il giocatore, la monaca e la radio (italian)
Li ricoverarono verso mezzanotte e poi, per tutta la notte, lungo il corridoio tutti sentirono il russo.
«Dove gli hanno sparato?» chiese il signor Frazer all’infermiera di turno.
«Alla coscia, credo.»
«E l’altro?»
«Oh, morirà, temo.»
«Dov’è stato colpito?»
«Due volte all’addome. Hanno trovato solo una pallottola.»
Lavoravano entrambi in uno zuccherifìcio, un messicano e un russo, e stavano bevendo il caffè, seduti in un ristorante aperto tutta la notte, quando qualcuno si affacciò alla porta e cominciò a sparare al messicano. Il russo strisciò sotto un tavolo e fu colpito, alla fine, da un proiettile vagante destinato al messicano, che giaceva sul pavimento con due palle nell’addome. Ecco cosa diceva il giornale.
Il messicano disse alla polizia che non sapeva chi gli avesse sparato. Credeva che fosse stato un caso.
«Un caso che qualcuno ti abbia sparato otto colpi e colpito due volte, eh?»
«Sì, señor» disse il messicano, di nome Cayetano Ruiz. «Un caso che mi abbia colpito, quel cabrón» disse all’interprete.
«Cosa dice?» chiese il sergente della squadra mobile, guardando l’interprete dall’altra parte del letto.
«Dice che è stato un caso.»
«Gli dica di dire la verità, che sta per morire» disse il detective.
«Na» disse Cayetano. «Ma digli che mi sento malissimo e che preferirei non parlare tanto.»
«Dice che sta dicendo la verità» disse l’interprete. Poi, in tono confidenziale, disse al detective: «Non sa chi gli ha sparato. Gli hanno sparato da dietro».
«Sì» disse il detective. «Questo lo capisco, ma perché le pallottole sono entrate dal davanti?»
«Forse non dice la verità» disse l’interprete.
«Senti» disse il detective, agitando il dito quasi sotto il naso di Cayetano, che sporgeva, giallo come la cera, da una faccia cadaverica in cui gli occhi erano vivi come quelli di un falco. «Non m’importa un accidente di sapere chi ti ha sparato, ma devo chiarire quest’imbroglio. Non vuoi che l’uomo che ti ha sparato venga punito? Glielo dica» disse all’interprete.
«Dice di dire chi ti ha sparato.»
«Mandarlo al carajo» disse Cayetano, che era stanchissimo.
«Dice che non lo ha mai visto» disse l’interprete. «Le dico chiaro e tondo che gli hanno sparato alla schiena.»
«Gli chieda chi ha sparato al russo.»
«Povero russo» disse Cayetano. «Era sul pavimento con la testa nascosta sotto le braccia. Ha cominciato a gridare quando gli hanno sparato e da allora non ha smesso un istante. Povero russo.»
«Uno che lui non conosce, dice. Forse lo stesso individuo che ha sparato a lui.»
«Senti» disse il detective. «Questa non è Chicago. Tu non sei un gangster. Non devi comportarti come se fossi in un film. È giusto dire chi ti ha sparato. Chiunque direbbe il nome di chi gli ha sparato addosso. È così che si deve fare. Mettiamo che non dica chi è e che lui spari a qualcun altro. Mettiamo che spari a una donna o a un bambino. Non puoi lasciare che la faccia franca. Glielo dica» disse al signor Frazer. «Non mi fido di quel maledetto interprete.»
«Io sono fidatissimo» disse l’interprete. Cayetano guardò il signor Frazer.
«Senti, amigo» disse il signor Frazer. «Il poliziotto dice che non siamo a Chicago ma a Hailey, nel Montana. Tu non sei un bandito e tutto questo non c’entra niente col cinema.»
«Gli credo» disse Cayetano a bassa voce. «Ya lo creo.»
«Si può, senza infamia, denunciare il proprio aggressore. Qui lo fanno tutti, dice lui. Cosa succederà, dice, se dopo avere sparato a te quest’uomo spara a una donna o a un bambino?»
«Io non sono sposato» disse Cayetano.
«Una donna qualunque, un bambino qualunque, dice.»
«Quell’uomo non è pazzo» disse Cayetano.
«Dice che potresti denunciarlo» concluse il signor Frazer.
«Grazie» disse Cayetano. «Tu sei un grande traduttore. Io parlo inglese, ma male. Lo capisco benissimo. Come hai fatto a romperti la gamba?»
«Una caduta da cavallo.»
«Che sfortuna. Mi spiace moltissimo. Ti fa molto male?»
«Ora no. All’inizio, sì.»
«Senti, amigo» cominciò Cayetano «io mi sento molto debole. Mi scuserai. Mi fa anche molto male; insomma, abbastanza. È possibilissimo che muoia. Per piacere, manda questo poliziotto via di qui perché sono stanchissimo.» Fece per girarsi su un fianco, poi rimase immobile.
«Gli ho detto tutto proprio come ha detto lei e lui ha detto di dirle, veramente, che non sa chi gli ha sparato e che è molto debole e che vorrebbe essere interrogato più tardi» disse il signor Frazer.
«Più tardi probabilmente sarà morto.»
«È possibilissimo.»
«Ecco perché voglio interrogarlo adesso.»
«Qualcuno gli ha sparato alla schiena» disse l’interprete.
«Oh, per la miseria» disse il sergente, e mise in tasca il taccuino.
Fuori nel corridoio il sergente della squadra mobile si fermò con l’interprete vicino alla sedia a rotelle del signor Frazer.
«Immagino che anche lei sia convinto che qualcuno gli ha sparato alla schiena.»
«Sì» disse Frazer. «Qualcuno gli ha sparato alla schiena. E allora?»
«Non se la prenda» disse il sergente. «Vorrei saper parlare lo spagnolo.»
«Perché non impara?»
«Non se la deve prendere. Non mi diverto mica, io, a far domande a quel messicano. Se sapessi lo spagnolo sarebbe diverso.»
«Non occorre che lei sappia lo spagnolo» disse l’interprete. «Io sono un interprete degno della massima fiducia.»
«Oh, per la miseria» disse il sergente. «Be’, arrivederci. Verrò a trovarla.»
«Grazie. Sono sempre in casa.»
«Giusto. Che scalogna, però. Scalogna nera.»
«Va bene, adesso, da quando hanno giuntato l’osso.»
«Sì, ma ci vorrà un sacco di tempo perché si saldi. Un sacco di tempo.»
«Non si faccia sparare alla schiena.»
«Ben detto» disse lui. «Ben detto. Be’, mi fa piacere che non se la sia presa.»
«Arrivederci» disse il signor Frazer.
Il signor Frazer non rivide Cayetano per un pezzo, ma suor Cecilia gli portava sue notizie ogni mattina. Era ormai rassegnato, disse, e stava malissimo. Aveva la peritonite e nessuno credeva che se la sarebbe cavata. Povero Cayetano, diceva. Aveva delle mani così belle e una faccia così fine e non si lamenta mai. L’odore, adesso, era proprio terribile. S’indicava il naso con un dito e sorrideva e scuoteva la testa, disse lei. Gli dispiaceva per l’odore. Lo metteva in imbarazzo, disse suor Cecilia. Oh, era un paziente così bravo. Sorrideva sempre. Non voleva confessarsi ma aveva promesso di dire le preghiere, e non un solo messicano era venuto a trovarlo da quando lo avevano ricoverato. Il russo sarebbe stato dimesso alla fine della settimana. Il russo non mi ha mai fatto molta compassione, disse suor Cecilia. Poveraccio, soffriva anche lui. Era una pallottola unta e sporca e la ferita si era infettata, ma il russo faceva tanto baccano, e poi a me sono sempre piaciuti i cattivi. Quel Cayetano, per esempio, è uno cattivo. Oh, dev’essere proprio cattivo, un cattivo coi fiocchi, così fine e delicato com’è, e non ha fatto un’ora di lavoro manuale in vita sua. Non è un operaio dello zuccherificio. Lo so io che non è un operaio. Le sue mani sono lisce e senza un callo. Lo so io che dev’essere uno cattivo. Adesso vado giù a pregare per lui. Povero Cayetano, sta passando un momento terribile e non manda un lamento. Perché poi dovevano sparargli? Oh, quel povero Cayetano! Vado subito giù a pregare per lui.
E andò subito giù a pregare per lui.
In quell’ospedale la radio non funzionava molto bene finché non calava la notte. Dicevano che dipendeva dal fatto che nel terreno c’era molto minerale di ferro, o da qualcosa che riguardava le montagne, ma comunque non funzionava affatto bene finché fuori non cominciava a fare buio; per tutta la notte, invece, funzionava a meraviglia, e quando una stazione finiva le trasmissioni potevi sempre spostarti verso ovest e captarne un’altra. L’ultima che si riusciva a prendere era Seattle, nello stato di Washington, e per via del 514, del diverso fuso orario, quando quelli staccavano, alle quattro del mattino, lì all’ospedale erano le cinque; e alle sei potevi prendere i Morning Revellers di Minneapolis. Anche questo dipendeva dal diverso fuso orario, e il signor Frazer pensava ai Morning Revellers che arrivavano allo studio e li vedeva scendere da un tram con gli strumenti prima dell’alba. Forse questo era sbagliato e loro tenevano gli strumenti nel posto dove suonavano, ma lui se li immaginava sempre con gli strumenti. Non era mai stato a Minneapolis e pensava che probabilmente non ci sarebbe andato mai, ma sapeva com’era, la mattina così presto.
Fuori dalla finestra dell’ospedale si vedeva un campo con delle palle d’erba rotolante che spuntavano dalla neve, e una brulla collinetta d’argilla. Un mattino il dottore voleva mostrare al signor Frazer due fagiani che erano là fuori sulla neve e, tirando il letto verso la finestra, la lampada da lettura si staccò dal telaio di ferro e colpì il signor Frazer sulla testa. Adesso questo non sembra così buffo, ma fu molto buffo allora. Tutti guardavano fuori dalla finestra e il dottore, che era un bravissimo dottore, indicava i fagiani e tirava il letto verso la finestra, e allora, proprio come nei fumetti di un giornale, il signor Frazer fu messo kappaò dalla base di piombo della lampada che gli era caduta sulla testa. Sembrava l’antitesi della guarigione, o di quello che la gente ci fa negli ospedali, e tutti lo trovarono divertentissimo, come tiro giocato al signor Frazer e al dottore. All’ospedale tutto è assai più semplice, scherzi compresi.
Dall’altra finestra, se giravano il letto, si vedeva la città, con un po’ di fumo sopra, e i monti Dawson che, coperti dalla neve invernale, sembravano monti veri. Da quando la sedia a rotelle si era dimostrata prematura, quelle erano le due vedute. Veramente è meglio stare a letto, se sei ricoverato all’ospedale; dato che due vedute, col tempo per osservarle, da una stanza di cui controlli la temperatura, sono assai meglio di tutte le vedute che puoi godere per qualche minuto da stanze vuote e surriscaldate, che aspettano altri pazienti, o semplicemente abbandonate, dentro e fuori dalle quali ti sospingono. Se si sta abbastanza a lungo in una stanza la veduta, qualunque sia, acquista un gran valore e diventa importantissima e nessuno la cambierebbe, nemmeno per una diversa angolazione. Proprio come, con la radio, ci sono certe cose alle quali ti affezioni e che accogli con piacere, mentre ti seccano le novità. Le migliori canzonette che trasmettevano quell’inverno erano Sing Something Simple, Singsong Girl e Little White Lies. Nessun altro motivo era altrettanto soddisfacente, secondo il signor Frazer. Anche Betty Co-ed era carina, ma la parodia delle parole che si formava inevitabilmente nel cervello del signor Frazer era di una così continua e crescente oscenità che, non essendoci nessuno in grado di apprezzarla, lui finì per abbandonarla e lasciare che la canzonetta ritornasse al suo tema, che era il football.
Verso le nove del mattino cominciavano a usare la macchina dei raggi x, e allora la radio, che ormai riceveva solo Hailey, diventava inutile. Molti abitanti di Hailey che avevano la radio protestavano per la macchina dei raggi x dell’ospedale che disturbava il loro ascolto mattutino, ma nessuno mai si rivolse all’autorità giudiziaria, anche se molti trovavano vergognoso che l’ospedale non limitasse l’uso della macchina ai momenti in cui la gente non usava la radio.
All’ora in cui, più o meno, si rendeva necessario spegnere la radio, suor Cecilia entrò nella stanza.
«Come sta Cayetano, suor Cecilia?» chiese il signor Frazer.
«Oh, malissimo.»
«Ha perso conoscenza?»
«No, ma temo che morirà.»
«Lei come sta?»
«Sono molto in pena per lui, e sa che non è venuto nessuno, assolutamente nessuno a trovarlo? Potrebbe morire proprio come un cane, per quel che gliene importa a tutti questi messicani. Sono veramente spaventosi.»
«Vuol venire su a sentire la partita, oggi pomeriggio?»
«Oh, no» disse lei. «Sarei troppo emozionata. Andrò a pregare in cappella.»
«Dovremmo riuscire a sentirla piuttosto bene» disse il signor Frazer. «Giocano sulla costa, e con l’ora diversa la trasmetteranno abbastanza tardi perché qui la si possa ricevere chiaramente.»
«Oh, no. Non potrei farlo. Il campionato del mondo mi ha distrutto, o quasi. Quando gli Athletics erano alla battuta pregavo ad alta voce: “Oh, Signore, illumina il battitore! Oh, Signore, fa’ che possa colpire quella palla! Oh, Signore, fa’ che porti a casa un punto!”. Poi, nella terza partita, quando erano a basi piene, ricorda?, non resistevo più. “Oh, Signore, fa’ che tiri alto! Oh, Signore, fa’ che la spedisca oltre lo steccato!” Poi, sa, quando i Cardinals andavano alla battuta era semplicemente spaventoso. “Oh, Signore, fa’ che non la vedano! Oh, Signore, fa’ che non la vedano neanche di sfuggita! Oh, Signore, fagli ciccare la palla!” E questa partita è ancora peggio. Gioca il Notre-Dame. La Nostra Signora. No, starò in cappella. Per la Nostra Signora. Giocano per la Nostra Signora. Vorrei che lei scrivesse qualcosa, un giorno, per la Nostra Signora. Lei potrebbe farlo. Lei sa che potrebbe farlo, signor Frazer.»
«Non so proprio cosa potrei scrivere, di lei. Hanno scritto tutto, o quasi» disse il signor Frazer. «A lei, suor Cecilia, non piacerebbe come scrivo. E nemmeno alla Madonna.»
«Un giorno o l’altro scriverà di lei» disse la suora. «Lo so che lo farà. Lei deve scrivere della Nostra Signora.»
«Farebbe meglio a venir su a sentire la radiocronaca.»
«Sarebbe troppo, per me. No, sarò in cappella a fare quello che posso.»
Quel pomeriggio stavano giocando da circa cinque minuti quando una novizia entrò nella stanza e disse: «Suor Cecilia vuol sapere come va la partita».
«Le dica che hanno già fatto una meta.»
Poco dopo la novizia rientrò nella stanza.
«Le dica che li stanno distruggendo» disse il signor Frazer.
Un po’ più tardi suonò il campanello per chiamare l’infermiera di servizio. «Le spiacerebbe andare giù in cappella o comunque far sapere a suor Cecilia che il Notre-Dame vince quattordici a zero alla fine del primo tempo e che va tutto bene? Può smettere di pregare.»
Pochi minuti dopo suor Cecilia entrava nella stanza. Era eccitatissima. «Che significa quattordici a zero? Non m’intendo di questo sport. Nel baseball sarebbe un bel vantaggio. Ma di football non so niente. Potrebbe non significare nulla. Torno subito giù in cappella a pregare fino alla fine.»
«Li hanno battuti» disse Frazer. «Glielo garantisco. Stia qui con me a sentire la radiocronaca.»
«No. No. No. No. No. No. No» disse lei. «Vado subito a pregare giù in cappella.»
Ogni volta che il Notre-Dame segnava, il signor Frazer mandava qualcuno a informare suor Cecilia e altrettanto fece, alla fine, quando era già buio da un pezzo, per il risultato finale.
«Suor Cecilia come sta?»
«Sono tutte in cappella» disse l’infermiera.
Suor Cecilia arrivò la mattina dopo. Era molto contenta e baldanzosa.
«Lo sapevo che non avrebbero potuto battere la Nostra Signora» disse. «Impossibile. Anche Cayetano sta meglio. Molto meglio. Avrà delle visite. Non può ancora ricevere nessuno, ma verranno a trovarlo, così lui si sentirà meglio e saprà che la sua gente non l’ha dimenticato. Sono andata a trovare quell’O’Brien, alla centrale della polizia, e gli ho detto che deve mandare qualche messicano a far visita al povero Cayetano. Ne manderà qualcuno oggi pomeriggio. Così quel poveretto si sentirà meglio. È terribile che nessuno sia venuto a trovarlo.»
Quel pomeriggio verso le cinque tre messicani entrarono nella stanza.
«Si può?» chiese il più grosso, che aveva due labbra tumide ed era un autentico ciccione.
«Perché no?» rispose il signor Frazer. «Sedetevi, signori. Posso offrirvi qualcosa?»
«Molte grazie» disse il grosso.
«Grazie» disse il più scuro e piccino.
«Grazie, no» disse lo smilzo. «Mi dà alla testa.» Si toccò la testa con un dito.
L’infermiera portò alcuni bicchieri. «Per favore, gli dia la bottiglia» disse Frazer. «È di Red Lodge» spiegò.
«Quello di Red Lodge è il migliore» disse il grosso. «Molto meglio di quello di Big Timber.»
«Senza dubbio» disse il più piccino «e costa anche di più.»
«A Red Lodge ce n’è di tutti i prezzi» disse il grosso.
«Quante valvole ha questa radio?» domandò quello che non beveva.
«Sette.»
«Bellissima» disse lui. «Quanto costa?»
«Non so» disse il signor Frazer. «È a nolo. Lorsignori sono amici di Cayetano?»
«No» disse il grosso. «Siamo amici del suo feritore.»
«Ci ha mandato qui la polizia» disse il più piccino.
«Abbiamo un localino» disse il grosso. «Io e lui» indicando quello che non beveva, «Anche lui ha un localino» indicando quello piccolo e scuro. «La polizia ci ha detto che dovevamo venire: così siamo venuti.»
«Sono molto felice che siate venuti.»
«Anche noi» disse il grosso.
«Gradisce un altro bicchierino?»
«Perché no?» disse il grosso.
«Col suo permesso» disse il più piccino.
«Io no» disse lo smilzo. «Mi dà alla testa.»
«È buonissimo» disse il più piccino.
«Perché non lo assaggia?» chiese il signor Frazer allo smilzo. «Lasci che le dia alla testa, per una volta.»
«Dopo mi viene l’emicrania» disse lo smilzo.
«Non potevate mandare degli amici di Cayetano a trovarlo?» chiese Frazer.
«Non ha amici.»
«Ogni uomo ha degli amici.»
«Questo no.»
«Cosa fa?»
«È un giocatore di carte.»
«Bravo?»
«Credo di sì.»
«A me» disse il più piccino «ha vinto centottanta dollari. Ora al mondo ci sono centottanta dollari di meno.»
«A me» disse lo smilzo «ha vinto duecentoundici dollari. Pensi a cosa vuol dire questa cifra.»
«Io con lui non ho mai giocato» disse il grasso.
«Dev’essere ricchissimo» osservò il signor Frazer.
«È più povero di noi» disse il piccolo messicano. «Ha soltanto la camicia che indossa.»
«E quella camicia vale poco, ormai» disse il signor Frazer. «Bucata com’è.»
«È chiaro.»
«Quello che lo ha ferito era un giocatore?»
«No, un operaio dello zuccherificio. Ha dovuto lasciare la città.»
«Pensi questo» disse il più piccino. «Era il miglior chitarrista che ci fosse mai stato in città. Un virtuoso.»
«Che peccato.»
«Lo credo» disse il più grosso. «Ah, cosa non faceva con quella chitarra.»
«Non ce ne sono più di buoni chitarristi?»
«Non c’è l’ombra di un chitarrista.»
«C’è un fisarmonicista che vale qualcosa» disse il magrolino.
«Ce n’è qualcuno che suona più di uno strumento» disse il grosso. «Le piace la musica?»
«Come potrebbe non piacermi?»
«Vuole che una sera veniamo con la musica? Crede che la suora lo permetterà? Sembra molto amabile.»
«Sono certo che lo permetterà, quando Cayetano potrà sentirla.»
«Non è un po’ matta?» chiese lo smilzo.
«Chi?»
«Quella suora.»
«No» disse il signor Frazer. «È una bravissima donna di grande intelligenza e simpatia.»
«Io diffido di tutti i preti, monaci e suore» disse lo smilzo.
«Ha fatto brutte esperienze da ragazzo» disse il più piccino.
«Ero in seminario» disse fieramente lo smilzo. «Adesso non credo in niente. E non vado a messa.»
«Perché? Le dà alla testa?»
«No» disse lo smilzo. «È l’alcol che mi dà alla testa. La religione è l’oppio dei poveri.»
«Credevo che l’oppio dei poveri fosse la marijuana» disse Frazer.
«Ha mai fumato l’oppio?» chiese il grosso.
«No.»
«Neanch’io» disse lui. «Sembra una gran brutta cosa. Si comincia e non ci si ferma più. È un vizio.»
«Come la religione» disse lo smilzo.
«Questo» disse il messicano più piccolo «ce l’ha a morte con la religione.»
«Bisogna pur avercela con qualcosa» disse educatamente il signor Frazer.
«Io rispetto quelli che hanno la fede anche se sono degli ignoranti» disse lo smilzo.
«Bene» disse il signor Frazer.
«Cosa possiamo portarle?» chiese il messicano grosso. «Ha bisogno di qualcosa?»
«Comprerei volentieri un po’ di birra, se c’è della buona birra.»
«Le porteremo la birra.»
«Un’altra copita prima che ve ne andiate?»
«È buonissimo.»
«Glielo stiamo bevendo tutto.»
«Io no. Mi dà alla testa. Poi mi viene l’emicrania e il voltastomaco» disse lo smilzo.
«Arrivederci, signori.»
«Arrivederci e grazie.»
Uscirono e ci fu la cena e poi la radio, tenuta bassa perché disturbasse il meno possibile e purtuttavia la si potesse ascoltare, e le stazioni che l’una dopo l’altra annunciavano la fine delle trasmissioni in quest’ordine: Denver, Salt Lake City, Los Angeles e Seattle. Dalla radio il signor Frazer non si faceva nessuna idea di Denver. La vedeva leggendo il “Denver Post” e ne correggeva l’immagine col “Rocky Mountain News”. Con quello che sentiva da quelle località non riusciva a farsi un’idea nemmeno di Salt Lake City o di Los Angeles. Tutto quello che pensava di Salt Lake City era che era pulita, ma noiosa, e la radio parlava di troppe sale da ballo in troppi grandi alberghi perché Frazer riuscisse a vedere Los Angeles. Non riusciva a vederla per via delle sale da ballo. Seattle, invece, arrivò a conoscerla benissimo, grazie alla società dei taxi con i grandi taxi bianchi (ciascuno dei quali munito di radio) con i quali ogni sera raggiungeva il locale sull’autostrada dal lato canadese dove seguiva l’andamento delle feste ascoltando le selezioni musicali che gli ascoltatori chiedevano per telefono. Frazer viveva a Seattle dalle due in poi, ogni notte, sentendo tutti i pezzi richiesti dai vari ascoltatori, e Seattle era vera come Minneapolis, dove i Revellers lasciavano il letto ogni mattina per fare quel viaggio giù allo studio. Il signor Frazer finì con l’affezionarsi moltissimo a Seattle, nello stato di Washington.
I messicani arrivarono con la birra, ma non era birra buona. Il signor Frazer li vide ma non aveva voglia di parlare, e quando se ne andarono capì che non sarebbero tornati. I suoi nervi avevano cominciato a cedere e al signor Frazer non piaceva veder gente mentre era in quello stato. I suoi nervi avevano cominciato a cedere dopo cinque settimane, e pur essendo lieto che avessero resistito così a lungo il signor Frazer era seccato di dover fare lo stesso esperimento quando già conosceva la risposta. Il signor Frazer si era già trovato in una situazione simile. L’unica cosa nuova, per lui, era la radio. La teneva accesa tutta notte, così bassa da poterla sentire a malapena, e imparava ad ascoltarla senza pensare.
Quel giorno suor Cecilia entrò nella stanza verso le dieci del mattino e portò la posta. Era bellissima, e al signor Frazer piaceva vederla e sentirla parlare, ma la posta, che stando alle apparenze veniva da un altro mondo, era più importante. Nella posta, tuttavia, non c’era nulla d’interessante.
«Ha un aspetto molto migliore» disse lei. «Presto ci lascerà.»
«Sì» disse il signor Frazer. «Lei sembra molto felice, stamattina.»
«Oh, lo sono. Stamattina mi sento come se potessi diventare santa.»
Il signor Frazer fu colto un po’ alla sprovvista da questa frase.
«Sì» continuò suor Cecilia. «È quello che voglio diventare. Santa. Da quando ero bambina ho sempre voluto diventare santa. Quando ero bambina ho pensato che se rinunciavo al mondo ed entravo in convento sarei diventata santa. Era quello che volevo diventare ed era quello che pensavo di dover fare per diventarlo. Mi aspettavo di diventare santa. Ero assolutamente certa che lo sarei diventata. Ho creduto di diventarlo, solo per un attimo. Ero tanto felice e sembrava tanto semplice e tanto facile. Quando mi svegliavo la mattina mi aspettavo di essere diventata santa, invece non lo ero. Non lo sono mai diventata. Voglio tanto diventare santa. Diventare santa, non chiedo altro. È tutto quello che ho sempre voluto. E stamattina mi sento come se potessi diventarlo. Oh, spero di riuscire a diventarlo.»
«Lo diventerà. Tutti ottengono quello che vogliono. È quello che mi viene sempre detto.»
«Ora non so. Quando ero bambina sembrava così semplice. Sapevo che sarei diventata santa. Credevo solo che ci volesse del tempo, quando ho scoperto che non succedeva tutto in una volta. Ora sembra quasi impossibile.»
«Direi che lei ha buone probabilità.»
«Lo crede davvero? No, non voglio dei semplici incoraggiamenti. Non mi faccia dei semplici incoraggiamenti. Voglio diventare santa. Voglio tanto diventare santa.»
«Certo che lei diventerà santa» disse il signor Frazer.
«No, probabilmente non lo diventerò. Ma, oh, se potessi diventare santa! Sarei completamente felice.»
«La do tre a uno che diventerà santa.»
«No, non m’incoraggi. Ma, oh, se potessi diventare santa! Sarei completamente felice.»
«Come sta il suo amico Cayetano?»
«Guarirà, ma è paralizzato. Una delle pallottole ha colpito il grosso nervo che corre lungo la coscia e quella gamba è paralizzata. L’hanno scoperto solo quando stava abbastanza bene per potersi muovere.»
«Forse il nervo si rigenererà.»
«Io prego per questo» disse la suora. «Dovrebbe vederlo.»
«Non ho voglia di vedere nessuno.»
«So che le farebbe piacere vederlo. Potrebbero portarlo qui in carrozzella.»
«Va bene.»
Lo portarono dentro in carrozzella, magro, con la pelle trasparente, i capelli neri e bisognosi di essere tagliati, gli occhi ridenti, i denti guasti quando sorrideva.
«Hola, amigo! Qué tal?»
«Come vedi» disse il signor Frazer. «E tu?»
«Vivo, e con la gamba paralizzata.»
«Male» disse il signor Frazer. «Ma il nervo potrà rigenerarsi e tornare come nuovo.»
«Così dicono.»
«E il dolore?»
«Ora no. All’inizio mi pareva d’impazzire dal male che avevo nella pancia. Credevo che sarebbe bastato il dolore ad ammazzarmi.»
Suor Cecilia, contenta, li osservava.
«La suora mi dice che non ti è sfuggito un lamento» disse il signor Frazer.
«Tanta gente nel reparto» disse con aria di deprecazione il messicano. «Il tuo male di che categoria è?»
«Piuttosto alta. Ovviamente, non come la tua. Quando l’infermiera se ne va, piango per un’ora o due. Mi riposa. Ho i nervi tesi, adesso.»
«Hai la radio. Se avessi una stanza privata e una radio, io piangerei e griderei tutta la notte.»
«Ne dubito.»
«Hombre, sì. È molto salutare. Ma non puoi, con tanta gente.»
«Almeno» disse il signor Frazer «le mani sono ancora buone. Mi dicono che ti guadagnavi la vita con le mani.»
«E con la testa» disse lui, battendosi un dito sulla fronte. «Ma la testa non è altrettanto buona.»
«Sono venuti qui tre dei tuoi connazionali.»
«Mandati dalla polizia a farmi visita.»
«Hanno portato della birra.»
«Probabilmente era cattiva.»
«Era cattiva.»
«Stasera, mandati dalla polizia, vengono a farmi la serenata.» Rise, poi si batté un dito sullo stomaco. «Non posso ridere, ancora. Come musicisti sono un disastro.»
«E quello che ti ha sparato?»
«Un altro imbecille. Gli avevo vinto trentotto dollari a carte. Non si ammazza una persona per così poco.»
«Quei tre mi hanno detto che vinci un mucchio di soldi.»
«E sono più povero di un uccello.»
«Come mai?»
«Sono un povero idealista. Sono una vittima delle illusioni.» Rise, poi fece una smorfia e si batté un dito sullo stomaco. «Sono un giocatore di professione, ma giocare mi piace. Giocare sul serio. Il gioco in piccolo è tutto un imbroglio. Per giocare sul serio ci vuole fortuna. Io non ne ho.»
«Mai?»
«Mai. Sono assolutamente privo di fortuna. Prenda questo cabrón che mi ha appena sparato. Sa sparare? No. Il primo colpo va a vuoto. Il secondo è intercettato da un povero russo. Sembrerebbe fortuna. Che succede? Mi spara due volte nella pancia. Il fortunato è lui. Io non ho fortuna. Non saprebbe colpire un cavallo se lo tenesse per la staffa. Tutta fortuna.»
«Io credevo che avesse colpito prima te e poi il russo.»
«No, prima il russo, poi me. Il giornale si è sbagliato.»
«Perché non hai risposto?»
«Non vado in giro armato. Con la fortuna che ho, se andassi in giro armato m’impiccherebbero dieci volte l’anno. Sono un giocatore di carte da quattro soldi, tutto qui.» Fece una pausa, poi riprese. «Quando faccio un po’ di soldi gioco e quando gioco perdo. Mi sono giocato a dadi anche tremila dollari e ho perso per un sei. Con dadi buoni. Più di una volta.»
«Perché continuare?»
«Se vivrò abbastanza a lungo la fortuna cambierà. Sono quindici anni che la sfortuna mi perseguita. Se un giorno avrò fortuna, sarò ricco.» Sorrise. «Sono un buon giocatore, mi piacerebbe proprio essere ricco.»
«Sei sfortunato con tutti i giochi?»
«Con tutto e con le donne.» Tornò a sorridere, mostrando i denti guasti.
«Veramente?»
«Veramente.»
«Allora che cosa si può fare?»
«Continuare, lentamente, e aspettare che la ruota giri.»
«Ma con le donne?»
«Nessun giocatore ha fortuna con le donne. È troppo concentrato. Lavora di notte. Quando dovrebbe stare con la donna. Nessun uomo che lavora di notte può tenere una donna se la donna vale qualcosa.»
«Sei un filosofo.»
«No, hombre. Un giocatore di provincia. Una cittadina, poi un’altra, poi un’altra, un’altra, poi una grande città, poi si comincia da capo.»
«Poi qualcuno ti spara nella pancia.»
«La prima volta» disse. «È successo una volta sola.»
«Ti stanco se parlo?» s’informò Frazer.
«No» disse lui. «Sono io che devo stancare te.»
«E la gamba?»
«Non mi serve molto, la gamba. Con la gamba o senza, per me è lo stesso. Potrò sempre circolare.»
«Ti auguro buona fortuna, sinceramente, e con tutto il cuore» disse il signor Frazer.
«Altrettanto» disse lui. «E che il dolore passi.»
«Non durerà, di certo. Sta passando. Non ha importanza.»
«Che passi presto.»
«Altrettanto.»
Quella sera i messicani suonarono la fisarmonica e altri strumenti nel reparto dell’ospedale e ci fu molta allegria e le sale echeggiarono del rumore delle inspirazioni e delle espirazioni della fisarmonica, e dei piatti e dei campanacci, mentre il tamburo marciava lungo il corridoio. In quel reparto c’era un cavallerizzo da rodeo che un pomeriggio caldo e polveroso era uscito dalle gabbie di Midnight sotto gli occhi della folla e che ora, con la schiena rotta, voleva imparare a lavorare il cuoio e a impagliare sedie quando si fosse abbastanza rimesso per lasciare l’ospedale. C’era un carpentiere che era caduto con tutta l’impalcatura e si era rotto i polsi e le caviglie. Era atterrato come un gatto, ma senza l’elasticità del gatto. Potevano aggiustarlo in modo tale da permettergli di tornare al suo lavoro, ma ci sarebbe voluto molto tempo. C’era un ragazzo di una fattoria, di circa sedici anni, con una gamba rotta che gli avevano ingessato male e che doveva essere rotta un’altra volta. C’era Cayetano Ruiz, un giocatore di provincia con una gamba paralizzata. In fondo al corridoio il signor Frazer li sentiva ridere e scherzare, tutti quanti, della musica fatta dai messicani che erano stati mandati dalla polizia. I messicani se la stavano spassando. Entrarono nella stanza, eccitatissimi, per vedere il signor Frazer, e volevano sapere se c’era qualcosa che voleva che gli suonassero, e vennero altre due volte, a suonare, la sera, di loro spontanea volontà.
L’ultima volta che suonarono, il signor Frazer restò a letto nella sua stanza con la porta aperta e ascoltò quella musica chiassosa e discordante e non poté far a meno di riflettere. Quando vollero sapere che cosa desiderava che suonassero, il signor Frazer chiese la Cucaracha, che ha tutta la sinistra e incalzante leggerezza di tante delle ariette alle note delle quali gli uomini sono andati a morire. La suonarono rumorosamente e con emozione. Il motivo era migliore di quasi tutti i motivi di questo genere, a parere del signor Frazer, ma l’effetto era lo stesso.
A onta di questo sfoggio di emozione, il signor Frazer continuò a riflettere. Di solito evitava il più possibile di farlo, tranne quando scriveva, ma ora stava pensando ai tre messicani che suonavano e a quello che aveva detto il piccolino.
La religione è l’oppio del popolo. Ci credeva, quel piccolo oste dispeptico. Sì, e la musica è l’oppio del popolo. Mica ci aveva pensato, il vecchio “mi dà alla testa”. E ora l’economia è l’oppio del popolo; insieme al patriottismo, che è l’oppio del popolo in Italia e in Germania. E i rapporti sessuali? Erano un oppio del popolo? Di qualcuno in mezzo al popolo. Di qualcuno dei migliori in mezzo al popolo. Ma il bere era un sovrano oppio del popolo, oh, un oppio straordinario. Anche se qualcuno preferisce la radio, altro oppio del popolo, roba a buon mercato che aveva appena usato anche lui. Insieme a tutto questo c’era il gioco, oppio del popolo quant’altri mai, uno dei più antichi. L’ambizione era un altro, un oppio del popolo, insieme alla fede in ogni nuova forma di governo. Quello che ci voleva era un minimo di governo, sempre meno, meno governo. La libertà, quello in cui credevamo noi, era adesso la testata di una pubblicazione di MacFadden. Noi credevamo nella libertà, anche se non le avevano ancora trovato un nome nuovo. Ma qual era quello vero? Qual era il vero, reale oppio del popolo? Il signor Frazer lo conosceva benissimo, Si trovava, appena girato l’angolo, in quella parte bene illuminata della sua mente che c’era, la sera, dopo due bicchieri o più; che lui sapeva che c’era (anche se, si capisce, non c’era veramente). Cos’era? Lo sapeva benissimo. Cos’era? Certo: il pane era l’oppio del popolo. Se lo sarebbe ricordato, e avrebbe avuto un senso, alla luce del giorno? Il pane è l’oppio del popolo.
«Senta» disse il signor Frazer all’infermiera quando arrivò. «Faccia entrare quel messicano magro, eh, per favore?»
«Le piace?» disse il messicano sulla porta.
«Moltissimo.»
«È una canzone storica» disse il messicano. «È l’inno della vera rivoluzione.»
«Senta» disse il signor Frazer. «Perché si dovrebbe operare la gente senza anestesia?»
«Non capisco.»
«Perché non tutti gli oppi del popolo sono buoni? Cosa vuole farne, lei, del popolo?»
«Il popolo dovrebbe essere salvato dall’ignoranza.»
«Non dica sciocchezze. L’istruzione è l’oppio del popolo. Dovrebbe saperlo. Ne ha avuta un po’.»
«Lei non crede nell’istruzione?»
«No» disse il signor Frazer. «Nella conoscenza, sì.»
«Non la seguo.»
«Molte volte io stesso non mi seguo con piacere.»
«Vuol sentire un’altra volta la Cucaracha?» chiese, preoccupato, il messicano.
«Sì» disse il signor Frazer. «Suonate un’altra volta la Cucaracha. È meglio della radio.»
La rivoluzione, pensava il signor Frazer, non è oppio. La rivoluzione è una catarsi; un’estasi che può essere prolungata solo dalla tirannia. Gli oppi sono per prima e per dopo. Pensava bene, un po’ troppo bene.
Tra poco ormai se ne sarebbero andati, pensava, e avrebbero portato via con sé la Cucaracha. Allora lui avrebbe bevuto un goccetto dell’ammazzagiganti e avrebbe acceso la radio, la si poteva tenere accesa in modo tale da sentirla appena.