Stories 93 / Random

Stories by ernest hemingway

dopo la tempesta (italian)

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Fu una cosa da niente, qualcosa su come si prepara il ponce, e poi cominciammo a lottare e io scivolai e lui mi fu addosso con le ginocchia sul petto e mi strozzava con tutt’e due le mani come se stesse cercando di ammazzarmi, e in tutto questo tempo io cercavo di tirar fuori il coltello dalla tasca per colpirlo e fargli mollare la presa. Erano tutti troppo ubriachi per tirarlo via. Lui mi strozzava e mi sbatteva la testa per terra e io tirai fuori il coltello e lo aprii; e gli tagliai il muscolo del braccio e lui mi lasciò andare. Non avrebbe potuto continuare a trattenermi anche se avesse voluto. Poi si rotolò sul pavimento e si tenne quel braccio con le mani e scoppiò a piangere e io dissi:
«Perché diavolo volevi strangolarmi?»
L’avrei ammazzato. Non riuscii a mandar giù per una settimana. Mi aveva conciato la gola proprio male.
Bene, uscii di là e con lui c’era un mucchio di gente e alcuni mi tennero dietro e io presi una traversa e mi trovai giù al porto e incontrai un tale e lui disse che in fondo alla strada qualcuno aveva ucciso un uomo. «Chi l’ha ucciso?» dissi io, e lui disse: «Non so chi l’ha uccìso, ma per essere morto è proprio morto», ed era buio e c’era dell’acqua stagnante nella strada e niente luci e finestre sfondate e barche tutte in secca tra le case e alberi abbattuti e tutto a catafascio, e io saltai su un canotto e presi il largo e trovai la mia barca dove l’avevo lasciata, all’interno di Mango Key, ed era in perfetto stato ma piena d’acqua. Allora con la pompa la vuotai, e c’era la luna ma anche molte nuvole e ancora il mare grosso, e la portai più a sud; e quando spuntò il giorno ero al largo di Eastern Harbor.
Ragazzi, che tempesta. Io fui la prima barca a uscire e nessuno aveva mai visto un mare come quello. Era bianco come un mastello di liscivia e andando da Eastern Harbor a Sou’west Key non riconoscevi la costa. Si era formato un grosso canale proprio in mezzo alla spiaggia. Alberi abbattuti dal vento e un canale scavato là in mezzo e tutta l’acqua bianca come il gesso e piena di roba che andava su e giù; rami e alberi interi e uccelli morti, e tutto a galla. Di qua dalla barriera corallina c’erano tutti i pellicani della terra e uccelli di ogni razza che volavano. Dovevano essersi rifugiati lì quando avevano capito che stava arrivando la tempesta.
Restai un giorno a Sou’west Key e nessuno mi tenne dietro. Ero la prima barca che era uscita e quando vidi galleggiare un pennone capii che doveva esserci stato un naufragio e mi misi a cercare la barca. La trovai. Era una goletta a tre alberi e si vedevano appena i moncherini dei pennoni che spuntavano dall’acqua. Era in un’acqua troppo profonda e non ne cavai nulla. Allora proseguii cercando qualcos’altro. Ero in vantaggio su tutti e sapevo di dover trovare qualcosa, qualunque cosa fosse. Continuai a navigare verso sud, sopra i banchi di sabbia, dal posto dove avevo lasciato la goletta, e non trovai niente e andai avanti ancora un pezzo. Ero lontanissimo, verso le sabbie mobili, e non trovavo niente, e allora proseguii. Poi, quando fui in vista del faro di Rebecca, scorsi uccelli di ogni genere che svolazzavano sopra chissà cosa e puntai verso di loro per vedere di cosa si trattava e c’era proprio una nuvola di uccelli.
Vidi spuntare dall’acqua qualcosa che sembrava un pennone, e quando mi accostai gli uccelli spiccarono il volo e rimasero tutti intorno a me. Là fuori l’acqua era limpida e c’era non so quale pennone che affiorava appena appena, e quando mi accostai vidi che sott’acqua era tutto scuro, come una lunga ombra, e vi passai sopra con la barca e là, sott’acqua, c’era una nave passeggeri; là distesa sott’acqua tutta quanta, grande come il mondo intero. Le passai sopra con la barca. Giaceva sul fianco e la poppa sprofondava in fondo al mare. Gli oblò erano tutti ermeticamente chiusi e si vedevano i vetri luccicare sott’acqua e tutta la sua mole; la nave più grande che avessi mai visto in vita mia, là distesa, e con la barca passai sopra lo scafo, da un capo all’altro, e poi tornai indietro e gettai l’ancora e avevo il canotto sul ponte di prua e lo calai in acqua e vogai verso la nave con gli uccelli tutt’intorno a me.
Avevo un bidone col fondo di vetro, di quelli che usiamo per la pesca delle spugne, e le mani mi tremavano tanto che non riuscivo quasi a sostenerlo. Tutti gli oblò che si potevano vedere passando sopra la nave erano chiusi, ma molto in basso, vicino al fondo, qualcosa doveva essersi aperto, perché c’erano dei pezzi di roba che continuavano a venire a galla. Non si capiva cos’erano. Solo pezzi. Era questo che cercavano gli uccelli. Mai visti tanti uccelli. Mi stavano tutti intorno, strillando come pazzi.
Si vedeva ogni cosa con la massima chiarezza. Si vedeva la forma arrotondata della nave, che sott’acqua sembrava lunga un miglio. Giaceva su un banco di sabbia bianchissima e il pennone era una specie di albero di trinchetto o una specie di paranco che usciva dall’acqua obliquamente come obliqua era la posizione della nave adagiata su un fianco. La prua non era molto profonda. Avrei potuto stare in piedi sulle lettere del suo nome sulla prua e la mia testa sarebbe stata appena fuori dall’acqua. Ma l’oblò più vicino era a quattro metri di profondità. Riuscivo appena a raggiungerlo con l’arpione e con l’arpione cercai di sfondarlo ma non vi riuscii. Il vetro era troppo resistente. Tornai allora alla barca a prendere una chiave inglese e la legai in cima all’arpione ma non riuscii a sfondarlo. Ero là che attraverso il fondo di vetro del bidone guardavo quella nave con tutto quello che aveva dentro ed ero stato il primo a raggiungerla e non riuscivo a entrarvi. Doveva avere, dentro, cinque milioni di dollari di roba.
Tremavo al pensiero di quello che doveva avere dentro. Dietro l’oblò più vicino riuscivo a vedere qualcosa, ma attraverso il fondo del bidone non capivo cosa fosse. Con l’arpione non combinavo niente, e allora mi spogliai e mi riempii bene i polmoni e mi tuffai da poppa con la chiave in mano e nuotai verso il fondo. Per un secondo riuscii a stare attaccato all’orlo dell’oblò e guardai dentro e dentro c’era una donna con i capelli che le fluttuavano intorno alla testa. La vedevo benissimo ondeggiare e due volte picchiai sul vetro con la chiave, con tutte le mie forze, e sentii il rumore tintinnarmi nelle orecchie, ma il vetro non si ruppe e io dovetti riaffiorare.
Mi attaccai al dinghy per riprendere fiato e poi vi salii e mi riempii i polmoni e mi tuffai di nuovo. Nuotai verso il fondo e con le dita mi aggrappai all’orlo dell’oblò e mi tenni e picchiai sul vetro con la chiave, più forte che potei. Vedevo, sotto il vetro, la donna che fluttuava nell’acqua. I suoi capelli, prima ben stretti in un nodo sulla testa, adesso erano sciolti tutt’intorno a lei. Vedevo gli anelli che aveva su una mano. Era proprio vicina all’oblò e io picchiai due volte sul vetro e non riuscii nemmeno a fargli un’incrinatura. Tornando a galla pensai che non ce l’avrei fatta a risalire senza prima dover riprendere fiato.
M’immersi ancora una volta e incrinai il vetro, un’incrinatura appena, e quando venni a galla perdevo sangue dal naso e mi fermai sulla prua della nave con i piedi nudi sulle lettere del suo nome e la testa appena fuori e là mi riposai e poi raggiunsi a nuoto il canotto e vi salii e rimasi là seduto ad aspettare che mi passasse il mal di testa e a guardare nel bidone col fondo di vetro, ma perdevo tanto sangue che mi toccò di lavarlo. Allora mi rovesciai all’indietro sul canotto e mi tenni, per fermarlo, la mano sotto il naso e rimasi là disteso con la testa rovesciata all’indietro guardando in su, e sopra e tutt’intorno c’era un milione di uccelli.
Quando smise di colarmi il sangue dal naso diedi un’altra occhiata attraverso il fondo di vetro e poi vogai fino alla barca per cercare di trovare qualcosa di più pesante della chiave ma non trovai niente; nemmeno un uncino da spugne. Tornai indietro e l’acqua era sempre più limpida e si poteva vedere tutto quello che galleggiava sopra quel banco di sabbia bianca. Cercai con lo sguardo i pescicani, ma non ce n’erano. Si sarebbero visti da lontano. L’acqua era molto limpida e bianchissima la sabbia. Sul canotto c’era un rampone che mi faceva da ancora, e allora lo staccai dalla sua cima e con esso mi calai in mare e m’immersi. Il suo peso mi trascinò sotto l’oblò, e strinsi le dita ma non riuscii ad attaccarmi a niente e continuai ad andare giù, sempre più giù, scivolando lungo il fianco arrotondato della nave. Dovetti mollare il rampone. Lo sentii battere una volta sullo scafo e poi mi parve che ci volesse un anno per riuscire a mettere la testa fuori dall’acqua. Il canotto era stato portato lontano dalla marea e io lo raggiunsi a nuoto col naso che mi sanguinava nell’acqua mentre nuotavo ed ero ben contento che non ci fossero pescicani; ma ero stanco.
Mi sembrava di avere la testa rotta e mi adagiai nel canotto per riposarmi un po’ e poi presi i remi e tornai indietro. Il pomeriggio stava passando. Andai giù ancora una volta con la chiave e non servì a niente. Quella chiave era troppo leggera. Era inutile continuare a immergersi se non avevi un martello bello grosso o qualcosa di abbastanza pesante per rompere il vetro. Poi legai nuovamente la chiave all’arpione e guardai attraverso il fondo del bidone e picchiai sul vetro e martellai finché la chiave si staccò e io la vidi, attraverso il fondo di vetro del bidone, scivolare lungo il fianco della nave, nitidissima, e poi staccarsene e cadere nelle sabbie mobili e sparire. Dopodiché non mi restò niente da fare. La chiave se n’era andata e io avevo perso il rampone, perciò tornai alla barca. Ero troppo stanco per issare a bordo il canotto e il sole era ormai piuttosto basso. Gli uccelli se ne stavano andando e io puntai verso Sou’west Key col canotto a rimorchio e con gli uccelli che volavano davanti e dietro la mia barca. Ero stanco morto.
Quella notte il vento ritornò e soffiò per una settimana. Impossibile raggiungere la nave. Dal paese vennero a dirmi che il tizio che avevo dovuto bucare stava bene, a parte il braccio, e allora tornai in paese dove mi fissarono una cauzione di cinquecento dollari. Andò tutto liscio perché alcuni dei presenti, amici miei, giurarono che m’inseguiva con un’ascia, ma prima che potessimo tornare alla nave i greci l’avevano sventrata e ripulita. Tirarono fuori la cassaforte con la dinamite. Nessuno ha mai saputo quanto fecero. La nave era carica d’oro e i greci se lo presero tutto. La spogliarono completamente. Io, che l’avevo trovata, non rimediai nemmeno un soldo.
Fu davvero una cosa infernale. Dicono che la nave fosse appena fuori dal porto dell’Avana quando l’uragano la investì, e non riuscì più a entrare o forse gli armatori non permisero al capitano di rischiare; dicono che lui ci volesse provare; così dovette scappare davanti all’uragano e nel buio scappò fino al golfo tra Rebecca e Tortugas, dove nel tentativo di passare finì su un banco di sabbia. Forse aveva perso il timone. Forse non la governavano neanche più. Ma comunque non potevano sapere che quel banco era di sabbie mobili, e quando la nave si arenò il capitano deve aver ordinato di aprire le tanche della zavorra per appesantirla e ancorarla bene al fondo. Invece il banco che aveva urtato era di sabbie mobili, e quando aprirono la tanca la nave affondò di poppa e poi si rovesciò. C’erano a bordo quattrocentocinquanta passeggeri e l’equipaggio, e dovevano essere ancora tutti a bordo quando la trovai. Dovevano aver aperto le tanche appena si era incagliata, e nel momento in cui si adagiava sul banco le sabbie mobili la risucchiarono sul fondo. Poi dovevano essere scoppiate le caldaie, e doveva essere stato questo a fare tutti quei pezzi che venivano a galla. Strano, però, che non ci fossero squali. Non c’era un solo pesce. Li avrei visti, contro quella sabbia bianca.
Ora però di pesci ce n’è tanti; cernie, delle più grosse. La parte più grande della nave è ormai sotto la sabbia, ma i pesci vivono dentro di lei; le cernie più grosse che esistano. Certune pesano anche un quintale e mezzo. Un giorno o l’altro andremo a prenderne qualcuna. Si vede il faro di Rebecca, da dove si è inabissata la nave. Ora ci hanno messo una boa. È proprio alla fine del banco di sabbia, ai margini del golfo. Non è passata solo per qualche centinaio di metri. Al buio, nella tempesta, non ce l’hanno fatta; con la pioggia che veniva, non potevano aver visto il faro di Rebecca. E poi loro non sono abituati a queste cose. Il capitano di una nave di linea non è abituato a fuggire la tempesta. Loro hanno una rotta, e mi dicono che la fissano su una specie di bussola e la nave la segue da sola. Probabilmente non sapevano dov’erano, quando sono scappati davanti alla tempesta, ma non ce l’hanno fatta per un pelo. Forse, però, avevano perso il timone. Comunque, una volta entrati in quel golfo, davanti a loro non c’era più niente fino alla costa del Messico. Dev’essere stata bella, però, quando si sono incagliati con quel vento e quella pioggia e lui ha ordinato di aprire le tanche. Nessuno poteva essere in coperta con quel vento e quella pioggia. Dovevano essere tutti dentro. In coperta non sarebbero scampati. Devono esserci state delle belle scene, là dentro, perché, sapete, è andata giù subito. Ho visto quella chiave sprofondare nella sabbia. Il capitano non poteva sapere, quando si è incagliato, che era un banco di sabbie mobili, se non conosceva queste acque. Sapeva solo che non erano scogli. Deve aver visto tutto, dal ponte di comando. Deve aver capito di cosa si trattava, quando ha cominciato a sprofondare. Chissà quanto tempo ci ha messo. Chissà se il secondo era là con lui. Credete che siano rimasti sul ponte di comando o credete che siano andati in coperta? Non hanno mai trovato i corpi. Neanche uno. Non rimase a galla nessuno. E sì che ne fanno, di strada, con i salvagente. Dev’essere successo quando erano dentro. Insomma, si son presi tutto i greci. Tutto. Devono essere arrivati subito. L’hanno ripulita. Prima sono arrivati gli uccelli, poi io, poi i greci, e persino gli uccelli ci hanno ricavato più di quello che ci ho ricavato io.