Washington, D.C., U.S.A.
«Lo conserverò con ogni cura» disse Harris.