Stories 93 / Random

Stories by ernest hemingway

insonnia (italian)

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Passammo quella notte sdraiati sul pavimento della stanza, e io ascoltai i bachi da seta che mangiavano. I bachi da seta brucavano le foglie di gelso delle rastrelliere, e per tutta la notte si sentivano i bachi che mangiavano e, tra le foglie, come un gocciolio. Io, per me, non volevo dormire, perché avevo da un pezzo quest’idea che se avessi chiuso gli occhi nelle tenebre e mi fossi lasciato andare, l’anima mia sarebbe uscita dal corpo. Era così da un pezzo, da quando in piena notte ero saltato in aria e avevo sentito l’anima uscirmi dal corpo e andare via e poi tornare indietro. Io mi sforzavo di non pensarci mai, ma l’anima aveva cominciato ad andarsene da allora, in piena notte, proprio nel momento in cui stavo per addormentarmi, e riuscivo a impedirlo solo con un grandissimo sforzo. Così, mentre adesso sono abbastanza sicuro che dal corpo, in realtà, l’anima non sarebbe uscita, allora, quell’estate, ero poco propenso a fare l’esperimento.
Avevo vari modi per distrarmi, quando ero sveglio. Pensavo a un torrente pieno di trote lungo il quale avevo pescato da ragazzo e pescavo mentalmente, con grande attenzione, per tutta la lunghezza del suo corso; pescando con grande attenzione sotto tutti i tronchi, in tutte le anse, nelle buche profonde e nei limpidi tratti superficiali, a volte prendendo una trota e a volte lasciandomela scappare. A mezzogiorno smettevo di pescare per fare uno spuntino; a volte su un tronco immerso nel torrente; a volte sotto un albero, sulla riva che lo dominava; e mangiavo sempre con estrema lentezza i miei panini, e mentre mangiavo guardavo il torrente sotto di me. Spesso finivo le esche, perché quando cominciavo prendevo con me solo dieci vermi in una scatola da tabacco. Quando li avevo usati tutti dovevo trovarne degli altri, e a volte era molto difficile scavare nella riva del torrente dove i cedri impedivano al sole di filtrare e dove non c’era erba ma solo l’umida terra nuda, e spesso non riuscivo a trovare neanche un verme. Sempre, però, trovavo una qualche esca, ma una volta nella palude non riuscii a trovarne neanche una e mi toccò tagliare a pezzettini una delle trote che avevo preso e usare quella come esca.
A volte trovavo degli insetti nei prati acquitrinosi, in mezzo all’erba e sotto le felci, e usavo quelli. C’erano dei coleotteri e degli insetti con le zampe che sembravano fili d’erba, e delle larve nei vecchi tronchi marciti; larve bianche con la testina bruna che non stavano sull’amo e che nell’acqua fredda si svuotavano riducendosi a niente, acari del legno sotto tronchi dove a volte trovavo dei lombrichi che sparivano sottoterra appena il tronco veniva sollevato. Una volta usai una salamandra che avevo trovato sotto un vecchio tronco. La salamandra era piccolissima e agile e ben fatta e di un bel colore. Aveva dei minuscoli piedini che cercavano di attaccarsi all’amo, e dopo quella volta non usai mai più una salamandra, anche se ne trovavo molto spesso. E non usavo i grilli, per come si agitavano sull’amo.
A volte il torrente attraversava un prato scoperto, e in mezzo all’erba secca prendevo delle cavallette e le usavo come esca, e a volte prendevo delle cavallette e le gettavo nel torrente e le guardavo galleggiare nuotando sul torrente e girare su se stesse quando le ghermiva la corrente, e poi sparire mentre una trota veniva a galla. Certe volte pescavo, in una notte, in quattro o cinque torrenti diversi; partendo il più vicino possibile alla fonte e pescando verso valle. Quando avevo finito troppo presto e il tempo non passava, mi rimettevo a pescare nel torrente, cominciando da dove si gettava nel lago e risalendo verso la fonte, cercando di prendere tutte le trote che mi erano scappate mentre venivo giù. Certe notti i torrenti me li inventavo addirittura, e alcuni erano davvero emozionanti, ed era come sognare stando sveglio. Alcuni di quei torrenti me li ricordo ancora, e credo di avervi pescato, e si confondono con i torrenti che conosco per davvero. Davo un nome a tutti e ci andavo in treno e a volte facevo molti chilometri a piedi per raggiungerli.
Ma certe notti non riuscivo a pescare, e quelle notti ero perfettamente sveglio e dicevo mille volte le preghiere e cercavo di pregare per tutte le persone che avevo conosciuto. Questo richiedeva un sacco di tempo, perché se provi a ricordare tutte le persone che hai conosciuto, risalendo alla cosa più lontana che ricordi – che era, per me, la soffitta della casa dov’ero nato e la torta nuziale di mia madre e di mio padre in una scatola di latta appesa a una delle travi, e, in soffitta, i vasi di serpenti e altri esemplari che mio padre aveva raccolto da ragazzo e conservato nell’alcol, col livello dell’alcol che si era abbassato nei vasi in modo tale che il dorso di certi serpenti, e di altri campioni, esposto all’aria, era diventato bianco –, se riuscivi ad andare così indietro col pensiero, ricordavi una folla di persone. Se pregavi per tutte, recitando un’avemaria e un padrenostro per ciascuna, ci voleva un mucchio di tempo, e alla fine spuntava il giorno, e allora ti addormentavi, se eri in un posto dove di giorno si poteva dormire.
Quelle notti io mi sforzavo di ricordare tutto quello che mi era capitato, cominciando da poco prima che partissi per la guerra e risalendo con la memoria da una cosa all’altra. Scoprii che riuscivo ad arrivare solo a quella soffitta nella casa di mio nonno. Allora cominciavo da lì e facevo con la memoria la strada inversa, finché arrivavo alla guerra.
Ricordo che dopo la morte di mio nonno lasciammo quella casa per traslocare in una casa nuova progettata e costruita da mia madre. Molte cose che non dovevano essere portate via furono bruciate nel cortile e io ricordo quei vasi della soffitta che venivano gettati nel fuoco, e come scoppiavano per il calore e come l’alcol faceva divampare le fiamme. Ricordo i serpenti che ardevano nel fuoco del cortile. Ma lì non c’erano persone, solo cose. Non riuscivo nemmeno a ricordare chi le avesse bruciate, quelle cose, e andavo avanti finché non arrivavo alle persone, e allora mi fermavo e pregavo per loro.
Della casa nuova ricordo come mia madre stesse sempre spostando e sgombrando qualcosa. Una volta che mio padre era via per una partita di caccia lei ripulì da cima a fondo la cantina e bruciò tutto quello che non doveva stare laggiù. Quando mio padre tornò a casa e scese dal calesse e legò il cavallo, il fuoco era ancora acceso nella strada di fianco alla casa. Uscii e gli andai incontro. Mi porse il fucile da caccia e guardò il fuoco. «Cos’è?» chiese.
«Ho sgombrato la cantina, caro» disse mia madre dalla veranda. Era là che lo aspettava, sorridendo. Mio padre guardò il falò e diede un calcio a qualcosa. Poi si chinò a raccogliere un oggetto in mezzo alla cenere. «Prendi un rastrello, Nick» mi disse. Andai nella cantina a prendere un rastrello e mio padre rastrellò la cenere con molta cura. Tirò fuori delle asce di pietra e dei coltelli di pietra per scuoiare gli animali e degli attrezzi per fare le punte delle frecce e dei pezzi di vasellame e molte punte di frecce. Erano state tutte annerite e scheggiate dal fuoco. Mio padre le raccolse con gran cura e le dispose sull’erba sul ciglio della strada. Il fucile da caccia nel suo astuccio di cuoio e i carnieri erano sull’erba dove li aveva lasciati quando era sceso dal calesse.
«Porta in casa il fucile e i carnieri, Nick, e portami un giornale» disse. Mia madre era entrata in casa. Presi il fucile, che era pesante da portare e mi sbatteva contro le gambe, e i due carnieri e mi avviai verso la casa. «Portali uno alla volta» disse mio padre. «Non cercare di portare troppe cose tutte insieme.» Deposi i carnieri e portai dentro il fucile e portai fuori un giornale togliendolo dalla pila che c’era nell’ufficio di mio padre. Mio padre mise sul giornale tutti gli utensili di pietra scheggiati e anneriti dal fuoco e poi fece un involto. «Le punte di freccia migliori sono andate tutte in frantumi» disse. Entrò in casa con l’involto e io rimasi fuori sull’erba con i due carnieri. Dopo un po’ li portai dentro. Ricordando questo episodio, c’erano soltanto due persone, e allora pregavo per entrambe.
Certe notti, tuttavia, non riuscivo a ricordare nemmeno le preghiere. Riuscivo ad arrivare solo fino a “Così in cielo come in terra” e poi dovevo ricominciare da capo ed ero assolutamente incapace di andare oltre. Poi dovevo ammettere che non riuscivo a ricordare e per quella notte dovevo rinunciare a dire le preghiere e provare qualcos’altro. Così, certe notti mi sforzavo di ricordare i nomi di tutti gli animali della terra e poi degli uccelli e poi dei pesci e poi delle nazioni e delle città e poi di varie cose da mangiare e di tutte le strade di Chicago che riuscivo a ricordare, e quando non riuscivo a ricordare più nulla mi mettevo semplicemente ad ascoltare. E non ricordo una notte in cui non si potesse udire qualcosa. Se potevo avere una luce non avevo paura di dormire, perché sapevo che l’anima mi usciva dal corpo solo al buio. Così, naturalmente, molte notti ero in un posto dove si poteva avere un lume, e allora dormivo perché ero quasi sempre molto stanco e spesso insonnolito. E sono anche sicuro di aver dormito senza saperlo, molte volte: ma non dormivo mai sapendolo, e quella notte ascoltavo i bachi da seta. Di notte si sentono molto chiaramente i bachi da seta che mangiano, e io giacevo con gli occhi aperti e li ascoltavo.
C’era solo un’altra persona, nella stanza, ed era sveglia anche lei. Per molto tempo sentii che era sveglia. Non era capace di giacere in silenzio come me perché, forse, non era tanto pratica d’insonnia. Eravamo sdraiati su coperte distese sulla paglia, e quando questa persona si muoveva la paglia faceva rumore, ma i bachi da seta non si lasciavano spaventare da nessuno dei rumori che facevamo noi e continuavano a mangiare senza tregua. Fuori c’erano i rumori della notte sette chilometri dietro le linee, ma erano diversi dai piccoli rumori che c’erano nel buio della stanza. L’altro uomo nella stanza cercava di stare coricato senza far rumore. Poi si mosse nuovamente. Mi mossi anch’io, per fargli capire che ero sveglio. Lui aveva vissuto dieci anni a Chicago. Lo avevano richiamato nel quattordici, quando era tornato a trovare i suoi, e me lo avevano assegnato come attendente perché parlava inglese. Sentii che anche lui era in ascolto, e allora tornai a muovermi sopra le coperte.
«Non riesce a dormire, signor tenente?» domandò.
«No.»
«Neanch’io riesco a dormire.»
«Come mai?»
«Non so. Non riesco a dormire.»
«Stai bene?»
«Certo. Sto benissimo. Solo, non riesco a dormire.»
«Vuoi che parliamo un po’?» chiesi.
«Certo. Di cosa si può parlare in questo maledetto posto?»
«Questo posto è piuttosto bello» dissi io.
«Certo» disse lui. «Non è male.»
«Raccontami di Chicago» dissi io.
«Oh» disse lui «una volta le ho raccontato tutto.»
«Raccontami di come ti sei sposato.»
«Gliel’ho raccontato.»
«La lettera che hai ricevuto lunedì… Era sua?»
«Certo. Mi scrive continuamente. Guadagna bene con quel locale.»
«Avrai un bel posto quando torni.»
«Certo. Lo manda avanti bene. Fa un mucchio di soldi.»
«Non credi che li sveglieremo, chiacchierando?» domandai.
«No. Non ci sentono. In ogni caso, dormono come porci. Io sono diverso» disse. «Sono nervoso.»
«Parla piano» dissi. «Vuoi una sigaretta?»
Fumammo, con prudenza, nelle tenebre.
«Lei non fuma molto, signor tenente.»
«No. Ho quasi smesso.»
«Be’» disse lui «bene non fa di certo, e immagino che a un certo punto non se ne senta neppure la mancanza. Ha mai sentito dire che i ciechi non vogliono fumare perché non vedono uscire il fumo?»
«Non ci credo.»
«Credo anch’io che sia una balla» disse lui. «L’ho sentito raccontare in qualche posto. Sa, se ne sentono tante.»
Restammo in silenzio, tutt’e due, e io tesi l’orecchio per udire i bachi da seta.
«Sente quei maledetti bachi da seta?» chiese lui. «Si sentono masticare.»
«È curioso» dissi io.
«Dica un po’, signor tenente, cos’è questa faccenda che lei non riesce a dormire? Non la vedo mai dormire. Notti intere non ha dormito, da quando sto con lei.»
«Non so, John» dissi. «Sono stato piuttosto male all’inizio della primavera scorsa, e di notte non sono tranquillo.»
«Proprio come me» disse lui. «Non avrei mai dovuto farmi trascinare in questa guerra. Sono troppo nervoso.»
«Forse andrà meglio.»
«Dica un po’, signor tenente, perché lei è qui che combatte questa guerra?»
«Non so, John. Ci volevo venire, allora.»
«Ci voleva venire?» disse lui. «Che cavolo di ragione è?»
«Non dovremmo parlare così forte» dissi io.
«Dormono proprio come maiali» disse lui. «Tanto, non sanno l’inglese. Non sanno un cavolo di niente. Cosa farà quando sarà finita e torneremo negli Stati Uniti?»
«Troverò lavoro in un giornale.»
«A Chicago?»
«Può darsi.»
«Legge mai quello che scrive questo Brisbane? Mia moglie ritaglia i suoi articoli e me li spedisce.»
«Certo.»
«L’ha mai conosciuto?»
«No, ma l’ho visto.»
«Mi piacerebbe conoscere quel tizio. Scrive bene. Mia moglie l’inglese non lo legge, ma prende il giornale proprio come quando ero a casa e ritaglia gli editoriali e la pagina dello sport e me li spedisce.»
«Come stanno i tuoi bambini?»
«Bene. Una delle bambine adesso fa la quarta. Sa, signor tenente, se non avessi avuto figli adesso non sarei il suo attendente. Mi avrebbero fatto stare sempre al fronte.»
«Sono contento che tu li abbia.»
«Anch’io. Sono belli, ma io voglio un maschio. Tre femmine e neanche un maschio. Che razza di assortimento.»
«Perché non cerchi di dormire?»
«No, ora non posso dormire. Ora sono sveglissimo, signor tenente. Eh, è la sua insonnia che invece mi preoccupa.»
«Passerà, John.»
«Com’è possibile che non dorma, uno giovane come lei?»
«Passerà. Ci vuole un po’ di tempo.»
«Deve passare per forza. Un uomo non può tirare avanti senza dormire. C’è qualcosa che la preoccupa? Ha dei pensieri?»
«No, John, non credo.»
«Lei dovrebbe sposarsi, signor tenente. Così non sarebbe preoccupato.»
«Non so.»
«Lei dovrebbe sposarsi. Perché non sceglie una bella ragazza italiana piena di soldi? Potrebbe prendere quella che vuole. Lei è giovane e ha avuto delle buone decorazioni e non è mica brutto. È stato ferito un paio di volte.»
«Non parlo abbastanza bene l’italiano.»
«Lo parla benissimo. Al diavolo l’italiano. Mica deve parlarci. Le sposi.»
«Ci penserò.»
«Conosce delle ragazze, no?»
«Certo.»
«Be’, sposi quella che ha più soldi. Da queste parti, col modo che hanno di allevarle, riescono tutte delle buone mogli.»
«Ci penserò.»
«Non ci pensi, signor tenente. Lo faccia.»
«D’accordo.»
«Un uomo dovrebbe sposarsi. Non se ne pentirà mai. Ogni uomo dovrebbe sposarsi.»
«D’accordo» dissi. «Proviamo a dormire un po’.»
«D’accordo, signor tenente. Proverò ancora. Ma ricordi quello che ho detto.»
«Me lo ricorderò» dissi. «Ora dormiamo un po’, John.»
«D’accordo» disse lui. «Spero che lei riesca a dormire, signor tenente.»
Lo sentii rigirarsi sulle coperte stese sulla paglia e poi smise di far rumore e sentii il suo respiro regolare. Poi cominciò a russare. Lo sentii russare a lungo e poi smisi di ascoltare e tesi l’orecchio per sentire i bachi da seta che mangiavano. Mangiavano senza posa, facendo tra le foglie un rumore come di gocce che cadono. Io avevo una cosa nuova cui pensare e giacqui nel buio con gli occhi aperti e pensai a tutte le ragazze che avevo conosciuto e alle mogli che sarebbero diventate. Era una cosa interessantissima cui pensare e per un po’ scacciò le trote dalla mia mente e interferì con le mie preghiere. Alla fine, però, tornai alle trote, perché scoprii che potevo ricordare tutti i corsi d’acqua e che c’era sempre qualcosa di nuovo, in essi, mentre le ragazze, dopo che avevo pensato a loro due o tre volte, si confondevano e non potevo richiamarle alla mente, e alla fine si confondevano tutte e finivano con l’assomigliarsi tutte, e allora smisi di pensare a loro quasi del tutto. Invece continuai con le preghiere, e la notte pregavo molto spesso per John, e la sua classe fu esonerata dal servizio attivo prima dell’offensiva di ottobre. Ero contento che lui non ci fosse, perché per me sarebbe stata una bella preoccupazione. Parecchi mesi dopo venne a trovarmi all’ospedale di Milano ed era molto deluso perché non mi ero ancora sposato, e so che ci rimarrebbe molto male se sapesse che, finora, non mi sono mai sposato. Stava per tornare in America ed era sicurissimo del matrimonio e sapeva che avrebbe sistemato tutto.