la madre di una checca (italian)
Quando morì suo padre lui era solo un ragazzo e il suo manager lo seppellì in perpetuo. Cioè in modo che il terreno restasse sempre a lui. Quando invece morì sua madre il suo manager pensò che forse i rapporti tra di loro non sarebbero stati sempre così teneri. Erano amanti; certo che è una checca, non lo sapete? certo che lo è. Così la seppellì solo per cinque anni.
Dunque, quando lui tornò in Messico dalla Spagna ricevette il primo avviso. Diceva che era il primo avviso, che i cinque anni erano scaduti, e se voleva dare istruzioni per la proroga della tomba di sua madre. In perpetuo erano solo venti dollari. Allora la cassa la tenevo io e dissi: Paco, lascia fare a me. Ma lui disse di no, che ci avrebbe pensato lui. Se ne sarebbe occupato subito. Era sua madre e voleva farlo lui.
Una settimana dopo gli arrivò il secondo avviso. Glielo lessi e dissi che credevo che lui avesse provveduto.
No, disse, non aveva provveduto.
«Lascia fare a me» dissi. «In cassa ci sono.»
No, disse lui. Nessuno poteva dirgli quello che doveva fare. Al momento giusto lo avrebbe fatto lui. «Che senso c’è a spendere i soldi prima del tempo?»
«Va bene» dissi «ma vedi di ricordarti.» Allora lui aveva un contratto per sei corride a quattromila pesos, senza contare quella per beneficenza. Soltanto lì nella capitale guadagnava più di quindicimila dollari. Era soltanto tirchio, tutto qui.
Il terzo avviso arrivò dopo un’altra settimana e glielo lessi io. Diceva che se non avesse effettuato il pagamento entro il sabato successivo la tomba di sua madre sarebbe stata aperta e i suoi resti gettati nella fossa comune. Lui disse che avrebbe provveduto quel pomeriggio quando andava in città.
«Perché non vuoi che lo faccia io?» gli chiesi.
«Non ficcare il naso nei miei affari» disse lui. «Sono affari miei e ci penso io.»
«D’accordo, se la pensi così» dissi io. «Sbrigateli tu, gli affari tuoi.»
Prese i soldi dalla cassa, anche se aveva sempre in tasca cento pesos o più, e disse che ci avrebbe pensato lui. Uscì con i quattrini e perciò naturalmente io pensai che avesse provveduto.
Una settimana dopo arrivò la comunicazione che, non avendo l’ufficio ricevuto nessuna risposta all’ultimo avviso, il corpo di sua madre era stato gettato nella fossa; la fossa comune.
«Gesù Cristo» gli dissi «hai detto che avresti pagato e hai preso i soldi dalla cassa e ora guarda cos’è successo a tua madre. Mio Dio, pensa! La fossa comune e tua madre. Perché non hai lasciato che ci pensassi io? Li avrei spediti dopo il primo avviso.»
«Non sono affari tuoi. È mia madre.»
«Non sono affari miei, sì, ma erano affari tuoi. Che sangue scorre nelle vene di un uomo che lascia che a sua madre venga fatto questo? Tu non meriti di avere una madre.»
«È mia madre» disse lui. «Ora mi è molto più cara. Ora non devo pensarla sepolta in un posto ed essere triste. Ora è nell’aria tutt’intorno a me, come i fiori e gli uccelli. Ora sarà sempre con me.»
«Gesù Cristo» dissi «che sangue ti scorre nelle vene? Non voglio nemmeno che tu mi rivolga la parola.»
«È tutt’intorno a me» disse lui. «Ora non sarò mai più triste.»
Allora lui spendeva soldi a palate con le donne nel tentativo di farsi credere un uomo e ingannare la gente, ma la cosa non aveva alcun effetto sulle persone che sapevano qualcosa di lui. Mi doveva più di seicento pesos e non voleva darmeli.
«Perché li vuoi adesso?» diceva. «Non ti fidi di me? Non siamo amici?»
«Non è questione di essere amici o di non fidarsi di te. È che ho pagato i conti coi miei soldi, mentre tu eri via, e ora i soldi mi servono e tu li hai e mi puoi rimborsare.»
«Non li ho.»
«Li hai» dissi. «Sono lì nella cassetta e me li puoi dare.»
«Quei soldi mi servono per una cosa» disse. «Non immagini per quante cose mi servono quei soldi.»
«Tutto il tempo che eri in Spagna io sono rimasto qui, e tu mi hai autorizzato a pagare queste cose man mano che si presentavano, tutte queste cose della casa, e non hai mandato un soldo mentre eri via e io ho sborsato più di seicento pesos di tasca mia e ora mi servono e tu me li puoi dare.»
«Te li darò presto» disse lui. «In questo preciso momento ho un gran bisogno di soldi.»
«Per cosa?»
«Per gli affari miei.»
«Perché non mi dai qualcosa in acconto?»
«Non posso» disse lui. «Ho troppo bisogno di quei soldi. Ma ti rimborserò.»
In Spagna aveva fatto solo due corride, non lo potevano soffrire, laggiù, capivano subito che tipo era, e lui si era fatto fare sette nuovi costumi da torero ed ecco com’era fatto: li aveva messi via così male che quattro erano stati rovinati dall’acqua di mare durante il viaggio di ritorno, e non se li poteva neanche mettere.
«Mio Dio» gli dissi «tu vai in Spagna. Resti là per tutta la stagione e partecipi solo a due corride. Spendi in costumi tutti i soldi che ti sei portato dietro e poi li fai sciupare dall’acqua salata, tanto da non poterli più portare. Bella stagione hai fatto, e hai anche il coraggio di dirmi che agli affari tuoi ci badi tu. Perché non mi dai i soldi che mi devi, così che possa andarmene?»
«Voglio che tu stia qui» disse lui «e ti pagherò. Ma ora ho bisogno di quei soldi.»
«Ne hai troppo bisogno per pagare la tomba di tua madre e tenere tua madre sottoterra. No?» dissi.
«Io sono contento di quello che è successo a mia madre» disse lui. «Tu non puoi capire.»
«Grazie a Dio che non posso capire» dissi. «Dammi quello che mi devi o lo prendo dalla cassa.»
«Terrò io la cassa» disse lui.
«Nossignore» dissi io.
Quello stesso pomeriggio venne da me con un balordo, uno del suo paese che era in bolletta, e disse: «Ecco un compaesano che ha bisogno dei soldi per andare a casa perché sua madre è molto malata». Questo tizio era solo un balordo, capite, un nessuno mai visto prima, ma era del suo paese, e lui voleva fare la figura del grande e generoso matador che aiuta un compaesano.
«Dagli cinquanta pesos dalla cassa» mi disse.
«Mi hai appena detto che non avevi i soldi per pagarmi» dissi. «E adesso vuoi dare cinquanta pesos a questo balordo.»
«È un compaesano» disse lui «ed è al verde.»
«Troia» dissi io. Gli diedi la chiave della cassetta. «Prendili tu. Io vado in città.»
«Non arrabbiarti» disse. «Ti pagherò.»
Tirai fuori la macchina per andare in città. Era la sua macchina, ma sapeva che guidavo meglio di lui. Tutto quello che faceva, potevo farlo meglio. Lo sapeva. Non sapeva nemmeno leggere e scrivere. Volevo cercare qualcuno per vedere cosa potevo fare per costringerlo a rimborsarmi. Lui venne fuori e disse: «Ti accompagno e ti pagherò. Siamo buoni amici. Non c’è bisogno di litigare».
Andammo in città e guidavo io. Poco prima di entrare in città tirò fuori venti pesos.
«Ecco i soldi» disse.
«Troia orfana di madre» gli dissi, e gli dissi cosa poteva fare con quei soldi. «Dai cinquanta pesos a quel balordo e poi me ne offri venti quando me ne devi seicento. Non accetterei un nichelino, da te. Sai dove te li puoi mettere.»
Scesi dalla macchina senza un peso in saccoccia e non sapevo dove avrei dormito quella notte. Più tardi uscii con un amico e andai a prendere la mia roba a casa sua. Non gli ho più rivolto la parola fino a quest’anno. L’ho incontrato una sera, a Madrid, mentre con tre amici andava al cinema Callao nella Gran Via. Mi ha teso la mano.
«Ciao, Roger, vecchio mio» mi ha detto. «Come va? La gente dice che parli male di me. Che dici tante cose cattive sul mio conto.»
«Tutto quello che dico è che non hai mai avuto una madre» gli ho detto. È la cosa peggiore che si possa dire per offendere un uomo in spagnolo.
«È vero» ha detto lui. «La mia povera mamma morì quando ero così giovane che mi sembra proprio di non aver mai avuto una madre. È molto triste.»
Ecco, le checche sono fatte così. Impossibile toccarle. Nulla le tocca, nulla. Spendono e spandono per sé o per vanità, ma non pagano mai. Provate a costringerne una a pagare. Proprio là sulla Gran Via, davanti a tre amici, gli ho detto quel che pensavo di lui, ma ora quando lo incontro lui mi parla come se fossimo amici. Che sangue può avere nelle vene un uomo come quello?