Stories 93 / Random

Stories by ernest hemingway

la luce del mondo (italian)

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Quando ci vide entrare dalla porta il barista alzò lo sguardo e poi abbassò le mani e mise i coperchi di vetro sui piatti degli stuzzichini.
«Dammi una birra» dissi. Il barista l’attinse, tolse la schiuma con la spatola e poi tenne il bicchiere in mano. Io misi sul banco il nichelino e lui fece scivolare la birra verso di me.
«Cosa bevi?» disse a Tom.
«Birra.»
Il barista versò la birra e tolse la schiuma e quando vide i soldi la spinse verso Tom.
«Che ti prende?» chiese Tom.
Il barista non rispose. Guardò sopra la nostra testa e disse: «Cosa bevi?» a un uomo che era entrato.
«Whisky di segale» disse l’uomo. Il barista mise sul banco la bottiglia, un bicchiere e un bicchier d’acqua.
Tom allungò la mano e tolse il coperchio di vetro dal piatto degli stuzzichini. Era una ciotola di zampetti di maiale in salamoia e c’era un coso di legno che si apriva come un paio di forbici, con due forchette di legno in fondo per infilzarli e tirarli su.
«No» disse il barista, e rimise il coperchio di vetro sul piatto. Tom tenne in mano le forbici-forchetta. «Rimettile dov’erano» disse il barista.
«Tu sai dove» disse Tom.
Il barista ficcò una mano sotto il banco, guardandoci. Io misi sul legno cinquanta cent e lui si raddrizzò.
«Cosa volevi bere?» disse.
«Birra» dissi io, e prima di mescere la birra lui scoprì entrambe le scodelle.
«I tuoi fottuti zampetti di maiale fanno schifo» disse Tom, e sputò sul pavimento quello che aveva in bocca. Il barista non disse niente. L’uomo che aveva bevuto l’whisky di segale pagò e uscì senza voltarsi indietro.
«Tu fai schifo» disse il barista. «Voialtri giovinastri fate schifo.»
«Dice che facciamo schifo» mi disse Tommy.
«Senti» dissi io. «Andiamo via.»
«Voialtri giovinastri, fuori di qui, perdio» disse il barista.
«L’ho già detto io di andare via» dissi. «Non è stata un’idea tua.»
«Torneremo» disse Tommy.
«No che non tornerai» gli disse il barista.
«Spiegagli che si sbaglia» disse Tom rivolto a me.
«Dai» dissi io.
Fuori era buio pesto.
«Che razza di posto è questo?» disse Tommy.
«Non so» dissi. «Andiamo alla stazione.»
Eravamo entrati in quella città da una parte e ne stavamo uscendo dall’altra. Puzzava di pelli conciate e di tannino e di segatura in grossi mucchi. Imbruniva, quando arrivammo, e ora che era buio faceva freddo e le pozze d’acqua nella strada cominciavano a gelarsi lungo gli orli.
Giù alla stazione c’erano cinque puttane che aspettavano che arrivasse il treno, e sei uomini bianchi e quattro indiani. La sala era gremita e surriscaldata dalla stufa e piena di fumo stantio. Quando entrammo nessuno parlava e lo sportello dei biglietti era chiuso.
«Chiudete la porta, no?» disse qualcuno.
Mi guardai intorno per vedere chi aveva parlato. Era uno dei bianchi. Portava, come gli altri, calzoni tagliati sotto il ginocchio, stivali di gomma da boscaiolo e una camicia di flanella, ma era senza cappello e il suo viso era bianco e le mani bianche e sottili.
«Volete chiudere la porta, sì o no?»
«Certo» dissi io, e la chiusi.
«Grazie» disse lui. Uno degli altri uomini ridacchiò.
«Mai avuto a che fare con un cuoco?» mi disse.
«No.»
«Puoi darti da fare con questo» disse lui guardando il cuoco. «Lo gradisce.»
Il cuoco strinse le labbra e guardò da un’altra parte.
«Si passa sulle mani del succo di limone» disse l’uomo. «Per nessuna ragione al mondo le metterebbe nell’acqua dei piatti. Guarda come sono bianche.»
Una delle puttane scoppiò in una sonora risata. Era la puttana più grossa che avessi mai visto in vita mia, e la donna più grossa. E indossava uno di quegli abiti di seta che cambiano colore. C’erano altre due puttane che erano grosse quasi quanto lei, ma la grossa doveva pesare centosessanta chili. Stentavi a credere che fosse vera, quando la guardavi. Indossavano, tutt’e tre, questi vestiti di seta cangiante. Sedevano fianco a fianco sulla panca. Erano enormi. Le altre due erano puttane dall’aria assai comune, bionde ossigenate.
«Guarda le sue mani» disse l’uomo, e con la testa indicò il cuoco. La puttana rise ancora e tutto il suo corpo sussultò.
Il cuoco si voltò e le disse prontamente: «Disgustosa montagna di lardo».
Lei continuò a ridere e a sussultare.
«Oh, Gesù mio» disse. Aveva una bella voce. «Oh, mio buon Gesù.»
Le altre due puttane, quelle grosse, se ne stavano molto placide e tranquille come se non avessero tanto giudizio, ma erano grosse, grosse quasi come la più grossa. Avrebbero fatto segnare alla bilancia ben più di centodieci chili. Erano molto dignitose, le altre due.
Degli uomini, oltre il cuoco e quello che parlava, c’erano altri due tagliaboschi, uno che ascoltava, interessato ma timido, e l’altro che sembrava prepararsi a dire qualcosa, e due svedesi. Due indiani stavano seduti in fondo alla panca e uno stava in piedi contro il muro.
L’uomo che stava preparandosi a dire qualcosa mi disse sottovoce: «Dev’essere come salire sulla cima di un pagliaio».
Io risi e lo dissi a Tommy.
«Mi venga un colpo se sono mai stato in un posto come questo» disse lui. «Guarda quelle tre.» Poi intervenne il cuoco.
«Quanti anni avete, ragazzi?»
«Io novantasei e lui sessantanove» disse Tommy.
«Ah! Ah! Ah!» La puttanona si sbellicava dalle risa. Aveva una voce proprio bella. Le altre puttane non sorrisero.
«Oh, non siete capaci di essere educati?» disse il cuoco. «Chiedevo solo per essere gentile.»
«Abbiamo diciassette e diciannove anni» dissi io.
«Che ti prende?» disse Tommy rivolto a me.
«Non ti preoccupare.»
«Potete chiamarmi Alice» disse la puttanona, e riprese a sussultare.
«È il tuo nome?» chiese Tommy.
«Certo» disse lei. «Alice. Non è vero?» disse rivolta all’uomo seduto accanto al cuoco.
«Alice. È vero.»
«Bel nome ti hanno dato» disse il cuoco.
«È il mio nome vero» disse Alice.
«Come si chiamano le altre ragazze?» chiese Tom.
«Hazel e Ethel» disse Alice. Hazel e Ethel sorrisero. Non sembravano molto intelligenti.
«Come ti chiami?» dissi a una delle bionde.
«Frances» disse lei.
«Frances come?»
«Frances Wilson. A te che te ne frega?»
«E tu?» chiesi all’altra.
«Oh, non essere sfacciato» disse lei.
«Vuole solo che facciamo amicizia» disse l’uomo che aveva parlato. «Non vuoi fare amicizia?»
«No» disse l’ossigenata. «Con te no.»
«È soltanto una linguaccia» disse l’uomo. «Una linguaccia.»
La bionda guardò l’altra e scosse il capo.
«Maledetti cafoni» disse.
Alice ricominciò a ridere e a sussultare.
«Non c’è niente di comico» disse il cuoco. «Ridete tutti, ma non c’è niente di comico. Voi due, ragazzi: dove siete diretti?»
«E tu dove vai?» gli chiese Tom.
«Io voglio andare a Cadillac» disse il cuoco. «Ci siete mai stati? Mia sorella abita là.»
«È lui stesso una sorella» disse l’uomo con i calzoni tagliati.
«Non sei capace di smetterla?» chiese il cuoco. «Non possiamo parlare educatamente?»
«Cadillac è il posto da dove veniva Steve Ketchel e da dove viene Ad Wolgast» disse il timido.
«Steve Ketchel» disse ad alta voce una delle bionde come se il nome avesse fatto scattare qualcosa in lei. «Suo padre gli ha sparato e lo ha ucciso. Sì, perdio, suo padre. Non se ne trovano più, di uomini come Steve Ketchel.»
«Non si chiamava Stanley Ketchel?» chiese il cuoco.
«Oh, piantala» disse la bionda. «Che ne sai tu di Steve? Stanley? Macché Stanley. Steve Ketchel era l’uomo più bello e più distinto che sia mai vissuto. Non ho mai visto un uomo pulito e bianco e bello come Steve Ketchel. Non c’è mai stato un uomo così. Si muoveva proprio come una tigre ed era il più distinto, il più generoso spendaccione che sia mai vissuto.»
«Lo conoscevi?» chiese uno degli uomini.
«Se lo conoscevo? Se lo conoscevo? Se lo amavo? È questo che vuoi sapere? Lo conoscevo come nessuno al mondo e lo amavo come si ama Gesù. Era l’uomo più grande, più distinto, più bianco, più bello che sia mai vissuto, Steve Ketchel, e suo padre l’ha ucciso come un cane.»
«Eri là sulla costa con lui?»
«No. L’avevo conosciuto prima. Era l’unico uomo che avessi mai amato.»
Erano tutti pieni di rispetto per la bionda ossigenata, che diceva tutto questo ad alta voce e in modo teatrale, ma Alice stava ricominciando a sussultare. Me ne accorsi, seduto accanto a lei.
«Avresti dovuto sposarlo» disse il cuoco.
«Non volevo rovinargli la carriera» disse la bionda ossigenata. «Non volevo essergli di peso. Non era di una moglie che aveva bisogno. Oh, mio Dio, che uomo era.»
«È stato un pensiero gentile» disse il cuoco. «Ma Jack Johnson non lo mise kappaò?»
«Fu un trucco» disse Ossigenata. «Quel negraccio lo colse di sorpresa. Lo aveva appena messo al tappeto, quel gran bastardo nero di Jack Johnson. È stato un puro caso se quel negro lo ha battuto.»
Si aprì lo sportello della biglietteria e i tre indiani si avvicinarono.
«Steve lo mandò al tappeto» disse Ossigenata. «Si girò verso di me con un sorriso.»
«Credevo che avessi detto che non eri sulla costa» disse uno.
«Ci andai solo per quell’incontro. Steve si voltò a guardarmi sorridendo e quel figlio di puttana di un diavolo nero saltò su e lo colpì di sorpresa. Steve era capace di batterne cento come quel bastardo nero.»
«Era un gran pugile» disse il tagliaboschi.
«Com’è vero Iddio» disse Ossigenata. «Oggi non ce n’è più di pugili così. Sembrava un dio, sembrava. Bianco e pulito e bello e agile e veloce, come una tigre o come il lampo.»
«Io l’ho visto nel film dell’incontro» disse Tom. Eravamo tutti assai commossi. Alice sussultava in tutto il corpo e io guardai e vidi che piangeva. Gli indiani erano usciti sul marciapiede della stazione.
«Per me fu più di quello che potrebbe mai essere un marito» disse Ossigenata. «Eravamo sposati agli occhi del Signore e ancor oggi io gli appartengo e sempre gli apparterrò e sono tutta sua. Me ne infischio del mio corpo. Possono prenderselo. La mia anima appartiene a Steve Ketchel. Perdio, quello era un uomo.»
Ci sentivamo tutti malissimo. Era una cosa triste e imbarazzante. Poi Alice, che tremava ancora, parlò. «Sei una sporca bugiarda» disse con quella voce bassa. «Non hai mai scopato Steve Ketchel in vita tua e lo sai bene.»
«Come fai a dirlo?» disse fieramente Ossigenata.
«Lo dico perché è vero» disse Alice. «Io sono l’unica, qui, che abbia conosciuto Steve Ketchel, e vengo da Mancelona e l’ho conosciuto là ed è vero e tu sai che è vero e Dio mi fulmini se non è vero.»
«Può fulminare anche me» disse Ossigenata.
«È vero, vero, vero, e tu lo sai. Non c’è niente d’inventato, e so benissimo quello che mi disse.»
«Cosa ti disse?» chiese Ossigenata, con aria indulgente.
Alice piangeva così forte che non riusciva quasi a parlare, tanto sussultava. «Disse: “Sei una bella fica, Alice”. Ecco quello che disse, proprio così.»
«È una bugia» disse Ossigenata.
«È vero» disse Alice. «Disse proprio così.»
«È una bugia» disse fieramente Ossigenata.
«No, è vero, vero, vero, come sono veri Gesù e Maria.»
«Steve non avrebbe mai detto una cosa simile. Non era il suo modo di parlare» disse, tutta contenta, Ossigenata.
«È vero» disse Alice con la sua bella voce. «E non ha la minima importanza, che ci crediate o no.» Non piangeva più e si era tranquillizzata.
«Sarebbe impossibile, per Steve, aver detto una cosa simile» dichiarò Ossigenata.
«L’ha detta» disse Alice, e sorrise. «E ricordo quando la disse ed ero proprio una bella fica, allora, come diceva lui, e anche adesso sono meglio di te, vecchia bottiglia per l’acqua calda rinsecchita.»
«Non puoi offendermi» disse Ossigenata. «Tu, grossa montagna di pus. Ho i miei ricordi, io.»
«No» disse Alice con quella bella voce dolce «tu non hai nessun vero ricordo, tranne che di quando ti sei fatta chiudere le tube e hai cominciato a farti di morfina e cocaina. Tutto il resto l’hai letto sui giornali. Io sono pulita e tu lo sai e piaccio agli uomini anche se sono grossa, e tu lo sai, e non dico mai bugie e tu lo sai.»
«Lasciami ai miei ricordi» disse Ossigenata. «Ai miei veri, magnifici ricordi.»
Alice guardò lei e poi noi e il suo viso perse quell’espressione offesa e lei sorrise e aveva la faccia forse più carina che io avessi mai visto. Aveva una faccia carina e una pelle liscia e una bella voce ed era proprio simpatica e gentile. Ma Dio mio, com’era grossa. Era grossa come tre donne. Tom vide che la guardavo e disse: «Su. Andiamo via».
«Addio» disse Alice. Aveva proprio una bella voce.
«Addio» dissi io.
«Voi ragazzi da che parte andate?» chiese il cuoco.
«Dalla parte opposta a quella dove vai tu» gli disse Tom.